LA FRATTA DEL SEICENTO

a cura di Fabio Mariotti

 

 

 

 

 

 

 

La vita in Fratta

Nella terra di Fratta il Seicento, fatta eccezione per la "Guerra del Granduca" (1643-44) (1), fu un secolo di pace che scorreva tra le difficoltà di sempre e tra le numerosissime manifestazioni religiose (feste, processioni, ecc.). La vita dei frattegiani era dura fin dalla nascita: le “arcoglitrici”, dette anche mammane, non frequentavano corsi speciali per svolgere il loro lavoro e ci si doveva affidare alla sola pratica che potevano avere. Probabilmente era una delle componenti della forte mortalità infantile, specie quella del primo giorno che - consultando gli archivi parrocchiali - era del cinque per cento. La percentuale restava alta anche nel primo anno di vita, se si guarda una statistica del decennio 1661-1670 relativa alla parrocchia di Sant'Erasmo. Qui morirono, in tale periodo, 166 persone (circa 17 all'anno) e di queste ben 45, cioè il 27 per cento, entro il primo anno di vita.

Nello stesso decennio ben 88 persone (il 53 per cento) morirono prima di aver compiuto il decimo anno. Nascevano più maschi che femmine e la tendenza proseguirà fino alla seconda metà dell'Ottocento, quando comincerà l'andamento inverso. Le donne avevano una vita media di due anni e due mesi superiore a quella degli uomini che era di 25 anni.

Erano molte, come si è detto, le possibilità di morire nel primo giorno: le "arcoglitrici", anche se esperte, mancavano di ogni nozione di igiene, come mancavano le indispensabili e pronte cure mediche da farsi nei primi minuti dopo il parto in caso di difficoltà. Esistendo pericolo di morte, era la mammana a battezzare il bambino.

I nomi con cui le persone venivano battezzate erano tre (potevano anche essere quattro o cinque, i nobili o le famiglie più facoltose ne davano anche otto o nove). Quando erano molti, tre erano sempre quelli dei Re Magi: Baldassarre, Gaspare e Melchiorre. Spesso le persone non conoscevano la propria data di nascita.

A seguito delle disposizioni del Concilio di Trento si cominciò a fare le pubblicazioni

dei matrimoni. La dote della sposa era legata all'effettiva consumazione del

matrimonio ed in difetto di ciò doveva essere restituita.

Si cercava di lasciare il patrimonio ai maschi ed in particolare al maggiore.

Il capo famiglia escludeva per tempo quante più figlie femmine poteva,

destinandole da piccole a una futura vita monastica. Queste, crescendo,

venivano tenute in casa, lontane dal vivere sociale pur ristretto dei tempi,

affinché il distacco dalla famiglia e l'entrata in monastero fossero meno

pesanti. Ecco una ragione del crescere dei vari conventi femminili anche

in Fratta dove, nel 1604, ha inizio la costruzione del monastero di Santa

Maria Nuova (in fondo alla Piaggiola scendendo sulla sinistra, dove c’era

il meccanico Remo).

La famiglia Petrogalli. ricchi proprietari terrieri di Fratta con casa padronale

lungo il Tevere, nel 1610 era composta da due fratelli, Marcello e Cristoforo, che

avevano due figlie ciascuno da sistemare. Risolsero il problema mandandone una

in un monastero di Perugia, mentre altre due le fecero entrare nel monastero di

Santa Maria Nuova di Fratta da pochi anni istituito, dando loro come dote quanto

richiesto dalla regola, cioè più di quattrocento scudi per figlia. Questa somma

potrebbe sembrare elevata, in realtà non lo era, in quanto la quarta ragazza, figlia

di Marcello, riuscita in qualche modo ad evitare il convento e a sposarsi, dovette

portare come dote duemila scudi, cifra quattro o cinque volte superiore a quella

pagata dal padre per la sorella e le due cugine più sfortunate.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ciò avveniva anche per i figli maschi, non primogeniti. In questo periodo si cambiò poco anche nel modo di vestire. Apparirono abiti alla francese, per cui le donne lasciavano vedere la parte superiore del petto dalla larga scollatura quadra. Gli uomini accorciarono il vestito sotto la cintura e, deposto il lungo calzone di lana bianca o colorata, adottarono le brache corte, anche se non ancora legate al ginocchio come nel Settecento. Ciò che non cambiò fu quel mondo di abitudini antiche, di tabù, di presenze diaboliche, stregonerie varie, dove le fattucchiere operavano senza sosta facendo o sciogliendo “fatture” ed aumentando le paure che si tramandavano di generazione in generazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Era molto praticata la caccia, usando per lo più cani bracchi e levrieri. Oltre gli “schioppi” erano di moda le “reti da lepori” (cioè da lepri) e le “cortinelle”, per le starne. Gli animali maggiormente appetiti erano “lepri, starne, fagiani, quaglie, coturnici, capri et porci”.

La pesca era praticata con la “cannicciaia” (trappola di canne, costruita in modo che i pesci, una volta entrati. non potessero più uscirne), con il “ghiaccio”, attrezzo di rete piombato per restare sott'acqua, oppure con il “tramaglio”, lunga rete a strascico. Questo mezzo di pesca, cui si applicavano piombi per immergerlo e sugheri per tenerne a pelo d'acqua la parte superiore, ha varcato la prima metà del XX secolo restando quasi immutato.

Tra i giochi, un inventario del 1662 cita “una forma per fare le palline”. Erano sfere di terracotta con le quali i bambini hanno sempre

giocato, usandole anche ad Umbertide fino agli Anni Cinquanta (del Novecento) prima dell'avvento delle palline di vetro colorato. Era molto in voga anche il “Gioco dell'oca”, passatempo da tavola come l'odierna tombola, concretizzato in un grande cartellone ove erano disegnate 63 vignette, numerate progressivamente. Potevano partecipare più persone usando un dado che serviva per procedere avanti, con la prospettiva di incontrare stazioni penalizzanti.

 

Note:

1. Il resoconto completo della “Guerra del Granduca”

si trova in questo sito, nella Sezione Storia

 

Disegno di Adriano Bottaccioli

Foto Tevere di Fabio Mariotti

Foto levriero (Wikipedia)

 

Fonti:

- Storia di Umbertide – Vol. V – Sec - XVII – Renato Codovini –

Manoscritto inedito

- Calendario di Umbertide 2002 – Ed. Comune di Umbertide - 2002

Il Boccaiolo (Disegno di Adriano Bottaccioli)
Il Tevere poco prima delle vecchie schioppe
Levriero
Un antico Gioco dell'oca
 

Le botteghe artigiane e il commercio

 

I vasai

La lavorazione dei vasi in terracotta, come pure di tegami, scaldini, orci, scine ed altro, utili per la vita familiare di ogni giorno, era molto in auge nella Fratta del XVII secolo. Era un'attività che veniva da lontano, assieme a quella dei laterizi da costruzione che portavano un certo benessere a quella nostra società. Che la fabbricazione di vasi fosse rilevante viene confermato dal frattegiano Costantino Magi il quale, nel suo manoscritto sulla Storia di Fratta (1725), ci dice: “Le attività artigiane di Fratta sono principalmente intorno al ferro ed alla terra, che lavora con molto artifizio. I suoi vasai porgono all'Italia maioliche finissime di varie sorti, cioè bianche, negre, macchiate, le bianche e le marchiate sono vaghissime. Le negre poi, ornate di rabeschi e fogliami d'oro e di figure con vivi colori effigiate, riescono di tanta bellezza che fanno nobile ornamento anche alle credenze dei grandi”. La lavorazione dei vasi avveniva nel Borgo Superiore e nella piazza del mercato (Mercatale di Sant'Erasmo).

