CENNI STORICI DELLA BANDA MUSICALE DI UMBERTIDE

Dal libro di Amedeo Massetti “Due secoli in marcia – Umbertide e la banda”

(Petruzzi Editore – Maggio 2008)

 

 

 

 

 

 

 

 

Dedichiamo questa pagina di umbertidestoria ad Amedeo Massetti che ha dedicato gli ultimi anni della sua vita alla ricerca storica locale con grande passione e competenza e di cui ci ha lasciato testimonianza con il libro bellissimo e molto documentato sulla storia della banda musicale cittadina. Ne proponiamo qui alcuni stralci, considerando anche che la storia del maestro Alessandro Franchi (un mito per i vecchi musicisti che lo hanno conosciuto) è inserita nella pagina dedicata alle biografie del Novecento.

E’ chiaro che rimandiamo al libro di Amedeo tutti coloro che volessero approfondire o conoscere comunque meglio questa appassionante storia che continua anche oggi.

 

A cura di Fabio Mariotti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le origini: la musica a Fratta

 

La prassi di eseguire canti durante le funzioni religiose, com'è noto, era ampiamente consolidata in epoca medievale. Le prime testimonianze di esecuzioni musicali in Fratta risalgono al XIV secolo e sono da contestualizzare nell'ambito della vita associativa legata alle Confraternite laicali.

Queste Confraternite o Compagnie avevano la propria sede e svolgevano la propria attività presso alcune chiese del paese, come quelle di Santa Croce e San Francesco. Avevano propri ordinamenti, una propria amministrazione ed erano sottoposte al controllo del vescovo. Nelle cappelle, le Confraternite facevano celebrare gli uffici religiosi da un ecclesiastico da loro regolarmente pagato, il quale aveva anche il compito di insegnare la musica a qualche ragazzo che poi eseguiva quanto appreso nelle cerimonie liturgiche in chiesa. Ecco quindi che in Fratta il primo accostamento al linguaggio musicale è costituito da queste semplici esecuzioni di musica sacra e liturgica che avvenivano sotto la direzione del cappellano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella Fratta del Seicento, l'insegnamento della musica era affidato al maestro della scuola pubblica del paese - sempre un sacerdote - gestita dalla Confraternita di Santa Croce. Questi istruiva i giovani delle famiglie più in vista ed essendo spesso un esperto di musica e organista in chiesa, curava anche la corale della parrocchia.

Anche nei secoli successivi, l'educazione musicale troverà negli oratori delle chiese la propria sede naturale e qualificata. Le Confraternite più facoltose avevano sempre avuto alle loro dipendenze un maestro di cappella, di solito un ecclesiastico. Curava la liturgia canora ed impartiva lezioni di musica ai ragazzi che frequentavano l'oratorio e facevano parte del coro. Nel 1764 il maestro di cappella della parrocchia di Santa Maria della Reggia, Silvestro Fanfani, riceveva un compenso (notevole) di 76,33 scudi.

Tra le parrocchie e le varie Confraternite "spesso si scatenava una gara di emulazione per dare agli avvenimenti religiosi il carattere di grandiosa solennità, proprio attraverso la musica e il canto corale". Per la festa della Madonna, ad esempio, 1'8 settembre del 1695, la parrocchia di Santa Maria della Reggia spese 1,62 scudi per i musici che eseguirono lettanie, messa cantata e vespri solenni. Anche due anni dopo, il 9 settembre 1697, Maurizio Savelli ricevette 7 paoli per ricognizione della musica, cioè per il pagamento dei musicisti che con la loro opera avevano solennizzato la festività".

Le Confraternite ricche, come quella di Santa Croce, chiamavano maestri forestieri tra i più bravi e famosi del tempo. Questi musicisti avevano un compenso di pochi scudi l'anno, ma arrotondavano il reddito con altri proventi e prestavano la loro opera in più Confraternite. A Fratta, non furono mai più di due o tre, pur essendo le Confraternite più numerose. In una quietanza di pagamento del 1704 al maestro Galeazzi da parte della Confraternita di Santa Croce, troviamo questa postilla:

“La nostra Confraternita è stata sempre solita di tenere salariato il Maestro di Cappella di questa Terra con l'annuo stipendio di scudi quattro, con l'obbligo di fare la musica per la festa di Santa Croce, della Madonna e per le tre sere dell'Esposizione del SS.mo nel Carnevale, e altre feste come al Consiglio del 21 novembre 1704”.

Nel verbale della riunione del 3 maggio 1707, si ha la conferma dell'esistenza di un regolare corso di musica dedicato ai ragazzi presso l'Oratorio di Santa Croce e in essa viene addirittura proposto di dare uno stipendio alla gioventù che si esercita alla musica di mezzo paolo per ciascheduna volta che interverranno a cantare per le feste della nostra chiesa. C'era dunque una vera e propria scuola di musica, tanto da ritenere necessario un incentivo economico a quei giovani meno motivati, che preferivano forse altri svaghi all'impegno del coro.

Anche la Confraternita di San Bernardino, seconda per importanza a quella di Santa Croce, aveva un suo Maestro di Cappella, che nel 1706 era Padre Romanelli, frate minore conventuale di Perugia, per l'esercizio di musica nelle funzioni ecclesiastiche e per l'istradamento dei giovani.

In alcune circostanze particolarmente importanti, si facevano venire musicisti da fuori, corrispondendo loro compensi elevati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 1765, ad esempio, per l'erezione della Collegiata, si spesero per il nuovo Coro 116 scudi e 31,5 baiocchi. La cifra era considerevole: oltre al compenso per i numerosi musicisti ed alle varie spese di trasporto incise molto anche il sontuoso e ghiotto pranzo, il cui piatto forte fu il pasticcio di maccaroni alla siciliana, imbandito nei tre giorni di permanenza del gruppo alla Fratta.

Nel 1795, la Confraternita della SS.ma Concezione, per la festa omonima, fece venire dieci professori di musica ed il Maestro di cappella della cattedrale di Città di Castello, per cui si spesero dieci scudi, non considerato però il signor Domenico Bruni che venne per favorire.

Altre spese sostenute per il pagamento di musicisti le troviamo nelle registrazioni di Santa Maria della Reggia, nella nota delle regalie date a diversi inservienti di questa Collegiata in occasione del Natale, della Pasqua e dell'8 settembre del 1819. Oltre che al maestro di cappella, venne corrisposto un compenso anche al dottor Burelli, a GioBatta Spinetti, a Bonaventura Spinetti (cantante), e ad Antonio Manzini (cantante tenore)". In quell'anno a Santa Maria della Reggia c'era ancora il maestro di cappella Giovanni Manzini, che morì pochi anni dopo; nel 1824 la Collegiata pagò una somma a Mariangela Manzini, vedova del maestro di cappella.

Accanto all'insegnamento legato all'ambiente ecclesiastico, esisteva una didattica musicale che si svolgeva nella maniera classica del tempo: il discepolo alloggiava in casa del maestro in una specie di scuola convitto o pensionato per gli anni necessari ad apprendere tutti i segreti dell'arte. Il rapporto tra la famiglia dell'allievo ed il maestro era regolato da un atto notarile, e spesso ad addestrare i giovani nella musica erano i maestri di cappella.

A Fratta troviamo un primo esempio di questo nel 1774: Clemente Ciangottini affidò il figlio Mariano a Domenico Romeggini, di Lucca, che in quel momento era maestro di cappella della confraternita di Santa Croce. Il ragazzo avrebbe dovuto rimanere con lui dieci anni, seguendo il maestro in tutti gli spostamenti, ed a questo sarebbe stata corrisposta una retta annuale.

Ma Mariano, due anni prima della scadenza del contratto, fuggì lasciando il proprio insegnante e costringendo il padre a corrispondere al maestro un'ingente somma a risarcimento dei danni.

Foto:

Archivio fotografico storico del Comune di Umbertide

La prima banda musicale

Il gruppo con le caratteristiche di banda musicale, nel senso che si dà oggi a questo termine, fu costituito a Fratta il primo settembre del 1833. Prese vita all'interno di quella società privata, non dipendente da istituzioni civili o religiose, liberamente creata da un gruppo di cittadini associati fra loro e amanti della musica, di cui si è detto: la Società Filarmonica di Fratta. I fondatori dell'associazione erano quasi tutti molto giovani e appartenevano al ceto dei possidenti, dei borghesi, oppure a quello degli artieri, cioè degli artigiani o artisti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il gruppo dei ventidue soci, che si chiamavano anche Accademici, perché le Società Filarmoniche avevano pure il nome di Accademie Filarmoniche, era costituito da Domenico Agostini, Giuseppe Agostini, Ruggero Burelli, Macrobio Brischi, Niceforo Cambiotti, Luigi Carelli, Domenico Carotini, Pasquale Chimenti, Giovanni Gigli, Lelio Lazzarini, Luigi Magi Spinetti, Luigi Mariani, Alessandro Martinelli, Angelo Martinelli, Demofonte Mastriforti, Antonio Montagnini, Averardo Paulucci, Cipriano Santini, Francesco Santini, Luigi Savelli, Luigi Vescarelli, e Antonio Vibi. Di quasi tutti abbiamo notizie nell'archivio storico comunale.

- Domenico Agostini, dipendente del Comune, incaricato come "assistente alla manutenzione delle strade";

- Giuseppe Agostini, nato a Fratta il 21 agosto 1817, possidente agrario, abitava in via Dritta (attuale via Cibo); svolgerà le funzioni di Priore e parteciperà alla prima guerra d'indipendenza'';

- Ruggero Burelli, nato a Fratta il 25 giugno 1803, possidente e notaio; segretario comunale, incarico che tenne per molti anni; abitava in via del Teatro (attuale via Alberti);

- Macrobio Brischi, "artiere" (artigiano), fabbro;

- Niceforo Cambiotti, mugnaio: la sua famiglia esercitava questo mestiere già nel XVII secolo;

- Domenico Carotini, nato a Fratta il 14 luglio 1805, fabbricatore di vasi di creta; abitava in via di Castelnuovo (odierna via Cavour); nel concerto municipale del 1862 suonerà il "quartino";

- Pasquale Chimenti, ceramista;

- Giovanni Gigli, nato a Fratta i1 4 marzo 1813, vasaio; abitava in piazza del Mercato (odierna piazza Caduti del Lavoro);

- Lelio Lazzarini, possidente, consigliere comunale; dal 1856 fino al settembre 1860, anno in cui ebbe fine il potere temporale del Papa in Umbria, Priore di Fratta; nel dicembre 1862, assessore facente funzioni di Sindaco;

- Luigi Magi Spinetti, possidente;

- Luigi Mariani, nato a Fratta il 6 settembre 1807, "artiere", probabilmente un fabbro, abitava in via San Francesco (odierna via Soli); nel concerto municipale del 1862 suonerà il corno;

- Angelo Martinelli, nato a Fratta il 25 luglio 1805, vasaio e possidente; abitava in via del Mercato (attuale via Magi Spinetti); sarà consigliere comunale dal 1838 al 1847; suonava il basso (lo suonerà anche nel concerto del 1862);

- Demofonte Mastriforti, nato il 28 giugno 1813, abitava in via Bremizia (odierna via Roma) al n. 24; "fabbro-doratore, il 12 marzo 1849 fu eletto consigliere comunale";

- Antonio Montagnini, nato a Fratta i1 31 maggio 1815, calzolaio, abitava in via Dritta (odierna via Cibo); nel Concerto del 1862 suonerà il clarinetto;

- Averardo Paulucci, nato il 10 aprile 1810, cassiere della Società Filarmonica; possidente, abitava in via Cavour; fu anche appaltatore del dazio sull'introduzione della legna ed altri combustibili; nel Concerto del 1862 suonerà l’ottavino:

- Cipriano Santini, possidente, era tra l’altro proprietario del podere al Vocabolo “Fosso”;

- il dottor Francesco Santini, nato a Fratta il 24 maggio1795, possidente agrario, abitava in piazza San Francesco; consigliere comunale; nel 1840 e nel 1841, Priore;

- Luigi Savelli, nato a Fratta il 22 novembre1800, possidente, abitava in via Dritta (odierna via Cibo); dal 1838, per alcuni anni, esattore comunale; dal 1 novembre 1817 fino al 1818 e dal 1825 fino al 1860 maestro di leggere, scrivere e numerica nella scuola comunale;

- Luigi Vescarelli, nato a Fratta il 19 febbraio 1810, ufficiale di posta; abitava in via di Castelnuovo (attuale via Cavour); sarà eletto consigliere comunale il 12 marzo 1849.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In una riunione successiva alla costituzione della Filarmonica, il primo dicembre 1833, gli Accademici stilarono un regolamento in cui venivano fissati gli aspetti organizzativi, finanziari e musicali della vita associativa. Questo Capitolato, che si compone di 26 articoli, è il documento più antico finora trovato sulla nostra banda, e la pone tra quelle con origini più lontane, non solo in Umbria, ma anche in Italia.

