Personaggi Storici 
dall'ottocento all'antichità

In questa sottosezione proponiamo le biografie di alcuni personaggi che hanno avuto un ruolo nella storia della città nel periodo dall'ottocento all'antichità.

 

 

Pietro Burelli

Ingegnere militare al servizio della Serenissima

 

a cura di Fabio Mariotti

Pietro Burelli - Galleria dei personaggi

Il 18 dicembre 1960, 59 anni fa, l’amministrazione comunale intitolò una via a Pietro Burelli. Chi era questo personaggio ritenuto degno del titolo di una via e quanti umbertidesi oggi conoscono la sua storia?

 

Per approfondire la storia di Pietro Burelli, di cui trattò nella sua opera il Guerini, è stata fondamentale la ricerca storica del Col. Pilota dott. Giuseppe Cozzari presso l’archivio storico della città di Venezia, con la preziosa collaborazione dello storico Renato Codovini per la trascizione dei testi. Oltre ad alcune lettere che testimoniano l’iter per l’assunzione del nostro antenato come ingegnere militare esperto in fortificazioni difensive, il Cozzari ha ritrovato anche un manoscritto originale che illustra in maniera dettagliata, anche con precise immagini, il funzionamento di una nuova arma da guerra, il “Trabucco”, ideata dal Burelli.

 

 

Pietro Burelli, figlio di Tommaso “distinto letterato”, nacque a Fratta nel 1584. Fin da giovanissimo mise in mostra un grande talento e una spiccata attitudine verso le scienze matematiche. Lo storico Antonio Guerini, nella sua opera “Storia della terra di Fratta, ora Umbertide - 1883” racconta che “l’architettura civile e militare fu di preferenza la sua precipua passione onde, per aprirsi un campo più splendido sulle vie dell’onore, si diede totalmente alla carriera delle armi”. Per questo andò in Spagna, allora impegnata in una cruenta guerra con i turchi, dove arrivò fino al grado di capitano. Divenne particolarmente abile nella realizzazione di fortificazioni di campagna che resistevano all’assalto di cavalleria e fanteria. Per questo motivo, tornato in Italia, si mise al servizio della Serenissima Repubblica Veneziana, raccomandato al Doge Niccolò Donatuti dal Provveditore Generale in Terra Ferma Benedetto Moro, con una provvigione molto ricca di 800 scudi all’anno. In questa su attività in terra veneta intraprese il restauro e la ristrutturazione dei baluardi di Palmanova e del grandioso progetto della fortezza di Verona, città nella quale, sorpreso da una grave infermità, morì nel 1642 all’età di 58 anni.

 

Articolo pubblicato nel numero di Dicembre 2019 di “Informazione Locale”.

Fonti: Fabio Mariotti. La documentazione è stata ritrovata nell’archivio storico del Comune di Venezia dal dottor Giuseppe Cozzari e trascritta dal volgare dallo storico Renato Codovini.

 

DOMENICO BRUNI

Grande cantante lirico

 

a cura di Fabio Mariotti

 

Nacque a Fratta il 28 febbraio 1758, da Pietro, capo-maestro muratore e da Francesca Brischi. Già in tenera età manifestò buona disposizione al canto. Il padre di Domenico apparteneva alla Compagnia della S. Croce. E' probabile quindi che il giovane abbia appreso i primi rudimenti della musica nella scuola della Compagnia, a partire dal 1764. L'esordio di Bruni alla Fratta, con voce da soprano, è del 1772, all'età di 14 anni.

All'età di 15 anni, secondo una crudele usanza di quel tempo, adottata spesso dalle famiglie povere che avevano figli particolarmente dotati nel canto, Domenico fu evirato. Questo fece di lui uno dei più importanti cantanti evirati del tempo. La sua prima esibizione in un grande teatro, 1'Alibert di Roma, risale al 1776. Dal 1780 al 1787 cantò in alcuni dei più importanti teatri italiani e la sua fama incominciò a varcare i confini nazionali. Nel 1787 fu chiamato alla corte di Caterina II di Russia, dove arrivò dopo un lungo e avventuroso viaggio e dove restò fino al 1790.

Gli anni più importanti della sua carriera vanno dal 1791 al 1796. In questo periodo fu chiamato anche a Londra dove si esibì, nel 1793.

Il debutto da cantante professionista nella sua città è datato 8 settembre 1795, nel corso della Festa della Madonna della Reggia, probabilmente nella Collegiata.

Conclusa la carriera, Bruni tornò nel 1797 alla Fratta dove, in considerazione della fama raggiunta e nonostante la contrarietà dei ricchi notabili del posto che non volevano accettarlo tra di loro, fu eletto Priore della Confraternita di San Bernardino. Tale importante incarico gli venne affidato nuovamente dal 1805 al 1807, mentre nel 1804 e dal 1816 a1 1818 fu nominato Depositario (oggi diremmo cassiere) della stessa Confraternita. I rapporti con la Compagnia della S.S. Concezione risalgono al 1795. Nel 1814 fu eletto Priore, mentre nel 1812 e dal 1819 al 1821, anno della sua morte, fu nominato Depositario.

I profondi legami di Bruni con le Confraternite locali sono dimostrati anche dal testamento, dove chiese che il suo corpo venisse seppellito nella chiesa di San Bernardino e lasciò alla Confraternita un legato annuale di 10 scudi.

Il nome di Domenico Bruni è anche indissolubilmente legato al Teatro. Il 4 agosto 1808, infatti, fu nominato presidente dell'Accademia dei Riuniti. Nel corso di quella riunione fu chiesta al comune la possibilità di utilizzare tutto il fabbricato dove era posta la sala-teatro al fine di realizzarvi un teatro vero e proprio, quello che ancora oggi si chiama Teatro dei Riuniti, i cui lavori furono ultimati nel 1814.

 

Fonti:

 

- Nicola Lucarelli: “Domenico Bruni (1758 – 1821) – Biografia di un cantante evirato”

- Ed. Comune di Umbertide, 1992

 

- Testo pubblicato nel “Calendario di Umbertide 1998” - Ed. Comune di Umbertide, 1998

Copertina libro Domenico Bruni.jpg
 

ZELMIRINA AGNOLUCCI

Apprezzata cantante lirica

 

 

CANTO’ PER LO ZAR DI RUSSIA NICOLA II

 

di Amedeo Massetti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Portava il nome della nonna, Zelmirina, la nonna materna Zelmira Savelli(1), moglie di Gabriele Santini, il cui omonimo nipote sarebbe diventato direttore d’orchestra di fama internazionale(2). La madre, Maria Santini, quinta dei sette figli di Gabriele e Zelmira, nata nel 1848(3), aveva sposato Francesco Agnolucci,1851, grande violinista giovanissimo direttore, dal 1871 al 1875, della scuola

comunale di musica di Umbertide, insegnante di tanti ragazzi. Dirigerà, stimatissimo, anche molte filarmoniche e bande musicali in varie città d’Italia.

Zelmirina era nata ad Umbertide nel 1879. Aveva respirato le note fin da bambina ascoltando le dolci melodie suonate dal babbo nella loro grande casa di campagna. Aveva studiato canto, diplomandosi come soprano con Pietro Mascagni al conservatorio “G. Rossini” di Pesaro(4), dove andava due volte al mese con la carrozza trainata da cavalli.

La prima esibizione a teatro ad Umbertide

La troviamo per la prima volta la sera del 4 aprile 1898 al “Teatro dei Signori Riuniti” in uno spettacolo di una certa importanza che meritò gli onori delle cronache(5). Il tutto era organizzato “a beneficio della cantante Emilia Giannuzzi, priva della vista”, di passaggio per Umbertide, che si esibì davanti ad un pubblico numeroso ed appassionato. Il teatro infatti, nonostante piovesse da molti giorni ed il tempo scoraggiasse le uscite serali, era gremito, “i palchetti traboccavano di rappresentanti del sesso gentile”. Ciò a dispetto di un’umida serata di quaresima, di un lunedì che dava inizio alla Settimana Santa. Ma la Giannuzzi era una brava soprano e accanto a lei cantavano

gli umbertidesi Zelmirina Agnolucci, occasionalmente nel ruolo di contralto, “ammiratissima”, e Giulio Santini, noto e apprezzato baritono(6). Li accompagnava al pianoforte un grande musicista locale, Massimo Martinelli, direttore del Concerto municipale, sempre presente in manifestazioni musicali di rilievo. Zelmirina si era esibita più volte al teatro Morlacchi di Perugia come soprano drammatico, iniziando una carriera impegnativa che le aveva già procurato varie soddisfazioni(7). Aveva poi iniziato la carriera artistica cantando in compagnie di livello nazionale. Memorabile la sua Mimì nella “Bohème” al prestigioso “Coccia” di Novara(8) durante il Carnevale 1899(9) e applauditissima l’interpretazione, nello stesso teatro, del “Trillo del diavolo” di Stanislao Falchi(10), negli splendidi costumi di scena.

 

La tournée in Russia

Ma la prima tournée rilevante della sua vita fu quella che intraprese agli inizi del Novecento:

l’avrebbe portata a San Pietroburgo, a cantare per lo Zar Nicola II. La ragazza, ventunenne,

era partita insieme al padre Francesco Agnolucci, dopo aver firmato un contratto con

l’impresario per esibizioni in varie città nella lunga strada verso la capitale dell’impero russo.

La troviamo in questo avventuroso viaggio artistico, nel marzo 1900, al Grand Theatre di Vilna(11)

dove canta nella “Cavalleria Rusticana” insieme a Luisa De Sirianna, Carolina Zawner, Federico

Percopo (tenore), Giuseppe Pimazzoni e Ignazio Pompa(12). La tappa successiva fu il Teatro

Nazionale di Riga(13), nel maggio 1900, insieme a Ernesto Pettinari e ancora con il baritono

Ignazio Pompa(14).

Grande successo al Teatro Imperiale di San Pietroburgo

Ma l’esibizione più importante fu al Teatro Imperiale di San Pietroburgo, dove sedeva tra il pubblico lo Zar Nicola II(15). Fu un grande successo e la giovane soprano colpì per la bravura e bellezza Wassili Elisiewch Lithewsky, consigliere di stato nobile dello Zar (galavà), governatore di Vitebsk, ora città della Bielorussia. Durante il soggiorno di Zelmira a San Pietroburgo ci fu un’intensa frequentazione tra i due che sfociò nella richiesta di matrimonio da parte del nobile russo. Il padre della ragazza acconsentì, e dovette corrispondere all’impresario una grossa somma a risarcimento degli impegni che Zelmira avrebbe dovuto assolvere al ritorno.

