PICO DELLA MIRANDOLA A FRATTA

Arrivò nell’antico borgo fortificato nell’estate 1486

 

 

 

 

a cura di Fabio Mariotti      

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovanni Pico della Mirandola e Fratta: un connubio che dette risultati fecondi. Il grande umanista, originario appunto di Mirandola, in provincia di Modena, celebre per le capacità intellettuali e la prodigiosa memoria, arrivò nell'estate del 1486, spinto da un'epidemia di peste scoppiata a Perugia dove si era rifugiato in seguito alla burrascosa vicenda amorosa con la moglie di Giuliano di Mariotto de' Medici, fiorentino.

II borgo fortificato di Fratta offriva garanzie di un buon isolamento sanitario dal contagio, essendo completamente circondato dalle acque ed avendo soltanto due ingressi (la porta del torrione decagonale all'inizio del ponte sul Tevere e la porta della Campana), dai quali era facile controllare ogni persona che entrasse. A Fratta trovò un ambiente

sereno, tranquillo nonostante gli echi delle lotte politiche tra

Perugia, il Papato, Firenze e Città di Castello.    

Non è fuori luogo pensare che alloggiasse in una qualche casa del

Terziere Superiore, a contatto con la folta e ricca comunità israelitica locale.

Opportunità unica per uno studioso di cultura e di lingua ebraica.

Di pari passo, Pico migliorò le proprie conoscenze anche in aramaico

ed arabo per approfondire quelli che chiamava i tesori delle letterature

orientali: Zoroastro, gli Oracoli dei Maghi, gli scritti di Esra e Melchiar.

Rapporti molto intensi con quel mondo, quantunque anche a Fratta

spirassero i venti della crociata antisemitica promossa dal frate minore

Bernardino da Feltre.

Sono dello stesso periodo "Commento alla canzone d'amore" di Girolamo

Benivieni, "Elogio della pace" e lettere a personaggi di chiara fama: Taddeo

Ugolini, Marsilio Ficino, Domenico Benivieni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alcune lettere scritte da Pico durante la sua permanenza a Fratta si traducono in uno spaccato della vita sociale del tempo.

Intanto, completa 1"'Oratio de dignitate hominis", considerata il manifesto del Rinascimento.

Secondo fico, la dignità dell'uomo è nell'assoluta libertà di scelta, nell'essere aperto a qualsiasi possibilità di vita. Nessuno ha una "natura" predeterminata da leggi, stretta entro limiti precisi. Libero "fabbro" di se stesso, a differenza delle altre creature, l'uomo può scegliere tra decadere al rango dei bruti o sollevarsi al divino, attuando in sé, ancora mortale, la congiunzione del finito e dell'infinito.

Concezione "rivoluzionaria", nata all'ombra della Rocca e maturata da fonti eterogenee quali Platone, Aristotele, Ermete Trismegisto, Tommaso d'Aquino, la Cabala.

Poco prima della morte, avvenuta nel 1494 a soli 31 anni, Pico della Mirandola si accostò alla predicazione di Girolamo Savonarola, alla cui difesa si dedicò appassionatamente, scrivendo due opere rivolte alle autorità ecclesiastiche ed una lettera intesa a sollevare l'opinione pubblica. Tutto inutile: il 23 maggio 1498 fra' Savonarola venne condannato ed arso a Firenze, accusato di eresia.

Il soggiorno di Pico a Fratta fu quindi fecondo. E c'è da essere orgogliosi che abbia scritto proprio qui il manifesto del Rinascimento e la più alta celebrazione della centralità e libertà dell'uomo nel suo rapporto con Dio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Testi presi direttamente dal volume di Pietro Vispi

“Il soggiorno e l’opera di G. Pico della Mirandola ad Umbertide”

 

Dalla prefazione (o meglio non prefazione, come la definisce l’autore Gianni Codovini)

“All’Autore (e non solo)

Innanzitutto un grazie per averci restituito un pagina veramente alta della nostra Fratta, nonché per averci consegnato un rigoroso esempio di ricerca storica e un coerente metodo di lavoro, che sembra derivato non solo dai suoi profondi studi teologici e giuridici, ma anche mutuato da una persona - Renato Codovini - alla quale la città di Umbertide, ed io stesso in primis, dobbiamo gratitudine e stima, tanto per il suo essere l'inarrivabile fonte archivistica locale quanto per il suo meticoloso e discreto modo di orientare giovani studiosi ed esperti ricercatori nello studio storico e documentario. Non credo di allontanarmi dal vero, o perlomeno di non far violenza alla volontà dell'Autore se affermo che, Don Pietro Vispi, con l'abituale sensibilità intellettuale che conosciamo ed apprezziamo, riconosce il debito metodologico nei confronti di Renato Codovini in quella affettuosa e bella dedica in calce al libro che, credo, tutti condividano.