L’atto di costituzione formale della Società ufficializzava l’esistenza di un gruppo che si era andato aggregando già negli anni precedenti. Molto probabilmente erano stati alcuni di questi musicisti ad eseguire sei anni prima, il 10 giugno 1827, il Te Deum di don Antonio Guerrini nella chiesa di San Francesco, anche se il gruppo strumentale era stato integrato con elementi forestieri. Guerrini stesso, uomo di grande cultura e promotore di importanti iniziative nella Fratta di inizio Ottocento aveva cooperato alla formazione del gruppo bandistico, probabilmente anche impartendo l'insegnamento musicale a molti dei suoi componenti.

E interessante constatare come il regolamento, nel 1833, evidenzi la presenza anche a Fratta, all'interno della Società Filarmonica, di una banda turca, cioè di una sezione "specializzata" dell'organico bandistico limitata a pochi strumenti, probabilmente le sole percussioni (la cassa, i piatti, il tamburo rullante, ecc.), che veniva convocata solo per speciali occasioni e dietro preventiva comunicazione. Essa infatti doveva prestare il suo servizio - si legge nel Capitolato - soltanto quando ne avesse ricevuto il preventivo avviso.

Vediamo le regole che si erano dati i nostri Accademici e come funzionava la Società Filarmonica del nostro paese, il cui centro urbano contava in quell'anno 825 abitanti.

 

Aspetto organizzativo e artistico

Due deputati si occupavano dell'aspetto economico generale. Assimilabili agli amministratori delegati dei nostri giorni, venivano rinnovati ogni sei mesi, per estrazione dal bussolo (a sorte) fra tutti i componenti della Società. Quindi le due funzioni direttive apicali erano ricoperte a turno da tutti i soci; questo criterio denota una notevole forma di democrazia interna, bilanciata però dall'ammissione selettiva dei soci che, senza pregiudiziali di ceto, dovevano essere graditi al gruppo dei fondatori. Infatti, era difficile entrare nell'associazione musicale e i requisiti di ammissione ci fanno pensare ad un gruppo abbastanza chiuso. Gli aspiranti dovevano presentare una richiesta scritta al presidente che, dopo avere accertato l'abilità musicale del richiedente, la sottoponeva all'assemblea dei soci; la domanda veniva accolta soltanto con la maggioranza dei 2/3 dei voti. Se però qualcuno dei soci era contrario, portava le sue ragioni all'assemblea, e qualora fossero riconosciute giuste, non si procedeva neppure alla votazione.

La disciplina, in un gruppo che contava un discreto numero di persone, era abbastanza rigorosa. Tutti dovevano assoggettarsi all'autorità del maestro di musica, del capobanda e del direttore, i ruoli operativi più importanti nell'associazione, che sceglievano i brani da eseguire ed indicavano anche quelli da impararsi a memoria. Potevano stabilire prove supplementari oltre a quelle consuete domenicali. Essendo infatti i componenti occupati durante la settimana nel proprio lavoro, trattandosi di possidenti, impiegati e artigiani, le prove si svolgevano la domenica, di norma alle due del pomeriggio, in un locale destinato a tale uso, probabilmente il teatro, l'unico spazio allora esistente in paese per le attività ricreative. Assistevano soltanto gli Accademici, cioè i membri della Società Filarmonica, che dovevano tenere un comportamento tale da non turbare in minima parte l’istruzione.

Il suonatore non poteva presentarsi in ritardo alle prove o ai servizi musicali. Se lo faceva, dopo mezz’ora di tolleranza, veniva multato di tre baiocchi, e per ogni pezzo eseguito prima del suo arrivo pagava un altro baiocco, oltre a non percepire la sua quota di regalia, cioè il compenso ricevuto dalla banda per quella prestazione. Nessun altro motivo era ammesso, se non la malattia o impegni urgenti, di cui si doveva avvertire preventivamente il direttore. Il quale notificava ai musicisti la data delle prove straordinarie e dei servizi da effettuare tramite il bidello, che probabilmente aveva anche il compito di predisporre e riordinare la sede sociale.

Entro 15 giorni dall’incarico, un musicante estratto a sorte doveva copiare le partiture con scrittura chiara e corretta. Tutti dovevano avere una certa formazione e saper scrivere in bella calligrafia la musica, distribuita poi ai bandisti che dovevano leggerla e suonarla.

I maestri di musica dei vari strumenti attribuivano ai loro allievi il posto in banda e ne stabilivano il ruolo nell’organico strumentale. In alternativa, l’attribuzione competeva al direttore, tenendo presente l’abilità ed il talento del ragazzo.

I maestri formavano i giovani allievi in modo

completo, fornendo loro anche (come ad esempio

poteva fare Antonio Guerrini, dotato di grande

preparazione musicale) nozioni di armonia,

composizione e contrappunto, oltre a quelle di

lettura della musica e di tecnica dello strumento.

La Società Filarmonica di Fratta comprendeva un 

insieme di suonatori di strumenti a fiato (ottoni e

legni e a corda (archi), ed anche un cantante;

a seconda del tipo di servizio richiesto, adattava

l’organico alla circostanza.

Le divise non erano fornite dalla Società. Ma a carico

di ciascun musicante. Quella invernale, che si indossava

dall'autunno fino a marzo, era costituita da vestito nero

e calzoni neri; in primavera e in estate, invece, si metteva

vestito nero e calzoni bianchi. In mancanza, si raccomandava

di indossare il vestiario più decente. Alcuni, quindi, non

possedevano quanto richiesto e, in occasione dei servizi della banda, indossavano gli abiti migliori.

I musicanti avevano l'obbligo di custodire gelosamente i propri strumenti e ripararne qualsiasi danno; alla fine di ogni servizio dovevano riconsegnarli e depositarli nel locale della banda. Potevano anche acquistarli, e in questo caso le regalie loro spettanti venivano passate al cassiere fino al completo pagamento. Ma gli strumenti a colpo, cioè la grancassa, il tamburello, i piatti e il triangolo, anche se acquistati, dovevano comunque rimanere nel locale della banda e, in caso di assenza, il suonatore delegava all'uso una persona di sua fiducia. Se non lo avesse fatto, la Società della banda incaricava il più idoneo e responsabile: gli strumenti ritmici erano considerati essenziali nell'esecuzione e doveva esserci sempre qualcuno che li suonasse, come oggi.

Il gruppo musicale effettuava servizi anche fuori di Fratta e poteva rimanere in trasferta anche più di una giornata. Animava feste paesane e dava concerti. La Società Filarmonica aveva un carattere eminentemente civile e laico (anche se partecipava a feste e cerimonie religiose), con un repertorio sia sacro che profano.

I deputati (amministratori delegati) pensavano a procurare il locale o lo spazio idoneo all'esibizione in pubblico. L'ammontare della regalia dovuta da coloro che richiedevano i servizi musicali era determinata dai deputati stessi. Nel paese, non poteva essere inferiore a scudi 1,50; fuori di Fratta a scudi 2, oltre al trasporto, al vitto e all'alloggio.

 

 

 

 

 

 

 

 

Se una compagnia teatrale richiedeva l'intervento dei bandisti per uno spettacolo al teatro, i deputati stabilivano col capocomico un prezzo di favore in modo che l'importo di esso non rovini l'impresa ed impedisca alla popolazione di godere tale divertimento. In questo caso, quindi, gli strumentisti locali necessari per lo spettacolo teatrale suonavano per un compenso basso, a volte anche simbolico, per l'apprezzabile fine di consentire ai frattigiani di assistere a teatro agli spettacoli delle compagnie di passaggio".

Le uscite obbligatorie erano quelle del Corpus Domini e della SS.ma Concezione (8 dicembre), occasioni in cui probabilmente la banda, oltre a suonare in chiesa, accompagnava anche la processione.

Chi entrava in banda doveva firmare per accettazione un capitolato che stabiliva, fra l'altro, la durata della Società per un sessennio, che avrebbe avuto termine nell'agosto del 1839. Non sappiamo con certezza se alla scadenza naturale dei sei anni la Società Filarmonica di Fratta rinnovasse formalmente l'impegno; tuttavia è sicuro che il gruppo bandistico di ottoni e legni continuò a suonare regolarmente, e cinque anni dopo, nel 1844, nel pieno della sua attività, presterà servizio in importanti ricorrenze del paese.

 

Aspetto economico

Un deputato, eletto ogni due mesi, teneva il registro delle presenze dei musicisti alle prove ed ai servizi, dei ritardi e delle multe (puntature), che egli stesso applicava riscuotendo la sanzione, per assenze ingiustificate. Alla fine del mandato, presentava il rendiconto, versando il ricavato nelle mani del cassiere. Il cassiere doveva ritenere la cassa delle puntature e delle regalie: in sostanza, versava i compensi per i servizi della banda nella cassa, da cui prelevava le gratifiche per i suonatori. I soldi delle puntature erano riservati (quando c'era un'adeguata somma) per una ricreazione (riunione conviviale, festa) in un momento scelto dai suonatori, ma, a seconda del loro ammontare, potevano anche venire reinvestiti nella Società per l'acquisto di strumenti o altro.

In caso di espulsione, il musicante non aveva diritto alla ripartizione delle regalie; gli episodi di disaccordo fra maestro, capobanda o direttore con i bandisti venivano affrontati dall'intera Società, convocata per risolvere la controversia.

I musicisti percepivano una quota uguale, compresi i cantanti; il capobanda una quota e mezzo, la bassa banda mezza quota. Quest'ultima era quasi certamente la sezione ritmica del gruppo, cioè coloro che suonavano gli strumenti a percussione. Troviamo infatti che, nella banda di Treviglio (anch'essa del 1833), col termine bassa banda si indicavano il tamburone grancassa), la tamburella (tamburo rullante), il sistro chinese ed i piatti. I suonatori di questi strumenti erano ritenuti evidentemente un gruppo di minore istruzione ed abilità e prendevano la metà degli altri.

La Società Filarmonica di Fratta, così strutturata e regolamentata, continuò ad esistere fino al 1852 come associazione privata, indipendente da istituzioni pubbliche, anche successivamente all'emanazione della circolare del cardinale Gamberini. Evidentemente lo Statuto rispettava i criteri stabiliti dalla circolare del 1835 se il Priore di Fratta, nel 1852, segnalava al Comando austriaco di Perugia che la Società Filarmonica, pur non avendo "chiesto né ... avuto alcun superiore permesso", aveva continuato ad operare.