Altro storico che si occupò dell'argomento fu l'ingegner Vincenzo Funghini che nella sua opera Cenni storici e osservazioni sulle antiche maioliche italiane (1889) fa sapere che gran parte della produzione vasaia di Fratta era lavorata "a graffio" (detto anche "graffito" o "a stecco"), fatta sulla ingobbiatura. Era superiore a quella di Città di Castello, detta "alla Castellana". Anche in questa città si lavorava "a graffio" (dice sempre il Funghini) ma con poche e semplici tinte di verde o di giallo, mentre la produzione di Fratta era più ricca di colorito e di decorazioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le fabbriche e le botteghe dei vasari sorgevano nel Mercatale di Sant' Erasmo (l'odierna piazza Marconi). L'origine risale ai secoli XIII e XIV, quando furono costruite fuori dalle mura castellane perché evidentemente non c'era più posto nella piccola e tortuosa via "degli Scodellari", all'interno del castello. Zona vicina al Castello Vecchio, era facile e comodo andare al lavoro, ma c'era anche una pronta possibilità di rifugiarsi entro le mura in caso di imminente pericolo di guerra o di scorrerie di malfattori.

Nell'anno 1643 fabbriche e botteghe furono volutamente distrutte dai soldati del presidio a causa della guerra del Granduca di Toscana e non è rimasta traccia di esse perché sulle loro macerie vennero poi edificate le case oggi esistenti in quella piazza e nella via adiacente.

Le fabbriche e le botteghe furono poi ricostruite un po' più a nord, sempre sulla strada per Montone, nella zona fra il molino e la chiesa dei Francescani osservanti. In questa zona c'era pure la fabbrica di vasi dei Martinelli, l'unica famiglia di artigiani della quale ci sia rimasta memoria.

La forma dei piatti di Fratta era uguale a quella di Deruta, di Pesaro, di Urbino, dei "Durantini" (della città di Castel Durante, poi Urbania). Erano diversi nella vernice. Ciò che rivestiva le manifatture di Fratta non era "smalto", ma semplice "vetrina", ossia vernice a base di piombo e silice, traslucida, o appunto mezza maiolica. La forma-calco usata

era di gesso, imitazione delle "burrine" di Deruta e delle "durantine", che davano un piatto con un orlo molto largo, ricoperto di fregi, di foglie ed altri ornamenti. Le tazze erano assai profonde, per lo più piccole ed avevano appena un embrione di bordo. Ciò vale anche per le coppe, posate sopra un piede base, più grandi e spesso munite di manici. I vasi erano foggiati a seconda del capriccio dell'artista, in un epoca in cui il gusto delle belle arti era penetrato in tutti i luoghi anche i più umili e perfino gli artisti minori sapevano dare ai loro prodotti un aspetto assai gradevole. Nel lavoro "a graffio" il pezzo, in terra rossa, essiccato naturalmente all'aria aperta, veniva sottoposto ad un fuoco leggero che gli dava una certa consistenza, impedendogli di disgregarsi quando veniva immerso nel liquido che formava 1'ingobbiatura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella prima metà del Seicento questo liquido era formato da terra di Vicenza e tartaro bruciato o terra bianca presa in altre zone (si producevano in Fratta anche maioliche bianche). Al posto del tartaro si poteva a volte usare la feccia dell'uva anch'essa bruciata, dalla quale si prendeva poi la parte bianca. Questi componenti, ben macinati e rimescolati con l'acqua, venivano portati a una certa densità, come si fa con lo smalto. Nel liquido si immergeva il vaso, lo si metteva di nuovo ad un fuoco leggero perché si asciugasse sollecitamente, anche se si conservava sempre allo stato crudo. Tirato fuori dal forno, l'oggetto era coperto da vernice trasparente in modo che la decorazione risultasse in bianco, sul fondo rosso originario di partenza. Dalla seconda metà del Seicento 1'ingobbiatura viene ottenuta con una terra più chiara, tendente al giallo chiaro o paglierino, come si riscontra in molti lavori di Palaia, di Castelfiorentino, di Castelli dell'Abruzzo. I vasi di Fratta si presentano specialmente con questo colore, da attribuire all'assenza della terra bianca di Vicenza o di Valenza o di altre località ed all'uso della giallastra terra di Trequanda, località della provincia di Siena, poi adoperata per tutti i dozzinali del secolo seguente. La lavorazione "a graffio" non era il solo metodo usato nelle fabbriche di Fratta; alcuni pezzi avevano una vera e propria pittura sulla terra bianca o gialliccia dell'ingobbiatura in modo da formare una modalità nuova che si colloca tra la decorazione ad ingobbiatura e quella della mezza maiolica. I colori erano il turchino chiaro, ottenuto mediante l'impiego della zaffera unita al bianchetto, il verde con il verde-rame molto diluito, il rosso ed il giallo. Le decorazioni adoperate nelle nostre fabbriche erano diverse fra di loro: nei bordi del piatto di solito si dipingevano penne di pavone, fiori, corone di foglie; al centro invece uccelli, piante, stemmi o scudi araldici, figure, chimere, grotteschi e qualche volta soggetti sacri, cherubini, amorini, raramente rilevati, tutti graffiati e molto colorati.

 

I fabbri

Arte fiorentissima in Fratta, ne parlano tutti gli storici. I nostri fabbri comperavano il ferro a Foligno (nel 1646 per farne il cerchio della cupola della chiesa di Santa Maria della Reggia), ma anche a Senigallia e riuscivano a forgiare molti degli articoli di uso comune: chiodi, martelli, lime, caldai, pentole, padelle, catini, che poi vendevano nel loro laboratorio. Stesso discorso per il piombo, che veniva da Gubbio o da Roma, che essi poi lavoravano trasformandolo in oggetti per la casa o per altri artigiani. Molto usato anche il filo d'ottone, che comperavano a Perugia, principalmente per guarnire i propri lavori. Erano abili nella fusione dei metalli per piccoli oggetti d'uso. Avevano in tali casi delle forme che facevano essi stessi di volta in volta, ripiene di

una speciale terra molto fine e compressa, nella quale colavano

il metallo fuso, traendone oggetti che poi vendevano nelle proprie

botteghe. L'arte dei fabbri ferrai era la maggiore praticata in Fratta, tanto 

da renderla rinomata in tutto il territorio dello stato romano. Gli annali

della città di Perugia ricordano la costruzione della cancellata per la

fontana della piazza Maggiore fatta dai fabbri di Fratta.

