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LA GUERRA DEL GRANDUCA DI TOSCANA

Cronaca dell’assedio del castello di Fratta dal novembre 1643 all’aprile 1644

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La cosiddetta "Guerra del Granduca di Toscana" si svolse dal 1642 al 1644 tra il papa Urbano VIII e la lega formata dal duca Odoardo Farnese, signore di Parma e Piacenza, della quale facevano parte Ferdinando II granduca di Toscana (le cui truppe assediarono la Fratta), Alfonso III duca di Modena e la Repubblica di Venezia. Scoppiò per l'occupazione e la distruzione del luogo fortificato di Castro, vicino Roma, feudo di proprietà del duca Odoardo Farnese per il quale non pagava più da anni le tasse al papa e rifiutava l'annessione allo Stato della Chiesa (come rivendicava il pontefice) nonostante l'offerta di questi di comprarlo.

Fu nell'autunno 1643 che la guerra fece ingresso nell'alta valle del Tevere e nel territorio della Fratta. La guerra terminò il 1º aprile 1644 e la pace fra la lega ed il papa fu firmata il 4 aprile seguente.

 

Nel 1642 si inizia a fortificare il castello di Fratta

Nei primi decenni del Seicento la fortezza di Fratta era presidiata da un corpo di soldati Corsi. Nel 1642 già erano tanti i "rumori di guerra" che la nostra magistratura cominciò dei lavori di fortificazione, iniziando dall'allestimento del fortino di Porta Nuova non più usato militarmente da molti anni.

Dopo di ciò si rifece il parapetto della cortina est e poi si lavorò alla porta della Campana, sostituendo le vecchie ed ormai arrugginite ferramenta e munendola di uno "sportello". Si portarono a termine le porte di Castel Nuovo, cioè quella del mercato (si affacciava sul Mercatale di Sant'Erasmo e chiudeva l'entrata prima dell'attuale meccanico) o di Sant'Antonio (dal nome della chiesa che si trovava pressappoco dietro all'attuale pasticceria della Sandra) e quella di metà del Boccaiolo, costruendo grossi muri di mattoni dalla parte esterna. Quindi si rifecero i due ponti levatoi della Rocca, quello che guardava all'interno del paese e quello esterno, detto porta "del Soccorso".

 

Il passaggio delle truppe nel territorio

Per tutta l'estate 1643 passarono soldati d'ogni genere verso Città di Castello, la piazzaforte più a nord, a confine con lo stato nemico della Toscana. Per Fratta una volta transitarono ben 5.000 fanti e 500 cavalli con le armi in mano e munizioni per 150 some fra polvere, piombo e micce.

Nominata una congregazione per la difesa di Fratta

La magistratura di Fratta, considerati i pressanti "rumori di guerra", nominò una che doveva sovrintendere agli eventuali futuri bisogni bellici. I membri della congregazione si misero subito al lavoro e per prima cosa fecero ripulire i fossati attorno alle mura e tagliare le piante di olmo, i pergolati ed i canneti che vi erano cresciuti negli anni.

Ricostruirono il parapetto della cortina nord (fra la Rocca e la Piaggiola) che passa dietro al palazzo del comune, accomodarono il torrione a lato della porta della campana e costruirono un ponte levatoio a questa porta, in cima alla Piaggiola. La porta di Sotto, che conduce a San Francesco, fu murata e terrapienata e sul davanti si mise un "cancello", come sul ponte del Tevere, continuo ai muri della "Madonna", probabilmente la "Maestà" costruita all'inizio del ponte sul Tevere. Un terzo cancello fu posto a metà della Piaggiola, davanti al ponte levatoio. All'estremo ovest del ponte sul Tevere rifecero il portone alla torre detta"Saracina" ed accomodarono la saracinesca vecchia ed arrugginita, in modo che si potesse alzare ed abbassa

re velocemente, sbarrando il passo a chiunque volesse entrare sul ponte.

Furono chiuse dal di fuori le porte della chiesa della madonna della Reggia (Collegiata) con un muro di mattoni largo quattro piedi. Attorno alla cornice sotto la cupola vennero costruiti dei parapetti e realizzate delle feritoie alle finestre. La chiesa, così fortificata, divenne deposito di viveri e di munizioni, presidiato continuamente da dodici soldati. Custodivano seicento libbre di polvere da sparo, duecento di piombo, cento piedi di miccia e dodici moschetti, cui il Cardinale Legato aggiunse una soma di polvere, un'altra di palle e una di miccia.