Foto:

- Archivio fotografico storico del Comune di Umbertide

- Amedeo Massetti (dal libro sulla storia della banda di Umbertide)

La festa centenaria e la fanfara della Guardia Civica

 

 

 

 

 

 

 

 

La Festa Centenaria e la banda

Una memorabile esibizione della Banda della Società Filarmonica di Fratta ci fu nel 1844, in occasione della grande Festa Centenaria che si celebrava per la seconda volta, ripetendo quella del 1744, un secolo prima. Si rievocava un evento la cui eco, dopo due secoli, non si era affatto spenta, ma segnava ancora profondamente il ricordo collettivo: la fine della guerra del Granduca del 1644, che aveva toccato da vicino anche la nostra piccola città sul Tevere, assediata dall'esercito toscano che aveva messo in serio pericolo i frattigiani, i quali avevano costruito formidabili fortificazioni sulle mura e con gran timore si erano preparati al peggio.

Il bicentenario divenne occasione di grandiosi festeggiamenti che si concentrarono particolarmente nei giorni delle tradizionali feste di settembre: dal cinque all'otto del mese. Le maggiori spese furono sostenute dalle Confraternite che, fin dal primo gennaio, avevano formato deputazioni con l'incarico di andare in giro per il paese a raccogliere i fondi.

Furono inviati biglietti stampati ai proprietari delle case, perché le illuminassero con torce e il sei settembre fu innalzato un pallone aerostatico. Si svolse anche una corsa di cavalli sciolti lungo il tratto diritto della strada per Città di Castello, oltre il ponte sul Tevere, dove, nei primi cento metri, correva un lungo argine. E poiché si prevedeva una grande affluenza di gente, come in realtà fu, per garantire la sicurezza della folla si costruì una lunga staccionata di legno ai due lati della strada.

Il sette e l'otto settembre, al calar della notte, si lanciarono fuochi artificiali a volontà; furono oltre mille i mortari, acquistati a Città di Castello e sparati dall'unico esperto frattigiano, Pietro Barafano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vennero illuminate le case, il palazzo comunale e le porte del paese con torce a vento, e si lasciarono accesi i fanali ad olio lungo le vie per tutte e quattro le notti.

Ci furono vari spettacoli al teatro e un servizio della banda musicale.

Dopo quelle del 1835, 1837, 1839 e 1840, è questa un'altra importante notizia storica documentata dell'esibizione del nostro complesso bandistico cittadino in uno specifico servizio in pubblico. Era stato chiamato per animare la festa dalla Compagnia della SS.ma Concezione, dalla quale fu anche pagato. Forse aveva fatto mesi di prove per preparare un repertorio degno di questa occasione speciale e probabilmente non aveva mai suonato davanti a tanta gente. Immaginiamo l'abilità di questi musicisti nel ricavare note armoniose dagli strumenti dell'epoca, non così perfezionati e tecnologicamente avanzati come quelli moderni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I suonatori indossavano probabilmente il "vestito nero e calzoni bianchi", la divisa estiva stabilita dal regolamento. Forse si saranno esibiti nella Piazza del Grano, detta anche del Marchese, che era più piccola di oggi o forse, dopo essersi radunati nello spazio fra le porte vicino al ponte, si saranno spinti marciando verso il Prato del Comune dove c'era tanta gente che assisteva alla corsa dei cavalli. O, più probabilmente, avranno suonato nel mercatale di Sant'Erasmo o nella piazza del Borgo Inferiore spazi sufficienti per un'esibizione da fermi, attorniati da centinaia di persone festose. Oltre a tutto ciò, ci furono solenni funzioni religiose con la partecipazione di molti suonatori giunti da Sant'Angelo in Vado, Città di Castello, Gubbio, Perugia e Foligno.

La ricorrenza rimase memorabile.

In questa festa ci fu in Fratta anche un'altra orchestra formata da una ventina di elementi di fuori, che aveva suonato nelle varie chiese durante le solenni funzioni religiose. I componenti erano stati pagati separatamente, ad uno ad uno, come risulta da apposite registrazioni e regolari ricevute. La banda aveva effettuato perciò un servizio prevalentemente civile, di animazione della festa, sfilando e suonando fra le affollatissime vie del paese, anche se è probabile che abbia partecipato a qualche processione, che per questo evento certo non mancò, vista la devozione dei frattigiani alla Madonna della Reggia alla quale attribuivano la grazia di essere scampati, due secoli prima, alla furia dell'esercito del Granduca di Toscana.

Dense di avvenimenti, quindi, queste feste di settembre del 1844, e mai più ripetute. Dopo questa ricorrenza, per le celebrazioni in onore della Madonna, tutto rientrò nei limiti di sempre.

 

La fanfara della Guardia Civica

Diverso da quello della banda fu il fenomeno della fanfara della Guardia Civica a Fratta. Nel marzo del 1848, in occasione dell'istituzione della Guardia Civica, il Consiglio comunale decise di riunire un concerto per la Guardia Civica con l'obbligo di prestarsi anche nelle pubbliche sortite del Magistrato [...] e fu approvato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La proposta di organizzare una banda musicale all'interno del Corpo cittadino era venuta dai consiglieri Giuseppe Savelli e Angelo Martinelli, appassionati musicisti, entrambi suonatori di controbasso, che troveremo quattro anni più tardi come membri dei Dilettanti Filarmonici di Fratta e nel 1861 attivi dirigenti della Società del Concerto. Probabilmente, quella che si intendeva creare e che quasi certamente fu istituita, era una fanfara: un gruppo ristretto di musicisti della banda che facevano parte anche della guardia civica e si riunivano per suonare nelle manifestazioni pubbliche e nelle uscite del Magistrato per le cerimonie civili. Una fanfara militare, insomma, con strumenti che si adattavano forse più alle parate che non ai concerti. In queste circostanze era necessario adoperare qualche strumento a percussione in più, almeno altri due tamburi. Per l'occasione si disse che se ne sarebbe voluto acquistare uno, trovando qualcuno da fuori, perché quello di Fratta non era molto capace. La questione però fu risolta mandando il tamburino Giacinto Tancredi a un corso di perfezionamento a Perugia. L'istituzione della Guardia Civica creò a Fratta grande entusiasmo, e probabilmente i componenti della fanfara erano i migliori suonatori di strumenti a fiato della banda, che avevano così trovato un'altra occasione per esprimersi ed assunto un ulteriore impegno nella propria attività musicale. Siccome per l'equipaggiamento di questo Corpo non si badò a spese, è possibile che siano stati acquistati nuovi strumenti.

Non si hanno altre notizie sull'attività della fanfara che, però, verosimilmente, dovette prestare la sua opera a Fratta in svariate occasioni.

Foto:

- Archivio fotografico storico del Comune di Umbertide

- Locandina teatrale dal libro sulla banda cittadina di Amedeo Massetti

L'insegnamento della musica a Fratta

 

La Collegiata e il maestro di cappella. Giuseppe Foraboschi

Mentre con la nascita e lo sviluppo delle bande la musica usciva dalle chiese per diffondersi nella vita civile, continuavano ad essere attive a Fratta le scuole di musica tenute dai maestri di cappella, che con le bande condivideranno per lungo tempo le alterne fortune. Dalle scuole di musica, infatti, le bande attingeranno le professionalità più elevate e le nuove leve di musicanti.

Chi si era occupato dell'insegnamento della musica a Fratta, fino a questo momento, era la Collegiata. Insieme alle Compagnie (le Confraternite) che contribuivano alla spesa, questa prevedeva una somma annua di 70 scudi per lo stipendio del maestro di cappella. Nel 1810, al maestro venivano corrisposti 54 scudi annui`. Una cifra favolosa, considerati gli stipendi di allora", che si mantenne sempre su livelli alti. Ciò spiega come molti tra i più bravi musicisti del tempo ambissero a venire nel nostro paese per occupare quel posto. Tra i più autorevoli maestri che avevano ricoperto tale ruolo c'era stato il canonico Antonio Guerrini, compositore di Messe ed altri pezzi sacri, come un Te Deum a piena orchestra (1827), un Tantum Ergo a tenore (1830) ed un Kyrie (1837?) nel quale venivano impiegati solo strumenti a fiato. Guerrini esercitò per molti anni l'ufficio di maestro di cappella della Collegiata (la chiesa principale della sua patria) senza mai percepire alcun compenso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal 1835 anche il Comune di Fratta contribuì a questa spesa della Collegiata, partecipando però alla scelta del maestro. In quell'anno aveva stanziato un contributo di 25 scudi per il triennio 1835-1837 e fu incaricato Giuseppe Foraboschi, che avrebbe dovuto impartire anche l'insegnamento della musica ai giovani. “Nato a Montefiascone (Sabina) [nel 1806, N.d.A.] poi divenuto perugino, Foraboschi resse la cappella della cattedrale [di San Lorenzo] e la scuola comunale di Perugia nel 1844 -1846. Nel diploma di maestro di cappella dell'Accademia di S. Cecilia, conferitogli il 30 maggio 1845, che era conservato nella sala di ricevimento del Ricovero da lui fondato, è nominato Giuseppe Foraboschi di Perugia.

Consigliere e censore dell'Accademia S. Cecilia, [fu] allievo in Roma del maestro Fioravanti, allora maestro in San Pietro. Trovandosi a Corfù in occasione del passaggio del re Ottone, fu nominato direttore di tutte le musiche di quella città, dove surrogò il maestro Battagel nella direzione della banda musicale del Reggimento 88° di Sua Maestà Britannica, comandato dal colonnello O' Malley, direzione che tenne per sei anni. Dall'Inghilterra si trasferì a Perugia, dove fu nominato dal magistrato a succedere al Tancioni nel 1844 [...].

Assistette con molte altre personalità della musica ai funerali di Francesco Morlacchi, celebrati nel duomo di Perugia il 14 gennaio 1842.

Giuseppe Foraboschi risiedette per qualche anno ad Umbertide, dove sposò Blandina Agostini. Morì a Perugia il 22 giugno 1878, nella sua casa in via del Circo, al n. 5.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Foraboschi si distinse per un'opera straordinaria: la creazione del “Ricovero per i virtuosi di musica poveri della Provincia dell'Umbria". L’istituto “trae origine dal testamento olografo di Foraboschi del 15 gennaio 1883 e successivi codicilli depositati presso il notaio Benedetto Tassi il 25 giugno 1887 e si regge secondo le norme tracciate dalla Legge sulle Opere Pie. Il Ricovero che porta il suo nome fu aperto il 12 luglio 1891, e ogni anno si commemorava con gratitudine dai ricoverati. Secondo lo statuto vi potevano accedere solo i virtuosi di musica, esclusi i fabbricanti di strumenti della Provincia dell'Umbria che traevano la loro fonte di guadagno esclusivamente dall'esercizio dell'arte musicale e che invecchiando non potevano più esercitare”.

Foraboschi compose la Sonata funebre (1841) per il funerale di Francesco Morlacchi. La sua sinfonia per orchestra, Il bivacco, fu eseguita a Perugia nel 1874. Sono note altre sue composizioni musicali e scritti.

