Penetola.

Non tutti i morti muoiono.

di Giovanni Bottaccioli

Presentiamo qua l'intero piccolo libro di ricerca che diversi anni fa Giovanni Bottaccioli, scomparso da poco, realizzò sull'eccidio di Penetola. Mise per iscritto le voci e i ricordi dei sfortunati protagonisti della vicenda, dando a tutti la possibilità di conoscerle. Grazie alla disponibilità delle figlie, Elvira e Giovanna, vi presentiamo l'intero suo lavoro, scaricabile o navigabile anche in .pdf  qua sotto, consigliato per gli smartphone o per coloro che lo vogliono conservare (cliccare da smartphone sull'immagine sotto, scorrerla su tablet e pc).

Foto di Fabio Mariotti.

PENETOLA

NON TUTTI I MORTI MUOIONO

di Giovanni Bottaccioli

 

COME PREMESSA

Se il 27 Aprile 1997 non mi fossi recato, insieme ad alcuni compagni ed amici, alla cerimonia per la deposizione di una corona al monumento ai martiri di “Penetola”, credo che mai avrei scritto queste poche pagine su quel lontano e tragico episodio avvenuto il 28 Giugno 1944, a pochi giorni dalla liberazione del nostro territorio comunale.

Uno dei tanti avvenuti in Italia in quel periodo che, seppure lontano nel tempo, sarebbe dovuto rimanere ben scolpito nella memoria di tutti, e soprattutto in quella di coloro che ne furono testimoni diretti o indiretti.

Della delegazione, nonostante i manifesti pubblici e gli inviti fatti alla popolazione dal Comitato Antifascista e dall’Amministrazione Comunale, facevano parte il Sindaco Celestino Sonaglia, il maestro Raffaele Mancini in rappresentanza del  Comitato Antifascista, Alberto Mancini, partigiano e medaglia d’argento della Resistenza, Alfredo Ciarabelli del PCI, Ferdinando Bruschi, Presidente dei giovani volontari umbertidesi aggregati alla divisione “Cremona”, con alcuni reduci della guerra di Liberazione, io che scrivo in rappresentanza della Giunta Comunale e pochissimi altri cittadini, non più di una quindicina di persone in tutto, fra i quali ricordo Giuseppe Avorio, uno degli scampati al massacro. Vi domanderete come mai si deponeva una corona alla memoria dei martiri di “Penetola” il giorno 21 Aprile e non il 28 giugno, anniversario della strage compiuta dai nazifascisti. La spiegazione è semplice: da pochi giorni era fuggito dall’infermeria del carcere di Regina Coeli in Roma, dove era ricoverato perchè affetto da un male incurabile, il criminale di guerra nazista Gen. Kappler, condannato al carcere a vita, quale massimo responsabile della strage delle Fosse Ardeatine: ove furono barbaramente trucidati 335 “prigionieri politici” prelevati dalle car‘ceri romane come rappresaglia ad una azione partigiana contro le truppe di occupazione naziste. Quella fuga così clamorosa, incredibile per gli aspetti rocamboleschi, ha avuto una grande ripercussione nel Paese, soprattutto nella coscienza dei cittadini più sensibili alla difesa delle istituzioni democratiche nate dalla Resistenza; con quella “fuga” si era gravemente offesa, non solo la memoria dei caduti della Resistenza, ma la coscienza di tutti coloro che, con il loro tributo di lotte e di sangue, avevano contribuito al riscatto della Nazione dal baratro della guerra, dal baratro della barbarie in cui il fascismo l’aveva condotta. Questa era la motivazione che mi aveva portato insieme agli altri cittadini, rappresentanti delle forze democratiche ed antifasciste a deporre le corone presso il cippo posto a ricordo dei martiri di “Penetola”. Cippo che si trova ad un chilometro circa dalla frazione di Niccone, sul lato sinistro della strada che conduce al lago Trasimeno e a poche centinaia di metri dalla casa dove fu consumata l’orrenda strage nazista; ed eretto pochi anni fa dall’Amministrazione comunale su proposta del Comitato Antifascista di Umbertide.L’esigua partecipazione alla cerimonia mi ha spinto a scrivere per riproporre il racconto di alcuni episodi nel tentativo di diradare la nebbia che avvolge e sfuma il ricordo di quei giorni.Mentre assistevo alla deposizione della corona, mi domandavo come fosse possibile che fatti atroci come questo e come quelli accaduti in tante altri parti d’Italia con migliaia di morti innocenti, potessero essere dimenticati in così breve tempo, quando ancora moltissimi sopravvissuti ne portano sulla carne e nella memoria i segni tremendi.Da questa constatazione amara per chi crede che solo dalla conoscenza e dal ricordo del nostro passato possa nascere la consapevolezza della difesa e dello sviluppo dei valori di libertà e di democrazia, la decisione di scrivere per ricordare agli immemori, ma soprattutto ai giovani che non sanno cosa sono stati gli anni del fascismo, e in modo particolare quelli della guerra e dell’occupazione nazista del nostro Paese. Dirò, per quanto è possibile ricostruire ciò che accadde in quei tristi giorni del giugno 1944, in quella piccola parte del territorio che va da Niccone a Spedalicchio, con particolare attenzione alla strage di “Penetola” in cui trovarono orrenda morte dodici nostri concittadini, rei soltanto di essersi trovati lì.Racconterò, seppure sommariamente, di altri tristi episodi che si verificarono pochi giorni prima di quel terribile 28 giugno. Episodi che ritengo utile e necessario raccontare per evidenziare un quadro più ampio e mettere in luce il clima di paura che si viveva in quel periodo, quando da alcuni giorni giungevano alle nostre orecchie i colpi dei cannoni delle ormai vicine truppe alleate.

Per la stesura di queste poche pagine mi sono servito anche delle testimonianze di alcuni protagonisti; essi sono: Anna Nanni, Bruno Montanucci, Lenin Sonaglia detto Luigi o Nino e infine la Signora Dina Orsini ved. Avorio, scampata al massacro.

QUELLA PRIMAVERA DEL 1944

I nazisti, chiamati dopo l’armistizio dell’8 Settembre 1943 dai fascisti della Repubblica Sociale ltaliana per tenere in piedi il traballante regime di terrore da loro instaurato nel Paese, occupano il territorio nazionale.Nel nostro Comune, con l’avvicinarsi del fronte di guerra, incominciano le azioni di bombardamento da parte dell’aviazione alleata.Umbertide

viene bombardata il 25 Aprile 1944 e 74 concittadini trovano la morte sotto le macerie.Molte vittime potevano essere risparmiate se le autorità “repubblichine” del temp0 avessero dato il segnale di allarme aereo attraverso il suono delle sirene che erano state predisposte e che quel giorno non furono azionate.Abitavo a quel tempo nella frazione di Niccone ed ebbi modo di vedere, quindi posso raccontare con certezza, che gli aerei alleati, prima di sganciare le micidiali bombe, volarono per alcuni minuti sopra la cittadina e sopra gli obiettivi, che erano i due ponti sul fiume Tevere, quello della strada e quello della ferrovia, che allora univa Arezzo con Fossato di Vico.Numerosi giri sopra l’abitato vennero fatti dagli aerei, forse proprio per dare la possibilità agli abitanti di allontanarsi dalla zona. L’allarme non venne suonato, nessuno si mosse, così avvenne la strage.A questo proposito ricordo, perché ne abbiamo sempre parlato in famiglia, che quel mattino, nonostante le insistenze di mio padre, mi rifiutai di andare ad Umbertide con la bicicletta.

Solo quando gli aerei che avevano sganciato i loro ordigni di morte se ne andarono, inforcai la bici e mi recai ad Umbertide. Lo spettacolo che si presentò agli occhi era tremendo. In fondo a via Cibo, il corso, montagne di macerie, tra queste riconobbi alcuni volenterosi che prestavano aiuto, Antonio Taticchi, noto antifascista che aveva il laboratorio di barbiere proprio sull’angolo del palazzo Vibi e Romitelli, lo stagnino, ed altri che cercavano di estrarre i corpi di quelli che erano rimasti intrappolati e che imploravano aiuto. Altre montagne di macerie erano su via Petrogalli ed anche lì gli scampati cercavano disperatamente i loro cari. Attraverso via Cibo giunsi in piazza Matteotti e lo spettacolo mi sembrò ancora più terrificante.Alcuni corpi irriconoscibili erano stati composti per terra, altri feriti gravemente si lamentavano. Spaventato andai alla ricerca delle famiglie delle mie due zie che abitavano lì e quando seppi per certo che non avevano avuto d’anni, ripresi la strada e tornai a Niccone. Il pomeriggio ci fu un nuovo bombardamento sempre da parte di aerei alleati, ma questa volta causò poche vittime, forse perché, al contrario di quanto avvenuto in precedenza, gli aerei sganciarono le bombe iniziando la picchiata dalla zona di Romeggio e non da Civitella Ranieri come era avvenuto in mattinata. Anche la frazione di Niccone, trovandosi al bivio tra la strada statale e la strada che, lungo la vallata del torrente Niccone, conduce verso il lago Trasimeno e da questo nella Valdichiana, in Toscana, poteva rientrare tra gli obiettivi militari. per i due ponti sul fiume e pertanto essere soggetta ad azioni di bombardamento che gli alleati sistematicamente operavano, cercando di ostacolare la ritirata delle truppe tedesche. ritirata che aveva avuto inizio dopo lo sbarco alleato ad Anzio.L’eventualità di subire bombardamenti aerei e il fatto che nutriti gruppi di soldati tedeschi avevano gia‘ preso possesso di alcune case di Niccone e delle zone limitrofe, consigliarono la maggior parte delle famiglie della piccola frazione a cercarsi una provvisoria e più sicura sistemazione in aperta campagna presso le case abitate dai numerosi mezzadri sparsi nel, territorio