Fratta premeva molto a Roma e alla fine di agosto il cardinale Francesco Barberini ordinò alla magistratura locale di dare un minuzioso ragguaglio delle fortificazioni e delle trincee esistenti, dei viveri e munizioni che si trovavano nella fortezza, del numero dei soldati di presidio. Avendo avuto risposta che mancava il comandante, il Barberini incaricò Giovan Battista Bono, piemontese di Cuneo, con il titolo di "Governatore delle Armi". Inoltre inviò a Fratta, poco dopo, una compagnia di milizie da Pesaro, formata da duecento soldati, seguita poi da un'altra, di stanza a Fossato, costituita da duecento uomini.

Giovan Battista Bono fece erigere con gran celerità una trincea a forma di mezzaluna davanti alla "Saracina" del ponte sul Tevere, che copriva tutta la vista della strada per Città di Castello, terminata il 30 agosto.

 

Dalla valle del Niccone arriva la cavalleria fiorentina

Il 6 novembre la maggior parte della cavalleria fiorentina partì dalla val di Pierle ed entrò nella valle del Niccone. Passò poi sotto Montalto evitando il contrasto con quel presidio, quasi ignorandolo benché sapesse che era privo di artiglieria, e verso mezzogiorno giunse nelle vicinanze di Fratta. Qui si portarono due squadroni, uno diretto verso Romeggio e l'altro al "Palazzo della Tramontana", in vocabolo "il Bagno". Ciò vedendo, il governatore Bono fece ritirare gli operai che lavoravano al Prato, munì le mura di soldati, ne mise alle porte e nella chiesa della Madonna della Reggia, distribuì le munizioni necessarie ed aspettò la venuta dei nemici, per contrastare i quali fu anche fortificato il posto di Santa Maria degli Zoccolanti (Santa Maria della Pietà).

I fiorentini, intanto, dopo aver dimostrato la loro presenza e forza, andarono via passando per Polgeto e Montacuto, saccheggiando la campagna come erano solite fare tutte le soldatesche, lasciando dei presidi di dragoni nei due castelli (Polgeto e Montacuto). II grosso dell'esercito, passando per il Colle del Cardinale, tornò al campo di Magione, dove erano acquartierate altre forze. Il giorno dopo, 7 novembre, i soldati in Fratta provarono a riconquistare quei due castelli, ma riuscirono a sopraffare solo i fiorentini asserragliati a Montacuto e, alle due di notte, portarono in Fratta quei prigionieri alla casa del governatore Bono, residente vicino alla Rocca, nella via che da porta della Campana conduceva alla piazza del Comune (ora piazza Fortebracci).

La mattina dell'8 arrivò Tobia Pallavicino, maestro di campo comandante della piazza di Città di Castello. Si mise d'accordo con la cavalleria nemica che andava a soccorrere i pochi dragoni rimasti a presidiare Polgeto: l'assedio terminò ed i fiorentini se ne tornarono a Magione al campo. La cosa non piacque al governatore Bono in quanto a Polgeto c'era un ufficiale fiorentino che insieme ai soldati aspettava l'arrivo del grosso dell'esercito: l'appuntamento era dopo quattro giorni per dare l'assalto finale a Fratta. Prima di sera si videro squadroni di cavalleria nemica sulla collina di Romeggio, parte dei quali erano venuti da Magione per la via di Monestevole e parte dal Colle del Cardinale, la Nese e Montacuto. Dalla Fratta si sentiva il rumore dei carri che conducevano dodici pezzi di cannoni con il bagaglio necessario e la circostanza provocò molto timore fra i difensori, nonostante quaranta muli carichi di vettovaglie fossero stati sottratti dai contadini che avevano assalito quelle salmerie non difese dai soldati.

 

Da Romeggio si attacca il ponte sul Tevere

Il giorno seguente, a Romeggio, altra cavalleria nemica si appostò sotto la torre del castello con dodici bandiere spiegate al vento, ben visibili dalla Fratta. Dal castello alla sottostante chiesetta di San Pietro si vedevano la fanteria, un altro squadrone di cavalleria vicino a Montalto e un corpo di fanteria al "Palazzo della Tramontana", poco distante dal "Bagno".