Il maestro di cappella Foraboschi aveva sicuramente rapporti anche con la Società Filarmonica, perché alcuni dei ragazzi che apprendevano la musica da lui entravano poi in banda a suonare uno strumento. Forse era lui stesso l'insegnante degli ottoni ed è molto probabile che per qualche tempo sia stato anche direttore del gruppo bandistico, visto che non ci sono stati tramandati nomi di altri maestri. Giuseppe Foraboschi però non rimase a lungo alla tastiera dell'organo della Collegiata e ad istruire nella musica i giovani della banda. Alla fine del suo incarico triennale (1837) se ne andò da Fratta, lasciando per molti anni il paese senza maestro di cappella. Doveva essere davvero un ottimo musicista se, come si è visto, in seguito si stabilì al servigio di sua Maestà Brittannica; poi andò a Perugia come maestro di musica.

 

 

Francesco Colombati maestro di cappella e la banda musicale

Il 15 dicembre 1849, redatto il previsto capitolato col Comune ed avuta l'approvazione dell'atto dal Commissario pontificio, fu rifermato il maestro di cappella in servizio, il professor Francesco Colombati di Pergola. Colombati, organista, diplomato all'Accademia Filarmonica di Bologna, era nato a Sant'Elpidio a Mare nel 1823 e veniva da una illustre famiglia di musicisti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Due anni dopo, il 15 gennaio 1852, Francesco Colombati fu rifermato dal Comune; in quell'anno faceva anche parte dei Dilettanti filarmonici di suono e di canto di Fratta. Dunque, a questa data, la Società Filarmonica operava sotto questa nuova denominazione. Non a caso Colombati è al primo posto nell'elenco dei musicisti e, molto probabilmente, era anche incaricato della istruzione e direzione della banda, visto che una parte del suo compenso annuale veniva corrisposta dal Comune.

Il gruppo musicale di Colombati suonava sia a teatro che in chiesa, prestava servizi in paese anche in occasione di feste e manifestazioni pubbliche. Suonò, ad esempio, per i festeggiamenti organizzati in occasione della visita e permanenza in Fratta del cardinale Giuseppe Pecci, vescovo di Gubbio, il 9 maggio 1852. Fu una grande festa e il Consiglio comunale, il 3 giugno successivo, deliberò il pagamento delle (ingenti) spese, di 21 scudi e 43 baiocchi, per fuochi d'artificio, rinfreschi e ricognizione alla banda, la ricompensa, in segno di “riconoscimento” per l'opera prestata dal gruppo musicale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma nel novembre del 1852, il professore rinunciò al suo incarico e a dicembre se ne andò da Fratta perché nominato maestro di cappella della Cattedrale di Gubbio. Colombati era sposato, aveva due figli, Emanuele e Maria: lo stipendio offertogli dal Capitolo eugubino era più alto di quello della Collegiata e più adatto per le esigenze della sua famiglia.

D'ora in poi, per vari anni, vedremo le vicende della nostra banda intersecarsi direttamente con quelle del maestro di cappella della Collegiata. A Fratta, come avveniva in molte altre città, le figure si sovrapponevano. Questo musicista di nomina ecclesiastica, al quale si richiedeva una preparazione completa, tanto da dover essere anche compositore ed insegnante, era utilizzato dai Comuni o dalle Filarmoniche per la formazione dei giovani che avrebbero fatto parte della banda.

Oltre ad accompagnare con l'organo le cerimonie religiose, impartiva i primi rudimenti degli strumenti a fiato e dirigeva il gruppo bandistico.

La banda di Fratta era un'entità autonoma, nata dalla Società Filarmonica; il Comune però la sosteneva indirettamente finanziando la Collegiata con un contributo per lo stipendio del maestro di cappella che, con il suo insegnamento, creava il vivaio dei futuri musicanti.

 

Foto:

Dal libro di Amedeo Massetti “Due secoli in marcia – Umbertide e la banda” – Petruzzi Editore, 2008

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La rinascita della banda e la festa di Santa Cecilia

 

Riparte la banda dopo la Grande Guerra

Il maestro Franchi lavorava assiduamente alla scuola con le sue non comuni doti didattiche che sapeva applicare allo studio di ogni strumento". Il 27 maggio 1920 invitò i vecchi componenti della banda di Umbertide ad una riunione che si sarebbe svolta il 30 maggio presso la sede della scuola di musica, in casa Nunzi. Il raduno avrebbe preparato un incontro richiesto dal Commissario prefettizio, Tacchi, da poco subentrato al sindaco Andreani. Il colloquio col Commissario avvenne il 10 giugno alle 21.30, nei locali del Municipio. Tra gli invitati anche i giovani, per un totale di 44 musicanti. Parteciparono:

1. Pucci Celestino, trombone accompagnamento - 2. Guardabassi Gaetano, non suona -

3. Pucci Arnaldo, clarino - 4. Bebi Quadrio, clarino - 5. Cozzari Giovanni, basso Sib - 6. Lisarelli Eugenio, cornetta - 7. Vibi Ovidio, basso Fa - 8. Alberti Quartilio, clarino - 9. Bettoni Raffaele, cornetta - 10. Salciarini Raffaele, trombone accompagnamento - 11. Bartolini Giovanni, basso o trombone - 12. Fucelli Galileo, clarino - 13. Melgradi Silvio, cassa - 14. Melgradi Michele, flauto - 15. Mariotti Celestino, quartino - 16. Villarini Domenico, tromba accompagnamento - 17. Rinaldi Giuseppe, genis - 18. Zurli Astorre, genis - 19. Fiorucci Amedeo, cornetta - 20. Codovini Riego, bombardino - 21. Ivo Rossi, bombardino - 22. Barbagianni Giuseppe, trombone - 23. Barbagianni Angelo, trombone -

24. Ceccarelli Luigi, trombone - 25. Celestini Giovanni, genis - 26. Polveroni Giuseppe, clarino - 27. Villarini Mario, clarino".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si discusse a lungo sui provvedimenti da prendere per ricostituire una banda efficiente. Gli intervenuti erano molto motivati e Franchi illustrò a fondo la situazione al Commissario, interessato all'argomento. Fece presenti le numerose carenze di strumenti, anche se l'organico era sufficiente per ricominciare, in attesa di qualche altro ragazzo. Alla fine, anche per ripartire su basi più certe possibili, si decise di mettere nero su bianco, di affidare ad alcuni la compilazione di uno statuto. La commissione per il regolamento fu formata da Quadrio Bebi, Riego Codovini, Giovanni Cozzari, Giovanni Bartolini, Giuseppe Polveroni, Ivo Rossi e Gaetano Guardabassi".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La riunione portò i suoi frutti e dal Comune cominciarono a partire i primi provvedimenti a sostegno della banda. Il 16 luglio 1920 il Commissario Tacchi adottò una deliberazione per riparare gli strumenti, bisognosi di restauro, o per il lungo tempo in cui erano stati lasciati in abbandono o per altre "deficienze tecniche". I possessori, quasi tutti operai "e quindi in limitatissime condizioni economiche", non avevano la possibilità di provvedere con i propri mezzi. Tacchi deliberò una spesa di lire 801, poi ne aggiunse altre 52,50 per l'acquisto di 35 "libretti per Marce". E in quello stesso mese di luglio il gruppo musicale riprese finalmente l'attività.

Sul finire dell'estate la banda era risorta. Che avesse ripreso a funzionare regolarmente e fosse stata apprezzata dagli umbertidesi nei festeggiamenti dell'8 settembre 1920, lo dice Il Messaggero uscito nei giorni a ridosso della Solennità della Madonna: "...È nella religione dell'arte, del buono e del bello, che il maestro Franchi, con opera veramente ammirevole, è riuscito a far risorgere il nostro Concerto che, composto di tanti giovani elementi, promette molto ..."(1).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È interessante anche constatare la ricchezza e la solennità dei festeggiamenti religiosi, curati per l'occasione dal giovane "solerte parroco arciprete don Luigi Cozzari"(2), ai quali ebbe grande parte anche il maestro Franchi. Partecipò il vescovo di Città di Castello monsignor Carlo Liviero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nasce la “Sveglia di Santa Cecilia”

Il 22 novembre 1920, su iniziativa del maestro Franchi e del presidente Gaetano Guardabassi, venne celebrata per la prima volta la festa di Santa Cecilia. La banda, "sin dal mattino di buon ora, percorse le vie principali della cittadina iniziando così con una geniale trovata la simpatica festa".

La banda aveva inaugurato la "sveglia" di Santa Cecilia. Sfilando e suonando per le vie del paese nelle prime ore del mattino aveva procurato un piacevole risveglio musicale agli umbertidesi. Franchi e Guardabassi avevano avuto una bella idea, tanto che questa tradizione continua anche ai giorni nostri.

Il pomeriggio ebbe luogo un concerto preparato con ogni diligenza artistica dal nostro valente maestro prof. Alessandro Franchi al quale spetta il maggior merito per la rinascita del concerto cittadino. E dopo il programma musicale, la tradizionale cena.

 

Il Messaggero del 28-29 novembre 1920 dedica

un articolo all’evento: “… Tutti i pezzi, tra cui

due riuscitissime composizioni dello stesso

maestro, riscossero le unanimi approvazioni

della cittadinanza che fu larga di meritati applausi

per la riuscita generale del programma e della

simpatica festa. Non mancò il tradizionale banchetto 

durante il quale regnò il più allegro e schietto

entusiasmo di tutti i convenuti e non mancarono

neanche discorsi augurali inneggianti a questa bella

istituzione tanto efficace, specialmente per la cultura

musicale del popolo e per la vita e per la fratellanza

cittadina; e affinché questa novella istituzione possa

degnamente prosperare, auguriamoci che essa ottenga

l’appoggio morale e finanziario, sia dell’Amministrazione

comunale che di ogni singolo cittadino. All’amatissimo

maestro Franchi, al solerte presidente della Banda, sig.

Gaetano Guardabassi, ed ai musicisti tutti, vada il

compiacimento della cittadinanza umbertidese”.

 

Oltre agli allievi e i componenti il concerto, "vi presero parte

anche gli ex musicanti e si rinsaldarono in maggiore fraterna

alleanza disparità d'idee e di vedute, dimostrando così come

con giovialità e moderatezza ancora si possano in simili circostanze

unire in un pensiero buono ed amichevole persone che, purtroppo,

bene spesso si combattono aspramente". La cena di Santa Cecilia

era riuscita a rimettere insieme persone di idee politiche

completamente diverse, in un momento in cui la vittoria dei socialisti

alle elezioni amministrative del 24 ottobre aveva creato forti

contrapposizioni e si cominciava a sentire la reazione violenta delle

prime organizzazioni fasciste. La festa della santa patrona dei musicisti fu quindi riuscitissima nella sua famigliarità, e unanime fu la riconoscenza al maestro Franchi, "giovane e bravo autore e direttore che tanto bene fa al paese sia con l'aver ripristinato il concerto cittadino che per la perfetta esecuzione dà buonissimo affidamento per l'avvenire, sia per la locale Schola Cantorum di cui è anima vera".

Probabilmente, però, c'era necessità di una sede adeguata, se nel mese di dicembre il nuovo sindaco Settimio Rometti chiese al conte Emanuele Ranieri un locale in una casa di sua proprietà in via Cavour. Ma il conte rispose che non gli era possibile concederlo perché già occupato dal “Circolo Giovanile Antonio Guerrini”.

 

Note:

(1) Il Messaggero dell’11 settembre 1920 riporta anche la descrizione di altri avvenimenti svoltisi durante la festa dell’8 settembre 1920: “La nostra cittadina, mercé l’opera tenace e indefessa di pochi giovani, cui l’odio di parte non fa velo e non ha distrutto l’amore al natio loco e alle arti belle, è stata allietata da graziosi festeggiamenti a scopo di beneficenza pubblica. ...Il maestro Maccarelli si è rivelato ieri sera per un perfetto artista, nella recita del “Burbero benefico”, la difficilissima opera goldoniana, insieme al maestro Rondoni, Antonio Igi e Domenico Pauselli; simpaticissima e perfetta pure la maestra Fornaci e la professoressa Garognoli. Riuscitissime e graziose la Fiera di Beneficenza e la gara di nuoto sul Tevere...”.