Dal 1647 al 1667 esistono numerosi contratti che riguardano la

produzione di falci per mietere il grano e la relativa vendita a Roma.

Il primo, dell'anno 1647, dice che alcuni fabbri di Fratta, riunitisi

in società, si impegnano a costruire in un anno e poi a vendere

14.000 (quattordicimila!) falci di vario tipo. Altro elemento

notevole lo troviamo in una clausola per la quale lo stesso contratto           

potrà subire variazioni qualora vengano portate nella piazza di Roma,

contemporaneamente, altre partite di falci per mietere, prodotte

in altre città o in Fratta.

Ciò vuol dire che, oltre a quel gruppo, in Fratta esistevano anche

altre società, capaci di tale produzione e relativo commercio nella

città di Roma. Ulteriore particolarità: sono i fabbri di Fratta a stabilire

il prezzo di vendita dei loro prodotti, che i grossisti acquirenti di quella

città si impegnano contrattualmente a praticare. E' una clausola ben strana:

il venditore infatti oggi pratica il prezzo che vuole, al produttore

interessa solamente di essere pagato, nei tempi stabiliti. Troviamo un

nuovo contratto interessante per la vendita delle falci nel 1667: una delle

parti è una donna che opera nel campo commerciale di Fratta.

E' Camilla Mazzoni, moglie di Annibale Burelli, e fornisce "acciaro" ad

alcuni fabbri dai quali poi compera le falci che essi produrranno nell'anno.

"Da una parte donna Camilla Mazzoni... di Fratta, dall'altra parte... mastro

Angelo e mastro Cristoforo promettono e convengono di fabbricare falci

grandi da grano ad uso delle campagne di Roma numero quattromilia, e

falci piccole parimenti da grano, dette campagnole numero dui milia...". Come risulta da altre scritture, la signora Burelli è avvantaggiata in tale lavoro da suo marito che ha in affitto il mulino di Sant'Erasmo. situato fuori dell'odierna porta di San Francesco. Questo molino aveva dei meccanismi e delle ruote per l'arrotatura delle falci, che si muovevano con l'acqua del Tevere fino a lì canalizzata: insomma, è facile per la signora Mazzoni intraprendere affari commerciali con i fabbri di Fratta. Anche questo documento ci prova che erano diversi gli artigiani che producevano falci a migliaia di pezzi, destinate al mercato romano. Dovevano essere pronte nel mese di maggio e, subito dopo l'arrotatura. venivano consegnate a carrettieri che, con carri a quattro ruote, le portavano a Roma.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esiste un documento in archivio: è del 1666, viene rilasciato ad un carrettiere di Fratta che deve trasportare falci a Roma, via Foligno. Il vetturale si chiama Antonio del Cuoghi, trasporta ottocento falci del peso di tremila libbre, fabbricate in Fratta "con acciari comprati da Girolamo Francesconi in Sinigaglia da Rafaele Matrici”.

 

Le botteghe

Fin dagli inizi del secolo troviamo in Fratta un discreto numero di botteghe di vari generi che nel loro insieme sviluppano una certa mole di lavoro commerciale, tale da essere uno dei perni dell'economia del paese. Tutte avevano la caratteristica comune nella grande promiscuità degli articoli. La bottega di "aromataria", che avrebbe dovuto avere, stando al nome, spezie (aromi) e medicinali, vendeva invece anche cera, chiodi, latta, vetri. Non c'era specializzazione in alcuni articoli, come si comincerà a fare verso la fine dell'Ottocento, ma una notevole confusione di merci messe in un grande disordine. Di cubatura modesta, erano oscure e multiodoranti. Unica eccezione alla promiscuità dei generi era la bottega del "macellatore" (macellaio), conteneva solo carni. Erano esposte in massa sulle pareti, in pezzi grandi e piccoli agganciati ad uncini. La sequela non terminava alla porta, proseguiva anche fuori, sulla pubblica via, insieme a salumi e collane di salsicce. I "macellatori" non usavano carta per avvolgere la carne, la infilavano in un venco ed il cliente, se proprio non aveva una "sportola", se la portava via ciondolante ai fianchi.

La bottega del pane non aveva vendita regolare in quanto il pane era venuto dal fornaio nel proprio forno. Ciò non toglie che fosse venduto altrove, andando a finire fra vetri, chiodi, vernici e "baccalari".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Botteghe e proprietari

- Pellicciari Adriano: nel 1600 ha una "aromateria", nel 1603 passata ai suoi eredi

- Pellicciari Gapocho Pietro: dal 1605 al 1615 vende refe, seta e vari altri generi

- Pellicciari Tommaso: nel 1603 vende fioretto

- Giovan Francesco: nel 1601 ha una "aromateria", nel 1610 è "spetiale"

- Zeppe: nel 1603 è merciaio. E' detto anche "il pettenaro", cioè venditore di pettini

- Cecco D'Angiolo: nel 1605 è merciaro

- Stella Anton Maria: nel 1609 vende tela

- Santi: nel 1612 è merciaro

- Garognoli Fabritio: nel 1606 è "spetiale"; nel 1607 vende cera; nel 1609, cera e fàcole; nel 1611 ha una "aromateria" e nel 1630 vende "robbe per gli infermi" ed altre cose

- Cibo Bernardino: nel 1612 vende pane

- Burelli Ruggero: nel 1601 ha una "aromateria" situata in "strata regali", cioè la via Diritta (odierna via Cibo). Questa si trova sotto la casa di Orfeo Burelli. Nel 1603 ha una "apoteca aromataria", nel 1607 è "spetiale" e tale risulta fino al 1619

- Burelli Pompeo: nel 1605 vende cera, funi, facolette, aguti (grossi chiodi) e "altre robbe"; nel 1609, medicamenti. Pompeo ha una "apoteca" situata in "strata regali" (odierna via Cibo), confina con Ruggero Burelli e sul retro con lo "steccato" della comunità (verso il Tevere). Nel 1619 Pompeo ha la qualifica di "spetiale" (vende spezie e medicine, ma anche aguti, cera, funi, facolette ed altro)

- Burelli Scipione: nel 1613 (fino al 1648) vende cera, medicine, torce, facole e "robe da spetiaria" per l'ospedale di Santa Croce. Vende anche berrette da prete. Nel 1614 dà medicine ad una povera inferma. Nel 1621a bottega esiste ancora a suo nome, probabilmente gestita da un figlio

- Tartagli Erasimo: nel 1623 vende cera

- Pellicciari Giovan Paolo: nel 1633 è "spetiale". Vende "giulebbe, zucaro, olio rosato, termentina, pane"

- Bottari Giulio Cesare: nel 1637 vende mercerie

- Spunta Alfonso: nel 1611 ha una bottega di mercerie

- Stella Cosimo: nel 1654 vende sale

- Lazzari Agostino: nel 1638 ha una bottega di alimentari

- Forani Giuliano: nel 1634 (fino al 1653) è speziale e vende anche cera

- Fracassini Francesco: nel 1641 vende ferro

- Erasimi Giovan Battista: nel 1654 (fino al 1664) è "drogiero". Vende cera, pennelli, latta, stoffa per abiti

- Mosè di Leone: nel 1656 vende tela per "camisci" ed anche ortichino. Probabilmente è ebreo

- Farmacia di Montecorona: nel 1658 viene trasferita dall'eremo alla sottostante abbazia.