 

 

 

 

 

Il matrimonio con il nobile russo Wassili E. Lithewsky

Le nozze furono celebrate a Vitebsk dopo non poche difficoltà: Wassili passò perfino alcuni giorni rinchiuso in una fortezza militare per non aver chiesto allo Zar il permesso di sposarsi, come era prescritto per gli ufficiali; ma l’impeto di unirsi in matrimonio con la giovane soprano gli aveva fatto dimenticare ogni procedura del suo ruolo. Wassili era nato a Ekaterinodar(16), sul Mar Nero, nel 1860 e aveva quasi vent’anni più della ragazza, un quarantenne carismatico e affascinante. La coppia si stabilì nella città governata dal marito ed iniziò una vita felice insieme.

Presto nacquero due figli: Boris nel1901 ed Elena nel 1904. Wassili era così innamorato da costruire un teatro nel loro sontuoso palazzo di Vitebsk dove la moglie organizzava spettacoli in cui si esibiva nei ruoli di cantante. Una grande sala attigua raccoglieva un esemplare di ogni strumento musicale esistente all’epoca: arredamento incomparabile, prezioso, voluto da Wassili, dal suo amore per Zelmira, dalla sua sensibilità artistica(17).

Francesco Agnolucci rimase qualche tempo in Russia vicino alla figlia, poi tornò in Italia. Morirà nel 1917 nella sua casa al Rio, a confine tra il comune di Montone e quello di Umbertide, all’età di 66 anni(18).

 

Il ritorno in Italia con il marito e i due figli

Nel 1914 Zelmirina partì con Wassili per l’Italia per far conoscere al marito ed ai figli la madre Maria e la famiglia Agnolucci. I Lithewsky si trattennero alcuni mesi ma Wassili, scoppiata la Prima Guerra Mondiale, essendo ufficiale dello Zar, dovette tornare in Russia; la moglie ed i figli rimasero in patria; Boris ed Elena compirono i loro studi in Italia. “Restate qui” – aveva detto loro Wassili – “quando finirà la guerra vi verrò a riprendere”.

 

Dopo la Rivoluzione Russa Wassili fu costretto a nascondersi

Ma nell’ottobre del 1917, in pieno conflitto mondiale, scoppiò in Russia la rivoluzione bolscevica. Tutte le classi della nobiltà furono legalmente abolite. Wassili dovette nascondersi per scampare all’arresto e fu costretto a vivere a lungo in clandestinità, aiutato dai suoi stessi contadini. I suoi parenti erano stati uccisi con esecuzioni sommarie, senza processo, comprese le due sorelle Barbara ed Alessandra, compagne di collegio di Elena del Montenegro, divenuta poi sposa di Vittorio Emanuele III di Savoia.

Solo nove anni dopo, nel novembre 1926, il “generale Lithewsky” riuscì a mettersi in contatto col ministero degli esteri italiano attraverso i canali diplomatici ufficiali. Tramite il consolato di Odessa, nell’attuale Ucraina, ottenne un passaporto con relativo visto; per un attimo il buio parve diradarsi ma l’operazione non andò a buon fine e l’ex ufficiale dello zar dovette tornare a nascondersi. Nel 1929 riuscì a spedire alla famiglia una sua foto, indirizzata con affetto alla “cara Lolina”, la figlia Elena. In Italia, nel 1918, causa la grande “influenza spagnola” che uccise 20 milioni di persone in tutto il mondo, era morto il primogenito Boris, a soli diciassette anni. La perdita del figlio aveva sconvolto Zelmirina.

Wassili Lithewsky passò in Russia momenti durissimi: per quasi dieci anni i suoi congiunti in Italia non avevano potuto ricevere notizie. Tra enormi difficoltà girò clandestinamente in varie parti del territorio, fuggendo nei deserti dell’Asia Centrale, sostenuto solo dalla volontà di rivedere i propricari.

Nei primi anni Trenta del Novecento, placatosi un po’ il clima, iniziarono le ricerche della famiglia: il genero, dottor Carlo Alberto Angelini, marito di Elena, conosceva bene e contattò l’ambasciatore italiano a Mosca, Bernardo Attolico; chiese anche l’intervento della Croce Rossa. Si attivò nella ricerca perfino l’ingegner Adolfo Ghisalberti, nipote di Maria Santini(19).

Finalmente si riuscì a trovarlo nel deserto del Gobi, in Mongolia, e ad organizzare il rientro: nell’estate del 1932 Wassili poté partire per l’Italia. Carlo Alberto Angelini andò a prenderlo al porto di Genova. Il suo fisico era molto debilitato: più volte fu necessario sorreggerlo durante i trasferimenti del viaggio.

 

Dopo innumerevoli peripezie il ritorno in famiglia

Quando il consigliere dello zar giunse ad Umbertide, diretto alla casa di campagna al Rio, viso scavato, pizzo bianco, occhi a mandorla, molte persone notarono il ricco abito da nobile russo che conferiva alla sua figura alta e maestosa un alone di fascino e mistero.

Zelmirina, pur nella gioia, subì un grosso choc all’arrivo del marito che aveva dovuto lasciare tanto tempo prima. La secondogenita, Elena, che lo rivedeva dopo 15 anni, per il trauma smise di allattare la figlia Viola(20).

Wassili si stabilì finalmente nella grande casa della famiglia Agnolucci. Fumatore accanito, dormiva con il lume di una candela sul comodino perché svegliandosi aveva il bisogno impellente di accendere una sigaretta. Ma l’anziano aristocratico non potrà godere a lungo del calore della famiglia ritrovata perché morì di enfisema polmonare solo tre mesi dopo(21).

 

La morte di Zelmirina il 5 luglio 1944

Zelmirina, piegata dalle avversità della vita, sofferente in gioventù(22) di una forma virale di encefalite letargica(23), si ammalò del morbo di Parkinson e passò gli ultimi anni nella sofferenza. Fu assistita amorevolmente nella malattia dal genero, Carlo Alberto Angelini, medico, marito della figlia Elena. Morì il 5 luglio 1944, giorno della Liberazione di Umbertide(24), invocando l’adorato figlio Boris, al “Palazzo della Tramontana”, l’attuale villa di proprietà Cozzari lungo la strada che porta a Migianella(25), allora proprietà Agnolucci.

 

30 settembre 2013

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonti:

Ricerca storica di Amedeo Massetti

 

Pubblicato nel mese di marzo del 2014 sul n.52 di “Pagine Altotiberine” a cura dell’Associazione Storica dell’Alta Valle del Tevere.

 

Testo ridotto pubblicato sul "Calendario di Umbertide 2015" – Ed. Comune di Umbertide 2015

 

 

Note al testo:

1 Zelmira, nata a Umbertide nel 1820, apparteneva alla famiglia possidente dei Savelli, abitante in via Stella; era sorella di Giuseppe Savelli, più volte sindaco di Umbertide dal 1863 al 1880, e di don Flaviano, canonico e arciprete della Collegiata di S. Maria della Reggia. Zelmira Savelli morirà nel 1875.

2 Gabriele Santini era nato il 20 gennaio 1886; il padre era Pio Santini, la madre Carmela Nolaschi. Studiò al Conservatorio “F. Morlacchi” violoncello e pianoforte e più tardi passò al Conservatorio G.B. Martini di Bologna dove compì gli studi di composizione con G. Minguzzi e P. Micci. Iniziò la carriera di direttore d’orchestra già nel 1904 e si dedicò quasi esclusivamente al genere operistico. Dopo un primo periodo al Teatro Costanzi di Roma (ora Teatro dell’Opera), venne ingaggiato da vari teatri dell’America Latina. Rimase per otto stagioni al Teatro Colòn di Buenos Aires e successivamente al Teatro Municipal di Rio de Janeiro, al Lyric Opera di Chicago e al Teatro Manhattan di New York. Dal 1925 al 1929 fu chiamato al teatro Alla Scala di Milano come assistente del maestro Arturo Toscanini. Tornò

quindi all’Opera di Roma dove rimase stabilmente fino al 1933 e dal 1944 al 1947 svolse qui l’incarico di direttore

artistico. Nel 1951 diresse la compagnia del S. Carlo di Napoli nella tournée a Parigi, per le celebrazioni del cinquantenario verdiano. Diresse varie stagioni al Teatro alla Scala di Milano nel 1946 e dal 1960 al 1964, anno della sua morte (Da N. LUCARELLI, Gabriele Santini, illustre umbertidese, in “Umbertide Cronache”, Periodico bimestrale del Comune di Umbertide, n. 1-2002, p. 42).

3 A. MASSETTI, Due secoli in marcia, Umbertide e la banda, Città di Castello, Petruzzi, 2008, p. 139.

4 Testimonianza della nipote Fiore Angelini.

5 L’Unione Liberale, 5 aprile 1998, p. 2.

6 Nella seconda metà del secolo XIX si impose all’attenzione del modo lirico la voce baritonale di Giulio Santini. Nel 1872 era stato scritturato come primo baritono al teatro di Fermo. Da qui si trasferì a Sansepolcro e nel 1874 cantò al Teatro Nuovo di Firenze come primo baritono assoluto, dove raccolse strepitosi successi. Durante il suo lungo soggiorno in questa città, si esibì anche nella Sala Bellincioni, in via delle Belle Donne. Al concerto, eseguito il 30 gennaio 1875, Santini partecipò in incognito, forse per ragioni imposte dal suo rapporto col Teatro nuovo. Lasciata Firenze, si esibì a lungo prima a Siena, poi a Perugia, dove eseguì 12 rappresentazioni de “La Favorita” di Donizetti. A febbraio del 1879, Santini cantò al teatro di Città di Castello nella “Luisa Miller” di Verdi. Le notizie su di lui

terminano con il 1880, anno in cui fu scritturato dal Teatro di Arezzo. In tutta la sua carriera ebbe dagli impresari attestati di stima e di profondo apprezzamento per le sue prestazioni professionali. (R. CODOVINI – R. SCIURPA, Umbertide nel secolo XIX, Città di Castello, GESP, 2001, p. 307).

7 Testimonianza della nipote Fiore Angelini.

8 Il teatro “Coccia” di Novara, uno dei maggiori teatri di tradizione italiani, fu inaugurato il 21 gennaio 1888 con l’opera “Gli Ugonotti” di Giacomo Meyarbeer, diretta da Arturo Tscanini. E’ intitolato a Carlo Coccia, maestro di cappella del Capitolo del duomo di Novara.