 

(2) Don Luigi Cozzari nacque il 4 febbraio 1982. Nel 1906 fu ordinato sacerdote. Molto attivo nelle organizzazioni cattoliche, fondò ad Umbertide, insieme a don Bosone Rossi, il circolo cattolico “Silvio Pellico” con sede in via Soli, annessa alla chiesa di Santa Croce.

Fu parroco della Collegiata di San Giovanni Battista dal 1911 al 1956, quando gli subentrò don Antonio Fanucci. Morì ad Umbertide il 15 marzo 1965.

 

Foto:

- Archivio fotografico Amedeo Massetti

- Archivio fotografico Corradi

- Archivio fotografico don Luigi Cozzari

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Il maestro Pietro Franceschini

Da allievo prediletto del maestro Franchi alla direzione della ricostituita banda musicale

di Umbertide dal 1966 al 1970, ma soprattutto eccezionale docente e formatore di tanti giovani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pietro Franceschini costituisce un caposaldo nella storia della banda. E non solo della nostra. Non c'è suonatore di strumento a fiato in Umbria che non lo conosca. La sua attività di musicista si è intersecata più o meno direttamente con la storia di tutte le bande della regione per quasi cinquant'anni.

Era nato a Montecastrilli, in provincia di Terni, il 10 dicembre 1919. Per seguire gli spostamenti del padre, ferroviere, arrivò ad Umbertide nel settembre del 1925 assieme ai fratelli Dino e Goffredo (che diventeranno nella banda rispettivamente un flautista e un clarinettista) e si stabilì con la famiglia a Montecorona.

A nove anni entrò nella banda di Franchi che gli insegnò il solfeggio e i primi elementi della tromba. Il maestro capì di aver davanti a sé un eccezionale talento naturale e lo inserì subito nell'organico facendolo suonare nei servizi bandistici. A dieci anni già si esibiva nei concerti in piazza Umberto I, con una cassetta di legno sotto i piedi per essere “all'altezza” degli altri. Franchi aveva scoperto un trombettista di rara bravura, si affezionò al ragazzo, ne curò la formazione musicale e gli affidò ruoli sempre più importanti. Pietro, a dodici anni, era già uno strumentista apprezzato e lo chiamavano anche le orchestrine da ballo più famose della zona, come quella di “Palazzone”, di “Pippo del Caporale”, ed altre. Franceschini suonerà nella banda di Umbertide per molti anni, attirando l'attenzione anche nei dintorni per la sua bravura. Successivamente farà parte di orchestre di musica leggera e la sua tromba diventerà leggendaria.

Nel 1939 cominciavano a spirare i venti di guerra e Franchi, come un buon padre, si preoccupò dei destini del ragazzo. Conosceva bene il direttore della Banda Presidiaria dell'81° Reggimento Fanteria di Roma, Edoardo Castrucci, e gli scrisse chiedendogli di inserire nell'organico il giovane talento per evitargli un'eventuale chiamata in zona di guerra. Franceschini infatti era stato già sottoposto alla visita militare ed assegnato al Vº Reggimento Bersaglieri di Siena: aspettava solo la cartolina per partire. Il maestro della Presidiaria, alla fine di settembre del 1939, invitò subito il giovane a Roma per sostenere una prova, brillantemente superata, e la giovane recluta fu arruolata nella banda militare. Non tornò nemmeno a casa per prendere gli effetti personali e qualche documento, ma si fece spedire dalla famiglia le cose più urgenti.

Iniziò così il suo impegno con la banda militare di Roma, nella quale effettuò molti servizi importanti come solista in concerti spesso tenuti alla Basilica di Massenzio e al Pincio. Ebbe come collega un “eccezionale” suonatore di piatti, Alberto Sordi, figlio di un noto professionista del basso tuba, anche lui arruolato da poco in banda, forse aiutato dal padre per evitargli il fronte. Il giovane romano stava già avviandosi alla carriera di attore e recitava in spettacoli di prosa al Sistina e in teatrini di avanspettacolo; aveva fatto anche il doppiatore di Oliver Hardy. Franceschini si divertiva spesso con le simpatiche battute che l'attore in erba improvvisava la sera in camerata, senza immaginare che presto quel suonatore di piatti sarebbe diventato l’Albertone nazionale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I suoi colleghi musicisti (fra i quali il professor Luigi Francavilla) lo guardavano con ammirazione e si stupivano nell'apprendere che quel valente trombettista non avesse un titolo accademico formale. Incominciarono le pressioni per la sua iscrizione al Conservatorio, ma Pietro rimase a lungo indeciso finché una sera assistette ai suoi assoli in un concerto Tullio Semproni, prima tromba dell'orchestra dell`Augusteo che, dopo aver parlato col maestro della banda, convinse il giovane umbertidese ad iscriversi a regolari corsi accademici. Franceschini si tuffò nello studio, prese lezioni private di armonia e di storia della musica, bruciò tutte le tappe e in soli tre anni, nel settembre 1942, si diplomò in tromba al Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma.

Nell'estate del 1943 sarà raggiunto nel gruppo bandistico da un amico fraterno di Umbertide, Renato Radicchi, anch'egli ottimo trombettista ugualmente inviato da Franchi a Castrucci, che con gioia condividerà con lui tre mesi di vita militare e di esperienza musicale nella Presidiaria, nella Roma non ancora occupata dai tedeschi.

Finita la guerra, Franceschini tornò ad Umbertide e cominciò la professione di musicista. Il 26 febbraio 1946 vinse un concorso nazionale ed iniziò a insegnare al Liceo Musicale Pareggiato “Francesco Morlacchi” (dal 1968 Conservatorio di Stato) di Perugia. Risale a questo periodo la frequentazione con il celeberrimo direttore d'orchestra Franco Ferrara.

Ebbe subito l'incarico di vice direttore della scuola, mentre svolgeva un'intensa attività concertistica scritturato come “aggiunto” nelle orchestre più famose: quella del Teatro dell'Opera di Roma (presso il quale vinse nel 1947 il concorso nazionale per il posto di seconda tromba), l'Orchestra Filarmonica di Santa Cecilia, l'Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, l'Orchestra di Palazzo Pitti di Firenze (con cui fece un mese di tournée in Spagna) e l'Orchestra del Festival dei Due Mondi di Spoleto.

Suonò anche con l'Orchestra Filarmonica di Berlino, diretta da Herbert Von Karajany, l'Orchestra Sinfonica di Vienna e l'Orchestra della Radio di Cracovia nel corso di ripetute stagioni della Sagra Musicale Umbra.

Nel tempo libero si occupava delle bande umbre, della loro ricostituzione e della direzione musicale: quelle di Ponte Felcino, Ponte San Giovanni, Spina, Cerqueto, Petrignano d'Assisi, Ponte Pattoli, Gubbio, Pietralunga, Piegaro. Molte devono la loro attività attuale alla professionalità e all'impegno di Franceschini. Curò anche l'insegnamento della musica e la formazione degli allievi. Seguì per la Regione Umbria e per 1'Anbima (Associazione Nazionale Bande Italiane Musicali Autonome) numerose manifestazioni e concorsi bandistici, di cui spesso fu stimato membro di commissione.

 

La ricostituzione della banda cittadina e la creazione di una scuola di musica

Nel 1966, su incarico del professor Bruno Porrozzi, presidente dell'Associazione Pro Loco Umbertidese che insieme a Giuseppe Fiorucci stava lavorando proprio alla ricostituzione della banda locale, s'impegnò in prima persona per ridare vita ad un complesso che si era disciolto dieci anni prima e che dirigerà fino al 1970.

Contestualmente istituì una scuola di musica che subito vide l'afflusso di moltissimi ragazzi. La didattica musicale continuerà anche dopo lo scioglimento della banda, fino al 1989, e formerà un gran numero di giovani umbertidesi, molti dei quali saranno da lui avviati al Conservatorio e alla carriera di musicisti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ricoprì l'incarico di direttore del Conservatorio di Perugia dal 1974 al 1975, a coronamento del suo impegno accademico.

Tra i componenti della banda di Umbertide non c'era mai stato un musicista diplomato, nessuno che avesse compiuto regolari corsi di studio. Il suo insegnamento è stato un incentivo formidabile. Franceschini, prelevandoli dal grande vivaio dei suoi allievi, iniziò a portare elementi di spicco al Conservatorio. E’ un grande merito, questo, che gli viene unanimemente riconosciuto nell'ambiente musicale umbertidese, e non solo. Il ruolo di eccezionale docente e formatore continuò anche dopo il periodo della sua direzione in banda, avviando alla carriera musicale tantissimi giovani. Molti si sono diplomati e dalla sua scuola sono usciti numerosi professionisti.

Tanti altri ragazzi (ormai ex ragazzi) devono a lui il solo piacere di suonare uno strumento e di essersi divertiti con la musica nella banda o nelle orchestrine locali. Franceschini ha insegnato il solfeggio anche ad un grande musicista umbertidese, il maestro Gerardo Balbi, facendogli proseguire gli studi al Conservatorio dove si è diplomato in pianoforte, clavicembalo e composizione.

Il primo diplomato di Umbertide è stato Galliano Cerrini, all'inizio allievo del maestro Corsaro, poi di Franceschini che lo fece iscrivere al Conservatorio.

Ottimo insegnante, è riuscito a tirar fuori il meglio da chiunque, professionista o dilettante che fosse, ponendo sempre una grande attenzione alla cura dei particolari.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ai primi di dicembre del 1999, in occasione dell'80° compleanno, è stato festeggiato con un concerto in suo onore nell'auditorium del Museo di Santa Croce di Umbertide, tenuto dal gruppo “Ottoni di Perugia” diretto dal maestro Massimo Bartoletti che gli è succeduto nella cattedra di tromba al Conservatorio “Francesco Morlacchi”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il maestro Franceschini è morto ad Umbertide i1 4 agosto 2004. A1 suo funerale erano presenti moltissimi ed autorevoli esponenti dell'ambiente musicale umbro. L'orchestra d'archi “I Solisti di Perugia” ha voluto onorarlo eseguendo toccanti brani musicali durante la cerimonia religiosa celebrata da don Gerardo Balbi, suo vecchio allievo, nella chiesa di Santa Maria. La banda cittadina di Umbertide, integrata da muscisti di altre bande umbre, era ad aspettarlo schierata sotto i portici del convento francescano. In un'atmosfera densa di emozione, sotto una pioggia battente, ha intonato, all'uscita del feretro, la bellissima marcia funebre di Ugo Manfredi “Il pianto della mamma”.

Foto:

Archivio fotografico Amedeo Massetti

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La banda di Pierantonio

La “Società del Concerto di Pierantonio” nasce nel 1886

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La costituzione della banda di Pierantonio risale quasi certamente al 1886. Ce ne dà una prima conferma la lettera con cui Giuseppe Mannocci, il 10 febbraio 1920, chiedeva un sussidio a nome dei soci e del presidente della “Società del Concerto di Pierantonio, fondata a scopo di divertimento sin dal 1886”. Mannocci scriveva al Commissario del Comune di Umbertide, Tacchi, ricordando che in paese “non esistono altri divertimenti e i componenti il gruppo bandistico erano stati costretti a rinunciare al maestro Franchi per mancanza di fondi.