- Ercolano di Bilardino: nel 1659 vende uova

- Massi Francesco: nel 1663 vende cera

- Morti Francesco: nel 1666 vende cera e altre "robbe"

- Cristiani Ludovico: nel 1667 vende polvere da sparo

- Burelli Filippo: nel 1672 (fino al 1692) vende facole, medicine, medicamenti

- Martinelli Vincenzo: nel 1683 vende panno

- Iacomini Antonio: nel 1686 vende oro e remosino

- Leoni Samuele: nel 1696 vende pianete da chiesa ed altro. Probabilmente è ebreo

 

Disegni di Adriano Bottaccioli

 

Fonti:

- Storia di Umbertide – Vol. V – Sec XVII – Renato Codovini – Manoscritto inedito

- Calendario di Umbertide 2002 – Ed. Comune di Umbertide - 2002

1996. Veduta aerea del centro di Umbertide. In primo piano piazza Marconi (antico Mercatale di Sant'Erasmo).
In basso a destra si può vedere la vecchia Fornace e più in alto, lungo il Tevere, l'ex Draga (Foto Amedeo Massetti)
 
Attrezzi dei vasai (Disegno di Adriano Bottaccioli
Disegno di Adriano Bottaccioli
Gli attrezzi dei fabbri - Martelli e falci (Disegni di Adriano Bottaccioli)
Antica bottega
(Disegni di Adriano Bottaccioli) 

Scuola, musica e teatro, alberghi

 

La scuola

La scuola era tenuta da un ecclesiastico che abitava in una casa nel Borgo Inferiore e veniva pagato sia dalla confraternita di Santa Croce che dalla comunità. Situata nella stessa casa abitata dal maestro, era accanto all'ospedale di Santa Croce, con il lato "a retro" (nord) prospiciente il torrente Reggia

Le materie erano il leggere, lo scrivere e fare le quattro operazioni: un corso che non andava oltre l'attuale terza o quarta elementare.

Un insegnamento di grado superiore esisteva in Fratta già nel secolo precedente e nel Seicento, anche se ne abbiamo scarsissime notizie.

Questa scuola "superiore" pensiamo fosse frequentata da pochissimi ragazzi, tutti di famiglia ricca, che dovevano avviarsi alla carriera ecclesiastica e quindi avevano bisogno di un'istruzione superiore atta ad immetterli al liceo di Perugia.

La confraternita di Santa Croce era proprietaria della sede della scuola e della casa del maestro e pensava alle spese relative all'immobile, all'arredo e a quanto serviva all'insegnante il quale, probabilmente, viveva solo, veniva quasi sempre da città vicine e si tratteneva in Fratta qualche anno prima di essere sostituito. Un documento del 1605 fa sapere come i cittadini che mandavano i figli a scuola dovessero pagare una certa somma al comune. Questo poi dava al maestro un compenso, comprendente le quote versate dai familiari. Il pagamento avveniva ogni quadrimestre.

L'introito mensile bastava al maestro per una vita quasi agiata. Non pagando l'affitto, tenuto conto di quanto percepiva dal comune e dalle varie confraternite, dei servizi extra, della scuola di musica a privati, riscuoteva circa sessanta / settanta baiocchi al giorno, mentre le spese per vivere erano una trentina.

Nel 1604 il maestro è don Mariotto Ciarli, di Citerna, che ha anche l'incarico dalla confraternita di San Bernardino di celebrare messe nella propria chiesa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli vengono dati dieci baiocchi per ogni messa "bassa". Nel 1606 è don Battista Gatti di Castel Durante (Urbania dal 1631). Il maestro poteva essere pagato anche con beni in natura. Nel 1639 è maestro don Horatio Pulcinelli. Nel 1644, a causa della "Guerra del Granduca", fra i tanti danni subiti dal paese, ce ne furono anche alla scuola pubblica. Si dovettero rifare le finestre della scuola e i banchi dei ragazzi che pur erano stati costruiti nel 1632. Dal 1661 al 1669 il maestro è don Giobelardino, cappellano di Santa Croce, incaricato di officiare questa chiesa. Nel 1689 il maestro è don Giuseppe Traversini. Resterà fino al 1694, sostituito nel 1695 da don Pietro Paolo Vincenti, di Nocera.

 

Musica e teatro

Dai libri delle confraternite sappiamo che queste società laiche di Fratta avevano un proprio cappellano (poteva prestare servizio a più confraternite contemporaneamente), il quale svolgeva anche le funzioni di maestro di cappella. Questa persona era addetta alla parte musicale dei vari uffici religiosi quando vi era l'obbligo di fare musica e, assieme a lui, c'era il gruppo dei suoi allievi. In una registrazione del maggio 1669 la confraternita di Santa Croce pagò una certa somma a don Giambattista Fuli, arciprete di San Giovanni, per rimborsarlo delle spese fatte nell'acquisto di "alcuni libri di musica per servitio di alcuni giovinetti che vanno a imparare e vengono a onorare la nostra chiesa in tutte le occasioni".

Esisteva quindi un'attività musicale che, oltre al maestro di cappella, coinvolgeva anche alcuni giovani i quali andavano ad imparare. Esisteva, cioè, una scuola vera e propria, atta a formare una certa istruzione musicale.

Per quanto riguarda l'attività teatrale, si hanno le prime notizie negli anni 1614 e 1615. Riguardano la seconda costituzione (una prima - lo sappiamo dall'atto - era infatti avvenuta agli inizi del secolo) in Fratta di un'accademia denominata, secondo i modi in uso in quel tempo, degli "Inestabili" e che, fra alterne vicende, vedremo arrivare fino al XX secolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra la fine del Cinquecento e la prima metà del Seicento si formano nei vari stati d'Italia associazioni di persone che sentono il bisogno di fare teatro. Avevano una prima denominazione generica (Accademia, Congregazione) seguita poi da un termine più qualificante, in senso volutamente umoristico (Sbalzati, Insensati, Illuminati). Coloro che ne facevano parte erano in maggioranza persone istruite, professionisti e letterati, ma anche possidenti terrieri e rappresentanti del mondo commerciale paesano, accomunati tutti dalla voglia di calcare il palcoscenico. Sapevano di costituire un'avanguardia e di essere circondati da una larga maggioranza di persone non istruite, con grandi limiti riguardo all'arte teatrale. Ogni socio doveva scegliersi un soprannome, anch'esso alquanto umoristico (lo "Stracco", lo "Stolto", ecc.), registrato nei libri, usato per chiamarsi fra di loro quando si trovavano in quella sede. Il capo era "il prencipe", nome che poi si trasformò in "presidente".