Il grosso dell'armata fiorentina si fermò a Romeggio ed a Polgeto dove erano il loro comandante, il principe Matthias dei Medici, ed il generale Borra. Parte dei soldati di Romeggio cominciarono a scendere dai campi sotto San Pietro fino al ponte sul Tevere, ma i moschettieri del presidio di Fratta, che ne erano a guardia, sparando di continuo, li tenevano a distanza non permettendo loro di avvicinarsi. Mentre era in corso la battaglia, i soldati del ponte aumentarono le difese della trincea a mezzaluna fatta sul Prato. Di fianco furono posti due cancelli, così vicini che vi poteva passare solo un uomo alla volta.

Con una grande quantità di terra vennero terrapiedati il portone e la porta fatta poco tempo prima, il cancello posto circa a metà del ponte, all'altezza della chiesina della Madonna del Carmelo (ogni sera chiuso a chiave). Anche la chiesetta della Madonna del Ponte (costruita sul pilone a valle) ebbe feritoie dietro le quali si potevano appostare i soldati. Furono chiusi i due borghi costruendo delle trincee, mentre le case furono munite di feritoie.

In San Francesco e nel convento non vi era muro che non avesse aperture atte a sparare. Furono terrapienate le porte che davano sull'orto del convento, i muri delle case e della chiesa di San Bernardino, dell'osteria della Corona, delle botteghe dei fabbri, delle case lungo la sponda sinistra del Tevere e di quelle dove c'erano soldati all'erta, armi alla mano.

Quella notte fra 1'8 e il 9 novembre le pianure ed i colli erano illuminati da grandi e numerosi fuochi: il nemico ne aveva accesi verso la valle del Niccone, a Monte Migiano, Romeggio e Polgeto; nella pianura "di Sopra" rispondevano i falò ben più grandi e dolorosi di case e pagliai che bruciavano.

 

La piena del Tevere frena l’attacco

Verso le 4 di mattina fu dato l'allarme affinché si stesse con le armi in mano perché si vedevano i nemici avvicinarsi al ponte del Tevere. Aveva piovuto molto, dalla sera prima e l'acqua continuava a cadere copiosamente e senza tregua. Il Tevere cominciò ad ingrossarsi. La piena tolse ai fiorentini la possibilità di attraversare il fiume e di assalire il paese dagli altri lati. Rimasero fermi nei posti raggiunti con l'esercito "squadronato", come se dovesse iniziare l'assalto da un momento all'altro: aspettavano che il fiume diminuisse la portata. Cominciarono a spostare verso il Niccone le salmerie, i carri e tutto il bottino che avevano fatto a Romeggio, Polgeto e Palazzo del Corvatto. Il passaggio durò tre ore continue, con grande meraviglia delle nostre genti e dei soldati i quali, avendo avuto l'ordine di difendere solamente il paese, si trovavano nell'impossibilità di reagire per impedire la perdita di tanto bestiame.

L'esercito fiorentino, portati i propri carriaggi e le prede al Niccone, aspettava che le acque diminuissero. In considerazione di ciò, Tobia Pallavicino, comandante dei soldati di Fratta, decise all'improvviso dà dar fuoco anche alle case e alle botteghe del Borgo Superiore, comprese quelle del mercato dove erano i laboratori dei vasai. Nella circostanza, per un banale errore, fu incendiata anche la chiesa di Sant'Erasmo, ma alcuni soldati spensero le fiamme non prima che si producessero gravi danni.

 

Arriva anche la neve in soccorso di Fratta

La notte fra il 9 e il 10 novembre fu propizia al paese: soffiò un vento di Grecale da levante che portò freddo e la mattina tutte le colline erano ricoperte di neve, con gravi impedimenti al nemico. In aiuto della Fratta venne il generale della cavalleria pontificia Cornelio Malvasìa con duecento cavalieri e diverse some di munizioni e strumenti da guastatori: si schierarono subito nel Prato con le sciabole sguainate per scoraggiare il nemico dai piani d'attacco. II Malvasìa fece costruire anche una trincea nel campo dietro la Rocca e un'altra in mezzo alla piazza del mercato, dal fosso fino alla chiesa di Sant'Erasmo, per proteggere la ritirata ai difensori delle trincee più esterne. Di fronte ai pericoli incombenti, il vescovo di Gubbio decise di trasferire le monache di Santa Maria Nuova nella sua città, in un convento di clausura, fino a quando non fosse tornata la calma.