9 Documenti ora in possesso della nipote Viola Angelini.

10 Stanislao Falchi, nato a Terni il 29 gennaio 1851, fu allievo di C. Maggi e S. Meluzzi, che lo avviarono allo studio della composizione. Per poter raggiungere una preparazione più approfondita, si trasferì a Roma, dove gli studi musicali conoscevano una vivace ripresa nel clima di rinnovamento culturale degli anni successivi all'Unità d'Italia. Nel 1877 fu inaugurato il liceo musicale di S. Cecilia, articolato in numerosi corsi: il Falchi ricevette l'incarico di insegnante di canto corale e nel 1882 di canto normale, nomine che gli conferirono un particolare prestigio. Sarà poi direttore di canto corale in varie scuole di Roma dal 1883, coronando una splendida carriera didattica; avrà la cattedra di contrappunto, fuga e composizione nel 1890 nel conservatorio di S. Cecilia (Dizionario Biografico degli Italiani Treccani).

11 L’attuale Vilnius, allora città russa, ora dello stato della Lituania.

12 Il baritono Ignazio Pompa, nato a Roma nel 1860, studiò sia a Milano sia nella sua città. Il successo non tardò a

venire. Ultratrentenne, entrò in varie Compagnie teatrali, dalla Compagnia Castellano a Labruna, Granzini, Dazig e cantò in importanti teatri europei, da Parigi a Le Havre, da Ostenda a Liegi, a Poltava. Cantò inoltre a Smirne, Atene, Costantinopoli, Il Cairo, Alessandria d’Egitto. La sua presenza nei teatri russi e ucraini, da Smolensk, dove si sposò nel 1899, a Wilnius, da San Pietroburgo a Minsk, Kursk, Jekaterinoslav, Teodosia, Molitopoli, Kerck, e altre città russe e ucraine, si fece notare con successo. Morì a Londra nel 1909 (www.museoparigino.org).

13 Riga, allora città russa, oggi è la capitale dello stato baltico della Lettonia.

14 Ibidem.

15 L’attuale Teatro Mariinskij, di San Pietroburgo. Deve il suo nome alla principessa Maria Aleksandrovna e in passato ha avuto, in epoca sovietica, il nome di Teatro Kirov, (in onore di Sergej Kirov ) e Accademia Nazionale dell'Opera e del Balletto e, in epoca zarista, Teatro Imperiale di San Pietroburgo.

16 La città, dal dicembre 1920, è stata ribattezzata Krasnodar.

17 Testimonianza della nipote Viola Angelini.

18 E’ sepolto nella cappella Savelli, nell’emiciclo sinistro del cimitero di Umbertide. Sulla sua lapide c’è la seguente

critta: Dedicò l'arte sua bella l'illibata operosa sua vita alla moglie ai figli che con infinito riverente amore venerano la lacrimata memoria.

19 Testimonianza della figlia Paola Ghisalberti.

20 Testimonianza della nipote Viola Angelini.

21 Anche Wassili Lithwsky è sepolto nel cimitero di Umbertide, nella cappella Savelli.

22 Il marito era sparito nel caos della rivoluzione russa e non erano riusciti neppure più a scriversi.

23 Il padre delle signore Fiore e Viola, Carlo Alberto Angelini, medico, ebbe contatti anche con la Regina Elena che

aveva promosso e finanziato studi su questa malattia.

24 Il 5 luglio 1944 Umberttde fu liberata dai soldati dell’ 8ª armata britannica.

25 La villa a sinistra di chi sale verso Migianella, cui si accede lungo un sentiero delimitato da pini marittimi. Negli anni ‘30 apparteneva alla famiglia Agnolucci.

 

 

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La cantante con il figlio Boris
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Lo Zar Nicola II
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Zelmirina con il marito Wassili
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La cantante  con alcuni degli abiti usati in scena

FILIPPO ALBERTI

Letterato e poeta

 

a cura di Fabio Mariotti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nacque il 26 marzo 1548 alla Fratta, da Luca Antonio Alberti e da Ippolita Petrogalli. Passò l'infanzia e l'adolescenza in severi studi e poco più che ventenne fu eletto "coadiutore" del cancelliere del comune di Perugia.

Ben presto acquistò fama di valente poeta. Le sue rime ebbero, mentre era ancora in vita, due diverse edizioni e molte di esse videro la luce in pregevoli raccolte di altri importanti ed illustri letterati dell'epoca, fra le quali anche i pregevoli "nove sonetti", scritti dal Nostro per la "Conversione di Santa Maria Maddalena".

Scrisse varie opere molto lodate: un libro di poesie l'intitolato "Rime di Filippo Alberti" stampato in Roma ed in Venezia; una bella canzone sopra la cicala; una tragedia intitolata "Cestio Macedonico" il cui protagonista fu un tale Cestio cittadino perugino, il quale avendo combattuto coi Romani nella

guerra di Macedoni ed in quella essendosi segnalato per generose azioni, meritò il soprannome di Macedonico.

Non tutte le sue opere furono pubblicate e molte sono andate disperse - anche se ne abbiamo notizie e titoli - in seguito alla sua lunga infermità e alla sua morte.

Filippo Alberti fu tenuto in gran conto da personaggi del tempo quali Alfonso d'Este, duca di Ferrara, i cardinali Bonifacio Bevilacqua e Domenico Pinelli ed il marchese Ascanio della Cornia. Lo tennero in onore letterati come l'illustre umanista Marco Antonio Bonciari, Scipione Tolomei, Cesare Crispolti senior, Giovan Battista Lauri, Cesare Caporali, Claudio Contuli e Cesare Alessi. Ma il principale vanto per 1'Alberti fu l'amicizia che gli professò Torquato Tasso; amicizia fondata sulla stima che il grande poeta aveva per il letterato di Fratta. L'Alberti ci parla della conoscenza con il Tasso fatta a Ferrara, coltivata attraverso un'affettuosa corrispondenza con il nostro Filippo cui dedicò anche un sonetto, e non disdegnò di chiedergli consigli sulla "Gerusalemme Liberata" e, avutili, di seguirli.

L'Alberti era anche un buon prosatore (ci sono in proposito elogi di uomini illustri, tuttora inediti, conservati nella biblioteca Augusta di Perugia). Alcuni di questi lavori non furono portati a compimento, altri rimasero inediti sia per l'invidia dei potenti del tempo, come confermano il Lauri e 1'Oldoino, sia per la sua malferma salute.

I pregi letterari e l'amore che portava a Fratta e a Perugia ci fanno credere che sarebbe stato molto interessante avere un volume delle sue "Memorie istoriche di Perugia", andate perdute, da lui scritte quando era governatore della città del Grifo il romano Carlo Conti, colui che sotto papa Clemente VIII "fu tentato di far la Chiesa di Perugia archipiscopale". Gli studi non allontanarono 1'Alberti dai pubblici uffici ed egli, che nel 1573 era stato eletto "Coadiutore" del cancelliere del comune di Perugia, fu chiamato ad assumere la direzione della cancelleria priorale, ufficio al quale venivano assegnati sempre uomini insigni per prudenza e per dottrina.

Gli amici ed ammiratori dovettero piangerne la morte quando ancora non era vecchio. Aveva 64 anni allorché si ritirò a vivere a Fratta e lì terminò i suoi giorni, il 12 settembre 1612. E' sepolto nella chiesa di San Domenico a Perugia.

La strada dove era situata la sua casa, in pieno centro storico, porta oggi il nome di "via Alberti".

 

Alcune poesie di Filippo Alberti

Si risolve di più non amare

Dissi, ch'eri il mio bene

E la mia vita, Orsella

Più che il sol vaga, e bella.

Hor mi disdico, e `1 canto

Rivolgo a i biasmi, a l'ire

T'amai, t'odio altrettanto.

E fuor d'affanni, e pene

Ecco, ch'io pur son mio

A Dio, perfida, a Dio.

 

Tratta che le donne di Perugia, passata una                                                                                                                                      certa età, dovessero vestire di nero

Ahi sciocco è ben chi crede

Che Donna in veste nera

Possa parer men bella, e meno altera.

l negro il bel non toglie,

E torta Legge è quella

Che solo altrui concede

Color, che sempre annuntia o morti, o doglie,

Tuona, e saetta il Ciel quando è più fosco,

Negra serpe ha più tosco.

 

Presagio della bellezza di una fanciulla

Pomo acerbetto sei

Vaga fanciulla, e da begli occhi fuore

Sol verginelle gratie spiri ancora;

Ma già Cupìdo aguzza i dardi rei,

Già in man la face ha tolto,

Per accenderla poi nel tuo bel volto.

 

 

Fonti:

Calendario storico di Umbertide 2002 – Ed. Comune di Umbertide – 2002

Arcangelo Chelli - “Gli uomini illustri di Umbertide” – Ed. Tipografia Tiberina - 1888

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Via Alberti
 
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ERNESTO FREGUGLIA

 

La storia di un pittore umbertidese d’adozione

 

 

di Amedeo Massetti

Ernesto Freguglia (1875). Il Foro boario, oggi Piazza del Mercato

Il grande quadro a olio con i buoi, che spicca sulla parete dell’ufficio del sindaco, fu dipinto nel 1875 da Ernesto Freguglia. Noto pittore a quel tempo, ma sconosciuto oggi ad Umbertide.

Eppure Freguglia nella nostra città ci visse venticinque anni, trasferendovisi da Roma nel 1874. Abitò prima in via Cibo, poi in via Petrogalli che allora costeggiava il borgo di San Giovanni ed infine in via Cavour, al numero 64, dove morì settantaquattrenne l’ultimo giorno del 1899. È sepolto nel nostro cimitero.

Il bravo artista era nato a Sabbionello di Copparo, nel comune di Ferrara, il 20 dicembre del 1825. Allievo del pittore ferrarese Guseppe Tamarozzi, aveva studiato alla scuola di disegno e figura nell’ateneo della sua città. Era stato quindi a Firenze dove lo troviamo nel 1853 tra i vari copisti degli Uffizi (qui riprodusse un “paesaggio di Jean Baptiste Fierce de Roven”). Si trasferì poi a Roma, nel 1856, entrando nello studio del pittore e restauratore Alessandro Mantovani, anche lui di Ferrara (alcuni suoi pregevoli lavori sono nel Palazzo del Quirinale). Negli anni ’60 dell’Ottocento Freguglia è ancora attivo a Roma dove partecipa all’integrale rifacimento delle decorazioni, tra il 1863 ed il 1867, della chiesa di Santa Lucia del Gonfalone in via dei Banchi Vecchi, insieme a Salvatore Rotani, sotto la direzione del noto pittore romano Cesare Mariani. Tra il 1870 e il 1876, collaborò con Alessandro Mantovani nella decorazione della Nuova Loggia Pia in Vaticano, dando “prova di non comune perizia nel seguire le concezioni raffaellesche”. Nel 1876 offrì in dono un suo quadro al comune di Ferrara. Espose in questa città nel 1875, nel 1877 e nel 1899. Un paio dei suoi suggestivi paesaggi di gusto romantico, in sintonia con i canoni della scuola vedutistica romana, sono nella collezione Scutellari della città estense.