Nel congedarmi dall'Autore e dal Lettore, consegno una mia impressione generale che vado sempre più confermando, che è quella poi di un intellettuale a me caro, Benedetto Croce: «ogni vera storia è storia contemporanea»(1). Condizione prima ed essenziale della storia - scrive Croce - è che il fatto, che si prende a narrare, vibri nell'animo dello storico. Ne consegue che ogni storia «se è davvero storia se cioè ha un senso e non suoni come discorso a vuoto», è contemporanea, sia che prenda in esame eventi remoti sia che consideri fatti vicini o presenti. Tale la morale generale che ho rafforzato leggendo il prezioso libro di Pietro Vispi.”

 

Umbertide, settembre 1995

Umbertide, Tishri 5756.

 

                                                                                                                                                                                            Gianni Codovini

 

Note:

1. Vds. B. Croce, “Teoria e Storia”; Laterza, Bari, 1976, pp. 1-5, ma anche “La storia come pensiero e azione”, Laterza, Bari; 1938, pp. 170-172.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il soggiorno a Perugia ed in Fratta

 

“Il periodo di tempo che riguarda il soggiorno perugino e poi a Fratta è in verità molto breve, ma, se rapportato alla brevissima vita del conte, e soprattutto poi a quanto e come in questo breve lasso egli abbia prodotto, potremmo quasi dire che sia stato uno dei più importanti vissuti da Pico.

Come già detto nelle brevi note biografiche, nella primavera del 1486 Pico è di ritorno da Parigi e, dopo aver sostato qualche tempo a Firenze, volendo, pare, dirigersi alla volta di Roma, allorché fu in Arezzo, il 10 di maggio, si trovò invischiato nella non chiara faccenda del rapimento di Margherita, moglie di Mariotto de' Medici. Come sappiamo, l'intervento del Magnifico mise fuori dai guai Pico, che, o per già deciso programma, o per altra ragione a noi sconosciuta, si ritira a Perugia.

Nasce abbastanza spontanea la domanda: come mai Perugia? Una risposta potrebbe essere data guardando bene gli interessi di Pico contemporanei all'avvenimento.

Giovanni aveva finora studiato con estrema profondità la filosofia specialmente aristotelica e averroistica, ma proprio questo studio “chiariva al Pico l'urgenza di risolvere il problema dei rapporti fra le sempre più ardite sue dottrine e la religione cattolica, quale è insegnata dalla Chiesa di Roma. Sotto l'incalzare di questo problema, anche i suoi studi orientali prendono un indirizzo nuovo. Finora sotto la guida di Elia, aveva soprattutto studiato il pensiero arabo nel suo più grande esponente: Averroè. Ora si volge verso pensatori che abbiano fatto oggetto di riflessione l'esperienza religiosa e, partito da Maimonide, si addentra nel campo del pensiero ebraico finché, affascinato dalle più esuberanti correnti mistiche, nelle immaginose interpretazioni simboliche dei testi scritturali crede di aver trovato una soluzione ai suoi problemi e una via di uscita per le sue difficoltà"(1).

Così egli comincia a studiare la Cabbala(2), utilizzando questa non tanto dal punto di vista dottrinario, quanto invece come metodo esegetico scritturale.

La confidenza con i testi dell'ebraismo era nata già a Padova attraverso l'iniziazione avuta dal del Medigo e continuò poi a Firenze, diventando vera attrazione, in seguito all'amicizia sorta col Mitridate; anzi, abbiamo certa notizia dell'organizzazione, proprio in casa di Pico, di convegni di ebrei per discutere i rapporti di interconnessione filosofica fra ebraismo e cristianesimo. I due maestri però non proponevano a Giovanni la stessa ottica; l'uno, Elia, israelita ortodosso, conosceva la Cabbala ma la rigettava come sapere spurio, l'altro, convertito al cristianesimo, era invece un fervente cabbalista. La differenza tra i due fu la causa di una reciproca inimicizia che durò tutta la vita; Pico comunque non interruppe i rapporti né con l'uno né con l'altro.

Il giovane conte resta dunque affascinato “dalla dottrina misteriosa, che Elia e Mitridate gli espongono; con notevole spesa egli si procura quei libri che legge con indefessa fatica; il risultato di tali letture è che Pico trova addirittura nei documenti della cabbala , oltre a dottrine filosofiche degne di Pitagora e di Platone, la conferma piena dei fondamentali misteri del cristianesimo, tanto osteggiati dagli ebrei intransigenti”(3).

Perugia, per quanto diremo nel capitolo seguente, era il luogo adatto ed ideale per la conoscenza e l'approfondimento dei testi cabalistici, luogo con una forte e colta comunità israelitica, centro di produzione di codici e città qualificata da uno Studio di ormai antico prestigio.

Del soggiorno perugino abbiamo molte testimonianze ricavabili dagli scritti di Pico, di Elia(4), del Ficino, e proprio a Perugia Giovanni fu raggiunto da Elia del Medigo; un ricco e fecondo colloquio intercorse tra i due, ma fu presto interrotto: nel luglio a Perugia scoppia un'epidemia di peste che consiglia l'allontanamento dalla città.