circostante.Sono state migliaia, forse milioni in Italia le famiglie che in quel periodo trovarono alloggio e cibo presso i nostri “contadini”, anche se questo termine veniva e viene ancora da molte persone usato in senso dispregiativo. Ma credo che questa loro grande disponibilità , costata grossi sacrifici, ad ospitare tutti coloro che dai centri, anche minori, cercavano di sfuggire alla furia della guerra, sia stata la più grande dimostrazione della loro generosità del loro altruismo e della loro bontà. E questo atteggiamento negativo nei confronti dei lavoratori della terra e‘ stato persistente per lungo tempo e forse lo è tuttora. La loro grande disponibilità fu dimostrata, appunto, non solo alloggiando intere famiglie ma anche dando ai più di che sfamarsi.Chi ricorda i tristi giorni del razionamento delle grame razioni di pane e dei generi' di prima necessità, comprenderà appieno quello che significò allora avere chi ci dava un aiuto concreto. Voglio ancora una volta ringraziare, sicuro di interpretare il desiderio di tanti altri “cittadini”, tutti i contadini della zona ed in particolar modo la famiglia di Pio Fornaci, detto il “Fornacino”, per la grande e disinteressata ospitalità concessa alla mia famiglia. A volte mi chiedo quanti di noi sarebbero disponibili, qualora per malaugurata necessità si rendesse necessario, dare ai pochi contadini rimasti o ad altri bisognosi, parte delle nostre case, del nostro letto, delle nostre mense. Come ho già detto, anche mio padre, artigiano, che esercitava da barbiere. si era messo alla ricerca di un alloggio e lo trovò poco oltre la frazione di Molino Vitelli, presso l’abitazione di “Fornacino”. ll podere era proprietà della famiglia Boncompagni, proprietaria di grandi tenute agricole. ln questa nuova “dimora”, un unico ambiente di circa venti metri quadri che allora rappresentava una “reggia”, si erano trasferiti mio padre, mia madre e mia sorella più piccola; io li raggiunsi dopo. A quel tempo ero militare assegnato al battaglione di fanteria presso la caserma “Biordo Michelotti” di Perugia. Disertai scappando dall’ospedale militare di Santa Giuliana di Perugia, ove ero ricoverato per accertamenti dopo una licenza di convalescenza di 15 giorni; non intendevo per nessun motivo servire i nazi-fascisti della R.S.I... Fui denunciato per diserzione. Con la bicicletta rientrai a Niccone, trovai la casa vuota ed appresi che i miei erano sfollati. Rimontai in bicicletta e occhieggiando da una parte e dall’altra della strada che attraversava tutta la frazione, notai molti soldati tedeschi che avevano occupato alcune case. Pedalando di buona lena, attento a non incappare in qualche posto di blocco. giunsi in prossimità della casa del “Fornacino”. Non sto a descrivere la gioia dei miei genitori nel vedermi comparire in fondo alla stradina che dalla via maestra porta alla casa colonica. Gioia che veniva in parte mitigata dalla preoccupazione per ciò‘ che sarebbe potuto accadere a causa della mia diserzione. Si sapeva dei frequenti rastrellamenti che fascisti e nazisti intraprendevano alla ricerca di coloro che o non si erano presentati alla chiamata della R.S.I. o avevano disertato le armi. Ed era proprio la continua preoccupazione per i rastrellamenti che mi aveva fatto prendere la decisione di costruire, in mezzo ad un bosco,

poco distante da casa, una “tana”, un rifugio che difficilmente poteva essere scoperto, tanta era stata da parte mia, la cura nel mimetizzarlo con l’ambiente circostante. Fortunatamente solo una volta lo usai con successo per sfuggire un rastrellamento della guardia nazionale repubblichina. Stante a quanto poi appresi, quel rastrellamento riguardava proprio la ricerca di disertori o di renitenti ai continui bandi di chiamata alle armi che nazisti e fascisti affiggevano ai muri e che oramai riguardavano anche ragazzi di sedici anni!

 

GRIDA DISPERATE DI UNA DONNA

Ricordo perfettamente quella domenica mattina del 26 giugno 1944, quando verso le dieci udii in lontananza le grida di una donna provenienti dai campi che conducono dalla casa del “Fornacino” verso la Dogana, località ove abitava insieme ad altre famiglie, quella del Trinari, sul lato destro della grande curva in prossimità di Spedalicchio. Erano urla strazianti di una donna che correndo attraverso i campi di grano già abbastanza maturo e prossimo alla mietitura, sollecitava gli uomini ad allontanarsi immediatamente alle abitazioni e a fuggire verso i boschi per nascondersi, perché soldati tedeschi in assetto di guerra stavano fucilando tutti coloro che trovavano nei campi e nelle loro case. Si trattava dell’Ersilia Epi residente a Montecastelli, che era andata a trovare la figlia sfollata presso la famiglia Trinari o nelle vicinanze e che diceva di avere assistito alla cattura, da parte dei soldati tedeschi, degli uomini della zona rinchiusi poi in un essicatoio per il tabacco; temeva che potessero essere fucilati. f La donna, non più giovane, passò sempre correndo nei pressi della casa e, senza e fermarsi un momento, ripeteva, a mò di implorazione quel terribile avvertimento: “‘Fuggite uomini, fuggite uomini!!” - Rimasi senza parola, guardai in faccia mia madre, anch’essa terrorizzata da quelle grida, e senza un attimo di esitazione mi allontanai attraverso i campi; cercavo di ripararmi dietro la vegetazione dei filari di viti già abbastanza folti di foglie dei nuovi tralci. In mente avevo una meta prefissa: raggiungere l’abitazione della famiglia Sonaglia, un mezzadro che abitava sopra la frazione di Niccone. Proprietaria del podere, voc. “S. Maria”, era la società IFI di Montecorona. Vi abitavano assieme al padre Benedetto i due fratelli Sonaglia, Eusebio e Dante, con le rispettive mogli e figli. Era uno dei poderi più grandi di tutta la fattoria di Montecorona. Ricordo che in tempo di trebbiatura, che durava qualche giorno, la sirena, oltre che suonare all’inizio e alla fine della trebbiatura o quando si annunciava il pasto, suonava anche quando erano stati raggiunti 100 quintali di frumento. Per molti anni ricordo che questa sirena suonava anche tre volte, con grande gioia di .coloro che dopo le fatiche vedevano ricompensati in parte i loro sudori. A casa Sonaglia, infatti, mio padre aveva per comodità della clientela sfollata, trasferito la bottega di barbiere, o meglio, faceva il barbiere “ambulante”, in modo da poter mantenere rapporti con la gente ormai sparsa un pò dovunque e nello stesso tempo mandare avanti con il suo guadagno, la “carriola” che era molto dura a spingere. Mentre correvo lungo i filari dei campi al riparo della vegetazione e mi allontanavo celermente dalla zona, rimuginavo cosa sarebbe potuto accadere a mia madre e mia sorella, allora undicenne, che avevo lasciato sole a casa. Con questo pensiero fisso nella mente, ogni tanto rallentavo il passo e pensavo se forse non era il caso di ritornare indietro; ma l’avvertimento della donna “scappate uomini” risuonava con insistenza nelle orecchie. Accompagnato da questi pensieri, continuavo con passo sempre più svelto, ad andare verso la casa Sonaglia; volevo raggiungere prima possibile mio padre. Il cammino che conoscevo bene e che in altre circostanze mi era parso breve, in questo frangente sembrava non finire mai. Appena giunto alla casa Sonaglia cercai mio padre e gli raccontai subito con il cuore in gola, quanto era successo, il motivo per cui avevo lasciato a casa mia madre e mia sorella.

Rimase molto scosso e preoccupato e mi disse di restare nei dintorni perché si sarebbe informato prima possibile di quello che stava realmente accadendo. Ci lasciammo con la promessa che di li a qualche ora ci saremmo rivisti per decidere se e come ritornare a “casa del Fornacino”. Nell’allontanarmi ebbi modo di notare la forte preoccupazione di mio padre, per quanto gli avevo raccontato. Era anche preoccupato per mio fratello Attilio, fuggito dalla caserrma di Orvieto dove era militare, che proprio quella mattina si era recato a Romeggio a trovare degli amici. Essendo anche lui un disertore, doveva essere avvertito dell’imminente pericolo e di non tornare a casa. Mio padre, durante la grande guerra 1915/18 era stato prigioniero dei tedeschi e sapeva, per diretta esperienza, quale grado di aberranti trattamenti i tedeschi erano capaci di infliggere a tutti coloro che avessero cercato di contrastare i loro piani. Tra me e me pensavo a quanti dolori porta la guerra ed ero disgustato di essere anch’io causa, sia pure involontaria, delle pene che in quei giorni angustiavano i miei genitori. A nulla era valsa la prudenza di mio padre: ora eravamo tutti, e non solo noi, in balia di un nemico che non aveva scrupoli né pietà. A proposito di mio padre mi piace ricordare che era stato proprio lui, forte della esperienza di prigioniero dei tedeschi, a consigliare la famiglia Sonaglia, fin dall’inverno del 1943, di scavare una buca sotto il pavimento della capanna, una fossa di circa due metri di profonditá, adeguatamente grande, per nascondere, prima del passaggio del fronte, qualche provvista alimentare e la poca biancheria del corredo da sposa, conservata nel famoso “baule” che, a quel tempo, quasi tutte le donne, sposate o prossime al matrimonio avevano. Allo scavo di quel vano sotterraneo provvedemmo io e i cugini Sonaglia: Elvio, Pietro e Luigi, detto Nino, il cui vero e primo nome è Lenin, un nome che oggi, ma soprattutto allora, nel 1922, aveva un fascino irresistibile. Quando Eusebio, il padre di Lenin, si recò allo Stato Civile per “segnarlo”, iscriverlo all’anagrafe, nessuno fece delle obiezioni e nel registro dei nati dell’anno 1922 il bambino venne iscritto col nome di Lenin. Chi invece obietto‘ e non accettò che al neonato fosse imposto questo nome, fu il parroco della parrocchia di Montemigiano, Don Pericle, nonostante le insistenze e le rimostranze del padre, si rifiutò di segnarlo con quel nome e lo iscrisse nel registro della parrocchia con il nome di Luigi. Il bambino ha avuto cosi per diversi anni due nomi, quello di Lenin per lo Stato e quello di Luigi per la Chiesa. In seguito, quando Eusebio si recò allo Stato Civile del Comune per avere il certificato di nascita del figlio per iscriverlo alla scuola di avviamento professionale, l’impiegato addetto, leggendo sul cartellino quel “nome” rimase di stucco, ma non potè non rilasciare il certificato. Non si comportò così il Preside della scuola, rifiutandosi di iscriverlo con quel nome. Per questo Lenin rischiava di non poter frequentare la scuola. Il padre, che non intendeva fare interrompere gli studi al figlio, si recò presso il Tribunale di Perugia e chiese di cambiare il nome al figlio.