Nella nostra Fratta si volle seguire la moda del tempo e l'associazione teatrale fu chiamata "Congregazione degli Inestabili", cioè degli Instabili, quasi fosse formata da persone che nel modo di agire, parlare, pensare, non fosse "stabile", ferma, decisa. Erano invece persone istruite, sapevano quello che volevano, provenivano da famiglie ben note in paese, accomunate dalla voglia di fare teatro, anche se più per se stessi che per un eventuale pubblico.

Della costituzione abbiamo due atti notarili: uno del febbraio 1614, uno del marzo 1615.

Questa associazione si trasformò, verso la metà del Settecento, nell'Accademia dei Signori Riuniti e tanto si imporrà nei secoli seguenti fino a diventare la nostra attuale Accademia dei Riuniti. Nell'atto costitutivo del 1614 compaiono Scipione Burelli, Paolo Cibo, Mutio Flori, Pietro Giovanni Martinelli, Pietro Magi, Paolo Spunta, Angelo Francesconi e Cristiano Christiani, tutti di Fratta. Ogni anno, la prima domenica di Quaresima, si dovevano riunire per nominare il capo della Congragazione (il "Prencipe"), colui che aveva ottenuto il maggior numero di voti. Venivano inoltre eletti un "Viceprencipe", un "Consigliero", un "Secretario" e un "Depositario". Le cariche assegnate non si potevano rifiutare una volta avvenuta l'elezione, pena il pagamento di una somma di denaro. Il "Prencipe" aveva una grande autorità sulle altre cariche e su tutti i soci della Congregazione, che in occasione di commedie e rappresentazioni "tanto spirituali che profane" si tassavano la somma stabilita. Era vietato, poi, entrare nella sala prove prima che si recitasse la commedia, mentre gli attori avevano l'obbligo di non rifiutare la parte assegnata dal "Prencipe". Colui che lo faceva era tenuto a pagare tutte le spese sostenute per 1'allestimento dello spettacolo. Ogni mese veniva fatta la contabilità ed eventuali entrate erano date al "Depositario".

Un anno dopo, sabato 7 marzo 1615, ci fu un'altra riunione dei soci presso il notaio. Sono sempre le stesse persone: è "Prencipe" Mutio Flori e si vogliono ammettere nella Congregazione tre nuovi soci, considerati degni di farne parte: Francesco Maria Soli, Alessandro Bartolelli e Giulio Santi.

 

Gli alberghi

Gli "hospitji" erano, nella più vasta accezione della parola, luoghi di ricovero e di alloggio per viandanti. Ve n'erano all'interno dell'abitato e nei borghi circostanti, ma anche lungo le vie di maggior transito fra paesi. Gli ospizi delle città avevano solo la funzione di ricettività che oggi definiamo alberghiera; quelli in aperta campagna assommavano in sé sempre altre e diverse attività più o meno inerenti al traffico su quelle strade. Data la pericolosità dei tempi e la concentrazione della popolazione in città, paesi, ville e castelli (luoghi chiusi e protetti) le campagne erano scarsamente abitate ed erano pochissime le case fra le città, quindi si dovevano percorrere molte miglia prima di incontrare la sicurezza di quattro mura.

 

 

Questo stato di cose, oltre a provocare problemi per il viandante, ne creava anche per colui che decideva di gestire un ospizio in un luogo non difeso (ad es. l'osteria di Pier Antonio, vicino alla sola chiesa e casa parrocchiale di San Paterniano, odierna Pierantonio), di fronte a una certa malavita che infestava le strade d'Italia. Data la pericolosità del vivere sociale, queste osterie-locande potevano considerarsi luoghi sicuri solo nelle immediate vicinanze di una casa-forte o di un posto militare. Un esempio, l'osteria di Galera, al confine di Fratta, dove Perugia aveva costruito una casa-forte (visibile tuttora anche se molto diroccata) presidiata da propri soldati. Essendo molto pericoloso tenere un ospizio in aperta campagna e in un luogo non difeso, solo il tornaconto economico spingeva i gestori, che cercavano più attività atte a procurar loro il guadagno necessario. Negli ospizi di campagna c'era infatti l'osteria, per il vitto; l'alloggio (locanda); una stalla abbastanza capace, perché tutti usavano il cavallo negli spostamenti; la rimessa per le carrozze (i carri a quattro ruote restavano all'aperto); la sede per la diligenza, i "corsi postali", dovere al quale i gestori non potevano sottrarsi e che comprendeva, oltre al servizio di linea, anche la sosta e il cambio del cavallo per i corrieri privati; dimora e alloggio temporaneo per le guardie di pubblica sicurezza (sbirri), un servizio obbligatorio anche se pagato; i gestori dovevano dare inoltre ospitalità ai viandanti più miseri, o addirittura malati, benché fosse potenzialmente antieconomico.

In Fratta esisteva un ospizio al Borgo Superiore, di proprietà dell'abbazia di San Salvatore di Monte Acuto (Montecorona). Era situato vicino all'odierna piazza Marconi. Ne esisteva uno anche al Borgo Inferiore "in loco ditto le fabrecce" (piazza San Francesco), chiamato "ospizio della Campana".

 

 

Nel 1601 si ha la prima notizia dell'esistenza dell'osteria della Corona, detta anche ospizio della Corona. E` situata nel luogo chiamato "le fabrecce" (Borgo Inferiore, appunto, piazza San Francesco, sede di molte officine di fabbri). E' di proprietà del conte Ranieri di Civitella. Questi l'affitta, nel 1611 ad Antonio del fu Mariano Savelli per quindici anni. L'osteria era all'inizio della piazza "davanti la pubblica via e dietro il Tevere" (pressappoco dov'è adesso il meccanico Edilio Belia). La famiglia Savelli era allora una delle più ricche del paese: Antonio assume a dirigere l'osteria Francesco Mori, detto San Marco. Nel 1626 oste della Corona è Jacomo Mori, figlio di Francesco.

A Pierantonio, oste di Pier Antonio, nel 1637, è un certo Baldino.

A Montalto, oste nel 1637, è Guerriero. Lavora vicino al Tevere, sotto la collina di Montalto, lungo la strada che da Fratta conduce alla villa del Niccone.

Foto di Fabio Mariotti (Archivio fotografico storico del Comune di Umbertide)

Disegni di Adriano Bottaccioli

 

Fonti:

- Storia di Umbertide – Vol. V – Sec XVII – Renato Codovini – Manoscritto inedito

- Calendario di Umbertide 2002 – Ed. Comune di Umbertide - 2002

 
Interno della chiesa di San Bernardino
Disegni di Bottaccioli
Disegni di Adriano Bottaccioli
                             1929. Il castello di Montalto da dietro                                                               Disegno di Adriano Bottaccioli  

L’abbigliamento e le abitazioni

 

I vestiti

Le Leggi Suntuarie (1) proibivano di portare abiti con ornamenti preziosi e ricami ed il cardinale Bevilacqua emise un bando, nel 1600, per ricordare con rigore queste disposizioni e comminare pene severe contro i trasgressori, che dovevano essere molti.

