LA MERIDIANA DELLA PIAZZA GRANDE DELLA FRATTA

di Mario Tosti

 

Nel ricordo di Renato Codovini e Amedeo Massetti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con le note che seguono mi propongo di far luce sulle vicende di una meridiana ritrovata nel nostro centro storico. Cerco di dimostrare l’ipotesi che abbia rappresentato il riferimento locale per l’ora solare: l’ora della Fratta, nostrana ora di Greenwich.

Per questa missione, è vissuta in simbiosi con l’orologio della Torre della Campana, che sorgeva in cima alla Piaggiola. La sua odissea è iniziata sul davanzale di una finestra di fronte alla Rocca, al primo piano dell’edificio che ospitava la sede del Podestà e la sala del consiglio comunale, in Via Alberti. Dopo un paio di secoli di onorato lavoro, è stata sfrattata e reclusa sotto l’intonaco del locale dei garibaldini in Piazza Fortebraccio. Oggi si gode la meritata pensione nella bucolica campagna umbra.

Per completezza, ho cercato di ricostruire anche l’evoluzione degli strumenti di misura del tempo a disposizione della comunità fino ai nostri giorni.

Auguriamoci che continuino a misurare un tempo di pace e serenità.

 

IL RITROVAMENTO

Intorno alla metà del XX secolo, nel corso di lavori di ristrutturazione, fu rinvenuta una meridiana sotto l’intonaco della parete di fronte all’ingresso del locale a piano terra dell’edificio al n. 9 della attuale piazza Fortebraccio, davanti alla Rocca (Figura 1). È stato Rinaldo Giannelli, proprietario del locale a segnalarmela, proponendomi di cercare indizi sulla storia.

 

 

 

 

LA RICERCA DI INFORMAZIONI

In un primo momento, ero giunto ad una ipotesi risultata scorretta dopo aver conosciuto Mauro Bifani che, insieme a Manlio Suvieri, stava svolgendo una ricerca sulle meridiane dell’Umbria. Gli ho segnalato l’esistenza del nostro reperto, che è diventato oggetto della sua analisi esperta. Nel libro che hanno successivamente pubblicato - Le antiche ore, Meridiane e orologi alla romana nei comuni dell’Umbria, Futura edizioni, 2017 - un intero capitolo è stato dedicato a La meridiana della Piazza Grande alla Fratta, nel quale ho potuto integrare con la mia ricostruzione storica i risultati della loro ricerca tecnica e funzionale.

LE CARATTERISTICHE STRUTTURALI E FUNZIONALI

La piccola meridiana (36 cm x 36 cm) della Fratta, in terracotta di forma ottagonale, a ore italiche, era stata concepita per essere utilizzata in posizione orizzontale.

Sulla sua superficie sono visibili diverse incisioni.

  • In alto, si trova incisa la data di costruzione (1658).

  • Poco sotto, è riportato un motto in greco e un altro in latino.

“ΧΡΟΝΟΧ ΑΝΤΑΧΟ Υ ΑΝΕΜΕΙ” (Il tempo resiste ai venti).

“AMBIGUIS ALIX LABILIS HORA VOLAT” (La fugace ora vola su ali misteriose).

  • La scritta “AD ALTITUD GRAD 43” conferma che fu costruita per la nostra latitudine.

  • Sono rappresentati i simboli dei quattro principali segni zodiacali: Cancro, Capricorno, Ariete e Bilancia.

  • Sulla cornice esterna sono incisi i nomi dei venti: Mezzodì, Garbino (termine usato nel litorale Adriatico per indicare il vento di Libeccio), Ponente, Maestro, Tramontana, Greco, Levante, Scirocco.

 

GLI INDIZI

Ipotesi sulle vicende della meridiana possono essere desunte partendo dalle notizie riguardanti la misurazione del tempo nel castello della Fratta e la funzione degli edifici esistenti nella zona del ritrovamento (Piazza Fortebraccio, Via Alberti, Piaggiola).