Il Tribunale emise sentenza, regolarmente trascritta nel libro delle nascite del Comune di Umbertide, in cui si dichiara che da quel giorno il nome Lenin era “scritto e doveva intendersi” come Luigi. Evidentemente il potere fascista considerava anche un ragazzino di 11 anni con il nome Lenin, come un nemico, un “sovversivo”. Da casa Sonaglia raggiunsi in pochi minuti quella della famiglia Pinzaglia. E’ la casa colonica che allora era di proprietà della tenuta Boncompagni (Fontesegale) e che si trova a monte della scuola di Niccone. In questa casa colonica trovarono nascondiglio molti giovani renitenti ai bandi di chiamata alle armi dei nazisti e dei fascisti. Avere a quel tempo diciotto o venti anni e vivere con quel poco garantito dal tesseramento era difficile. Per quanto ci veniva dato ringraziavamo con l’unica moneta di cui potevamo disporre: ogni tanto davamo una mano nei lavori dei campi. Ancora un grazie di cuore. In quella casa, anche in considerazione dei buoni rapporti esistenti da lungo tempo, avevo sempre trovato ottima accoglienza. Fin dall’inverno 1943/44, molti di noi giovani di Niccone che non avevamo risposto all’arruolamento disposto dai bandi tedeschi e fascisti, trovammo presso questa famiglia grande aiuto e comprensione.Furono molte le notti che passavamo a dormire nel seccatoio del tabacco, spesso in compagnia dei topi, onde poter sfuggire “ad eventuali rastrellamenti dei nazifascisti. Fra quei giovani ricordo con commozione Ezio Forni, un gigante alto due metri circa, che troverà poi assieme a suo fratello Edoardo, detto Piri, di sedici anni e a suo padre Canzio, uno dei molti e bravi scalpellini di Niccone, orribile morte nella strage di “Penetola”. Chi conosce il mondo contadino, soprattutto di quel tempo, sa che quando vi sono certi lavori da eseguire come la mietitura, la semina, la raccolta del foraggio, del tabacco, dell’uva, non si possono rimandare al giorno dopo rischiando, per una grandinata o per altro, di perdere il raccolto e che, domenica o festa che sia occorre lavorare in tempo. Per questo quella domenica nei campi si lavorava, dove era possibile, alla mietitura del grano; ormai prossima la fine di giugno era tradizione che per la festa di San Pietro doveva essere

portata a termine la mietitura. Anche la famiglia Pinzaglia aveva iniziato questo lavoro ed io contribuivo legando le “grigne” di grano. Al calare del sole ritornai alla famiglia Sonaglia, dove mi aspettava mio padre, che nel frattempo si era informato: a quanto si diceva, sembrava che tutto fosse ritornato alla “normalità‘”. Insieme riprendemmo, con molta attenzione, la strada del ritorno dal “Fornacino”. Nonostante mio padre avesse a disposizione la bicicletta, ripercorremmo assieme 10 stesso cammino che io avevo fatto al mattino, attraverso le strade poderali lasciando la “‘Via maestra” che avrebbe potuto riservarci l’incontro con qualche pattuglia di soldati tedeschi o con le sentinelle che erano state messe a guardia dei vari ponti e ponticelli minati da qualche tempo dai soldati tedeschi prossimi alla ritirata. Passando per casa Arcaleni e Pinzagli, facenti sempre parte della proprietà Boncompagni' giungemmo dalla famiglia Sassetti e qui trovammo diverse persone, soprattutto giovani, Che come me si erano allontanate dalla zona dei “Trinari”, e che temevano di prendere la decisione se ritornare o meno presso le loro famiglie o restare magari per una sola notte" fuori dalla zona minacciata dai soldati tedeschi. Mio padre decise di rientrare a casa, anche perché‘ mia madre si sarebbe allarmata se a notte fatta non avesse visto rientrare nessuno di noi. A me disse di rimanere nei paraggi e al mattino dopo ci saremmo rivisti per portarmi nuove notizie. Stavamo per lasciarci quando giunsero due persone di cui non ricordo i nomi, le quali ci informarono su quanto era accaduto al mattino presso la casa “Trinari”. Alcuni soldati tedeschi, accampati nella zona, incominciarono, sotto la minaccia delle armi, a sequestrare tutti gli uomini trovati nei pressi e, dopo averli rinchiusi nell’essiccatoio del tabacco, sequestrarono due giovani donne che, sempre sotto la minaccia delle armi, vennero violentate a turno. La Epi, quando vide che i soldati tedeschi chiudevano gli uomini nell’essiccatoio, pensò che volessero portare questi uomini in Germania, o passarli per le armi, e per questo si era fatta subito premura di andare di casa in casa ad avvertire del pericolo. Il racconto ci riempi di angoscia e di terrore, io pensai a mia madre e a mia sorella che erano rimaste sole a casa; quei soldati avrebbero potuto usare la stessa violenza anche contro di loro. Lasciai mio padre dicendogli che se necessario, mi avrebbe trovato presso la casa della famiglia di Ormindo, un caro e bravissimo uomo che faceva il “cantiniere” presso la tenuta Boncompagni, nella grande “fattoria” di Fontesegale, dove anch’io avevo lavorato per qualche tempo come aiutante del fattore Mistruzzi. La fattoria si trova tra la frazione di Cioccolanti e quella di Montecastelli.

 

DA ORMINDO UN ALTRO GIORNO

Piuttosto di bassa statura, capelli rossi e un viso cordiale, pieno di lentiggini. Faceva il “cantiniere” insieme a Lucchetti, e devo dire con ottimi risultati se il vino di detta fattoria era considerato uno dei migliori della zona. Sfido molti dei vini di

oggi al confronto con quel vino di Fontesegale. Ho avuto modo di apprezzare Ormindo anche per il suo alto senso di attaccamento al lavoro: con qualsiasi tempo, anche nei mesi più freddi, non mancava mai nonostante abitasse a circa tre chilometri dalla fattoria, distanza che copriva sempre a cavallo dei “pantaloni'“. Passai la notte dormendo nella capanna vicino alla casa di Ormindo e alla casa abitata dalla famiglia Biagini, detto “Beppetto”, in compagnia di altri giovani dei quali non ricordo il nome di tutti. Tra questi di sicuro i fratelli Alboni, Gianni e Vittorio. Bruno Montanucci ed altri. Il mattino seguente, lunedi 27 giugno, si riprese la mietitura da Pinzaglia e. ricordo perfettamente, si mieteva nei campi vicino alla casa abitata dalla famiglia Morelli, detto “Bichio” di proprietà della parrocchia di Montemigiano. Verso le 11 notammo due soldati tedeschi armati, uno dei quali con un cesto di vimini; camminavano dirigendosi verso la casa di Ormindo. Il soldato con il cesto aveva Indosso anche una “zinarola” da cuoco. Ricordo la sua dentatura che intravvedevo fra le labbra e che per circa la meta‘ era fatta di denti di acciaio. Certi particolari non si scordano più. Continuava la mietitura ed io aiutavo a legare le “grigne” di grano. Improvvisamente arrivò di corsa tutto trafelato e sbiancato in volto, Vittorio, fratello di Giovanni Alboni, valoroso combattente della divisione “Cremona” che in un combattimento nella zona di Alfonsine (Ravenna) ha perduto una gamba. Vittorio a quel tempo avrà avuto quindici anni, ci supplicava di trovare immediatamente una pompa per gonfiare la gomma di una bicicletta presa dai due tedeschi visti poco prima. Se non porto la pompa immediatamente ai tedeschi, ci disse, Bruno corre il rischio di essere ucciso. Non terminò nemmeno di pronunciare la frase che si udì un colpo di arma da fuoco, provenire proprio dalla zona da cui era arrivato Vittorio. Immediatamente il pensiero andò a Bruno e tutti ritenemmo che i tedeschi l’avessero ucciso. In men che non si dica, chi da una parte, chi dall’altra, scappammo tutti a nasconderci. Lo spavento e la paura erano talmente grandi che infilai la prima porta che trovai; conduceva alla stalla di “Beppetto”, mi sdraiai dentro la “greppia” in mezzo ai musi di alcuni buoi. cercando di coprirmi con la paglia e con il fieno in modo che, nella eventualità di un controllo da parte dei due tedeschi, tutto risultasse normale. Dopo alcuni minuti, sentii in lontananza voci di uomini e di donna interrotte ogni tanto da qualche parola di incomprensibile tedesco. Quando queste persone giunsero vicino, mi feci coraggio ed uscii dal nascondiglio. inserendomi nel gruppo.