Tra i tipi di tessuto usati troviamo l’“accia di canapa”, con cui si confezionavano coperte da tavola ed anche calzetti; l’“accia di lino”; 1'"amuer", stoffa usata per fare parati da chiesa e guanciali, costava quattro paoli il braccio; la "bambage", adoperata per vestiti dei bambini, padiglioni da letto, coperte da letto, calzette da donna e da neonati; il "broccato", usato per parati e pianete da chiesa, guanciali da chiesa e da sala, vestiti per donna; il "cambellotto", tessuto fatto di peli di cammello per vestiti da donna, maniche, sciugatori e busti; la "cambraia", proveniente della città di Cambrai in Francia; il "camorrino", stoffa di panno, dava il nome a un capo di vestiario; il "damasco", originario della città di Damasco, a tessitura complessa e a disegno; 1"'ermesino", proveniva dalla città di Ermuz in Persia, usata per guanciali e coperte da letto, vesti, pianete da chiesa, guanciali da sala; il "filo in dente", tessuto di canapa o lino che si faceva anche sui telai di Fratta (a volte troviamo "filo un dente", il che ci fa pensare al numero dei denti del pettine del telaio adoperati nel confezionarlo); il "mezzolano", molto resistente, di canapa e lana, caldo, impiegato di solito per vestiti da lavoro, con cui si cucivano anche vestiti da donna maggiormente nei colori giallo, verde e grigio (si lavorava in tinta unita o anche rigata, a volte misto a seta). C'era poi la "saia", di lana leggero, spinato, confezionato con la "saia", cioè quell'armatura che dava alla stoffa la trama a spina. C'era la seta per i capi di vestiario più costosi, come pure gli accessori. C'era infine la "sgarza", con la quale si rivestivano le sedie economiche e le "impennate" delle finestre (in quest'ultimo caso poteva essere trattata con olio per resistere all'acqua). Il velluto serviva per vesti, poi rifinite in oro. Le stoffe provenivano da Bergamo, Brabante (Paesi Bassi), Brescia, Cambrai (Francia), Camerino, Cipro, Città di Castello, Damasco, Perpignano (Francia), Ermuz, Fiandra (Paesi Bassi), Mossul (Medio Oriente), Pergola, Perugia, Torino, Verona.

L'abito ricco, da donna, aveva la scollatura quadrata, con trine, collana di perle e maniche corte.

Il busto copriva la parte superiore della vita e di solito era un capo esterno. I calzoni per uomo potevano avere le brache con i tagli; le camicie, trine ai polsi e al collo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La "camorra" era un vestito di panno, da uomo e da donna. Poteva essere di tessuto di saia e trinato. Nel tipo da uomo era lunga fino ai piedi e aperta davanti, con una lunga fila di bottoni.II "ferrajolo" era un capo da uomo,

di lana, nero o marrone, lungo, eventualmente con un giustacuore. Il mantello era invece tipicamente femminile. Le "manighe" erano molto usate perché facevano risparmiare la spesa di un capo intero. Infatti si usavano le maniche ma non le camicie relative. Sono ricordate in molti inventari del XVII e XVIII secolo.

Lo "sciugatoro" era un capo di vestiario da spalle, rettangolare, abbastanza ben rifinito. Aveva però anche altri usi: portare i neonati al battesimo o altre occasioni. Se, ad esempio, bisognava caricare sul capo un oggetto pesante, si metteva fra lo "sciugatoro" e la cesta una "cercina" (panno attorcigliato).

La "zàzara" era la zazzera, cioè una parrucca. Poteva essere di capelli veri o fatto con canapa.

 

Note:

1. Le leggi suntuarie erano dispositivi legislativi atti a disciplinare l’ostentazione del lusso per classi sociali, sesso, status economico, religioso o politico. Note in Italia fin dall'epoca romana, tali norme assumono rilievo dal Duecento, con l’espandersi degli scambi commerciali e la nascita di nuove necessità e dei relativi simboli di ricchezza. Sono sempre più numerosi coloro che possono sfoggiare abiti e ornamenti preziosi, col rischio di minare le barriere fra gruppi sociali ed entrare in contrasto con la moralità invocata dalla Chiesa.

Nonostante la loro severità le leggi suntuarie si dimostrarono di scarsa efficacia e alla fine del ‘700 erano quasi totalmente trasgredite.

 

 

Le case

Ogni casa del paese è un blocco a se stante, l'altezza è la dimensione preminente (di solito piano terra più tre piani). Dopo l'altezza viene la profondità e la larghezza sul fronte strada che è la dimensione più piccola. Ogni blocco non è unito al vicino da un muro comune, fra l'uno e l'altro c'è il vuoto, un'intercapedine, non è visibile dall'esterno in quanto sul fronte strada il muro è continuo per ragioni di sicurezza pubblica, di igiene e di estetica.

Le caratteristiche:

Primo tipo - casa per una famiglia di medio stato economico 

Un unico proprietario la abita con la famiglia. Ha quindi un ingresso di uso proprio e scale ad una sola rampa, unidirezionali, spezzate piano per piano. A pian terreno in genere c'è una bottega (ma ci può essere anche un "cellario" o uno "stabulo"). Ha la porta sulla via principale e quando la casa è divisa in due un'altra porta si apre sulla strada opposta.

Dall'ingresso si sale al primo piano ed il primo gradino è a meno di un metro dal portone. Sotto la prima rampa di scale c'è sempre un sottoscala usato come ripostiglio. Ai piani alti la superficie è la stessa, ma si può trovare una diversificazione nell'uso della scala: qualcuno ha una o due stanze di passaggio; altri hanno un corridoio che elimina il disagio del passaggio dentro le camere. Vedi la casa situata in via Leopoldo Grilli, al n. 11.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Secondo tipo - casa abitata da famiglie povere

Quando si costruivano case per le quali l'affitto sarebbe stato minimo, si cercava di eliminare alcune spese, di cui la maggiore era quella delle scale. Quindi si costruiva una sola rampa, unidirezionale e continua. Partendo dal portone esterno, a terra, saliva direttamente fino al terzo piano, con una unicità spezzata, ai vari piani, da un pianerottolo. Per un maggior risparmio si usufruiva, nel costruirla, dello spazio esistente fra i due blocchi, cioè l'intercapedine.

Da ciò risultava una scala rigida, ad alti gradini. Ai pianerottoli c'era poi l'ingresso, a destra e a sinistra, di due piccoli appartamenti per piano. Esempi se ne possono vedere nell'odierna via Alberti, ai numeri 24 e 26. I locali a piano terra erano fatti a volta.

All'interno delle mura castellane sorgevano case dalla tipologia delineata che costituivano un insieme armonico ben inserito nel complesso architettonico del paese. C'erano, però, anche spazi abitativi di piccola superficie, casette di forma irregolare con la scala a doppia rampa, molto angusta, a volte unita ad una scala a chiocciola. Esistevano poi, seppur in numero esiguo, nei borghi esterni (il Borgo di Sopra e il Borgo di Sotto), costruzioni che nelle linee riecheggiavano quella costruzione di campagna che si era andata affermando nella metà del secolo precedente (nel Cinquecento), la casa contadina con la scala esterna. Una di queste è ancora visibile, abitata, all'estremità nord del Boccaiolo.