Una registrazione del 1477 riferisce di una Porta della Campana (figura 2), aperta verso Montone nell’angolo nord delle mura del castello, in cima alla Piaggiola. Sopra la porta, in origine, si elevava una torre alta 22 metri. Nel XVI secolo fu sopraelevata con una torretta in legno di 11 m, alla cui base fu ricavato un nicchione, con dipinta l’immagine della Madonna. In cima fu aperta una loggetta, per alloggiarci la Campana del pubblico. La costruzione diventò uno dei principali riferimenti per il popolo, tanto che l’intero rione circostante assunse il nome di Terziere della Campana. Il donzello del Comune era incaricato di suonare la [campana] grossa per segnalare, oltre ad eventi straordinari, le ore canoniche: Lodi (all'alba), Prima (circa alle 6), Terza (alle 9), Sesta (alle 12), Nona (alle 15), Vespri (al tramonto) e la Compieta [sic], prima di coricarsi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dove la campana non era a portata di orecchio, era la posizione del sole in cielo a segnare il tempo o, se il cielo era nuvoloso, bastava l’intensità della luce a scandire la vita lenta dei nostri antenati.

 

Poi, con la diffusione degli orologi meccanici, ne fu installato uno al di sotto della campana. Il compito di sorvegliarlo, manutenerlo e caricarlo passò al moderatore del pubblico orologio [moderatore: chissà se con questo nome si intendesse invitare le sfere a non aver troppa fretta?]. È verosimile che l’imprecisione di quei primi meccanismi imponesse di rimetterli all’ora giusta con frequenza quasi quotidiana. Questa funzione, in mancanza degli odierni segnali – orario alla radio, poteva essere svolta solo da una meridiana. La simbiosi fra i due strumenti è confermata dalla coincidenza del periodo presumibile dell’istallazione dell’orologio meccanico (XVII secolo) e l’anno (1658) inciso sulla meridiana della Fratta.

Il locale del ritrovamento (delimitato in verde nella figura 3 e 4) si trova al margine sud della quinta di edifici dell’attuale Piazza Fortebraccio, originariamente “Piazza Grande del Comune”, di fronte alla Rocca” (platea comunis dicti castri ante cassarum).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esistono diversi documenti che consentono di dedurre l’evoluzione delle costruzioni all’angolo fra Piazza Fortebraccio e Via Alberti.

Nel XIV secolo l’edificio in cui è stata ritrovata la meridiana non esisteva, ma al suo posto c’era una rampa esterna (figura 5), che fu demolita (figura 6) quando diventò di ingombro per il ponte levatoio che sarebbe calato verso la piazza dalla Rocca in corso di costruzione: infatti, tra i lavori commissionati al Trocascio (27 maggio 1385) ci fu anche quello di abbatterla e ricostruirla all’interno (“Eo Trocascio prometto ... levare la scala del palazzo del podesta e refarla dentro al ditto palazzo o altrove, si che non noccia al cassaro [Rocca]”).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nelle figure 5 e 6, sono riportati dei particolari riguardanti l’edificio retrostante, verso ovest, desunti da atti del notaio Nicola di Antonio. Innanzitutto era del Comune, come risulta da un documento del luglio 1443: " … nella piazza di detto castello, davanti al palazzo del Podestà e della Rocca (…in platea dicti castri ante palatium potestatis et arcem)"…; nel 1448, “nel palazzo del Comune e residenza del detto Podestà di detto Castello, nella sala superiore di detto palazzo (... in palatio Communis et residentiae dicti potestatis dicti castri in sala superiori dicti palatii) …” (1). In un altro atto dell’anno successivo si parla di “sala inferiori”(2). Di “sala superiori” si riferisce in atti del 1464 e del 1466 (3). Si desume quindi che nel palazzo esisteva una vasta sala al piano terra (attuale ingresso di servizio al teatro di Via Alberti, 22), che poteva servire per le riunioni del Consiglio comunale, e un appartamento al primo piano (con ingresso al n. 20) in uso del Podestà, cui si accedeva con una scala esterna. Oggi la nuova scala, il cui intradosso è visibile appena a sinistra dell’entrata al n. 22, consente di salire al primo piano dall’ingresso al n. 20 di Via Alberti.

Una pianta di Anonimo risalente al 1730 (figura 7) ci mostra che ancora non esisteva l’edificio del ritrovamento. Stessa indicazione ci deriva da un disegno del Fabretti del 1780 (vedi nota finale), che evidenzia anche l’esistenza di una cappella annessa al Monastero delle Monache di Castelvecchio, segnalata in figura 4.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LE DEDUZIONI

In base agli indizi sopra descritti, ho cercato di ricostruire le vicende della nostra meridiana.

In primo luogo, è presumibile che non facesse parte del complesso religioso adiacente al locale del ritrovamento. Infatti, il monastero delle Monache di S. Maria di Castelvecchio era stato soppresso alla fine del XIV secolo, due secoli prima della costruzione della meridiana. Inoltre, le ore incise sulla superficie dell’ottagono - ore italiche di uso civile, anziché italiche da campana adottate per i campanili - supportano l’ipotesi di un uso civile ed escludono quello religioso.