Freguglia è un pittore di un buon livello e le sue opere denotano profonde conoscenze tecniche e un gusto raffinato che va ben oltre le rappresentazioni di maniera di autori dello suo periodo. Risente della contemporaneità con il movimento dei macchiaioli anche se, pur indugiando in freschi giochi di luci e colori, non trascura di usare pennellate precise, creando rappresentazioni quasi fotografiche.

Il quadro alla parete dell’ufficio del sindaco, cui abbiamo accennato, “Il mercato del bestiame a Fratta”, oltre ad offrirci uno straordinario documento di vita ottocentesca - l’animato giorno del mercato - fornisce particolari architettonici dell’antica città oggi scomparsi o trasformati. Sono diverse infatti le vedute del ponte sulla Reggia e dello spiazzo antistante la Rocca non ancora livellato con terreno di riporto (un parziale ripristino delle condizioni originarie è stato operato con i recenti lavori del Parco della Reggia e Piazza del Mercato). Come pure non esiste più l’albergo posta Guardabassi (a destra della Collegiata) demolito per allargare la strada d’ingresso alla Piazza. Ed ha infine una diversa struttura il palazzo Mavarelli oggi innalzato anche nell’ala verso il centro del paese.

Freguglia - il Tevere al Mulinaccio.tif
Ernesto Freguglia (1874). Il Tevere nella zona del "Mulinaccio"

Ha un grande valore documentale anche l’altro dipinto che conosciamo, appartenente alla collezione Scagnetti, in cui Ernesto Freguglia raffigura un diverso scorcio di Umbertide. La tela, del 1874, ha il consueto tratto delicato e la ricchezza di particolari propri del pittore e rappresenta lo scorcio dal lato ovest del castello di Fratta. Al centro del dipinto, sullo spigolo delle mura, si nota il basamento della torre di difesa crollata nella piena del Tevere del 1610. Sulla parte sinistra si vedono alcuni particolari architettonici oggi scomparsi. In basso a destra si scorge il canale artificiale che portava l’acqua della Carpina, dopo essere passata per il Mulinello e la Fornace, ad azionare il “Mulinaccio” (da poco spazzato via dalla piena) sotto le mura. La zona ha ancora questo nome. Sono infine rappresentate lavandaie, pescatori e persone al bagno in un’acqua limpidissima.

Ernesto Freguglia, pittore emiliano divenuto umbertidese, amò la nostra città e la scelse per viverci un quarto di secolo, fino alla morte. Dagli attenti scorci in cui la raffigura, dalla cura che pone ai più tipici dettagli, traspare un rapporto di calda familiarità. Bre 2019 di

 

L’articolo è stato pubblicato nel numero di Novembre di “Informazione Locale”

Fonti:

Ricerca storica di archivio di Amedeo Massetti

Cartellino anagrafico di Ernesto Freguglia
presso il Comune di Umbertide
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Cartellino 2.jpg
 

GIUSEPPE SAVELLI

Il Sindaco del passaggio da Fratta ad  Umbertide

 

 

 

 

 

 

 

 

di Amedeo Massetti

 

Il busto in ceramica di Giuseppe Savelli fu collocato nella sala del consiglio comunale nel 1894, quando il locale venne rinnovato con l’installazione di nuovi scanni in legno realizzati da tutti i falegnami di Umbertide. Era appoggiato su una base di legno a sbalzo sul muro all’altezza di due metri, a destra del banco della Giunta, affiancato, a sinistra, dal busto di Antonio Guerrini.

Il vecchio arredamento della sala consiliare, usato per 90 anni, fu sostituito da quello attuale nel 1984, quando fu ristrutturato il palazzo comunale. Il busto è stato restaurato gratuitamente nel 2011 dall’artista umbertidese Antonello Renzini ed è stato ricollocato nella sala attigua al Consiglio comunale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il dottor Giuseppe Savelli era nato a Umbertide il 16 maggio 1824. Possidente, abitava in via Stella al n. 11. Aveva anche una casa nella Via Diritta (attuale via Cibo al n. 13), un’abitazione a Roma, e una residenza di campagna in località Rio a confine tra i comuni di Umbertide e Montone dove tuttora si trova il suo studio e la sua biblioteca.

Ricoprì, dal 1861, la carica di consigliere comunale. Dal 1863 verrà nominato Sindaco. Fu più volte sindaco di Umbertide dal 1863 al 1880.

Il dottor Savelli fu un patriota; durante la rivolta delle popolazioni umbre al governo pontificio nel 1859, fu nominato governatore dell’Amministrazione provvisoria di Fratta, con approvazione del Governo di Perugia.

Nel 1861, come consigliere comunale, si adoperò con straordinario impegno per la ricostituzione della Banda musicale, della quale fu membro e in seguito attivissimo e autorevole presidente. Scrisse a tal proposito una lettera rimasta memorabile.

Il dottor Giuseppe Savelli venne eletto Sindaco nel 1863 (è stato quindi il primo cittadino che ha traghettato Fratta in Umbertide) e manterrà questa carica fino al 18 maggio 1868. Poi per tutto il 1871 e 1872 fu di nuovo sindaco. Nel 1873, per un periodo, compare ancora come sindaco.

Nella sua qualità di capo dell’amministrazione, si impegnò con sensibilità e lungimiranza per dare al comune, che usciva dall’inadeguatezza dell’amministrazione pontificia, una struttura moderna ed efficiente. Nel 1872 fece approvare il primo regolamento di igiene pubblica e il primo di polizia urbana, che incisero profondamente sulla situazione socio-sanitaria di allora e restano pietre miliari per la loro attualità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giuseppe Savelli morirà a Umbertide il 6 luglio 1886. Ė sepolto nell’ultima cappella dell’emiciclo

sinistro del cimitero di Umbertide, in cui si trovano anche le tombe della famiglia Santini

(sua moglie era Rosa Santini, figlia di Giuseppe, e la sorella Zemira Savelli aveva sposato

Gabriele Santini, nonno dell’omonimo direttore d’orchestra di fama internazionale).

Il fratello, don Flaviano Savelli, fu canonico e arciprete della Collegiata.

Giuseppe Savelli è autore di un storia manoscritta (purtroppo andata in parte distrutta) della

famiglia Savelli in cui compare anche un papa, Onorio III, che approvò la Regola di S. Francesco.

Fonti:

Ricerca storica di Amedeo Massetti

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1975. Insediamento del Consiglio comunale. In
alto, sulla destra della Giunta, il busto
di Giuseppe Savelli
La firma del Sindaco Savelli sul manifesto
che annuncia il cambio di nome
A. Massetti alla presentazione di una edizione
del Calendario storico di Umbertide
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Lo stemma di famiglia sulla casa 
in località Rio

ANTONIO GUERRINI

 

Canonico della Collegiata, professore di retorica e storico locale

 

 

 

 

a cura di Fabio Mariotti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonio Guerrini ebbe molto a cuore l'istruzione e l'educazione della gioventù, per la quale dedicò l’intera sua vita.

Nacque a Fratta nel 1779 da Giovan Battista Guerrini e Anna Maria Cassoni. Fin dai suoi primi anni fece intravvedere le belle qualità del suo animo. Suoi primi insegnanti furono due ex gesuiti spagnoli, padre Sebastiano Re e padre Gabriele Villalunga. D'indole buona ed onesta, per meglio giovare ai suoi concittadino abbracciò la vita ecclesiastica, nella quale si segnalò per sapere e per carità veramente evangelica.

A quindici anni fu designato canonico della chiesa Collegiata, mentre portava a compimento gli studi teologici nel seminario di Gubbio. A venticinque anni fu nominato professore di retorica nelle pubbliche scuole del nostro paese. Insegnò per più di quarant’anni fino agli ultimi giorni di vita, con zelo indefesso e con grande amore.

Due volte fu chiamato a Perugia, prima ad esercitare l'ufficio di rettore e moderatore degli studi nel “Piano Collegio”, poi ad insegnare filosofia; ma tutte due le volte ricusò, dando così una prova chiarissima della sua predilezione verso la terra natale.

Antonio Guerrini lavorò costantemente per migliorare, nelle scuole a lui affidate, i metodi d'insegnamento. Compilò una geografia corredata di notizie storiche, disegnando e costruendo un globo terrestre di grandi dimensioni per facilitarne l' insegnamento. Fece pure una grande carta dell'Europa, anch'essa con le indicazioni dei principali fatti storici.

Cooperò alla formazione della banda musicale cittadina, all’erezione di un teatro (quello che poi divenne il “Teatro dei Riuniti”) e all’istituzione di una società di declamazione drammatica a vantaggio degli infermi indigenti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La copertina del libro sulla storia di Fratta e Umbertide

(Copia anastatica sull'originale del 1883 realizzata dal "Gruppo

Editoriale Locale" di Digital Editor Umbertide - Settembre 2009)

 

 

Scrisse un'opera molto lodata, una “Teoria dell’Arte Oratoria e della Toscana versificazione” di cui, un sunto, fu inserito nel Giornale Parigino dell'anno 1810 e che fruttò all’autore una menzione dal celebre Degerando il quale, scrivendo in proposito al sig. Conte Giovanni Spada, Vice Prefetto, gli palesò il suo desiderio che un tale metodo d’insegnamento fosse adottato da tutte le Università dell’Impero. Lasciò anche molte poesie latine e italiane.

Si occupò moltissimo nella ricerca delle memorie patrie, delle quali lasciò una copiosa raccolta.

La sua opera maggiore “Storia della Terra di Fratta ora Umbertide dalle sue origini fino all’anno 1845” fu completata dal nepote Genesio Perugini stampata presso la Tipografia Tiberina e pubblicata a spese del Comune di Umbertide nel 1883.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonio Guerrini morì il 21 gennaio del 1845, a sessantacinque anni. Fu sepolto nella chiesa di Santa Maria della Reggia (Collegiata) dove, a perpetuarne la memoria, il Municipio pose una lapide di marmo tra l’orchestra e la porta principale ad ovest che così recita:

“Don Antonio Guerrini per virtù per scienze ammiratissimo il patrio municipio pose - XXI Gennaro MDCCCXXXXV”.

 

L’amministrazione comunale gli dedicò una via il 22 gennaio 1880.

 

Fonti:

- “Gli uomini illustri di Umbertide” di A. Chelli - Umbertide, Tipografia Tiberina – 1888

- “L’uomo nella toponomastica” di B. Porrozzi – Ed. Pro-loco - 1992

- Biografia del prof. Antonio Mezzanotte - Tipografia Bartelli, Perugia 1845.

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Interno della Collegiata dove è stato sepolto don Antonio Guerrini. In basso, a sinistra, la lapide che lo ricorda.
 