I due tedeschi, che parlottavano tra di loro, mi davano l’impressione che facessero del sorriso a mezza bocca e questo atteggiamento rendeva la situazione meno drammatica. Cosa era successo di preciso? Perché e da chi era stato esploso il colpo? I due soldati, giunti presso l’abitazione di Ormindo, chiesero a sua moglie un poco di verdura fresca; la donna rispose di non averne, né in casa né tanto meno nell’orto e per sincerarli invitò i due militari a seguirla nel vicino orto. Giunti sul posto i due soldati videro appoggiata alla siepe che delimitava il perimetro dell’orto,

una bicicletta e se ne appropriarono. Uno di loro salì sulla bici, ma scese immediatamente in quanto le gomme erano completamente a terra. Per questo chiesero a Bruno, che si trovava nelle vicinanze, una pompa per gonfiare minacciandolo, qualora non provvedesse immediatamente, di fucilarlo. Questo era l’antefatto che aveva portato Vittorio a cercare da noi una pompa. Quando i due tedeschi tornarono nell’orto, con la bici appresso, insieme alla moglie di Ormindo, questa, per abbassare la tensione che si era creata, andò in casa e uscì con un fiasco di vino per offrirlo ai tedeschi. Loro, forse temendo una trappola, prima di berlo ne fecero assaggiare un poco a tutti i presenti e poi trangugiarono tutto il contenuto.

 

IL RACCONTO DI BRUNO

“Anch’io, come moltissimi giovani del ‘25 ero “disertore” in quanto fuggito dalla caserma “Biordo Michelotti” di Perugia, che a quel tempo era in corso Cavour. Per “scappare” avevo saltato un muro esterno della caserma che dava su una stradina di circonvallazione e che aveva una altezza di cinque-sei metri, ma in quel momento mi appariva molto più basso. Dopo una infinità di peripezie e paure da Perugia ad Umbertide, riuscii ad arrivare a casa mia che si trovava sopra l’abitato di Niccone, di proprietà della famiglia Gnomi.

Poiché la casa, poco distante dalla strada nazionale era facile preda delle truppe tedesche in ritirata, protagoniste di vere e proprie razzie di bestiame e di quant’altro capitava loro sotto mano, decidemmo in famiglia di allontanare gli animali, in particolare i buoi, in aperta campagna, il più distante possibile dalla via di comunicazione. Mi trasferii con le vacche nei pressi delle famiglie Pinzaglia, Morelli e Biagini, al vocabolo “Simoncelli”. Ero di guardia al mio bestiame, o meglio al mio e a quello del padrone, che pascolava nei pressi delle abitazioni, quando due soldati tedeschi, lo seppi più tardi, che alloggiavano nella mia casa di Niccone, sbucati improvvisamente dalla vegetazione, mi costrinsero, sotto la minaccia delle armi, a seguirli. Uno dei militari aveva con se' una bicicletta che appoggiò ad una pianta e, tolto il fucile dalla spalla, proiettile in canna, con un italiano molto strapazzato, mi chiese se avevo una pompa per gonfiare le gomme che erano a terra. L’altro militare aveva seguitato a camminare e si trovava avanti a noi a non più di una ventina di metri. Alla strana richiesta del soldato rispondevo sperando di fargli comprendere che non sapevo nulla, né della bicicletta é' tanto meno della pompa. Alla mia risposta negativa il tedesco alzò il fucile e sparò. Il proiettile passò a pochi centimetri dalla mia testa. L’altro militare, ignaro di quanto era accaduto alle sue spalle, quando udì il colpo si diede a gambe levate, fermandosi solo quando il “camerata"’, con parole per me incomprensibili, riuscì a fargli capire che il colpo era partito dal suo fucile. Tornò indietro e appena ci raggiunse, innestò la baionetta, mise il proiettile in canna puntò il fucile contro il mio corpo, intimandomi di tenere le braccia alzate, e cominciò a gridare che vi erano i partigiani. “Essere partigiani” continuava a dire, senza che l’altro soldato, quello che aveva sparato, dicesse nulla. Pensavo di essere ucciso. Mi trovavo in quella situazione vicino alla morte, quando nei pressi passo’, non vista dai tedeschi, la Ida di Pinzaglia che, data un’occhiata, accelerò il passò finché scomparve in mezzo alla vegetazione. Seppi poi che la Ida, incontrando alcune persone aveva giá narrato la mia morte e grande fu la sorpresa che essa provò quando, poco tempo dopo, mi vide aggirarmi sano e salvo nei paraggi a guardia del “mio” bestiame. Infatti i due tedeschi, forse stufi di minacciarmi, mi avevano lasciato andare e si erano diretti verso la casa di Biagini e di “Ormindo”.

Al racconto di Bruno vorrei aggiungere un altro particolare. Quando i soldati, anche dopo l’offerta del vino da part'e della moglie di Ormindo, continuavano a ripetere che ad avere sparato erano stati i partigiani, cercai nei pressi della zona in cui era stato sparato il colpo, il bossolo del proiettile; lo trovai e lo mostrai al soldato; si mise a ridere e continuò a ripetere “qui partigiani, torneremo”, “qui partigiani, torneremo”. Tutto questo accadeva verso le undici del mattino. I due soldati se ne andarono portandosi dietro anche la bicicletta sia pure con le ruote sgonfie: erano sempre pronti a fare razzia di qualunque cosa, anche di poco valore. Tanto e‘ vero che pochi giorni prima, una domenica pomeriggio, sempre in coppia e armati fino ai denti, vennero a casa mia dal “Fornacino” e aprirono tutti cassetti e cassettini alla ricerca di qualche oggetto di valore. Quella volta si accontentarono di alcune saponette e di qualche fazzoletto da naso. Convinti che le minacce pronunciate al mattino non avrebbero avuto seguito, rimanemmo a discutere per alcuni minuti e poi, stanchi del lavoro della mietitura e ancora presi dalla paura, chi da una parte, chi da un’altra andammo a mangiare, dandoci appuntamento per il pomeriggio in una capanna vicina alla abitazione della famiglia Biagini. lo pranzai presso la famiglia Pinzaglia. Verso le due del pomeriggio ci ritrovammo nella capanna. Eravamo in molti, tutti dai diciassette ai ventiquattro anni, giovani e ragazze, che invece di fare un sonnellino di riposo preferivano passare qualche ora insieme parlando un po’ di tutto; l’argomento principale era sempre la guerra. Parlammo per un po‘ di tempo e poi, alcuni, vinti dalla stanchezza dimentichi di quanto accaduto al mattino, si addormentarono profondamente. Io e altri due o tre rimanemmo svegli continuando a parlare dei nostri problemi, con un tono di voce sommesso, per non disturbare chi riposava. Trascorsi una ventina di minuti. la nostra conversazione e il sonno degli altri vennero bruscamente interrotti dal frastuono della porta improvvisamente apertasi e sbattuta contro la spalletta. Non vedendo nessuno pensammo ad un improvviso colpo di vento. Nemmeno il tempo di valutare se veramente fosse stato il vento ad aprire con tale violenza la porta, che vedemmo spuntare le canne di due fucili impugnati dai due tedeschi del mattino. All’improvviso ci ritornarono alla mente le minacce pronunciate dai due; paura e spavento ci resero completamente muti. Uno dei soldati, gridando come un ossesso “raus-raus”, con la canna del fucile ci costrinse ad uscire dalla capanna. Quando fummo tutti fuori, sempre con i fucili puntati contro, ci raggrupparono. Mentre uno controllava il gruppo, l’altro rimise il fucile in spalla e incominciò ad interrogarci uno alla volta. Il primo ad essere chiamato e portato a pochi metri dagli altri, fui io. Il tedesco, con parole pronunciate in un italiano storpiato, aiutandosi con i gesti, chiedeva se ero io il padrone della bicicletta che avevano portato via il mattino; la chiamava “mascine”; chiedeva inoltre il motivo per cui non le era stata procurata la pompa per gonfiare le gomme.

Cercavo disperatamente di fargli capire che io non sapevo nulla di quanto era successo al mattino, che non ero io il proprietario della “mascine” e non sapevo nemmeno di chi fosse. Mentre cercavo di farmi capire, facevo notare le mie braccia sporche e graffiate e dicevo che ero al lavoro di mietitura e che non sapevo nulla di quella maledetta bicicletta. Ripetevo in continuazione, “io arbait, io arbait”.Ma non voleva capire e ripeteva con rabbia che io ero il padrone della “mascine”; all’improvviso tolse il fucile dalla spalla, e messa la pallottola in canna, me lo puntò sulla pancia, seguitando ad urlare. Credo che nessuna penna sia in grado di descrivere il terrore che pervade una persona minacciata a quel modo. Sentire la canna di fucile carico e pronto a spararti contro e una cosa allucinante; non si riesce più nemmeno a parlare; si pronunciano parole incomprensibili, senza nessun significato, solo dei balbettii. Non ricordo per quanti minuti, o forse secondi, rimasi in quella situazione, quando l’altro soldato, con un sorriso di commiserazione appena accennato, si rivolse verso il camerata e urlò “kaput, kaput”. Terribile parola che milioni di uomini, donne e bambini, gente comune e senza colpe, milioni di innocenti avevano udito prima di morire: “kaput - kaput”. Questa orribile parola ebbe l’effetto che può dare un sonoro ceffone a chi è mancato di sensi: cioè mi riporto alla cruda realtá. Ripresi coraggio e tornai nuovamente a spiegare all”’inquisitore” che, non essendo il proprietario della bicicletta, non potevo avere la pompa e che mi lasciassero andare. Il tedesco insisteva “kaput-kaput”. Non saprei dire quanto tempo duro‘ quello strano e incomprensibile “colloquio”. Finalmente il soldato, tolto il fucile dalla mia pancia, fece alcuni passi verso il suo camerata e si avvicinò al gruppo dei miei compagni rimasti ad attendere il “loro turno” che avevano seguito con paura tutta la scena. Non appena il soldato che mi aveva minacciato voltò le spalle per andare verso gli altri, con uno scatto improvviso mi rotolai giù per un “greppo” scosceso e riuscii a scomparire alla sua vista. Per qualche minuto rimasi nascosto tra i cespugli che si trovavano in fondo al pendio, con il cuore che voleva uscire dalla gola, tendendo l’orecchio per cercare di udire qualche parola. Passati altri minuti, non sentendo alcun rumore, uscii dalla siepe e a piccoli passi, cercando di non farmi notare, mi allontanai per i campi, nascosto dietro i filari di viti in direzione della casa Sonaglia. Quando la raggiunsi, raccontai a coloro che mi avevano visto arrivare stravolto dalla paura, cosa era accaduto. Stavo raccontando i fatti, quando udimmo in lontananza, sempre dalla direzione della famiglia Biagini, le urla terribili di una donna che invocava aiuto. Dal tono della voce ci rendemmo immediatamente conto che qualche cosa di grave stesse accadendo. Passarono alcuni minuti e tutto ci sembrò ritornare calmo. Piano piano mi ripresi dallo spavento per quanto accadutomi e mi incamminai di nuovo verso la casa Biagini. Chiesi alle persone presenti cosa era accaduto. Mi raccontarono che i due soldati tedeschi, sempre gli stessi, continuarono l’interrogatorio degli altri miei compagni.