Un’ulteriore traccia: la piccola distanza – poche decine di metri – del locale del ritrovamento della meridiana dalla torre civica della Campana (e, poi, dell’Orologio), fa ritenere che i due sistemi di misurazione del tempo fossero in stretta simbiosi, confermata dalla coincidenza dei rispettivi periodi di costruzione.

L’adiacenza alla sala del consiglio comunale e alla sede del Podestà, fa ritenere che fosse esposta in qualche punto della piazza. Il davanzale della finestra della “sala superiori”, al primo piano di via Alberti 20, era verosimilmente il punto ideale (figura 8) su cui esporla nella posizione orizzontale per cui era stata concepita. Infatti era soleggiato e protetto, a portata di mano della massima autorità del castello.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mauro Bifani ha confermato la validità di questa ipotesi, riscontrata in altre realtà: all’interno della biblioteca Sperelliana di Gubbio, è conservata la meridiana originalmente esposta sulla finestra dove è rimasta traccia della sede, ben orientata, in cui era posizionata; anche nelle Marche ce ne è un’altra, ancora al suo posto, che fa bella figura sul davanzale di una finestra.

 

Il matrimonio platonico fra lo strumento solare e quello meccanico, non consumato per la distanza delle rispettive residenze, entrò in crisi nel XIX secolo, per diversi motivi.

Per la torre della Campana arrivarono i segni della vecchiaia: nel 1815, a causa di un cedimento delle fondamenta, era stata accorciata, ma con scarsi risultati: nel 1820 fu completamente abbattuta. Ma l’orologio era troppo importante per gli abitanti della Fratta per farne a meno: in contemporanea si costruì una nuova torre (figura 9) nella piazza centrale – Piazza del Grano – di fronte all’attuale Municipio, che era diventata il nuovo baricentro del paese. Ma l’acquisto di un nuovo orologio comportò la condanna a morte di quello vecchio, già malmesso per le rotelle consumate e arrugginite.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La soluzione si rivelò precaria perché, dopo appena mezzo secolo, nel 1873 si decise di allargare la Piazza del Grano per dare aria all’attuale Piazza Mazzini; per fare spazio, la neonata torre fu condannata a morte, all’acerba età di 53 anni. Come si vede, anche in passato, non tutte le scelte erano lungimiranti.

 

Anche per la meridiana, rimasta vedova, si profilò la fine. A metterci un carico da undici ci fu la costruzione dell’edificio al numero 9 di Piazza Fortebraccio, come risulta da una pianta del Catasto gregoriano (figura 10) risalente al periodo 1830-1850. Da quel momento la zona assunse l’assetto attuale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La nuova costruzione “accecò” la finestra della sala superiori dove la meridiana era dimorata, privandola della sua funzione. Di conseguenza fu licenziata e sfrattata. Trovò rifugio nel locale in cui è stata ritrovata, declassata a semplice elemento decorativo, seppure con il vantaggio della protezione dalle intemperie. Successivamente si è infierito, segregandola sotto l’intonaco. Insomma: oltre che nella vita, lo strumento solare e quello meccanico sembrarono uniti anche nella fine. Ma per la meridiana ci fu una sorpresa.

 

IL RIPOSO FINALE

Riscoperta nel terzo millennio, a cura del proprietario la meridiana è stata spostata nel suo ambiente naturale, all’esterno di un casolare ameno nella dolce campagna umbra.

Sebbene impiccata in verticale - contrariamente alla sua natura di rilassarsi in orizzontale - e con orientamento casuale rispetto ai punti cardinali, è ben felice di essersi ricongiunta al sole, rimanendo un’interessante testimonianza della storia della Fratta.

 

GLI EREDI

Siccome l’appetito vien mangiando, mi ha incuriosito conoscere chi è subentrato alla meridiana e all’orologio suo marito, nel compito di scandire il tempo della nostra comunità dopo la demolizione nel 1872 dell’effimera torre della piazza.

Nessuno poteva raccontarcelo meglio di Egino Villarini, che mi ha affiancato alla tastiera del pc.

Nel mese di novembre del 1876 furono completati i lavori per l’ampliamento della vecchia Piazza del Grano, decisi dal Comune a causa dell'aumento del volume delle attività commerciali, dell'accrescersi della popolazione e del fatto che essa "era in angusto spazio ristretta"; non ultimo, "il poco decente aspetto dei fabbricati" che immiseriva il palazzo Sorbello, sede del Comune.