ANNIBALE MARIOTTI

 

Illustre medico e letterato della seconda metà del ‘700

 

 

 

 

 

a cura di Fabio Mariotti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Annibale Mariotti nacque il 13 settembre 1738 a Perugia, dove suo padre Prospero, professore di medicina e botanica nella locale Università, si era da poco trasferito da Fratta con la moglie Maddalena Eleonori già incinta.

Portò a termine i suoi studi letterari e scientifici a Perugia e ad appena sedici anni conseguì il dottorato in medicina e filosofia. Poco dopo si recò a Roma per istruirsi in fisica e in matematica sotto la guida di grandi precettori come Iaquier e Le-Seur, senza tralasciare di perfezionarsi in scienza medica con le lezioni del Saliceti e Gianneschi e in chimica con il Voyole.

Ritornato a Perugia, nel 1757, a soli diciannove anni, fu nominato professore di medicina ma il desiderio di arricchire il suo bagaglio culturale lo spinse a lasciare di nuovo Perugia.

Fu a Bologna, dove trasse profitto alle scuole classiche del Beccari, del Molinelli e del Monte; a padova dove arricchì le sue già ricche cognizioni stringendo amicizia con i dottissimi Quirini, Morgagni ed altri rinomati professori, poi anche a Pisa, ovunque ammirato per la grande erudizione. Da Pisa, da Pavia e dallo stesso studio di Padova gli offrirono cattedre che rifiutò per amore del luogo natio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                       Anni '30. Il Palazzo delle poste in piazza Umberto I (ora piazza Matteotti)                                                        L'ingresso di via Mariotti

 

Tale era ormai la sua fama di uomo dal grande sapere che dai più rinomati Collegi d’Italia di domandava spesso il suo voto nelle più profonde dispute mediche e il Conte Roberti, scrivendo al Bianconi, ebbe a dire: “Basta per istimare Perugia il ricordarmi che il letteratissimo Mariotti è suo cittadino!”

Intratteneva relazioni con i più brillanti ingegni della sua epoca e le Accademie più rinomate si onoravano di averlo socio, come gli Etruschi di Cortona, gli Arcadi Augusti, i Leopoldini di Germania ed altre ancora.

Fu persino chiamato dalla Corte di Dresda come suo medico, ma il richiamo della terra natale era per lui troppo forte per cui ritornò a Perugia dove, nel 1760, gli fu data di nuovo la cattedra di medicina alla quale, nel 1768, fu aggiunta quella di botanica, che era stata già del suo defunto genitore.

Annibale Mariotti visse in tempi difficili ma, tra gli onori e le umiliazioni che dovette sostenere, riuscì sempre a mantenere la bontà e la gentilezza del suo animo generoso.

Proclamata, il 5 febbraio 1798, la repubblica francese in Perugia, Annibale fu uno dei quindici che formarono il governo provvisorio ed ebbe l’onore, con il dottor Gian Angelo Cocchi, di rappresentare la città a Roma, al bandimento della costituzione della Repubblica Romana.

Al suo ritorno a Perugia venne eletto “Prefetto consolare” del Dipartimento del Trasimeno.

Utilizzò autorità e sapere a beneficio dei concittadini, adoperandosi per la liberazione di alcuni nobili incarcerati dal governo della repubblica e condotti in Ancona.

Caduta la repubblica romana, dopo diciotto mesi dalla proclamazione, fu oggetto di calunniose accuse da parte dei suoi nemici. Venne per questo arrestato dai soldati austro-aretini e condotto in Arezzo come un malfattore.

Dopo qualche tempo, riconosciute false le accuse, fu liberato, ma la durezza della prigionia contribuì ben presto a ridurlo in fin di vita. La morte arrivò il 10 giugno 1801, dopo una grave malattia di sei mesi. Perugia gli riservò onoranze solenni e l’orazione funebre fu letta dal dottor Luigi Santi, suo affezionato discepolo. Fu sepolto nella chiesa di S. Angelo a Porta Eburnea, dove una epigrafe ricorda le sue virtù ed il suo sapere.

Annibale Mariotti scrisse circa 60 opere, fra cui la “Storia della letteratura perugina” e “Le lettere pittoriche perugine” stampate nel 1788. Lasciò pure un manoscritto di memorie storiche di tutti i luoghi sotto l'antico dominio di Perugia.

 

Umbertide, dopo il 1863, gli dedicò la strada (già vicolo del Pomo) che collega l’odierna piazza Matteotti con piazza XXV aprile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le foto antiche sono dell’Archivio fotografico storico del Comune di Umbertide

 

Fonti:

- “Storia della terra di Fratta ora Umbertide” di A. Guerrini (completata da G. Perugini) – Umbertide, Tipografia Tiberina – 1883

- “Gli uomini illustri di Umbertide” di A. Chelli - Umbertide, Tipografia Tiberina – 1888

- “L’uomo nella toponomastica” di B. Porrozzi – Ed. Pro-loco - 1992

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Via Mariotti oggi da piazza XXV aprile
La targa dell'illustre personaggio
 
 
PIETRO GIACOMO PETROGALLI

Uomo d’armi della seconda metà del Cinquecento famoso per il suo coraggio

 

 

 

 

 

a cura di Fabio Mariotti    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pietro Giacomo Petrogalli nacque nel 1554, da una delle migliori famiglie del paese. Fin da giovinetto dimostrò grande coraggio e fermezza di carattere.

Un giorno, mentre si divertiva a pescare sul Tevere, poco sotto il castello di Montalto, venne ingiuriato dal perugino Sforza degli Alessandri che, non contento di ciò, lo fece anche percuotere con un bastone da un suo agente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pietro non sopportò l'insulto e giurò di prendersi la sua vendetta.

Alessandri veniva spesso alla Fratta, portando con se una scorta di armigeri. Pietro non potendo soffrire tanta insolenza, dopo l' offesa ricevuta, gli si presentò davanti e gli esplose un colpo di pistola sul petto lasciandolo morto sul terreno. Poi, armato di un’accetta, si fece largo in mezzo a quegli uomini d'armi riuscendo a porsi in salvo. Non sfuggì però alla pena del bando a cui venne condannato, e nell'aprile del 1580 fu costretto a lasciare la sua terra natale.

Dapprima si rifugiò in Francia prendendo servizio nelle milizie di quel paese. Si segnalò subito per molte e belle azioni di valore, per le quali riscosse l'ammirazione dei soldati ed ebbe il grado di luogotenente colonnello.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalla Francia ritornò in Italia, mettendosi al servizio del Granduca di Toscana Ferdinando I e partì con le truppe italiane che andarono in Ungheria a combattete con l'imperatore, contro i Turchi. Anche in questa occasione si mostrò degno del suo nome combattendo strenuamente e, dopo la presa di Chiavarino nella quale si copri di gloria, fu nominato capitano di una grossa compagnia italiana, il 15 ottobre 1594.

Fu pure un'altra volta in Ungheria stipendiato dalla Chiesa, nella spedizione comandata da Francesco dei marchesi Del Monte rimanendovi sino alla fine della guerra, nella quale riportò molte ferite.

Fu allora che, mal fermo di salute e assai debole per il molto sangue versato, espresse il desiderio di ritornare a respirare l'aria nativa e il papa, con uno speciale indulto del 26 Luglio 1596, non solo gli concesse di ritornare nel suo paese, ma lo richiamò dal bando e gli condonò ogni pena, benché non avesse ottenuto la pace dalla famiglia Alessandri.

Dopo qualche tempo, essendosi ristabilito in salute, ritornò in Toscana e dal granduca Ferdinando fu

nominato luogotenente della fortezza di Pistoia, quindi sergente maggiore del presidio di Livorno e poi castellano della stessa città.

Nel 1607 partecipò alla presa della città di Bona in Barberia col grado di sergente di battaglia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Morto Ferdinando I nel 1609, gli successe nel governo Cosimo II il quale, venuto anche lui a conoscenza della sua perizia e fedeltà, il 15 maggio del 1612 lo nominò Governatore in Valdelsa e sergente maggiore di tutta la fanteria toscana, succedendo al cavbaliere Francesco Tucci, donandogli anche le ricche rendite di Poggio Imperiale.

Sostenne inoltre molte altre importanti cariche tra cui quella di Castellano e Governatore della Fortezza di San Miniato.

Nel 1622 ritornò nuovamente alla Fratta, soggiornandovi tuttavia per poco tempo perché la principessa Maddalena reggente del Granducato di Toscana lo chiamò ad assistere il cardinale De’ Medici in occasione del Conclave per l’elezione del nuovo Papa dopo la morte di Gregorio XV. Successivamente nel 1628 Ferdinando II, figlio e successore di Cosimo, lo richiamò alla corte ad occupare l'alta carica di Consigliere di Stato. E proprio quell’anno gli fu fatale perché un giorno, mentre usciva dalla consulta, fu colto da aneurisma per il quale morì all’età di 74 anni.

 

Anticamente via Petrogalli (già via San Giovanni) si trovava nel cosiddetto borgo San Giovanni distrutto nel terribile bombardamento del 25 aprile 1944. Per questo il consiglio comunale il 18 dicembre 1960 deliberò l’assegnazione al Petrogalli di una nuova strada, la traversa che da via XX settembre va a finire in via Andreani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonti:

- “Storia della terra di Fratta ora Umbertide” di A. Guerrini (completata da G. Perugini) – Umbertide, Tipografia Tiberina – 1883

- “Gli uomini illustri di Umbertide” di A. Chelli - Umbertide, Tipografia Tiberina – 1888

- “L’uomo nella toponomastica” di B. Porrozzi – Ed. Pro-loco – 1992

FRANCESCO MAVARELLI

 

Sindaco di Umbertide dal 1892 al 1898 e autore

di alcuni pregevoli testi sulla storia di Fratta

 

a cura di Fabio Mariotti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Francesco Mavarelli era nato a Cagli il 3 gennaio del 1870 da Vincenzo e Angela Calai. Trascorse la sua infanzia nella cittadina marchigiana dove i genitori avevano qualche proprietà, ma il gruppo più considerevole dei suoi beni era ad Umbertide e consisteva nel magnifico palazzo in via Stella e in numerosi poderi sparsi nella campagna circostante. Le sue prime amicizie nacquero lungo la via Flaminia, tra Cagli e Fossombrone, distanti appena una ventina di chilometri tra loro e divise dal massiccio del Furlo. Qui stabilì rapporti sinceri e durevoli con le famiglie più in vista del posto come i Vernarecci, i Chiavarelli e altri.

Gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza li trascorse insieme al fratello Giuseppe nato cinque anni prima di lui, ma poi, il 14 giugno 1891, i due si separarono perché Giuseppe decise di sposarsi con Luigia Menghini e andò a vivere per conto suo.