Poi si allontanarono in direzione di Montemigiano che dista dalla casa un paio di chilometri. I due soldati passarono davanti ad una capanna poco. distante dalla casa colonica di “Beppetto”. Nella capanna aveva trovato ospitalità una famiglia di Niccone, anch’essa sfollata. Faceva parte di questa famiglia una ragazzina che a quel tempo aveva quindici anni. Quando i tedeschi la videro, forse credendola sola, si precipitarono addosso cercando di violentarla. Di questo disgustoso episodio, fortunatamente finito senza gravi conseguenze, porto la testimonianza diretta di una delle donne che visse l’allucinante esperienza e che ancora oggi, a distanza di quasi quaranta anni dall’avvenimento, trova nel parlarmene lo stesso sgomento, le stesse emozioni e lo stesso terrore. E’ la signora Anna, che così ricorda:

 

IL RICORDO DI ANNA

......... "Ero sposata da circa quattro anni e mio marito era stato portato dai tedeschi in Germania, come prigioniero di guerra dopo i fatti dell’8 Settembre. Abitavo a Montecastelli ma, a causa della guerra, ero sfollata insieme ai miei famigliari che abitavano a Niccone, in una casa colonica della parrocchia di Bastia Creti e precisamente nella località chiamata “Mansala” non molto distante dalla frazione di Spedalicchio, nella vallata del torrente Niccone.

Quella mattina di lunedi 27 giugno ero ritornata nella casa di Montecastelli per prendere alcuni oggetti e per rendermi anche conto di come fosse la situazione in quella zona. Attraverso i sentieri dei campi e dei boschi, cercando di evitare di imbattermi con truppe tedesche o fasciste. giunsi nei pressi di un gruppo di' case denominata località “Simoncelli”, in cui abitavano le famiglie Biagini, detto “‘Beppetto” e di Ormindo, a poca distanza dalla casa parrocchiale di Montemigiano. Sapevo che vi erano sfollate famiglie di Niccone delle quali ero amica; decisi di fare una visitina per sentire come se la passavano. Una di queste due famiglie con cui ero in ottimi rapporti aveva trovato rifugio in una capanna annessa alla casa del colono Biagini. Faceva parte di questa famiglia una ragazza che a quel tempo aveva quindici anni e, trovatala in casa, mi fermò' a parlare. Mi disse che era sola perché i genitori erano al lavoro nei campi ad aiutare i contadini. Ci sedemmo e incominciammo a  raccontare la nostra vita di sfollati. Dopo alcuni minuti sentimmo dei rumori intorno alla capanna. Ci alzammo per renderci conto di cosa stesse accadendo. Non arrivammo nemmeno alla porta che vedemmo i fucili imbracciati dai due soldati tedeschi. Immediatamente uno di loro, premendomi il fucile sulle costole. mi buttò fuori dalla capanna e l’altro si avventò sulla ragazza, cercando di gettarla per terra. La ragazza cominciò ad urlare con quanto fiato aveva in gola, cercando di difendersi con tutte le forze dal tedesco. Sentendo grida di aiuto provenire da dentro la capanna, anch’io mi misi ad urlare per richiamare l’attenzione di coloro che erano nelle case vicine; uscirono in parecchi e si precipitarono verso di me che continuavo a urlare. Quando i soldati si resero conto che la situazione non volgeva, nonostante le armi. a loro favore, scapparono in direzione di Montemigiano. lasciando così libera la ragazza che, per lo scampato pericolo, incominciò a piangere di gioia. Dopo un pò di tempo, mentre ancora commentavamo quanto accaduto, sentimmo degli spari provenire da Montemigiano. Questi spari ci allarmarono molto perché temevamo che qualche cosa di grave potesse essere accaduto. Poi venimmo a sapere che gli spari erano diretti contro animali che i tedeschi volevano abbattere per mangiarli. Rimasi per qualche ora in compagnia di quella ragazza e di coloro che ci avevano aiutato. Non potrei dire con esattezza quanto tempo passò, ricordo solo che qualcuno ci indicò ancora i due soldati tedeschi che erano passati poche ore prima. A tale vista ebbi come un presentimento: “sta a vedere che ora se la prendono con me che ho chiamato aiuto. Mentre rimuginavo queste parole nella mente, vedevo i due soldati che si avvicinavano. Allora con dei piccoli passi, camminando all’indietro in modo da guardarli sempre in faccia, per poter comprendere le loro intenzioni, cercai di raggiungere la casa del colono in modo da entrare e poi chiudere la porta. Uno dei soldati si fermò e, caricato il fucile, si voltò improvvisamente verso gli altri che nel frattempo assistevano alla scena, minacciandoli di stare fermi altrimenti avrebbe sparato.

Ricordo bene quello che aveva una “zinarola” sopra i pantaloni, forse era addetto alle cucine, accelerò il passo e si avvicinò ancora di più. Quando fu vicino mi invitò ad andare con lui nell’orto. Al mio netto rifiuto prese a spingermi verso la cantina del colono che era sotto la cucina, in un seminterrato. Anche questa era adibita a dormitorio per cui appena il tedesco vide una “rete” mi spinse malamente indietro e io non potei fare altro che caderci sopra. lncominciai a gridare chiedendo aiuto, cercando di divincolarmi. Vedendo la mia resistenza e tenendomi sempre i polsi, incominciò a pestarmi violentemente i piedi con gli stivaletti, provocandomi un dolore atroce e piccole ferite che cominciarono a sanguinare. Ciò nonostante cercavo di resistere con tutte le mie forze. Improvvisamente apparve una donna, non più giovane, che riconobbi subito per Angela Pinzaglia, la lattaia che ogni giorno, mattina e sera, portava il latte agli abitanti della frazione di Niccone. Teneva in mano

un grosso falcinello e, accostandolo alla gola del tedesco, lo obbligò a lasciarmi. Il tedesco, preso alla sprovvista dalla minaccia dell’Angela, si tolse il fucile dalla spalla, con un gesto rapido mise la pallottola in canna e rivolto verso la donna la minacciò con la tremenda parola “kaput”. Udendo questa parola. ormai tristemente nota a tutti, abbracciai l’Angela e gridando “mamma, mamma. salvami”, svenni. Più tardi quando ripresi i sensi seppi che uno dei due soldati aveva sparato un colpo di fucile in direzione delle persone presenti e che il proiettile era passato così vicino a Bruno Pacieri che gli aveva portato via dal capo il berretto. Poi i due soldati, vista la situazione che si era creata, nel frattempo si era adunata altra gente che sotto sotto minacciava di fargliela pagare cara, se ne erano andati non senza prima aver pronunciato in tedesco minacce nei confronti di tutti. Ogni tanto io, sconvolta, ricominciavo ad urlare e a perdere i sensi. Mi sdraiarono per un pò di tempo sul letto e quando incominciò a calare il sole alcuni volenterosi. Bruno Pacieri, Renato Romeggini, Luigi e Nino Sonaglia con altri, mi accompagnarono a Montemigiano. Quando arrivai e passai davanti alla Chiesa parrocchiale che era aperta, andai nuovamente in crisi e, con pianto disperato, entrai ringraziando la Madonna dello scampato pericolo. Ero tremendamente presa dallo spavento che il parroco, Don Pericle Tirimagni rendendosi conto della mia situazione, non acconsentì che riprendessi la strada per ritornare alla casa dove ero sfollata, distante da Montemigiano cinque o sei chilometri. e mi ospitòfino al mattino seguente nella casa parrocchiale". Tutti questi fatti avvenivano lunedi 27 giugno 1944. A sera, stanco e stremato per quanto accaduto nella giornata, andai a dormire insieme a molti altri amici e coetanei nella capanna da cui i soldati tedeschi nel primo pomeriggio, ci avevano costretto, sotto la minaccia delle armi, ad uscire.