Altro tipo di costruzione presente in Fratta è la casa signorile 

Aveva un portone d'ingresso usato solo dal proprietario e famiglia, una scala a

doppia rampa abbastanza larga, costruita su volta a botte, molte camere ad ogni

piano e l'appartamento per la servitù all'ultimo piano. Nessuna di queste fu costruita

con portone e cortile interno da permettere l'ingresso e la manovra per le carrozze

a cavalli, come nelle vicine Città di Castello e Gubbio.

Disegni di Adriano Bottaccioli

 

Fonti:

- Storia di Umbertide – Vol. V – Sec XVII – Renato Codovini – Manoscritto inedito

- Calendario di Umbertide 2002 – Ed. Comune di Umbertide - 2002

 

 
Disegni di Adriano Bottaccioli
Case nella piazzetta del Trocascio
(Disegni di Adriano Bottaccioli)
 
Ultima pagina di copertina del Calendario di 
 Umbertide 2002 realizzata
da Adriano Bottaccioli

Il servizio postale, la viabilità e la sanità

 

Le poste

Nel Seicento Fratta era già dotata di un servizio postale. Non essendoci ancora i francobolli, le lettere venivano tassate al loro arrivo, pagate da colui al quale erano dirette. Il costo variava a seconda della distanza. Una lettera da Roma, ad esempio, pagava molto di più di una da Perugia. Era chiamata "piego": non esistendo le buste, si piegava nei lati destro e sinistro, poi quello inferiore e superiore, come si fa oggi con i telegrammi. Il postiglione veniva pagato anche dalla comunità di Fratta. Il ricevitore e dispensiere della posta (chiamato anche il "custode delle lettere") era responsabile e gestore dell'ufficio postale. Era impiegato unico, doveva fare tutto: riceveva lettere e plichi da spedire (ricevitore), consegnava le lettere e plichi in arrivo (dispensiere). Nel 1634 tale incarico era affidato a Cosimo Stella che ritroviamo anche nel 1637. Il servizio nello Stato romano era regolato da un bando del cardinale Aldobrandini il quale stabiliva, fra l'altro, che solo i principi e i cardinali potessero avere un servizio di posta proprio. Tutti gli altri dovevano usare il sistema statale ed era loro vietato inviare lettere "a mezzo di propri corrieri o a mezzo di pedoni, mulattieri, carrozzieri, barcaroli, senza licenza espressa e in scriptis del Mastro generale (di posta)". Severe pene per chi contravveniva.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le strade

La strada principale che attraversava il nostro territorio percorreva l'alta valle del Tevere, da Borgo San Sepolcro a Fratta. Terminava alla confluenza dei fiumi Niccone e Tevere, alla fine del territorio di Città di Castello. Era una discreta carrabile, come pure il piccolo tratto fra la villa del Niccone e Fratta, spettante alla nostra comunità. Nel punto di passaggio sul Tevere, poco a monte dell'odierna Montecastelli, all'angolo fra la strada e il fiume, c'era una casa-torre di origine militare costruita dalla comunità di Città di Castello nel Quattrocento per proteggere il transito sul fiume, distrutta nel 1980. L'attraversamento avveniva in barca e la strada risaliva l'opposta sponda girando sulla sinistra, su un percorso ancora visibile, passando accanto alla "casa dei fabbri", esistente tuttora. Terminata questa curva, c'era la Parrocchiale di Montecastelli e poi l'ultima casa-torre di sorveglianza nell'odierna località Cioccolanti (ancora esistente), dopo di che la strada si dirigeva alla confluenza per la valle del Niccone e la Toscana (Mercatale). A sud est di Fratta la strada proseguiva verso Perugia, attraverso la pianura, ed era chiamata la "strada del piano" per distinguerla dalla "strada del monte". La "strada del piano" usciva da Fratta da due punti diversi. Uno di periferia, a nord-est dell'abitato e precisamente dal confine con Civitella Ranieri (odierno incrocio bar Italia); si dirigeva lungo il lato nord della pianura toccando le prime colline (il "Macchione") sull'odierno percorso di via Morandi fino alla zona industriale Buzzacchero; si dirigeva quindi verso la casa-torre ancora esistente al vecchio vocabolo Cenerelle. Da qui proseguiva verso quella collinetta per scendere a Pian d'Assino dove c'era il guado del fiume. Si è sempre chiamata via "vicinale". L'altra strada usciva dall'abitato di Fratta attraverso la porta di San Francesco, prendeva il nome di "strada della Caminella" (dall'Ottocento si chiamerà via Secoli) e si dirigeva verso la Madonna del Moro: da qui volgeva un poco a nord per ricongiungersi con la strada vicinale di cui sopra. La risultante, come abbiamo detto, arrivava all'Assino uscendo così dal territorio di Fratta ed entrando in quello del castro di Serra Partucci (e parrocchia di Poggio Manente).

 

 

 

 

Una strada dall'abitato di Fratta si dirigeva verso il castello di Civitella Ranieri: si svolgeva lungo l'odierna via Roma fino alla Pineta Ranieri, scendeva verso il vallone per risalire verso il castello. E' ancora esistente. La strada per l'abbazia di Montecorona iniziava dopo il ponte sul Tevere volgendo a sud (come oggi) e dopo trecento metri c'era il bivio per Romeggio (a lato esiste ancora un antico pozzo). Da qui proseguiva per l'odierna strada che conduce al Palazzo del Sole; dopo centocinquanta metri proseguiva in discesa verso il fosso dei Cardarelli, lo attraversava e risaliva fino alla casa colonica, passando sulla destra (ovest) per poi proseguire verso la chiusa del molino di Casanova, da dove proseguiva con il tracciato odierno.

La strada per la Toscana risaliva la valle del Niccone fino a Reschio, poi verso la val di Pierle. Il primo tratto (valle del Niccone) era nel territorio di Città di Castello, il secondo (val di Pierle) in territorio dei marchesi Bourbon del Monte, ramo di Sorbello. Era importante sia dal punto di vista militare, sia da quello economico per i passaggi di merci dalla Toscana al territorio di Urbino.

La strada per Città di Castello aveva inizio dal Borgo Superiore di Fratta (zona Sant' Erasmo, Piazza Marconi), si dirigeva ad ovest passando per il Molinello e la Petrella, evitando, così, sia il ponte sul Tevere di Fratta che il passo della barca di Montecastelli (si arrivava a Città di Castello costeggiando la sponda sinistra del Tevere).

La strada per Montone, che aveva inizio nel Borgo Superiore di Fratta all'altezza del convento di Santa Maria, proseguiva verso nord con un tracciato leggermente ad ovest dell'odierna strada (verso via P. Burelli, via degli Ostaggi).

 

 

La salute

Vari documenti tramandano i nomi dei medici che svolsero il loro lavoro in Fratta nel Seicento.