Non conosciamo la data precisa in cui Francesco lasciò Cagli per stabilirsi ad Umbertide. La scheda anagrafica annota solo che vi si trasferì "da fanciullo". Con certezza ad Umbertide completò il ciclo della scuola elementare e media, per poi entrare nel Collegio della Quercia a Firenze dove portò a termine il corso degli studi classici e si laureò in legge. Non esercitò la professione, assorbito com'era dall'amministrazione dei suoi beni e da numerosi altri impegni. Durante le vacanze si recava spesso nei luoghi natali a trovare i vecchi amici e si fermava volentieri a Fossombrone presso la famiglia Chiavarelli dove Marina, che era nata il 7 luglio 1875 e aveva visto bambina, si stava facendo una bella ragazza.

Giovane brillante e aperto, sorretto da studi robusti e meditati, affrontò anche l'impegno politico e amministrativo con grande successo. Nelle elezioni comunali parziali del 26 luglio 1891 venne eletto consigliere con 110 voti su 171 votanti, mentre in quelle generali del 27 novembre 1892 e del 23 giugno 1895 risultò il primo degli eletti, rispettivamente con 455 su 490 votanti e 650 voti su 695 votanti. Ricoprì l'incarico di sindaco di Umbertide per sei anni, dal 4 dicembre 1892 al 3 dicembre 1898.

Fu assessore comunale, consigliere provinciale del mandamento e presidente della Congregazione di Carità. Una vita densa di lavoro e di responsabilità, se si considera che il giovane Mavarelli era poco più che ventenne.

A ciò si deve aggiungere l'intenso impegno storico e letterario su alcuni aspetti della vita cittadina condotto con scrupoloso equilibrio e profonda competenza, a conferma di una formazione scolastica affrontata con serietà e convinzione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Notizie storiche e laudi sulla Compagnia dei disciplinati di Santa Maria Nuova e Santa Croce nella Terra di Fratta”, costituì il suo primo lavoro pubblicato nel 1899 e dedicato alla moglie. Il professor Augusto Vernarecci, l'amico di Fossombrone, ci informa che l'opera fu esaminata ed elogiata da un giudice competente e severo come Giuseppe Mazzatinti.

Il secondo impegno storico fu quello “Dell'Arte dei Fabbri nella Terra di Fratta”, pubblicato postumo nel 1901. I familiari ne affidarono la pubblicazione al Vernarecci che corredò 1'opera con una toccante premessa che riportiamo integralmente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il 31 agosto 1896 sposò Marina, la ragazza di Fossombrone a cui era ormai legato da un affetto profondo. Il matrimonio fu celebrato nella città marchigiana e nello stesso giorno la giovane possidente si trasferì nel palazzo di via Stella di Umbertide, dove Francesco svolgeva le funzioni di sindaco. Poi vennero i figli. La prima fu Zenaide (23 ottobre 1898) e la seconda Angiola Maria (28 novembre 1899). La terza, Francesca, verrà alla luce il 12 dicembre 1900 quando il babbo se ne era andato da cinque mesi.

Improvvisamente, quella sera di venerdì del 20 luglio 1900, un colpo di pistola congelò gli affetti, le aspirazioni e i progetti: Francesco si era ucciso. Il fatto drammatico precedette di nove giorni il regicidio di Monza e ciò bastò per scatenare le supposizioni più strane sul motivo del gesto, frutto di una fantasia da epopea omerica. Gli specchiati costumi e la trasparenza di comportamento di Francesco non offrirono spazi alle illazioni pettegole. Così, i sussurri che circolavano di vicolo in vicolo all'interno del paese e che ogni giorno si colorivano sempre più di tinte vivaci e di curiosi particolari volevano, niente meno, che lo sventurato giovane fosse legato ad un gruppo anarchico perugino all'interno del quale il suo nome sarebbe stato estratto per assassinare Umberto I. Il compito non sarebbe risultato gradito al sorteggiato e da qui la scelta fatale del suicidio.

Evidentemente chi metteva in giro la favola del regicida mancato conosceva molto poco l'anarchia, contraria ad ogni forma di collaborazione istituzionale e ad ogni vincolo, compreso quello del matrimonio, che rappresentava una limitazione alla sacra libertà dell'individuo. La religione dell'anarchia si identificava solo con la metodologia rivoluzionaria. Francesco, invece, era un uomo delle istituzioni, all'interno delle quali aveva svolto funzioni rilevanti come quella di sindaco e di consigliere provinciale; era stato anche insignito del titolo di cavaliere e tutta la sua vita dimostrava il rispetto per le regole e per la prassi della convivenza civile. No, la storia di una presunta appartenenza anarchica decisamente non regge, se non altro perché in pochi giorni non si trova il supplente per uccidere un re, ma ci offre qualche spunto di riflessione.

La signorilità d'animo dell'ultimo Mavarelli; la profonda cultura che gli permetteva di scavare nel passato storico della sua gente scegliendo i due filoni tipici dell'esistenza: la religione (Notizie storiche e Laudi) e il lavoro (L'arte dei fabbri); l'alto prestigio guadagnato nell'esercizio degli incarichi politici, facevano di lui un personaggio diverso da molti suoi simili. La dura vita del collegio basata sulla tolleranza e sul rispetto degli altri, lo studio appassionato e assimilato non appartenevano a parentesi giovanili da gettare nel dimenticatoio, ma erano diventati uno stile di vita. In un periodo difficile e conflittuale in cui al diffondersi del partito socialista e delle leghe contadine molti agrari rispondevano con la cacciata dei coloni dai loro poderi, la sensibilità e le convinzioni dell'agrario Mavarelli erano sicuramente orientate verso atteggiamenti diversi che non collimavano con l'autoritarismo rozzo e provocatorio della legge del più forte praticata da alcuni suoi amici.

D'altra parte, per molti uomini della sinistra estrema, la rivoluzione era dietro l'angolo ed è sintomatica la minaccia di Gaetano Bresci rivolta ai carabinieri che lo traducevano al carcere di Santo Stefano e che lo tacitavano perché faceva troppe domande: “Sono i tipi come voi che non dovrebbero mai parlare! Ma presto la rivoluzione vi spazzerà via tutti”. Secondo l'opinione più accreditata nel mondo degli agrari, a questa gente bisognava rispondere con i metodi più duri, non c'era una via di mezzo.

Mavarelli visse intensamente il disagio politico del suo tempo al bivio tra la reazione e la rivoluzione, che fu del resto il disagio e l'imbarazzo di tutta la cultura europea tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, alla ricerca di nuovi modelli espressivi e di fonti di ispirazione vigorose e che in termini molto generici prese il nome di Decadentismo.

Questo modo diverso di essere e di sentire che albergava nell'animo di Francesco, per la fantasia popolare che ha sempre amato le scorciatoie, gli estremismi e le analogie senza fondamento, fu sufficiente per fare di lui un anarchico, mentre egli era un liberale illuminato che si sarebbe trovato a suo agio qualche anno dopo con la politica adottata dal governo di Giovanni Giolitti. Ma nel 1900 il deputato di Dronero era ancora il politico invischiato, a torto o a ragione, nello scandalo della Banca Romana e non il leader dell'Italietta della "Belle Epoque" (l'Italia vile del vate D'Annunzio) in cui la lira faceva aggio sull'oro e in cui prendevano il via le riforme più urgenti nel campo sociale, tanto che l'astuto Giolitti si vantava “di aver relegato Marx in soffitta”.

La profonda sensibilità di Francesco Mavarelli gli fece avvertire in modo assillante il contrasto tra i tempi e le sue convinzioni, dandogli la sensazione di essere nato in un periodo sbagliato o di essere un uomo fuori dal tempo. Certo che il disagio derivante da questo stato di cose non era un motivo per togliersi la vita, anche se il gesto sarebbe stato coerente per una certa frangia di Decadenti, ma determinò certamente il clima in cui maturò l'angoscia segreta che da tempo travagliava Francesco. L'espressione è usata dal Vernarecci nella prefazione a Dell'Arte dei Fabbri, già ricordata in precedenza, ed è sicuramente uscita dalla bocca dei suoi familiari più intimi, la moglie e la mamma, che intesero escludere con fermezza ogni forma di depressione del loro congiunto.

L'angoscia segreta di una persona appartiene al mistero della vita e della morte che va trattato con il massimo rispetto. Il motivo scatenante del suicidio non lo conosceremo mai, né ci interessa conoscerlo.

Cinque mesi dopo nacque Francesca che, almeno nel nome, fece rivivere il ricordo del padre.

La figura e l'opera di Francesco Mavarelli furono pubblicamente commemorate nella seduta del Consiglio Comunale del 23 settembre 1900. All'unanimità i consiglieri decisero di parare

a lutto per un mese il banco della presidenza che per sei anni era stato occupato dal loro sventurato collega, di intitolare a Francesco Mavarelli la scuola tecnica del paese, di sospendere la seduta in segno di dolore per la grave perdita e di solidarietà verso i familiari.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oggi a F. Mavarelli, insieme a G. Pascoli, è intitolata la Scuola secondaria di primo grado di Umbertide, quella che una volta era la Scuola Media.

 

Nel 1998 il prof. Bruno Porrozzi ha pubblicato

un volume, edito a cura della Pro-Loco Umbertide,

con la copia anastatica delle opere di Francesco Mavarelli.

 

Fonti:

“Umbertide nel secolo XX 1900 – 1946” di Roberto Sciurpa

- Comune di Umbertide, 2006

SAN SAVINO DI FRATTA

 

Monaco presso l’Abbazia di San Salvatore di Monte Acuto

 

 

 

 

a cura di Fabio Mariotti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

San Savino, nato a Fratta, l'attuale Umbertide, ancorché cittadino perugino, in quanto Umbertide è sempre stata terra della Città di Perugia, può essere annoverato tra i Santi della Diocesi poiché Umbertide ha sempre fatto parte della nostra Chiesa. Questo senza nulla togliere alla chiesa Perugina che - a quanto scrive il Lancellotti negli Annali manoscritti di Perugia - lo annovera tra i suoi Santi.

Savino fu dunque monaco presso l'Abbazia di San Salvatore di Monte Corona, un tempo detta di Monte Acuto ed eremita in tale cenobio, morì nell'anno 1190 dopo una vita santa ornata di eroiche virtù che lo fecero considerare già Santo in vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le testimonianze scritte più remote, a parte gli antichi martirologi camaldolesi, erano le iscrizioni commemorative dei suoi prodigi, che si potevano leggere in una cappellina eretta in suo onore nel 1480 sulla strada provinciale verso Perugia, in località Citerna, presso un podere che era appartenuto alla famiglia del Santo, podere che fino ad oggi ancora viene detto di San Savino. Purtroppo, di tale cappella non v'è più traccia e persa è anche una sua immagine a fresco, che affiancava una Madonna in Maestà, poco fuori città, in una località un tempo detta Fonte Santa, ai confini col vocabolo Sant'Ubaldo.