 

QUEL 28 GIUGNO ALL’ALBA

Non albeggiava ancora quando improvvisamente alcuni di noi fummo svegliati da colpi secchi di armi da fuoco, ogni tanto spari a raffica e detonazioni ancora più forti. Era tanta la stanchezza che non tutti coloro che dormivano con noi udirono questi spari. Invece Bruno Montanucci, probabilmente più abituato di altri alle fatiche e alla perdita di qualche ora di sonno, si alzò immediatamente, andò fuori dalla capanna per rendersi conto di cosa mai stesse accadendo cercando di vedere da dove provenivano gli spari. Rientrò quasi subito nella capanna e svegliò quelli che dormivano; disse che la casa di “Bendino” al vocabolo “Penetola”, dove abitavano le famiglie Avorio e Luchetti, era in fiamme. Ci alzammo tutti e andammo a vedere. La scena che alle prime luci dell’alba non era completamente visibile, aveva un aspetto terrificante. Intanto continuavamo a sentire incessante il fuoco delle armi e noi atterriti ci domandavamo

cosa mai stesse accadendo; cercavamo di non pensare al peggio. Ogni tanto ci pareva scorgere, attraverso il fumo e i bagliori delle fiamme che divampavano sempre di più, delle ombre che camminavano aggirandosi intorno alla casa. Mentre la luce del giomo aumentava, il quadro che appariva ai nostri occhi prendeva contorni sempre più precisi rendendo ancora più terribile la scena. Il fuoco era all’interno e all’esterno della casa. Cosa era successo? E perché tutti quegli spari?

Di azioni partigiane e di guerriglia, nemmeno a parlarne. Nessuna formazione, né organizzata, né in embrione era operante in quella zona. Le formazioni partigiane più vicine operavano nel territorio di Pietralunga e nel territorio del Trasimeno, anch’esso molto lontano da noi. Noi ci accorgemmo che il bestiame era nei campi attorno alla casa. La vista delle vacche, delle pecore, dei maiali che pascolavano liberamente nei campi, invece di rassicurarmi aumentò le nostre preoccupazioni. Se quei colpi non erano diretti contro il bestiame, a chi avevano sparato i tedeschi?

E perché avevano incendiato la casa? L’idea che quei colpi, quelle raffiche, potessero essere indirizzate verso degli uomini, non sfiorava neppure la mia mente.

Non solo la mia, ma nemmeno quella di coloro che erano con me. Ci rifiutammo tutti di pensare che si potesse arrivare a quel livello di barbarie senza motivo. Poi apparvero sul sentiero che dalla casa del colono conduce, per un piccolo ponte sopra il torrente Niccone, verso la strada per Mercatale e Cortona, diciotto militari tedeschi armati e con in spalla zaini che apparivano gonfi. Camminavano in fila indiana e cantavano. Improvvisamente apparve nel cielo, proveniente da sud, un apparecchio alleato "isolato. Era uno di quei piccoli aerei da ricognizione chiamati “cicogne” per la loro somiglianza con i ben auguranti uccelli. I soldati si acquattarono lungo il pendio che costeggiava il sentiero, riprendendo la marcia appena l’aereo si perse dietro le colline che guardavano verso il lago Trasimeno. Noi cominciammo ad allontanarsi dalla zona, sempre con lo sguardo ai soldati tedeschi che perderemo di vista quando si inoltrarono nel mezzo della vegetazione che si trova lungo gli argini del torrente Niccone. Salivamo verso la collina lentamente, prima di rientrare nelle nostre case, volgendoci indietro per cercare di conoscere la verità su quanto accaduto. Parlando si diceva del bestiame libero e tutti facemmo una considerazione, che purtroppo si dimostrò errata. Se il bestiame era libero, anche le persone non potevano che essere libere! Procedendo con cautela, passammo vicino ad alcune case di contadini ed alcuni dei miei amici si separarono dal gruppo. Rimanemmo in quattro o cinque, per raggiungere la casa dei “Mazzoli”, una casa colonica sempre di proprietà dei Boncompagni, in cui avevano trovato ospitalità altre famiglie di Niccone. Ogni tanto incontravamo qualcuno che ci chiedeva notizie. Giunti non lontano da casa “Mazzoli”, qualcuno, forse Mario Tacconi, non ricordo bene, ci informò brevemente su quanto era realmente accaduto. Una notizia tremenda. La sparatoria aveva causato diversi morti. Di sicuro erano tutti i componenti delle famiglie Forni e Nencioni. Degli altri componenti delle famiglie coloniche, non si conosceva la sorte. Non rimasi nemmeno un secondo di più per avere altri particolari che, preso dallo spavento, iniziai a correre verso la casa del Fornacino dove erano i miei familiari.

Fu una corsa senza respiro, con il cuore in gola, con il pianto negli occhi. Allo spavento, al dolore, allo sforzo, si aggiungeva il pensiero per la sorte dei miei. Mi chiedevo se i soldati tedeschi, sicuramente transitati sulla strada del ritorno vicino alla casa in cui eravamo sfollati, avessero ripetuto il mostruoso delitto. Cosa avrei trovato della mia famiglia? Li avrei trovati vivi? Questo pensiero, con il passare del tempo diventava un incubo e mi procurava più male dello sforzo fisico; continuavo a correre verso casa; quando giunsi nei pressi e mio padre, che in lontananza mi aveva notato correre in modo insolito, mi venne incontro. Solo vedendomi ebbe la sensazione che qualche cosa di terribile era successo. L’abbracciai e gli domandai come stavano gli altri. Quello che provai sapendo che tutti stavano bene, non riesco a descriverlo. Scoppiai in lacrime di gioia nel saperli tutti vivi, e di dolore per quanto era accaduto a Penetola. Raccontai con poche parole, balbettando e piangendo ciò che era successo. Anche loro, benché più lontano, avevano visto colonne di fumo provenire da quella direzione. Non avevano saputo spiegarsene il motivo. Pensavano ad un incendio del bosco o di altre sterpaglie. Adesso sapeva. Cercò di farmi coraggio, ma stentava a trovare le parole. Conoscendo la brutalità della guerra e sapendo di che pasta erano fatti i tedeschi, occorreva ormai stare continuamente sul chi vive e con gli occhi bene aperti per prevenire, se possibile, altri episodi. Ora un altro motivo ci angosciava. Nella casa in cui eravamo sfollati aveva trovato ospitalità anche la famiglia di Nello Migliorati; la cui moglie Annetta era sorella della Erminia, una delle donne trucidate insieme alle figlie. Come avremmo fatto, dove avremmo preso il coraggio per dirle cosa era successo? Io non ero di certo in condizioni tali da poterglielo dire. Toccò a mio padre; con una mezza bugia disse che c’era stata una sparatoria e che vi erano stati dei feriti gravissimi. Nello doveva raggiungere immediatamente la località “Penetola” dove erano sfollati i parenti. Seppi poi che lo spettacolo apparso agli occhi dei primi accorsi fu tremendo. Donne, uomini e bambini anche in tenera età, giacevano in terra, sparsi un po‘ dappertutto. Alcuni addirittura erano bruciati in diverse parti del corpo tanto che i volenterosi soccorritori, per portarli al cimitero ebbero dei problemi per caricarli nel carro agricolo. A verità di quanto affermo, dico che Guido Medici, combattente della grande guerra. diverse volte mandato all’assalto con la baionetta ed avvezzo alle brutalità della guerra, si tenne per diversi giorni un fazzoletto sopra gli occhi. Come un automa si aggirava nella casa in cui era sfollato, con la testa fra le mani cercando di dimenticare la terrificante scena che gli si era impressa negli occhi e nella mente. Anche su questo episodio ho raccolto la testimonianza di Bruno che, contrariamente a quanto avevo fatto io, era rimasto in zona sempre a guardia del “suo” bestiame.

.......... ”Dopo alcune ore dalla sparatoria - così racconta Bruno - quando da alcuni minuti i tedeschi avevano ripreso la via del ritorno verso Spedalicchio, localita‘ da dove erano arrivati i soldati responsabili della strage, seguendo continuamente con lo sguardo la zona circostante, vidi un uomo, che poi seppi essere Domenico, detto Menco, parente di molti trucidati, correre via dalla casa tenendosi le mani sul viso e gridando dalla disperazione. Con le altre persone del luogo, I Marcucci. i Sassofrasso, detti i “Mosconi”. e gli Angeloni, detti i “Bistoni”, gli andammo incontro. In mezzo alle grida di dolore ci disse quanto aveva visto e ci pregò di prendere un Carro Per portare i morti al cimitero. Alcuni si recarono nella casa di Penetola, io con gli altri ritornammo indietro a prendere il carro. Non andai a caricare i morti e attesi il ritorno del mesto carico insieme al custode del cimitero che era il “Vecchio del Moro”, Giorgi. Arrivarono con il tragico carico che era composto di sei salme. Erano quelle di Forni Canzio con i figli Ezio ed Edoardo e di Nenciohi, Ferruccio con {la moglie Milena, ed Eugenia, sorella di Ferruccio. Descrivere la scena è difficile. Anche oggi, a distanza di quasi quaranta anni, non mi e “possibile" parlare senza un magone che mi prende alla gola. Con il secondo, triste carico, portarono al cimitero i rimanenti trucidati e cioè: Erminia, madre di. Ferruccio e di Eugenia e suocera di Milena, Conforto, detto “Sostegno”, altro figlio di Erminia e fratello di Ferruccio e di Eugenia e i quattro adolescenti delle famiglie Avorio e Luchetti. Non sto a raccontarti - seguita Bruno - le scene che si verificarono all’arrivo dei parenti e conoscenti ..... . Con i miei ricordi e le testimonianze raccontate, potevo considerare chiuso il capitolo della strage di “Penetola”? Oppure era necessario avere anche la testimonianza di qualche superstite della strage? Era giusto e opportuno farmi raccontare da testimoni oculari quanto accaduto in quel lontano 1944? Quale diritto avevo di chiedere per l’ennesima volta di raccontare quella tragedia? Era giusto rinnovare il dolore e la disperazione dei familiari delle vittime? Molti giorni ho riflettuto su questi interrogativi. Se queste pagine dovevano essere la testimonianza di quei tragici fatti, era anche non solo giusto ma indispensabile che essi fossero descritti e raccontati da chi ne era stato testimone diretto e vittima. Perciò ho chiesto alla persona che più degli altri ha sofferto, se era disposta a rievocare l’atroce vicenda. Questa persona è la signora Dina Avorio, una delle poche superstiti ancora in vita, che nella tragedia ha perduto tre figli e che ancora porta nelle carni e nello spirito i segni irreversibili di quella immane tragedia.