Ma che la banda di Pierantonio potesse essere già attiva nel 1886 ce lo dice anche il fatto che il gruppo musicale, diretto dal maestro Massimo Martinelli, ricevette nel 1887 dal Comune un “piccolo sussidio annuale” di circa cento lire, portato a 125 negli anni successivi.

Però, in quegli ultimi decenni dell'Ottocento, oltre che di mezzi finanziari, la banda di Pierantonio aveva anche bisogno di una guida esperta. Il 24 aprile 1889 Giuseppe Carlani scriveva infatti al Sindaco chiedendo di inserire nel capitolato della banda di Umbertide, in approvazione in quei giorni, l'obbligo per il maestro di musica di recarsi a Pierantonio una volta la settimana con spese a carico del Concerto di Pierantonio. La clausola non venne inclusa nel regolamento. Ma la riunione del Consiglio comunale del 26 aprile stabilì che Massimo Martinelli, maestro direttore del Concerto municipale di Umbertide, per la durata di tre anni dal primo maggio 1889, dovesse recarsi ogni venerdì per due ore a Pierantonio, per “continuarvi l'insegnamento musicale e dirigere le prove relative di quel concerto”. Sarebbe stato retribuito da quella stessa banda: cinque lire ogni volta che si fosse recato nella frazione, altrettanto per 1`invenzione o la riduzione” di ogni brano musicale che gli fosse stato ordinato dalla Commissione direttiva di quel Concerto. Si stabilì infine che questa condizione valesse solo per Pierantonio, escludendo Preggio, altra frazione di Umbertide in cui esisteva una banda. L'attività del Concerto di Pierantonio (diretto probabilmente da Massimo Martinelli dal 1889 al 1897, anche se in maniera discontinua) proseguì fino alla fine del secolo tra varie difficoltà economiche, contando unicamente sulle quote dei soci, pronti ad autotassarsi per mantenere in vita il gruppo musicale, molto sentito ed amato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 1900 riceveva dal Comune di Umbertide un piccolo sussidio, di circa cento lire annue, insufficiente per fronteggiare le spese. E la costante mancanza di fondi spingeva ogni volta i dirigenti ad appellarsi all'amministrazione locale.

Il 22 novembre 1906 Pompeo Fanelli scrisse una lettera chiedendo un contributo per la “Società musicale del Villaggio di Pierantonio”, costituita da venti anni e sempre finanziata dai componenti: “Paga da sola l'affitto della sala, il maestro - sottolineò Fanelli - e fa fronte con mezzi propri a tutte le altre necessità”. Ma il sussidio non dovette variare se pochi anni dopo Fanelli fu costretto a ripetersi. Il 22 ottobre 1912 sollecitò a nome del Concerto un aumento del sostegno economico: “La Società del Concerto di Pierantonio - spiegò - ha 25 anni di attività e ha sostenuto con proprie risorse le spese per l'affitto del locale, per il maestro e l'illuminazione”. In cambio, la banda si offriva per eventuali servizi richiesti dal Comune. Finalmente, dopo tante domande, il 15 dicembre 1912, il Comune deliberò di aumentare il finanziamento annuo da 125 a 2001ire, consentendo alla banda di continuare più tranquilla la propria attività. Il contributo fu addirittura elevato a 300 lire nel 1913.

Adesso esistevano le premesse per un impegno musicale proficuo e duraturo, ma stava avvicinandosi la prima guerra mondiale e, ad iniziare dal 1914, tutti i giovani in età militare saranno richiamati e spediti sui vari fronti. L'attività bandistica subì così una lunga interruzione. Terminato il conflitto, il gruppo musicale riprese pian piano il lavoro. Il 18 ottobre 1919 Pietro Carlani comunicò al Sindaco che “da qualche tempo si è ricostituito il Concerto di Pierantonio” e che i soci, volendo un maestro “patentato”, avevano richiesto l'opera di Alessandro Franchi di Umbertide. Carlani precisò che i soci pagavano l'affitto per la sala delle prove, la manutenzione degli strumenti e tutte le altre piccole spese. Perciò chiese un intervento al Comune.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un'altra lettera per un finanziamento sarà inviata il 10 febbraio 1920 al commissario Tacchi, firmata da Giuseppe Mannocci, a nome dei soci e del presidente per la Società del Concerto di Pierantonio, il possidente Pietro Carlani. La Società - sottolineò Mannocci - si era sempre mantenuta con piccoli sussidi comunali, che erano stati tolti durante il periodo bellico. In mancanza di mezzi finanziari, non era possibile pagare il compenso al maestro Franchi. Passeranno quasi sei mesi prima che la domanda di Mannocci venga accolta e sarà il nuovo commissario Lino Molinari, succeduto a Tacchi, ad accordare un contributo di duecento lire alla Società del Concerto con provvedimento de1 23luglio 1920.

L'anno successivo, i1 24 settembre 1921, la banda di Pierantonio scrisse ancora al Commissario per chiedere un aumento del contributo annuo. Il nuovo commissario prefettizio Angelelli cercò di informarsi sulla situazione e il giorno successivo rispose a Carlo Carlani, responsabile della sezione del Fascio di Pierantonio, chiedendogli “qualche notizia sulla fondazione, scopo ed indirizzo politico e finanza della locale Società del Concerto”.

Il 19 ottobre 1921 Carlani espresse parere favorevole, e il Commissario elevò così il contributo da duecento a seicento lire, a cominciare dal 1922, visto che al Concerto di Umbertide era stato concesso un aumento di 2.200 lire. “Si considera altresì il coraggio e lo slancio della piccola popolazione di Pierantonio - concludeva Angelelli - che ha potuto mettere insieme oltre 20 elementi per costituire un corpo musicale”. 11 28 novembre 1921, un telegramma del presidente e del maestro della banda esprimeva al Commissario la gratitudine di Pierantonio.

La banda prestava servizio in occasione di manifestazioni civili, religiose o di feste in paese e nelle campagne. Ma il 4 novembre 1921 suonò anche insieme a quella di Umbertide nella imponente manifestazione in omaggio al milite ignoto; memorabile l'esecuzione dell'inno del Piave in piazza San Francesco. E capitò spesso che in occasioni importanti fosse chiamata a “rinforzare” il gruppo umbertidese.

Il 10 giugno 1923, diretta dal maestro Franchi, si recò invece da sola a La Bruna dove si inaugurava il Parco delle Rimembranze. Era presente anche il sindaco di Perugia, avvocato Uccelli, e un lungo corteo, preceduto dalla banda, sfilò per onorare i caduti portando fiori alla lapide commemorativa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il 9 settembre 1923 il gruppo musicale di Pierantonio suonò insieme a quelli di Montone e Umbertide all'inaugurazione del monumento ai caduti della guerra 1915-1918, davanti all'edificio delle scuole elementari di via Garibaldi. E tra l'immensa folla, i tre gruppi uniti riuscirono a creare una suggestiva potenza sonora. Nel 1925 il direttore era Alessandro Franchi. Le prove venivano affidate di norma a un capobanda di Pierantonio, Severo Scapicchi, ex clarinettista. Scapicchi, però, dirigeva solo la preparazione di brani di repertorio semplici, come marce o ballabili. Se si dovevano allestire pezzi d'opera o complessi, arrivava il maestro Franchi da Umbertide. Il capobanda dirigeva poi nei servizi per le processioni o per le feste di campagna ed il suo ruolo appariva anche da segni esterni sulla divisa: due filetti sul berretto a differenza dei bandisti che ne avevano solo uno.

La banda era formata da 30-35 elementi, operai artigiani, contadini, a seconda della disponibilità di ognuno e le eventuali assenze erano dovute solo a impegni di lavoro o a malattia. Per la gente di Pierantonio, che la sera rimanva sempre in paese, la banda era uno dei pochi svaghi. In alcune famiglie di agricoltori particolarmente numerose, suonavano in banda anche due o tre membri.

Facevano parte del gruppo bandistico: Sestilio Marcucci (primo clarinetto) Sigilfredo Valentini (primo clarinetto) Eliseo Valentini (flicorno tenore) Domenico Medici (flicorno baritono) Riccardo Fanelli (flicorno tenore) Rolando Fanelli (secondo clarinetto) Enrico Arcelli (flicornino in Mi b - pistoncino) Pierino Bistoni (seconda tromba) Enrico Ragni (prima tromba) Igino Tosti (secondo flicorno soprano) Giuseppe Scapicchi (primo flicorno soprano) Pietro Scapicchi (clarinetto piccolo in Mib - quartino) Fidenzo Mannocci (secondo clarinetto) Ninetto Mannocci (flicorno contralto) Eraldo Arcelli (secondo clarinetto) Luigi Mannocci (corno) Luigi Giulianelli (trombone) Aldo Giulianelli (flicorno contralto) Luigi Briziarelli (cassa) Paris Marcucci (piatti) Renato Martinelli (corno) Lorenzo Rosini (basso in Mib) Pompilio Lazzarini (basso in Sib) Bettino [?] (clarinetto solista) Dante Fanelli (flauto) Guerriero Marcucci (secondo clarinetto) Pompeo Fanelli (secondo clarinetto) Alberto Fanelli (corno accompagnamento) Pasquale Casciarri (bidello).

Il 22 novembre 1925 la banda di Pierantonio festeggiò con un concerto la ricorrenza di Santa Cecilia. Per l'occasione fecero il loro debutto dieci giovani allievi ed in settanta parteciparono alla cena sociale, presenti il podestà di Umbertide, Gualtiero Guardabassi ed il maestro Franchi.

Nel 1927 1a banda di Pierantonio percepiva un contributo annuale di 1.500 lire; quella di Umbertide di 4.000.

L'8 settembre 1927 si recò ad Umbertide insieme al suo presidente Domenico Medici per un concerto in piazza insieme alla banda del capoluogo, formando un gruppo di ottanta elementi diretti da Franchi. Anche l'anno successivo sarà chiamata in piazza Umberto I nel giorno della festa della Natività della Madonna a suonare con la banda di Umbertide: in tutto, un complesso di novanta persone.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il 28 ottobre 1928 suonò ancora insieme ai colleghi umbertidesi venuti col maestro Franchi per l'inaugurazione della Casa del Fascio di Pierantonio. Una cerimonia importante: l'edificio era tra i primi del genere in Italia, grazie alle offerte e all'operosità degli abitanti. L'attività nel 1929 fu intensa, con probabili servizi nel capoluogo, poiché il Comune assegnò un ulteriore contributo di cinquecento lire. L'8 settembre del 1930 1e due bande di Pierantonio e Umbertide suonarono ancora insieme. Ma a volte, nelle occasioni importanti come la festa patronale, il maestro Franchi chiamava solo alcuni musicanti da Pierantonio. In genere Eraldo ed Enrico Arcelli, Domenico Medici e Pompilio Lazzarini che andavano a “rinforzare” i ruoli umbertidesi, partecipando anche alle prove precedenti il concerto. In questi casi, Franchi era molto rigido. Una sera, nella sala di musica di Umbertide, non contento della riuscita di un brano, trattenne la banda fino all'una e mezzo di notte. Ed il clarinettista Eraldo Arcelli tornò in bicicletta a Pierantonio pedalando per quasi un'ora. Alle 14 del pomeriggio successivo dovette tornare ancora ad Umbertide per il concerto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Arcelli usava la bicicletta ogni volta che veniva ad Umbertide; di notte il lume ad acetilene permetteva di vedere i sassi sulla strada e di non urtarli: “Era una disciplina dura - ricorda ora, novantacinquenne - ma avevamo vent'anni ed era un prestigio appartenere alla banda”. La banda di Pierantonio, composta tutta da elementi locali, teneva concerti in paese almeno quattro volte l'anno. Un folto pubblico, in quelle occasioni, si accalcava nella piazza non asfaltata, cosparsa di breccia. In scaletta pezzi d'opera, sotto la direzione del maestro Franchi. Il gruppo suonava poi alle processioni per l'Ascensione, Sant'Antonio, il 13 giugno, il Corpus Domini e Pasqua. Ma si recava anche fuori in occasione di feste religiose. Come a San Sugaro - Parlesca (la seconda domenica di Maggio), a La Bruna (due volte l'anno, ma sempre la prima domenica di settembre), a Rancolfo (la prima domenica di giugno), a Pietramelina (ultimi di agosto, “a fine dei cocomeri”) e il 15 agosto, festa dell'Assunta, a Castiglione Ugolino.