Il rifugio, da Pico, fu trovato in Fratta. Noi non sappiamo i motivi precisi della scelta, ma forse, proprio la presenza nel piccolo centro di una qualificata comunità ebraica, oltre il tranquillo isolamento anche sanitario, che il munito nucleo urbano poteva offrire, non dovrebbero essere stati argomenti ignorati da Pico.

Va poi sottolineato un particolare che, per quanto accidentale, ci ha molto incuriosito: nell' Oratio, allorché Pico afferma che la cabbala stessa diviene strumento di confutazione per gli ebrei... “integralisti”, egli ci dice di aver convinto alla dottrina trinitaria cristiana un coltissimo israelita, esperto di cabbala, di nome Dattilo(5). Sappiamo noi per certo, e lo illustreremo nel capitoletto apposito, che di sicuro uno dei massimi esponenti della comunità ebraica perugina, originario ed abitante di Fratta, era, all'epoca di Pico, proprio un certo Dattilo di Salomone, facoltoso banchiere. È solo sicuramente una pura coincidenza, quella appena descritta, e da questa non vogliamo certamente trarre conclusioni indimostrabili; essa tuttavia è causa di legittime suggestive fantasie.

Due parole vogliamo spenderle a chiusura di questa parte per dimostrare come la Fratta, nella quale Pico si trattiene, sia l'attuale Umbertide.

È vera la constatazione che di “Fracta” o “Fratta” la toponomastica del perugino ne annovera più di una: Fracta Filiorum Azzonis (Collazzone), Fracta Filiorum Fusci (Castiglion Fosco), Fratta di Guido (F. Todina), Fratta Cornia (nei pressi di Lisciano Niccone), ecc., però, nessuna mai viene citata in alcun documento senza la specificazione patronimica. L'unica Fratta, per antonomasia, in quanto anche centro senza dubbio più ragguardevole degli altri, e massima fortezza perugina, è Fracta Filiorum Uberti, che nella seconda metà dell'ottocento muterà il proprio nome in quello di Umbertide. Già dal 1145, in un diploma di Eugenio III, pubblicato negli annali camaldolesi(6) - e sempre in seguito, così come del resto fa lo stesso Pico e come sempre si riscontra nella cartografia ufficiale pontificia - Fracta Filiorum Uberti viene indicata col solo termine di "Fratta" o Fracta" senza il timore di cadere in equivoci di interpretazione o di definizione toponomastica.

Giunge pertanto Pico nella nostra regione, desideroso di studi, di approfondimenti personali, di serenità, in previsione del grande progetto romano. Egli trova una realtà ambientale ed umana che certamente gli aggrada e lo stimola se qui rimane fino all'immediata vigilia della, purtroppo mai sostenuta, disputa.”

 

                                                                                                                                                                                     Pietro Vispi

 

 

Note:

1. E. Garin, Giovanni Pico della Mirandola, Vita e Dottrina, Firenze, 1937, p. 27.

2. La Cabbala, o Cabala, significa “tradizione”, e divenne una delle componenti culturali del Rinascimento. Essa non è di facile definizione, consiste sostanzialmente in una forma di misticismo giudaico tuttora non molto studiato. Tale misticismo ebbe buona diffusione nel Rinascimento, e specialmente nel mondo cristiano fu utilizzato come metodo di esegesi biblica. La chiesa è sempre risultata diffidente nei confronti della cabbala tanto che dalla controriforma in qua essa venne vietata, così come tutti i testi di origine ebraica.

3. G. Di Napoli, op. cit., 55.

4. Cfr. Heliae Hebrei Cretensis, questio de ente et essentia et uno. Venetiis, 1546, fol. 142/r (volume contenente Super octos libros Aristotelis…, di Giovanni di Jandun)

5. Cfr. Oratio…, Trad. di E. Garin, fol. 139/r., Firenze, 1942.

 

 

Foto di Fabio Mariotti

Foto tratte da Internet (Wikipedia)

Disegno di Adriano Bottaccioli

 

 

Fonti:

- Calendario di Umbertide 2004 – Ed. Comune di Umbertide – 2004

- Renato Codovini: Storia di Umbertide - Il Secolo XV. Dattiloscritto inedito, 1992

- Pietro Vispi: Il soggiorno e l’opera di G. Pico della Mirandola ad Umbertide – Ed. Comune di Umbertide - 1996

Tomba di Pico della Mirandola, G. Benivieri e Poliziano
nel convento di Santa Maria a Firenze
Pico della Mirandola (Disegno di Adriano Bottaccioli)
Lo stemma di famiglia
Opera di Pico stampata nel 1601
  • Facebook
  • Instagram

© 2019 by umbertidestoria Wix.com

  • Facebook
  • Instagram