 

IL RACCONTO DI DINA

“A quel tempo eravamo mezzadri della tenuta di Montalto di proprietà della famiglia Gnoni e abitavamo nella casa colonica denominata vocabolo “Penetola”. Anche noi, come migliaia di altre famiglie di contadini, non ci sottraemmo al dovere morale di dare aiuto al proprio simile e pertanto, nonostante fossimo una famiglia abbastanza numerosa, dodici persone, accettammo di dare un tetto a coloro che ne fecero richiesta: la guerra e il fronte incominciavano a farsi sentire molto vicino. Le famiglie che accogliemmo e a cui demmo di buon grado una “sistemazione” erano quella di mio cognato Capecci con la moglie e un figlio di sei anni, quella di Nencioni, composta da Ferruccio, sua moglie Milena, la figlia Giovanna, la madre Erminia; quella di Fomi Canzio con la moglie Rosa e i figli Ugo, Ezio, Edoardo detto “Piri”. La nostra famiglia era composta da dodici persone e precisamente: io, mio marito Mario e i figli Renato di 14 anni, Antonio di 11, Carlo di 8,.Maria di 6 e Giuseppe di 4, mio cognato Luchetti Avellino con la moglie Rosalinda e i figli Remo, Guido e Vittorio; un altro cognato, Fernando, era militare e pertanto non ha vissuto la nostra terribile esperienza. Ci eravamo così sistemati: noi, la famiglia Capecci e Ferruccio con la moglie e una delle figlie, Giovanna, eravamo sistemati alla meno peggio nella casa. La famiglia Forni e i rimanenti membri della famiglia Nencioni, Erminia, Eufemia e Conforto erano alloggiati nell’essiccatoio del tabacco, distante una trentina di metri da casa. La vita trascorreva in modo “normale” e tutti eravamo in attesa che le truppe alleate, di cui sentivamo distintamente i colpi delle artiglierie oltre la collina verso Perugia, arrivassero per toglierci dall’incubo della dominazione nazi-fascista e della guerra in prima linea. Pochi giorni prima di quel terribile 28 Giugno 1944, la moglie di Canzio, Rosa e il figlio Ugo, lasciarono “Penetola” e trovarono sistemazione presso la famiglia Domenichini (detto Giancamillo), verso la località S. Anna. Ciò perché Rosa era stata presa da un forte spavento a causa delle azioni di bombardamento dell’aviazione alleata che non dava tregua alle truppe tedesche ormai in ritirata verso il nord. La nostra casa si trovava a circa trecento metri dalla “strada del Niccone” che conduce al lago Trasimeno.

Nel punto dove si lascia la strada per giungere alla nostra casa, vi è un piccolo ponte che era stato minato dalle truppe tedesche. A fare la sentinella al ponte erano addetti alcuni soldati ai quali ogni mattina uno dei miei figli, Antonio, portava il latte fresco delle nostre vacche. I rapporti di noi tutti con i militari di sentinella al ponte erano sempre stati molto buoni, se non addirittura cordiali al punto che uno di questi soldati usava nei miei confronti. quando mi chiamava e quando lo incontravo, l’appellativo di “mami”. Insomma, non uno screzio, mai un gesto di intolleranza, niente che potesse ingenerare sospetti od altro. Alle ore una del 28 Giugno eravamo immersi nel sonno, quando udimmo dei forti colpi alla porta di casa su un balcone esterno a cui si accedeva da una rampa di scalini. Nemmeno il tempo di andarla ad aprire che una spinta violenta la spalancò tutta con grande rumore. Mio marito Mario, che nel frattempo si era alzato dal letto, si trovò dinanzi a quattro soldati in “uniforme tedesca” e con le mostrine dei reparti delle “SS”. Alla domanda di mio marito

su cosa desideravano e del motivo di quell‘improvvisa Visita, uno dei quattro, “in perfetto italiano”, gli disse che fuori della casa vi erano altri soldati che desideravano acqua fresca per bere. Mio marito scese le scale, accompagnò i militari che erano fuori al pozzo poco distante dalla casa e dopo un po‘ di tempo rientrò. Nel frattempo quasi tutti coloro che dormivano nella casa si erano radunati intorno ai quattro soldati, che parlottavano tra loro, senza degnarci di uno sguardo e di una frase. Domandavamo il perché di quella “visita” a notte fonda, ma nessuno rispondeva.

Dopo qualche tempo uno di loro, non quello che aveva fatto richiesta di acqua, ci disse che eravamo dei “partigiani”. Diceva: “banditen. banditen”. Poi aggiunse che avevano avuto ordine di fucilarci.

Fucilarci! Per quale motivo? Che cosa avevamo commesso?

Alle nostre proteste di innocenza rispondevano con scherno e continuavano a ripetere “tutti morire, tutti morire, “banditen, banditen". Nel frattempo arrivarono, accompagnate dai soldati tedeschi che erano rimasti fuori, tutte le altre persone che dormivano nell’essiccatoio del tabacco e che, sotto la minaccia delle armi. erano state costrette a seguirli. Il terrore era dipinto sulle facce di tutti. Continuavamo a chiedere spiegazioni, a domandare i motivi per cui eravamo condannati a morte, a supplicare di non farlo perché eravamo tutti innocenti. Nulla avevamo commesso. non un gesto, non una parola che avesse potuto “offendere l'onore germanico“, ma loro continuavano con la solita frase “tutti morire, banditen”. Implorammo ancora la nostra salvezza o quanto meno quella dei bambini. Cosa avrebbero potuto addebitare a delle piccole creature perché meritassero la morte? Nulla da fare: nemmeno i bambini dovevano essere risparmiati. Dovevamo morire TUTTI!!! Ci guardavamo sbigottiti e non riuscivamo più a comunicare nemmeno tra noi! Arrivò un soldato “tedesco”, uno di quelli che erano rimasti fuori e ci obbligò ad entrare tutti in un unico ambiente. Ogni tanto arrivava qualche altro familiare che era rimasto in altre camere.

Alla fine ci contammo: eravamo 24 persone. Prima di rinchiuderci in questo unico ambiente, venimmo letteralmente spogliati di ogni nostro avere, anche il più insignificante. La stessa sorte l’avevano subita quelli che dormivano fuori. Erano stati depredati di tutti i loro averi prima di essere condotti nella casa. Ancora una volta, prima che tutti i soldati se ne andassero, implorammo la salvezza. almeno per i bambini. Nulla, non ci risposero nemmeno.Ad un certo punto, dalla porta della camera che era rimasta semiaperta. dove erano di guardia alcuni soldati, vedemmo altri militari che accumulavano del fieno negli ambienti attigui.I soldati andavano in continuazione fuori e rientravano con grandi bracciate di fieno che sistematicamente deponevano nelle stanze. Perché i soldati accumulavano tutto quel fieno ?Forse intendevano servirsene come giacigli per passare la notte e magari fucilarli al mattino? Riflettevamo su questo fatto, quando un fumo acre

e denso cominciò ad invadere la nostra camera. L’aria impregnata dal fumo era irrespirabile. Cercammo scampo in altri ambienti, ma il fuoco era ormai divampato e fummo respinti indietro dalle fiamme e dal fumo.Nessuno potrà mai capire ciò che provammo in quei momenti, nemmeno io saprei con esattezza dire cosa accadeva.In quella atmosfera di terrore, ricordo che uno dei primi a trovare la morte è stato mio figlio Renato, che volendosi rendere conto di quanto accadeva all’esterno, si avvicinò con circospezione verso la finestra e, stando sempre dietro i vetri, allungò lo sguardo fuori.