La piazza (oggi piazza Matteotti) prese il nome di Umberto I. Al centro del palazzo di fronte al municipio (Figura 11) fu collocato un nuovo orologio con campana. Era azionato da grossi blocchi di pietra che, appesi ad una catena, scendevano dall’ultimo piano fino a terra, dove era collocato l’Ufficio postale. In tempi più recenti, il compito di girare la manovella per far risalire i pesi non poteva non essere affidato a Gino Vannoni, orologiaio. Fu lo stesso ingegner Villarini a sollevarlo dall’incombenza automatizzando l’operazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 1918 entrò nella vita degli umbertidesi l’orologio della scuola elementare (Fig. 12), con il compito di avvertire gli scolari, alle 8 e un quarto, che era l’ora di incamminarsi e, alle 8 e mezza, che la porta si stava chiudendo. Oggi gli orologi sono dappertutto - per le strade, nelle piazze, addosso a chiunque - per sincronizzarsi con i ritmi frettolosi della vita moderna. Ma tutt’altra sensazione sarebbe rispondere, come ieri, alla chiamata a raccolta dalla voce della scuola: un rito solenne della comunità, a testimonianza della premura collettiva riservata al processo di inserimento dei giovani nel ciclo della vita sociale. Quei rintocchi famigliari, allora erano percepiti da tutti, grazie al silenzio nel paese e alla concentrazione delle abitazioni; oggi sarebbero forse soffocati dal rumore delle auto e smorzati per la lontananza delle periferie. Eppure potrebbero rappresentare il simbolo di una comunità coesa e armonica, nauseata da decenni di smodato individualismo.

Sarebbero opportuni soprattutto in questi tempi di clausura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NOTA

A proposito del volume del Fabretti, voglio raccontare un dettaglio singolare. Insieme ad Amedeo Massetti lo stavamo consultando nella Biblioteca Augusta di Perugia, quando ci imbattemmo in una pianta riferita a “Fratta” (figura 13, a sinistra), ma appariva totalmente diversa da quella del nostro paese. Pensammo che fosse frutto di un errore, verosimile anche per la bassa qualità del disegno, attribuibile ad un autore alle prime armi. Dopo varie considerazioni, scoprimmo il dilemma: l’immagine era stata copiata in controluce sul vetro di una finestra, ma dal lato sbagliato. È bastato fare l’operazione opposta – stavolta con il pc – per avere il disegno giusto, ma con il nome “Fratta” invertito (figura 13, al centro). Un ingrandimento della pianta (figura 13, a destra) fa intravedere la mancanza dell’edificio del ritrovamento. Si nota anche un dettaglio interessante: è segnalata con una croce (appena percepibile) una chiesetta – ad indicazione che era ancora officiata – annessa all’adiacente monastero delle Monache di S. Maria di Castelvecchio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NOTE AL TESTO:

Arch. Notar. di Umbertide, Notaio Nicola di Antonio, atti 1448 – 1450, cat. 276 /74, carta 11 / v

Arch. Notar. di Umbertide, Notaio Nicola di Antonio, atti 1448 – 1450, cat. 276 /74, carta 99 /

Arch. Notar. di Umbertide, Notaio Nicola di Antonio, atti 1464 – 1466, cat. 283/5, carte 10 / r, 120 / v, 225/ v

 

RINGRAZIAMENTI

Per questa piccola ricerca, mi sono ampliamente avvalso del lavoro di amici:

  • Renato Codovini, generoso iniziatore e suggeritore per tutti i ricercatori di storia locale, che ha riesumato documenti storici altrimenti destinati a rimanere sepolti negli archivi;

  • Amedeo Massetti, indimenticabile amico e cittadino perfetto;

  • Egino Villarini, fonte inesauribile delle innovazioni introdotte nel paese, con l’affidabilità e i dettagli per esserne stato protagonista;

  • Adriano Bottaccioli, che ha immaginato da ogni punto di visuale i pezzi scomparsi del nostro paesone, ricostruendoli con la capacità dell’artista e con l’affetto dell’ex-emigrante;

  • Mauro Bifani e Manlio Suvieri, che hanno fornito le informazioni tecniche indispensabili alla ricostruzione di una storia verosimile per la nostra meridiana.

  • Fabio Mariotti, che ha verificato il testo (una volta mi affidavo ad Amedeo), arricchendolo di immagini.

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