Di Savino resta famoso il miracolo del mantello, infatti, essendo impossibile guadare il Tevere per rientrare in convento assieme ad altri due frati, a causa di una piena del fiume, egli stese il suo mantello - proprio come il profeta Elia o il più noto San Francesco di Paola nello stretto di Messina - e, salitovi sopra a mo' di zattera con i suoi compagni, potè fare ritorno al cenobio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il suo corpo venne sepolto in una cappella eretta sulla strada che dal monastero di San Salvatore conduce al luogo dove, vari secoli appresso, verrà costruito l'Eremo di Monte Corona, nello stesso posto che lo aveva visto isolato in romitaggio per lunghi periodi. Tuttavia, le guerre e le soppressioni, quella napoleonica prima e poi quella del nuovo stato unitario, mandarono in rovina la cappella, che attualmente è inglobata nei muri di una villa, completamente irriconoscibile. Solo il toponimo, San Savino, indica ancora il sito della tomba del Santo. Nulla si sa della fine che possono aver fatto le sue reliquie, quasi sicuramente traslate prima della rovina dell'edificio. I Camaldolesi celebravano la memoria di Savino, col titolo di Santo, il 18 maggio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La città di Umbertide conserva un ideale ritratto del Santo nella collezione degli Uomini Illustri della città ed esso è raffigurato anche nella grande pala della Trasfigurazione attribuita al Pomarancio, sita nel tamburo della cupola della Collegiata di Santa Maria della Reggia.

 

 

 

 

Fonti:

“Profili agiografici – I Santi, Beati, Venerabili e

Servi di Dio della Chiesa Eugubina”

di Pietro Vispi – Gubbio, 2008

ALESSANDRO MAGI SPINETTI

 

Benefattore, amico dei poveri

 

a cura di Fabio Mariotti

 

Alessandro Magi Spinetti, figlio di Francesco e Vincenza Mazzaforti, nacque a Fratta nel 1811. Era il discendente di una delle famiglie più importanti della nostra città e dedicò l’intera sua vita a fare opere di bene. Fu uno dei più assidui sostenitori della Congregazione di Carità, “amico di tutti, uomini, animali e piante”. Abitò fino al 1887 in via Spoletini, quando trasferì la sua residenza a Città di Castello.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fu uno dei massimi sostenitori della costruzione del nuovo ospedale di Umbertide per cui donò nel 1883 1.982 lire e nel 1889 12.848 lire e 55 centesimi per la somma complessiva di 14.830 lire e 55 centesimi, somma enorme per quei tempi. Basti pensare che la Cassa di Risparmio donò 14.200 lire e il Comune di Umbertide solo 431 lire e 82 centesimi in tre versamenti. Queste cifre sono riportate, insieme ai nomi di tutti i benefattori, nella lapide in marmo posta nell’ingresso del vecchio ospedale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alessandro morì il 20 aprile 1890 e ai suoi funerali ci fu una partecipazione corale della città in riconoscenza per le numerose attività benefiche svolte. Il sindaco Francesco Andreani dispose anche la presenza alle esequie della banda musicale cittadina appena ricostituita e diretta dal maestro Massimo Martinelli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le sue spoglie riposano nel Cimitero cittadino

appena superato il cancello principale, a

sinistra, in un sarcofago di travertino che

riporta questo epitaffio:

 

“Qui giace Alessandro Magi

Spinetti amico dei poveri

nato il XXIV aprile 1811.

La Congregazione di Carità

riconoscente.

Morto il XX aprile 1890”

 

L’Amministrazione comunale

gli dedicò una via il 27 marzo 1951.

 

Fonti:

- “L’uomo nella toponomastica” di Bruno Porrozzi - Ass. Pro-Loco

Umbertide, 1992

 

- “Due secoli in marcia – Umbertide e la banda” di Amedeo

Massetti – Petruzzi editore – Città di Castello, 2008

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GIULIANO BOVICELLI

 

Stretto collaboratore di Papa Benedetto XIII, scrisse l’originale “Istoria delle Perucche”

e contribuì alla nascita del “Monte Frumentario” per aiutare i poveri di Fratta

 



a cura di Fabio Mariotti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giuliano Bovicelli era nato alla Fratta intorno alla metà del 1600. Abbracciò la carriera ecclesiastica con impegno e convinzione e legò il suo nome alla istituzione e al finanziamento del Monte Frumentario, che entrerà in piena attività nel 1724, quando don Giuliano mori.

Abbellì la chiesa di San Bernardino corredandola di ricche suppellettili e di una bellissima statua del santo.

Nel testamento, con rogito 27 luglio 1724 di Gabrielli Notaro Romano, lasciò tutto il suo patrimonio alla Confraternita di San Bernardino, di cui era fratello, perché offrisse un aiuto concreto ai poveri del paese, proprio attraverso quel Monte Frumentario da lui tenacemente voluto.

 

Le sue doti d'ingegno lo imposero all'attenzione del cardinale Pier Francesco Orsini di Roma, che lo scelse come suo segretario e lo portò a Benevento, quando fu nominato Arcivescovo di quella città “e che ivi si trovasse alla lacrimevole catastrofe del 5 giugno 1688. Un terremoto orribile fra tante devastazioni rovesciò buona parte del Palazzo Arcivescovile. Il Cardinale venne precipitato dal secondo piano al terreno. Dove, cadendo, alcuni legni incrocicchiandosi lo salvarono dalla morte. Un gentiluomo, che stavagli appresso, rimase orrendamente schiacciato; e il nostro Giuliano, non si sa come scampasse la vita! (Antonio Guerrini).

Diventato Papa, con il nome di Benedetto XIII, Orsini trattenne presso la Curia Romana don Giuliano con importanti incarichi, come quello di Priore della Basilica di San Bartolomeo e Protonotario Apostolico.

 

Fu durante il soggiorno a Benevento che Bovicelli scrisse la sua "Istoria delle Perucche", e la prima pubblicazione avvenne nel 1722 in quella città. Si tratta di un lavoro condotto con il massimo impegno e con uno scrupolo rigoroso di ricerca che spazia dalle antichissime testimonianze su questo ornamento, ritrovate presso i popoli orientali, fino ai primi anni del ‘700.

Lo scopo dell'autore non è, però, quello di una disamina tecnica, estetica o sociale della parrucca in genere, ma più semplicemente una riflessione corposa sulla goffaggine delle parrucche che portavano gli ecclesiastici. Fin dalle prime righe del suo lavoro, Bovicelli ne esplicita le finalità: “Istoria delle perucche in cui si fa vedere la loro origine, la forma, l'abuso e l'irregolarità di quelle degli Ecclesiastici”. La vanità doveva aver preso la mano a molti monsignori, se nella prefazione l'autore entra subito in argomento con queste espressioni:

“Trovandosi oggidì tanti Ecclesiastici i quali portano la perucca; che ho grande motivo di credere che siano persuasi, almeno la maggior parte, che questo ornamento straniero sia loro vietato e che non abbia niente in se stesso che convenga alla decenza della loro professione.

Per ritrarli, perciò, dal loro errore ho intrapreso quest'opera per stimolo di alcune persone sodamente pie e veramente zelanti della disciplina della Chiesa; ... fa duopo vedere, che quelle degli Ecclesiastici sono dannate dalle regole della Chiesa; ed avendo mostrato quanto siano irregolari e mostruose quelle de' Monaci, rispondo alle obbiezioni che possono allegare gli Ecclesiastici ed i Monaci che se ne adornano. Finisco col proporre i modi che possono impiegarsi per fermare il corso di questo disordine e toglierlo assolutamente dalla Chiesa”.

La prefazione riassume il contenuto del lavoro che ebbe un notevole successo, tanto che due anni dopo, nel 1724, ne fu stampata un'edizione anche a Milano (1).

La squisita sensibilità dell'autore intuisce che gli argomenti contro l'uso delle parrucche da parte del clero valevano anche per quelle con cui si ornavano i laici e sembra quasi chiedere scusa facendo appello alla tranquillità e alla serenità d'animo dei lettori: “Siccome la maggior parte delle prove delle quali mi vaglio per combattere le prove degli Ecclesiastici, possono giustissimamente applicarsi a quelle de' Laici, giudicheran facilmente che non è guari più permesso a Laici che agli Ecclesiastici di portare la perucca. Comunque siasi, prego Dio con la lingua di Tertulliano che la pace e la grazia di Gesù nostro Signore cada in abbondanza sopra le persone che leggeranno questa Istoria con tranquillità di spirito e che Preferiranno la verità alla usanza: Haec cum bona pace legentibus, veritatem. consuetudini praeponentibus, pax et gratia a Domino nostro Iesu redundet” (La pace e la grazia di Dio ricadano su coloro che leggeranno quest righe con serenità e anteporranno la verità all’usanza).

Nel tema specifico, don Giuliano ebbe presente il senso del moderno che contribuì ad anticipare, anche se l'approdo a questa sponda non gli fu offerto da una visione progressista, tipica dell'Illuminismo, ma dal ridicolo dell'anacronistica e continua carnevalata che le maschere esaltavano.

Dopo il 1863 gli fu dedicata una via nel centro storico di Umbertide, quella che ancora oggi viene chiamata “Il Bocaiolo”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Note:

1) Due copie del libro sono reperibili alla Biblioteca Vaticana. Una, quella edita a Benevento, in Raccolta Generale di Storia - Vol. 6360; l'altra, quella edita a Milano, in CICOGNARA III - pos. 1602.

 

Fonti:

- “Umbertide nel Secolo XVIII” di Renato Codovini e Roberto Sciurpa - Comune di Umbertide, 2003

- “Storia della Terra di Fratta ora Umbertide” di Antonio Guerrini, portata a termine da Genesio Perugini – Tipografia Tiberina, Umbertide 1883 (Copia anastatica a cura del “Gruppo editoriale locale” di Digital Editor srl – Umbertide – 2009).

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LUIGI VIBI
Liberale di Fratta caduto nel 1849 in difesa della “Repubblica Romana”

 

 

 

 

a cura di

Fabio Mariotti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Luigi Vibi (1), figlio del notaio Lorenzo, nacque alla Fratta nel 1807. Frequentò il Liceo a Perugia dove conobbe Luigi Bonazzi e l'attore Gustavo Modena con i quali mantenne una buona amicizia. Finito il liceo si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza e si laureò in legge. Era cagionevole di salute, ma dotato di brillante intelligenza che attirò l'attenzione di un vecchio nobile della Fratta, Costantino Magi Spinetti, di fede liberale e iscritto alla Massoneria.