Nelle feste di campagna percepiva compensi che andavano dalle cinquanta alle cento lire a prestazione.

Le prove si tenevano una volta la settimana col maestro Franchi, in un locale in affitto, usato anche come sala da ballo. Sopra c'era il “Circolo dei Signori”, dove i notabili del paese andavano la sera a giocare a carte e dove a carnevale si organizzavano feste danzanti. Suonava un'orchestrina formata dagli strumentisti della banda (al basso sempre il bravo Lorenzo Rosini).

Il maestro Franchi veniva a Pierantonio due volte la settimana, in bicicletta. Una, per la scuola di musica pomeridiana ai ragazzi e tornava a casa: il compenso era di cinque lire. Un'altra, per le prove serali della banda: oltre alle cinque lire, gli veniva pagata la cena e la camera per la notte. Franchi, infatti, dopo le prove, dormiva a Pierantonio nella casa di Luciano Barcaroli, titolare di un negozio di generi alimentari e di macelleria. Sarebbe stato duro per il maestro, alle undici di notte, percorrere otto chilometri in bicicletta: la strada, non asfaltata, era piena di ciottoli.

A Pierantonio ricordano ancora la straordinaria rapidità di Franchi nel comporre. Eraldo Arcelli era componente anche di un'orchestrina locale e quando aveva bisogno di qualche brano nuovo (allora non c'erano molti spartiti stampati), andava da Franchi con due piccioni (segno di riconoscenza, ma anche gradito corrispettivo in tempi di magra) ed il maestro, al pianoforte, sfornava all'istante un valzer, una polka o una mazurca: un ballabile insomma da suonare la sera.

Con Franchi, il clarinettista Eraldo Arcelli suonava anche nella banda di Umbertide. Era secondo clarinetto (2° A) insieme a Goffredo Franceschini (2° B). I primi clarinetti erano Mario Villarini e Filippo Filippi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il 7 luglio 1930 1a banda si esibì sotto la direzione di Franchi nella “bella piazza di Pierantonio sfarzosamente illuminata”. I musicanti, “ammirevoli per disciplina e spirito di sacrificio, eseguirono molto bene tutti i numeri del ricco e difficile programma”. Si distinsero in maniera particolare Riccardo Fanelli, Domenico Medici ed Enrico Arcelli “per la loro esibizione appassionata”. Unanimi gli elogi al maestro Franchi che anche in questa frazione “esplica la sua sapiente attività”. Un particolare ringraziamento al presidente della banda Ciro Carlani che “sostiene questa bella istituzione tanto utile ed accetta all'intero paese”.

Domenica 23 luglio 1933, alle 21, la banda del Dopolavoro di Pierantonio, diretta dal maestro Franchi, tenne un applaudito concerto in omaggio al I Reggimento di Artiglieria lì dislocato per esercitazioni tattiche. Il programma musicale fu accolto con vive acclamazioni dagli ufficiali e da tutta la cittadinanza. Particolarmente apprezzati la sinfonia del Nabucco di Verdi e il duetto della Norma di Bellini. Molto acclamati i musicanti, tra i quali i giovani Eraldo Arcelli e Pierino Bistoni. Dopo il concerto si aprirono le danze, animatissime nel salone della Casa del Fascio.

L'attività della banda si interruppe dal 1935 al 1939 a causa della chiamata alle armi di molti giovani. Nel 1940 fu ricostituita da un gruppo di ragazzi. Era sempre diretta da Severo Scapicchi, e una volta la settimana veniva Franchi per le prove.

Ci fu poi un'altra interruzione durante il periodo bellico. Ma si ricominciò subito dopo il passaggio del fronte. Dirigevano ancora Severo Scapicchi e Alessandro Franchi.

La banda prestava servizi a La Bruna, a Santa Giuliana, a Pietramelina, a Montelovesco. E anche alla Madonna del Monti, dopo Camporeggiano, che i musicanti raggiungevano a piedi. Gli strumenti ingombranti, come la cassa ed i piatti, venivano spostati a dorso un mulo. La banda andava inoltre alla Badia Montecorona e all'Eremo, a Castiglione Ugolino, Murlo, Bagnaia (per San Giuseppe), a Rancolfo e a Parlesca-San Sugaro. In quest'ultima località i musicanti usavano un carretto a cavallo.

Il gruppo musicale suonava a Pierantonio per l'Ascensione, per Sant'Antonio (13 giugno), per Pasqua e 1'8 dicembre (Immacolata Concezione). Si esibiva a volte anche in piazza in concerti a quali assisteva tutto il paese.

Provava nell'ex “casa del Fascio”,1'edificio delle scuole elementari.

Componevano il gruppo:

Evelino Briziarelli (clarinetto in Mib - quartino) Eraldo Arcelli (primo clarinetto)

Carlo Montacci (clarinetto) Goffredo Sannella (clarinetto) Giuseppe Salciarini (clarinetto) Sestilio Marcucci (clarinetto) Guerriero Marcucci (clarinetto) Giulio Fanelli (clarinetto) Antonio Castellani (clarinetto) Renato Fucsina (sax soprano) Enrico Arcelli (tromba) Pierino Bistoni (tromba) Elio Mariucci (tromba) Renato Arcelli (flicorno soprano) Giuseppe Ugolini (trombone) Alberto Arcelli (trombone) Remo Riberti (corno) Marcello Rossi (corno)

Ugo Binucci (flicorno contralto) Ugo Fanelli (flicorno contralto) Vincenzo Montanucci (flicorno baritono) Luigi Monsignori (flicorno tenore) Ennio Marri (flicorno baritono)

Alfeo Rosini (flicorno tenore) Renzo Castellani (basso Sib) Lorenzo Rosini (basso Mib) Pompeo Grelli (basso Fa) Giuseppe Cozzari (basso Sib) Enzo Nottoli (tamburello) Romolo Briziarelli (cassa) Paris Marcucci (piatti) Pasquale Casciarri (bidello). Successivamente Giuseppe Cencetti sostituì Romolo Briziarelli alla cassa.

Gli strumenti erano stati acquistati dai musicanti stessi.

La banda ricostituita dopo la guerra non raggiunse, però, i livelli di preparazione e di affiatamento della prima.

Quando Franchi morì, nel 1948, continuò a dirigerla Severo Scapicchi, aiutato da Eraldo Arcelli, fino al 1959, anno della chiusura.

 

Foto:

Archivio fotografico Amedeo Massetti

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La banda di Preggio

Nata nella metà dell’Ottocento è rimasta in vita fino agli inizi degli anni Sessanta

quando è incominciato lo spopolamento del territorio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La banda di Preggio ebbe origine nella seconda metà dell'Ottocento, con una consistenza numerica notevole se rapportata alla popolazione e alle difficoltà che questo piccolo paese montano incontrò. Sia per la povertà delle risorse, sia per la mancanza di vie di comunicazione che ne agevolassero i rapporti e gli scambi con il proprio Comune ed il resto del territorio. Ci furono dunque ostacoli anche per avere una qualificata guida musicale, stabile e presente nel tempo. Infatti, nei decenni in cui la banda di Preggio fu in vita, dovette spesso provvedersi di un maestro autoctono, pur sollecitando di tempo in tempo da Umbertide contributi per la propria sopravvivenza e la presenza del maestro della banda comunale. Ad esempio, con deliberazione del 26 aprile 1889, il consiglio comunale di Umbertide acconsentiva alla richiesta che Massimo Martinelli, maestro della banda del Comune, si recasse a Pierantonio una volta alla settimana per insegnare musica e dirigere le prove del locale Concerto. Ma nell'atto si stabiliva che ciò dovesse avvenire solo per Pierantonio e non per altre frazioni di Umbertide. La restrizione a una sola frazione può spiegarsi col fatto che Martinelli, già occupato da due gruppi, non poteva assumersi un nuovo impegno in un altro paese distante diciotto chilometri da Umbertide e per di più difficilmente raggiungibile. Di conseguenza la banda di Preggio, continuò a svolgere l'attività provvedendosi di un maestro locale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ documentata la richiesta del 7 marzo 1898 del presidente Giovanni Battista Contini che sollecita al Comune un sostegno economico di cinquanta lire “come di consueto negli anni scorsi a titolo di incoraggiamento”. Contini specificava che il contributo pervenisse entro il 12 maggio, perché si doveva pagare un “titolo” alla banda di Umbertide per l'acquisto di strumenti. La Giunta decise di erogare la somma richiesta, ma precisò che questo non avrebbe dovuto costituire un precedente tale da vincolare l'azione delle future amministrazioni. Se ne deduce che il Comune concedeva il sussidio già da qualche anno, e continuò ad erogare sempre la stessa somma di cinquanta lire, nei due anni successivi, il 26 febbraio 1899 e nel gennaio del 1900, soddisfacendo così le domande di Romolo Fabbri per “incoraggiamento alla Società musicale di Preggio”.

Il gruppo preggese era probabilmente diretto in quegli anni da una persona del luogo ed aveva urgentemente bisogno di un maestro preparato per formare le nuove leve e svolgere le prove. Infatti, il 7 settembre 1901, ben 67 capifamiglia, insieme ai soci della banda, firmarono la petizione alla Giunta comunale che il maestro Stanislao Franceschi, da poco direttore a Umbertide, andasse una volta al mese a Preggio per impartire lezioni ai membri della filarmonica che rischiava altrimenti di sciogliersi. Il Sindaco dette parere favorevole.

È probabile che gli abitanti di Preggio conoscessero già il maestro, avendo questi diretto negli anni precedenti la banda della vicina Castel Rigone. Nel 1902 Franceschi continuava a recarsi mensilmente a Preggio; il suo stipendio, in quell'anno, era stato aumentato da 800 a 1.050 lire. Il suo era un vero e proprio “viaggio”, perché giungeva con la carrozza a cavalli attraversando la valle del Niccone fino a San'Andrea di Sorbello, toccando un lembo di Toscana. Talvolta, tra i due gruppi che dirigeva avvenivano scambi di strumenti e due bombardini erano usati anche dalla banda di Umbertide.

Il Concerto di Preggio continuò con impegno l'attività negli anni

successivi, fino a quando, nel 1905, Stanislao Franceschi partì per Sigillo.

Il nuovo maestro di Umbertide, Carlo Morbidelli, arrivato alla fine del

1906, non si occupò probabilmente di Preggio per i molteplici impegni

in sede con la scuola di musica e la successiva collaborazione con la

banda di Ponte Felcino, nel 1909.

Preggio dovette di nuovo continuare da solo, con il costante

problema della scarsità di mezzi. Nel 1913 ne era presidente Guido

Fabbri, che i1 20 aprile presentò in Comune una richiesta di sussidio.

Il presidente puntualizzò che le ottocento lire destinate come di

onsuetudine alla banda di Umbertide quell'anno non erano state

erogate a causa dell'inattività del gruppo, di cui si attendeva la

ricostituzione. Così ottenne che da questo fondo non utilizzato

fossero accordate alla banda di Preggio ben cento lire.