 

I medici

Dall'inizio del secolo, fino al 1644, il dottor Piero Lignani di Città di Castello viene pagato dalla confraternita di Santa Croce. Alternerà il suo incarico, nel corso degli anni, con Jacobo Pachetto, Pier Gentile, Bonaventura Spinetti, Cova, Ascanio Spinetti. Il compenso annuale, all'inizio del secolo e fin verso la metà, è di dieci scudi per il lavoro che svolgeva all'ospedale di Santa Croce. Veniva anche pagato come medico della comunità che gli passava novanta scudi l'anno.

Nel 1638 è medico il dottor Agatoni e nel 1640 Alessandro Garognoli. Abita in una casa di proprietà della confraternita di San Bernardino.

Nel 1652 è medico Costantino Magi. E' il nonno di quel Costantino Magi che nel 1715 scriverà la "Storia di Fratta Perugina".

Nel 1654 abbiamo Pier Matteo Mancini, che veniva da Mercatello, e dopo di lui Gio Tommaso Spoletini. Nel 1663 ritroviamo Costantino Magi. Seguono poi Ascanio e Francesco Spinetti, Carlo Ranni, Innocenzo Fracassini, Alfonso Spunta. Dal 1667 al 1670 esercitano Spoletini e Costantino Magi insieme ad Alessandro Pellicciari. Dal 1680 al 1682 è ancora medico Gio Tommaso Spoletini e poi, alla fine del secolo, Agostino Fracassini, Paolo Santinelli e Giovan Battista Cherubini che nel 1694 visita i malati ricoverati all'ospedale di Santa Croce. Gli vengono pagati settanta baiocchi per ciascuna delle quattordici visite.

Oltre ai medici, svolgevano la loro professione anche i cerusici. Erano persone molto capaci ed esperte nel cavare il sangue agli ammalati, aprendo una vena del braccio o applicando le sanguisughe (mignatte). Queste operazioni venivano eseguite anche dai dottori e a volte anche dai barbieri. Persona particolarmente esperta è un certo Lutio, barbiere, spesso chiamato ed anche ben pagato. C'erano poi le ostetriche o arcoglitrici, o mammane, o obstetrici: donna Marsilia del Cerusico, donna Mila di Giovan Battista, ' Faustina Remeri, Margarita de Censi, Giustina Mancinelli, donna Olinda e una tale Giulia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le malattie

Le malattie peggiori, nel secolo, erano la peste, il colera, la febbre di Maremma (malaria) e la lebbra. La peste ed il colera erano ricorrenti, anche se a periodi di 15-20 anni. Infierivano direttamente in paese o si arrestavano ai confini del territorio; qui potevano essere fermate o dagli sbarramenti doganali (poi si chiameranno cordoni sanitari) con sorveglianza continua o per semplice e casuale affievolirsi del male. La febbre di Maremma colpiva coloro che si recavano per lavori stagionali nelle terre dell'alto Lazio e Toscana del sud e molti di essi, tornando in paese, dovevano essere ricoverati perché assaliti da questo male a carattere ricorrente. La lebbra poi colpiva diverse persone e c'era un apposito istituto per ricoverarle, la Casa degli Incurabili, in Castel Nuovo (dalle parti di piazza Marconi).

Nel 1630 ci fu la peste a Milano (vedi Manzoni, I Promessi Sposi). Si estese nel 1631 all'Emilia, quindi alla Toscana e il pericolo si avvicinò ai territori di Fratta. Si misero allora i "cancelli" ai luoghi di confine, sorvegliati da militari e sanitari. Il più vicino era nella zona dove termina la val di Pierle ed inizia la valle del Niccone, fra i castelli di Sorbello e di Reschio, al confine con la Toscana. Il 12 dicembre 1632 la peste era già in Toscana. Per passare il confine bisognava avere, oltre al passaporto normale, anche il "passaporto di sanità". Il contagio fu contenuto, ma nel 1643 un'altra ondata invase il territorio perugino. Arrivò in Fratta a novembre. Era il tempo della guerra col Granduca di Toscana e negli ospedali di Fratta, oltre ai soldati feriti, c'erano anche diversi ammalati di peste che, nel febbraio dell'anno dopo (1644), non si era ancora attenuata. "Contagiosa e maligna, con delirio e con copia grande di vermi per la grande putredine propria di detta febbre", colpiva persone di ogni età e sesso. Molti ne morivano e per lo più erano persone che svolgevano attività produttive, come capi di bottega e capi famiglia, in quanto più esposti ai contatti con la gente. Non fu trovato rimedio "se non lo smeraldo preparato e l'applicazione delle mignatte ("i vivificatori") messe immediatamente dopo il quarto giorno dall'inizio del male". A Fratta morirono una trentina di persone, per lo più capi di bottega e di famiglia, benché si fossero ammalati in più di trecento in due mesi ed a marzo morirono ben centocinquanta soldati. La peste tornerà a Città di Castello nel 1656 e nel 1689.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 1658 la farmacia dei Padri camaldolesi di Montecorona, situata all'eremo, fu portata a valle, nell'abbazia. L'anno seguente scoppiò ancora un'epidemia di peste, ma Fratta ne rimase indenne e in occasione della Festa della Immacolata Concezione fu fatta una processione di ringraziamento ("per rendimento di gratie per haverci preservato dalla peste").

 

Gli ospedali

All'inizio del XVII secolo nel castello di Fratta non ci sono più gli otto ospedali del secolo precedente (del Cinquecento). Ne sono rimasti soltanto due: nel Borgo Inferiore, a lato della chiesa di Santa Croce, e nel Borgo Superiore, l'ospedale di Sant'Erasmo. Questi ospedali appartenevano alla confraternita di Santa Croce. In uno prestavano l'opera i frati Cappuccini. L’"ospedale de sotto", detto anche "di Santa Croce", seguitò nella sua opera umanitaria fin verso il 1845 quando, in attesa che si costruisse l'ospedale nuovo (1877), fu chiuso e trovò sede in alcuni locali presi in affitto in più case del paese. L'ospedale "de sopra" era quello situato nel Borgo Superiore, nella piazza del mercatale, aderente alla chiesa di Sant'Erasmo. L'edificio è visibile tuttora, disposto in direzione nord-sud ed è costituito dal piano terra e dal primo piano.

La sua volumetria ci fa pensare che fosse il maggiore dei due ospedali ed infatti, nel corso della Guerra del Granduca, molti feriti furono trasportati dall'ospedale di Santa Croce a quello di Sant'Erasmo "...per meglio loro salute". In questo ospedale prestavano la loro opera i Frati Zoccolanti di Santa Maria, cioè i Minori Osservanti, che svolgevano la funzione di infermieri.

C'era anche un ospedale a Galera, una villa posta alla base di Monte Acuto, al confine con Perugia.

 

Disegni di Adriano Bottaccioli

Foto di Mariotti Fabio

 

Fonti:

- Storia di Umbertide – Vol. V – Sec - XVII – Renato Codovini – Manoscritto inedito

- Calendario di Umbertide 2002 – Ed. Comune di Umbertide - 2002

 
Disegni di Adriano Bottaccioli
Mappa di Fratta (Disegno di Adriano Bottaccioli)
La porta di San Francesco o della Caminella
Disegni di Adriano Bottaccioli
1998. Veduta aerea dell'Eremo di Montecorona
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