Il vecchio massone e il giovane laureato trascorrevano molte ore insieme discutendo del liberalismo e della Rivoluzione Francese della quale, in quel tempo, si davano versioni partigiane sia dai libri sia dai precettori ecclesiastici.

I moti del 1831 trovarono immediata rispondenza in Perugia, insorta il 14 febbraio di quell'anno. La città, a mezzo del proprio Comitato Provvisorio di Governo (2), dichiarò decaduto il Governo Pontificio con grande stupore del Delegato Apostolico Mons. Ferri (3).

I moti trovarono il ventiquattrenne Luigi Vibi già politicamente schierato e il Comitato Provvisorio che si era costituito a Perugia doveva conoscerlo bene se appena due giorni dopo l'insediamento, il 16 febbraio, affidò a lui e a Petronio Reggiani (4) l'incarico di recarsi a Città di Castello (5) per istituire anche in quella città un Comitato Provvisorio di Governo. I due figli di Fratta si misero subito al lavoro riunendo il Consiglio Comunale di quella Città il 17 febbraio per procedere all'insediamento del Comitato Provvisorio..

La fiducia che i liberali perugini nutrivano nel giovane Vibi testimonia il suo affidamento politico e la validità della scuola del vecchio maestro e massone.

Gli slanci generosi dei nostri patrioti durarono poco perché furono troncati dallo sfavorevole andamento delle vicende politiche. Le bandiere tricolori issate dovunque, una anche sul tetto della casa di Vibi (6), furono ritirate presto in attesa di tempi migliori.

La repressione che ne seguì costrinse molti a cercarsi un riparo sicuro. Lorenzo Vibi, ad esempio, nipote di Luigi si rifugiò a Mercatale, in Toscana nella terra del Granducato. Lo stavano attivamente ricercando per arrestarlo perché, proprio in quei giorni, aveva spinto giù per le scale un prete procurandogli la rottura di una gamba. Il collegamento con i fuggiaschi era tenuto da un certo Fiordo Bettoni che percorreva quasi ogni giorno a piedi i circa 25 chilometri di distanza per portare loro cibo, notizie e tutto ciò di cui avessero bisogno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nei primi mesi del 1849 Luigi Vibi svolse tutta l'attività di cui era capace a favore della Repubblica Romana e fu uno di coloro che riorganizzarono la Guardia Civica alla Fratta. Riuscì a raccogliere fondi volontari fra i cittadini per migliorare le condizioni della compagnia di cui era diventato capitano comandante. È datata 20 aprile 1849 una sua lettera di sollecito dell'impegno economico sottoscritto a favore della Guardia Civica o Cittadina.

“... Trovomi pertanto necessitato di invitarvi, o cittadino, al pagamento già scaduto di quanto da voi sottoscritto, a cui vi siete obbligato nel citato programma, che verserete entro otto giorni dalla presente data in mano di questo esattore comunale incaricato di tale esigenza; prevenendovi che in caso d'inadempimento mi vedrò, mio malgrado, astretto a prevalermi dei rimedi legali".

Segue l'elenco delle persone cui tale lettera circolare venne diretta e la lista vede in prima fila Sebastiano Vibi con scudi 10, seguito da Gaetano Migliorati con scudi 6 e dal vecchio amico Costantino Spinetti.

La lettera testimonia che il 20 aprile Vibi era alla Fratta, ma ancora per poco. Il 30 aprile i volontari romani sostennero il primo vittorioso combattimento contro i francesi del generale Oudinot al Gianicolo e la notizia dell'assedio di Roma da parte francese lo spinse ad andare a combattere per la sua difesa accanto a Garibaldi (7). Partì il 5 maggio al comando di altri volontari raggruppati nella “Legione dell'Umbria”.

Le notizie di cui disponiamo ci dicono che fu impiegato nell'estremo settore Sud dello schieramento garibaldino, a Porta Portese (8), dove fu gravemente ferito il 18 giugno.

Il 21 giugno, giorno di San Luigi, suo onomastico, cessava di vivere per le ferite riportate, all'ospedale dei Pellegrini. Aveva 42 anni. I suoi resti riposano nell'Ossario Garibaldino eretto sul Gianicolo e la lapide che lo ricorda è ben visibile perché si trova collocata immediatamente sopra a quella di Goffredo Mameli.

Le esequie a Luigi Vibi (9) si svolsero in Roma, nella chiesa di S. Andrea delle Fratte che per l'occasione fu pavesata da molte iscrizioni inneggianti alle sue virtù e al suo valore. Una di queste, posta proprio all'ingresso del tempio, diceva:

 

“Disprezzatore magnanimo delle domestiche dovizie

e degli onori di che fu insignito nella cittadina legione

rarissimo incurante

in tempi onde i molti stoltamente ne agognano

cogliendo a scherno sua vilgente età

e la corporea malsania

il capitano Luigi Vibi da Fratta

di Perugia

quarantaduenne

imbrandì impavido 1'arme dell'ultimo soldato

il 5 maggio 1849

e in seno alla sacra città

sulla breccia e le barricate tra il fulminar de' proiettili

con ardente valore combattendo

ahi patrio amore!

la notte del 21 giugno finì la vita sì preziosa

trafitto da igneo piombo

che alla terra natale, ai congiunti, agli amici, ai beneficiati

più vivido raggio di sole per sempre ottenebrò

ma che aggiunse insaputo alla beatitudine dei cieli

un nuovo figlio

cui l'onomastico proteggitor santo

già da lunge protendea la paterna destra affettuosa”.

 

Le vicende di Luigi Vibi ebbero un seguito nel 1871. Filippo Natali, un umbertidese impiegato al Comune di Magione, scrisse al Sindaco chiedendo che le ceneri del giovane repubblicano fossero riportate nel cimitero di Umbertide, da quello di S. Spirito, detto anche dei “Centocinque”, dove si trovavano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In seno al Consiglio comunale si aprì una discussione interminabile che rievocò altri umbertidesi morti in analoghe circostanze, come Giuseppe Mastriforti a Condino nel 1866 e Giovan Battista Igi a Mentana nel 1867. La discussione continuò per qualche mese. Intanto a Filippo Natali fu spedita una lettera gentile che esprimeva “sensi di gratitudine per la patriottica ispirazione” e le ceneri rimasero dov'erano.

II frutto della lunga discussione fu una pietra, collocata nel nostro cimitero, con la seguente iscrizione:

“Memoria

a

Luigi Vibi di Umbertide

onorato cittadino

di provata fede politica

che combattendo per l'indipendenza d'Italia

cadeva in Roma nel XXI giugno MDCCCXLIX

Il Patrio Municipio".

 

La lapide fa tutto il possibile per rendere anonima, scialba e neutra la figura di Luigi Vibi. Sarebbe stato meglio tacere.

 

Negli anni Cinquanta al ricordo del nostro eroico concittadino l’amministrazione comunale ha intitolato “Largo L. Vibi” lo spazio dove esisteva la sua casa prima che fosse distrutta dal bombardamento del 25 Aprile 1944.

Note:

1. Le notizie sono state gentilmente fornite dal Signor Giancarlo Vibi di Umbertide, ora residente a Perugia.

2. Era formato da Antonio Monadi, Antonio Canci, Giuseppe Rosa, Avv. Luigi Batoli, Luigi Menicucci, Tiberio Borgia.

3. Questa versione dello “stupore” non concorda con quella sostenuta dallo storico Luigi Bonazzi secondo il quale ci fu un tacito consenso da parte di Mons. Ferri.

4. Anche Petronio Reggiani era della Fratta. Nell'occasione egli ebbe pure l'incarico di istituire il Governo Provvisorio a San Giustino, cosa che il Reggiani fece nominando Commissario di quel luogo il tifernate Dott. Pietro Dini (Giuseppe Amicizia, Storia di Città di Castello nel secolo XIX- Edit. S. Lapi - anno 1902).

La casata Reggiani dette al Risorgimento Italiano validi patrioti fra i quali Petronio, di cui si è detto. Ci fu anche Aristide che partecipò alle guerre risorgimentali e Francesco di Gaetano che prese parte all'insurrezione perugina dei 1859 e fu poi perseguitato fino al settembre del 1860, cioè fino all'arrivo delle truppe italiane (Albo Nazionale Famiglie nobili dello Stato Italiano elencate sotto il profilo storico - Ass. Historiae Fides, Milano - Edit. Grafica di S. Angelo, di Cesano Boscone - Anno 1974, in biblioteca del Dott. Angelo Zeno Reggiani).

5. G. Amicizia, Op. Cit.

6. La casa a ridosso del ponte sul Tevere (ora largo Vibi) fu distrutta dal bombardamento del 25 aprile del 1944.

7. Garibaldi pernottò ad Umbertide presso la famiglia Vibi. Fu messo a sua disposizione un grande letto di noce con le colonne. Disse di sentirsi tranquillo perché in casa di amici fidati e partì lasciando come ringraziamento un cannocchiale rivestito di mogano e ottone, ora in possesso del signor Giancarlo Vibi (pronipote di Luigi) che ci ha reso questa testimonianza, senza poter precisare la data. Ricostruendo la serie degli avvenimenti e rileggendo attentamente il libro delle sue Memorie risulta che il 15 novembre 1848, dopo gli infausti eventi di Custoza e Novara, Garibaldi si trovava a Ravenna con un manipolo di volontari, in attesa di imbarcarsi per correre in aiuto di Venezia. Ma proprio in quel giorno avvenne l'assassinio di Pellegrino Rossi e la rivolta nello Stato Pontificio. I piani mutarono. Garibaldi si diresse a Cesena, dove lasciò i suoi volontari, e si recò a Roma “per prendere contatti con il Ministro della Guerra affinché mettesse fine, una volta per tutte, alla nostra esistenza vagabonda” (dalle Memorie di Garibaldi). Probabilmente in occasione di questo viaggio a Roma, tra la fine di novembre e i primi di dicembre 1848, Garibaldi passò per l'alta valle del Tevere e si fermò in casa Vibi. Allo stesso periodo, infatti, risalgono anche altre presenze dell'eroe a Foligno e a Cascia.

8. Porta Portese, o Portuense, in quanto è a lato del porto fluviale della vecchia Roma (Ripa Grande). Si trova sulla riva destra del Tevere.

9. Sulla terrazza del Pincio, a poche decine di metri dalla balaustra, si può osservare anche oggi un busto in marmo di Luigi Vibi.

 

Fonti:

“Umbertide nel Secolo XIX” di Renato Codovini e Roberto Sciurpa – Comune di Umbertide, 2001

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