In questo giorno arrivò un altro rinforzo, voluto dal comandante di Perugia. Era il "Terzo" di Pier Francesco del Monte, che aveva con sé soldati migliori e meglio equipaggiati degli altri due "Terzi" che si trovavano in Fratta, perciò fu destinato alla difesa del convento di Santa Maria. Pier Francesco del Monte era molto generoso e assai prudente nelle decisioni; si comportò da gentiluomo e anche la truppa agì correttamente, rispettando i beni dei frattigiani, non causando liti. Nella notte fra il 10 e 1'11 novembre l'esercito fiorentino era ancora appostato sulle colline laterali della valle del Niccone, a Montecastelli, Civitella Guasta e al Bagno, e teneva sempre i fuochi accesi, aspettando di passare sull'altra sponda. Verso le 2 di notte si videro lumi spostarsi verso il fiume e in Fratta si sparse la voce che il nemico era riuscito a guadare il Tevere. Nel paese accesero luci alle finestre e stavano con le armi alla mano; un piccolo nucleo di cavalleria verificò al Faldo che il nemico non aveva attraversato.

Ciò avvenne due giorni dopo: la mattina del 13 novembre. Una squadra di cinquecento cavalli, tra i migliori, guadarono il Tevere sopra Fontesegale e si spinsero verso Montone e il convento dei Cappuccini. Si era messo a piovere di nuovo e questi cavalieri, vedendo che il resto dell'esercito non li aveva seguiti, pensarono bene di tornare indietro, preoccupati dal rischio che le acque, elevandosi ancora, li avrebbero isolati dal resto.

 

La cattura del comandante Tobia Pallavicino

La mattina del 13 novembre Tobia Pallavicino, dopo aver scritto due lettere ai suoi superiori di Perugia, decise di andare a controllare le difese a Montone. Prese pochi uomini con sé, pensando che lo squadrone di fiorentini fosse tornato dall'altra parte. Invece, giunto al torrente Rio se lo trovò di fronte, venne circondato e fatto prigioniero.

Fu quindi condotto davanti al principe Matthias de' Medici, che però lo trattò con gentilezza ed umanità. Il comando generale di Fratta passò a Cornelio Malvasìa. La sera del 12 novembre i fiorentini se ne andarono via dalle vicinanze di Fratta portandosi nelle valli del Niccone e del Nestore, a causa della pioggia che impantanava le strade ed ingrossava i fiumi, della bontà delle fortificazioni di Fratta (che avevano visto da vicino) e della forte difesa di numerose truppe.

 

La conquista del castello di Montecastelli

Il 18 novembre si verificò un fatto d'armi a Montecastelli, dove l'esercito fiorentino aveva lasciato un presidio di sessanta soldati. In quei giorni comandante in Fratta era Pier Francesco Bourbon dei Marchesi del Monte e costui, desiderando che la campagna fosse totalmente libera, decise di conquistare quel castello, per rendere sicura la strada verso Città di Castello. Inviò soldati armati di moschetti e di "petardi" che arrivarono sul far dell'alba. Dopo un'ora riuscirono a sfondare una porta ed entrarono; i fiorentini si arresero e furono condotti prigionieri prima alla Fratta e poi a Perugia. Successivamente si fecero a Fratta nuove fortificazioni; nel gennaio 1644 si rasero al suolo due palazzi bruciati dei padri Camaldolesi e un terzo posto nella via Nuova, appartenente al cavalier Soli, per usare i mattoni alla costruzione di fortificazioni alla porta del Prato.

II 12 gennaio si realizzò una nuova porta contrapposta a quella del mercato, dal cantone della chiesa di Sant'Antonio alla casa della stessa. Il 15 febbraio fu rifatta di nuovo la porta di legno nella cortina della trincea del Prato.

 

La fine della guerra

Il 6 aprile arrivarono lettere in cui si comunicava l'avvenuto ristabilimento della pace fra lo stato romano del papa ed il granduca di Toscana.

Fonti:

Calendario storico di Umbertide 2002 - Ed. Comune di Umbertide - 2002

 

Mappa dell'assedio. Disegno di Adriano Bottaccioli (Calendario storico di Umbertide 2002)

A cura di Fabio Mariotti
Disegno del ponte sul Tevere con la chiesetta della Madonna del Carmelo sul pilone (demolita nel 1867)  
     Lo stemma del Granducato                Ferdinando II

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