La Grande Guerra fu causa di interruzione anche per l'attività musicale

del paese: erano tanti i giovani partiti per il fronte.

Un'attività regolare riprese solo nel 1927, quando l'organizzazione

del Dopolavoro del regime tendeva a favorire ed inquadrare tutte le

forme di aggregazione tra i cittadini.

Il 5 gennaio 1928, il podestà di Umbertide, Gualtiero Guardabassi,

concesse alla “Società Filarmonica di Preggio un locale per la ricostituzione

della banda” e il 7 dicembre deliberò un contributo di cinquecento lire

alla “Banda del Dopolavoro di Preggio, istituzione essenzialmente intesa

all'elevazione morale ed intellettuale della classe lavoratrice e di una

numerosa popolazione che per la forza, l'attività e la disciplina con

cui segue le direttive del nuovo Regime, ne merita ogni possibile riguardo”.

Anche sotto l'egida del fascismo la società musicale preggese difettava di

mezzi, tanto che per rendere agibile la sede si era appropriata di uno dei

tre lampioni a petrolio dell'illuminazione pubblica, al cui funzionamento era

preposto Giuseppe Cardini.

Il fatto suscitò proteste e fu denunciato al Comune da Romolo Fabbri e David Trentini.

Nel 1929 la banda dipendeva dalla “Società Musicale di Preggio”, di cui era presidente l'avvocato Antonio Contini. Il Comune interveniva con un contributo di cinquecento lire l'anno, come faceva con la Società Musicale di Pierantonio, ristabilendo un'equità di trattamento tra le due frazioni.

Nell'ottobre 1929, con provvedimento del podestà Guadabassi, la “società musicale di Preggio” venne formalmente associata al Dopolavoro: il Podestà concesse un contributo di cinquecento lire.

Furono gloriosi gli anni Trenta per la banda. Il gruppo era diretto da un capobanda locale, Gaetano Boni; di tanto in tanto arrivava da Umbertide il maestro Franchi per affiancarlo nel l'insegnamento ai giovani e nelle prove. L'attività era intensa e vasto il repertorio: comprendeva marce e brani d'Opera che d'estate si suonavano in piazza, la domenica sera. La presenza della banda era spesso richiesta alle feste religiose delle parrocchie vicine, come Racchiusole o, sul versante opposto, a San Paolo, Reschio nel comune di Lisciano Niccone. I musicanti rispondevano volentieri agli inviti perché (come afferma il detto popolare che “tutti i salmi finiscono in gloria”) erano occasioni per un'allegra scorpacciata di maccheronie. Non si trattò solo di svolgere una funzione ricreativa, per lo svago di un'ora o di un pomeriggio di festa. Alla banda di Preggio, ed a quelle di tutti i piccoli centri, lontani dai circuiti culturali e sperduti in zone impervie di una nazione povera e arretrata, va riconosciuto il merito di aver svolto un ruolo di promozione culturale in tempi in cui la presenza dei mezzi di comunicazione di massa, come nello specifico, era limitata al telegrafo delle Regie Poste e all'apparecchio radio della sede del fascio. L'attività bandistica fu veicolo di conoscenze, tramite di una parte non certo secondaria di cultura e di identità nazionale, capace di accendere interesse e passione tra una popolazione lontana dai centri culturali. Ed ebbe anche il merito di diffondere la conoscenza del melodramma, tanto che non solo uomini ma anche donne del tutto illetterati cantassero a memoria brani di Verdi, Puccini, Donizetti.

Quasi tutte le famiglie di Preggio avevano un musicante in banda: qualcuna più di uno. Tra i Bufali, Giovanni detto Nino, suonatore di cornetta, e il fratello Luciano il clarinetto. C'erano poi gli Stoppa: Settimio alla tromba, Bruno e Benedetto al flicorno baritono. Alla famiglia Contini appartenevano i fratelli Dino, clarinettista (“quartino”), David, suonatore di basso in Mib, Alceo e il padre Luigi, anche lui al clarinetto, che dovette abbandonare quando gli scoppiò il fucile in mano e perse due dita.

Anche il maestro Boni apparteneva alla famiglia Contini, avendo sposato la sorella di Luigi ed essendo così diventato zio di due fratelli; ed erano pure suoi nipoti da parte di madre Giovanni e Luciano Bufali. Rapporti di parentela, di attività musicale, di lavoro collegavano famiglie e suonatori. Ad esempio Alceo Contini era falegname assieme allo zio Gaetano Boni. Costui, uomo rigoroso e tenace, era maestro della banda e provetto artigiano; indefesso educatore, nei ritagli di tempo dava lezioni di musica ai ragazzi nella sua stessa bottega. Una specie di capofamiglia per quella banda che tra i tanti suoi parenti, annoverava anche un altro nipote ed un fratello.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La frazione di Preggio, agli inizi degli anni Trenta, sfiorava le duemila anime, mentre nelle campagne le famiglie contavano fino a trenta, quaranta membri. Il paese stesso era densamente abitato. La popolazione aumentò quando iniziarono i lavori per la costruzione del tronco stradale da Preggio ad Umbertide attraverso Monte Acuto e Polgeto. Vennero operai da tutta Italia e fu una vera provvidenza, perché in un periodo di forte disoccupazione un'opera di tale entità, realizzata tutta a piccone, impiegò centinaia di addetti. La strada fu inaugurata il 28 ottobre 1934, una data storica per Preggio che attendeva il collegamento col suo Comune dai tempi dell'unità d'Italia. Indimenticabile il servizio del 21 aprile 1934, quando la banda partecipò all'inaugurazione della croce posta sulla sommità di Monte Acuto, a ricordo dell'anno santo 1933-34 e dei caduti della guerra 1915-1918. Fu duro arrivare in cima, gli strumenti più pesanti caricati a dorso di mulo, ma la stupenda visione delle vallate sottostanti ripagò gli sforzi della lunga arrampicata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Altra occasione storica per il paese, quindi per la sua banda, fu la “presa di possesso” della parrocchia della Santissima Trinità del nuovo priore, don Espedito Marcucci, che avrebbe retto la Priorata fino alla sua morte, nel 1973. La banda partecipò attivamente ai festeggiamenti; l'importanza della cerimonia fu sottolineata dalla presenza di autorità civili e dell'arcivescovo Giovanni Battista Rosa che “immise in possesso del beneficio parrocchiale” il giovane sacerdote. Alle 11.30 del 20 febbraio 1938, messa cantata dalla locale “Schola cantorum” diretta da Alessandro Franchi; alle 16, solenne funzione di ringraziamento con l'esecuzione del “Te Deum” e “trina benedizione”. La festa si chiuse in maniera suggestiva: la sera Preggio fu tutto illuminato con “lampioncini alla veneziana” e nelle campagne vennero accesi “fuochi di gioia”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La banda continuava ad essere chiamata nei dintorni per le feste: i suoi servizi erano richiesti in un'ampia zona, da Castel Rigone verso il lago Trasimeno, fino a Migianella, nelle vicinanze di Umbertide. Aveva ormai belle divise ed era rinomata per il repertorio vasto e curato, che animava i momenti associativi nelle campagne e nei centri circostanti.

A metà degli anni Quaranta la troviamo sempre attiva. E nell'immediato Dopoguerra, nel periodo delle elezioni politiche in cui si scatenavano accese e violente passioni di parte, la banda fu protagonista di un movimentato episodio. Il 18 maggio 1947, domenica dopo l'Ascensione, era stata chiamata sul Monte Acuto, alla tradizionale festa della Madonna della Costa, dove, concluse le celebrazioni religiose, doveva tenere un “trattenimento musicale all'aperto”. Aveva già iniziato a suonare sullo spiazzo davanti alla chiesa quando un “oratore comunista”, salito su un terrapieno, iniziò un comizio rivolto ai tanti presenti. Impazientitosi per il prolungarsi della suonata, il politico incitò i “compagni” a far cessare la musica e questi accolsero così bene l'invito da scagliarsi contro i suonatori, costringendoli a smettere con parolacce e spintoni.

Il fatto, pur grave, sembrava esser finito, tanto più che il pranzo pareva aver calmato gli animi. Ma quando, il pomeriggio, la banda fu invitata a riprendere il programma, i “compagni” cominciarono a dileggiare i bandisti i quali, colpiti anche da qualche sasso, posarono gli strumenti sull'erba e misero in fuga i disturbatori a suon di cazzotti. Furono vittime dello scompiglio perfino il parroco e il fratello, anche lui sacerdote, i quali, nel tentativo di guadagnare la porta della canonica per mettersi al riparo, vennero schiaffeggiati dai facinorosi. La vicenda non finì lì, ma ebbe conseguenze serie.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 1949 il gruppo festeggiò l'ordinazione di un altro sacerdote preggese, già componente della banda, don Dino Contini. Lo accompagnò da casa alla chiesa della Santissima Trinità, dove il giovane prete celebrò la sua prima messa. Da allora don Dino non avrebbe più suonato il “quartino” in banda, ma il pianoforte e il grande organo della cattedrale di San Lorenzo di Perugia, di cui è stato apprezzato organista dal 1942 fino ai giorni nostri.

Ma poco dopo morì il bravo maestro Boni, che aveva guidato per tanti anni il gruppo con fermezza e perizia. Sotto la pioggia scrosciante di una burrascosa giornata estiva, la banda lo accompagnò al cimitero tra la commozione generale. Era un clima forte e coinvolgente quello che i suonatori riuscivano a creare al funerale di un loro compagno o di un congiunto: la gente ne restava sempre colpita.

La banda, così, tacque un per un po', ma l'attività fu ben presto ripresa. Il priore, don Espedito Marcucci, appassionato di musica e conscio dell'importanza della banda per la comunità di Preggio, si attivò per ricostituirla riuscendo, nel 1950, a ricompattare un gruppo di ventitré persone. Don Espedito aveva pensato anche agli strumenti, bisognosi di riparazioni, affidandoli all'accordatore Schippa di Passignano. Ne comprò anche di nuovi a proprie spese, dotando la banda di tutto il necessario.

Il gruppo riprese così a suonare sotto la guida del nipote e allievo di Gaetano Boni, Alceo Contini, fratello di don Dino; suo fratello David era allora al flicorno baritono (bombardino), Nicola Boni alla cassa comprata dal priore. Il direttore della banda Alceo Contini era un bravo strumentista che suonava tutti i legni ed anche il sassofono; famoso per la sua abilità col clarinetto. Contini curava anche la scuola di musica dei ragazzi; le prove si svolgevano in un locale del Comune sotto la piazza, in via Dritta. La sede sarà poi trasferita nella sala del “teatro”, nell'aula grande che si affaccia sulla piazza.

Carlo Boni suonava il trombone, Otello Sergenti il bombardino, Tommaso Orsini la cornetta, Marino Orsini il basso, Biagio Trentini la cassa, Raimondo Stoppa il “quartino”. C'erano poi Terzilio Peverini e Antonio Cinaglia al clarinetto, Gino Falomi e Rolando Trentini al basso, Luciano Bufali e Pietro Bastianoni al clarinetto, Quintilio Zandrini alla cornetta, Pasquale Secondi e Primo Falomi al trombone, Gustavo Bastianoni al flicorno contralto, Riccardo Benigni al tamburello e Alfredo Peverini ai piatti.

La banda di Preggio durò fino agli inizi degli anni Sessanta, quando iniziò lo spopolamento degli Appennini che arriverà a ridurne la popolazione fino a un centinaio di abitanti.

Foto:

- Archivio fotografico Amedeo Massetti

- Archivio fotografico storico del Comune di Umbertide

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