Un lampo, una immensa fiammata e un boato tremendo ci investì. Quando mi ripresi dallo stordimento, guardai verso la finestra e vidi mio figlio riverso a terra con un braccio orribilmente mutilato e con altre ferite al volto. Mi avvicinai per portargli soccorso ma lui, forse consapevole della morte imminente, mi disse “Mamma, è finita, non pensare più a me, pensa ai miei fratelli. Cercate di scappare da questo inferno”. Queste sono state le sue ultime parole. La morte era arrivata attraverso una bomba che uno dei soldati appostati all’esterno della casa, aveva lanciato contro la finestra dopo aver intravisto il volto del mio povero ragazzo. Coloro che si erano salvati dall’esplosione della prima bomba, si allontanarono dalla stanza cercando di ripararsi in altri locali non ancora raggiunti dalle fiamme. lo e mio marito eravamo impietriti dal dolore, vicini al nostro Renato, quando un altro bagliore e un’altra detonazione squarciò la stanza ancora satura del fumo acre della precedente esplosione. La “belva” aveva gettato attraverso la finestra ormai divelta dalla prima bomba, un altro micidiale ordigno. Sentii delle ferite tremende in tutto il corpo. Cominciai a sanguinare in più parti, ma rimasi sempre cosciente. Mi avvicinai a mio marito cercando aiuto, ma anche lui era rimasto ferito dalle schegge del micidiale ordigno, al fianco e ad una gamba. Nonostante le ferite ed il dolore che incominciava a farsi sentire, cercai disperatamente di rendermi utile ai miei bambini. Ne avevo uno, il più piccolo, Giuseppe di 4 anni che con la sorella di 6 anni erano scampati al massacro. A causa del fumo che impregnava l’ambiente, Giuseppe ogni tanto perdeva i sensi ed io dovevo scuoterlo perché’ riprendesse a “vivere”. Sempre in preda al terrore continuavamo disperatamente a cercare scampo negli ambienti ancora risparmiati dal fuoco. Ricordo che per poter allontanare le fiamme utilizzammo dell’aceto che si trovava in un “caratello”. Impregnavamo gli abiti nell’aceto e poi lo gettavamo contro la porta e le pareti della stanza che si erano surriscaldate. Riuscimmo così a spegnere alcune lingue di fuoco che lambivano le porte, aprendoci un varco. Dall’esterno continuavano a giungere i colpi e le raffiche delle armi automatiche. Ho ancora davanti agli occhi la figura di Conforto che con un coltello in mano si aggirava da un ambiente all’altro cercando di fare qualche cosa per uscire da quella bolgia di inferno. Infatti, con la forza della disperazione, era riuscito a rompere alcune mattonelle del pavimento di una camera che stava sopra la stalla delle pecore. Piano piano era riuscito a fare un buco sul pavimento tale da consentire, sempre con difficoltà, il passaggio di una persona. Da questo foro fece calare prima la sorella Eufemia, poi la nipote Giovanna. Ritornò poi nella nostra stanza e pregò sua madre, che era vicino a me, di scendere sotto anche lei. Erminia era riluttante a scendere, ma quando Conforto le disse che erano già scese Eufemia e Giovanna, seguì il figlio e scese anche lei nella stalla. Conforto si calò per ultimo. Dopo, quando la tragedia era ormai compiuta; Erminia, Conforto e la madre, furono trovati tutti e tre trucidati da raffiche di mitra. Giovanna invece, fu ritrovata con una leggera ferita alla spalla, all’altezza del collo, nascosta sotto un carro nell’aia. Ad un certo punto mi accorsi che tre dei miei figli, quelli più grandi, non erano più nella stanza con noi. Mi misi immediatamente alla loro ricerca in quegli ambienti dove era possibile andare. Nulla. Che avessero cercato di sfuggire alla tragedia? Ma da dove erano passati per uscire all’esterno, se ancora era in fiamme il portone principale che dava sulle scale che conducono fuori? Si erano calati da qualche finestra"? Nessuno li aveva visti! Fuori ancora a tratti si sparava anche se con minore intensità. Si faceva sempre più giorno e dalla finestra potevamo scorgere le colline e i boschi circostanti. I miei tre figli dove erano? Che cosa era successo? Da alcuni minuti non sentivamo più i colpi d’arma da fuoco. Restai ancora nell’ambiente per qualche minuto: il silenzio si era fatto totale. I soldati se ne erano andati? O ancora erano in agguato aspettando che si tornasse allo scoperto per colpirci? Non udendo alcun rumore mi portai verso la finestra che dava verso la casa di “Bendinello”, un vicino colono, abitava dalle famiglie Bendini e Bioli. Piano piano aprii la finestra, ma senza affacciarmi. Scrutando intorno vidi in lontananza su una collinetta, quattro persone che guardavano verso la nostra casa. In una di queste riconobbi il padrone del podere, Gnoni Gio Batta. Sempre nascosta all’interno, cercavo con gesta disperate della mano di richiamar'e la loro attenzione e fargli capire che avevamo necessità di aiuto. Ma loro non mi videro, anche a causa del fumo che ancora si alzava dalla casa. Passarono ancora alcuni minuti; rimanemmo in casa, non ci arrischiavamo ad uscire. E poi, da dove saremmo potuti uscire se ancora la porta principale bruciava? Dopo un po‘ il marito di mia cognata, Capecci, riuscì ad entrare nella nostra stanza e ci condusse in un altro ambiente che dava a sud. Dalla finestra di questo vano, con delle lenzuola annodate a mo’ di corda, aveva fatto scendere all’aperto la moglie, il figlio ed altre persone. Ma dei miei figli, nulla. Piano piano anche io, mio marito ed altri fummo calati. Non appena toccammo terra, senza nemmeno alzarci in piedi, rotolammo sul pendio come tanti “barattoli vuoti”. Il terrore, il dolore per le ferite erano niente a confronto dell’angoscia del non sapere dove fossero finiti i miei figli. Piano piano, sempre a carponi, ci addentrammo nella vegetazione circostante. I Forni cercarono scampo calandosi da una finestra che era a levante dell’abitazione. Sotto la finestra c’era il recinto annesso alla stalla dei maiali. Ed è proprio dentro il “bregno” dei maiali che venne trovato il corpo senza vita di Edoardo (detto Piri), quasi stesse seduto per terra.

Quelli del padre Canzio e dell’altro figlio Ezio erano alcuni metri lontano dallo stalletto dei maiali, trucidati con scariche di mitra. Ferruccio e sua moglie Milena, furono trovati vicino alla porta principale della casa, quasi sul balcone che dava all’esterno. Avevano tentato di scampare alla tragedia da quella parte ma, visti, erano stati anche loro preda delle “belve” in agguato ed abbattuti a colpi di mitra. Non so dire quanto tempo passammo in questa situazione. Dopo un po‘ vedemmo alcuni militari tedeschi, accompagnati da persone in abiti civili, venire verso di noi. Cosa fare? Fuggire nuovamente? Per andare dove?

Dai loro gesti ci parve che volessero dirci di non temere. Ma nonostante ciò, mio cognato Avellino non ne volle sapere di aspettare e in men che non si dica, si mise a correre scomparendo nel folto del bosco vicino. Mentre i soldati si avvicinavano, cercavano di farci capire che erano venuti a prestare soccorso ai feriti e, se necessario, portarci in ospedale. Infatti io e mio marito che avevamo più necessità e urgenza di essere curati, fummo caricati su una camionetta militare. Ci avrebbero portati all’Ospedale di Città di Castello. Durante il tragitto, circa 20 chilometri, sentivamo i soldati che parlottavano fra di loro e ogni tanto pronunciavano le parole “partigiani” “banditen”. Quando giungemmo nei pressi di Città di Castello, attraverso la strada provinciale di Trestina e fummo sopra il ponte sul Tevere ci parve di capire che i soldati fossero intenzionati a buttarci di sotto. Infatti si fermarono. Poi ripartirono e  attraversarono il ponte. Superato il ponte, non trovando indicazioni dell’Ospedale, ci riportarono indietro con il mezzo che andava a passo d’uomo. E loro sempre a ripetere “partigiani, banditen”.Comparve una vecchietta alla quale i soldati chiesero informazioni dell’Ospedale, che d’ causa della guerra era stato trasferito presso il Seminario, al centro della città. La vecchietta comprese la parola Ospedale e forse pensando di non poter spiegare a sufficienza il percorso ed anche visto il nostro stato, le ferite sanguinavano abbondantemente, montò sul mezzo e ci accompagnò all’Ospedale. I soldati ci scaricarono in malo modo consegnandoci alla prima persona di servizio che incontrarono. Nel consegnarci ripeterono le solite parole “partigiani, banditen”. Udendo queste parole, anche i barellieri che nel frattempo erano arrivati, rimasero indecisi sul da farsi e quasi quasi non intendevano ricoverarci. Dopo alcune spiegazioni capirono la situazione e ci prestarono le prime cure. D’altro canto era comprensibile anche l’atteggiamento del personale ospedaliero in quanto vi era la pena di morte per chi avesse prestato assistenza ai partigiani.Durante tutto questo calvario la mia mente era sempre rivolta ai miei figli. Che fine avevano fatto? Erano riusciti a scampare alla tragedia? E allora perché nessuno mi dava notizie? Era una continua tortura. Il giorno dopo o dopo “alcuni giorni, non ricordo, ricevemmo la visita di alcuni militari tedeschi fra i quali alcuni ufficiali. Vollero informazioni e chiarimenti su quanto era accaduto e se vi erano state da parte di qualcuno di noi azioni gravi da

scatenare la violenta rappresaglia. Ci ascoltarono e prima di andarsene dissero che era stato autorizzato il trasporto delle salme al cimitero.

Guardai mio marito e capimmo immediatamente che la tragedia non aveva risparmiato le nostre creature. Infatti non erano scampati Renato, Antonio e Carlo.

Passarono alcuni giorni e i soldati tedeschi tornarono nuovamente ad interrogarci.Nuovamente ci fecero raccontare i fatti di quella terribile notte. Ci parve di capire che al comando tedesco di zona non vi era traccia ne' di coloro che in qualche modo avessero ricevuto “offesa”, ne' di coloro che avevano autorizzato la rappresaglia. Mistero. La nostra degenza si prolungò per circa un mese e quando le ferite “della carne” cominciarono a rimarginare, venimmo dimessi e riportati presso i nostri car'i rimasti che, nel frattempo si erano trasferiti presso una casa colonica più a monte della nostra, distrutta dal fuoco e dalla malvagità degli “uomini”.

 

LE ALTRE VITTIME

Per moltissimi anni ho abitato con quelle povere vittime nella stessa frazione; con la famiglia Forni abitavo nello stesso palazzo e quindi, conoscendoli abbastanza bene, vorrei... per quello che riemerge dai lontani ricordi, parlare di loro ricordando alcuni fatti. Della famiglia Forni, che mi era più vicina, Canzio era il capo della famiglia, Rosa la sua seconda moglie e i loro figli Ugo. Ezio ed Edoardo (detto Piri). Come ho già accennato, Canzio faceva parte di quella folta schiera di scalpellini di Niccone, per i quali e‘ necessario dire alcune parole poichè la loro opera era richiesta e molto importante. Nella frazione di Niccone, infatti, era concentrata la maggior parte degli scalpellini del Comune e dei comuni limitrofi. Li elenco secondo i miei ricordi: Giuseppe Medici e il figlio Orlando (Guido), Menotti Nencioni, i fratelli Testerini (Dante, Primo, Secondo), Canzio Fomi e Ferruccio Nencioni (vittime di Penetola), Magino Faloci, Antonio Nanni, Carlo Mattioni, Secondo Magrini e, unici viventi, Marino Baccellini e Duilio Truffelli; quest’ultimo è il rifacitore della fontana della Rocca, fatta ricostruire nel 1978 dall’Amministrazione comunale. La loro specialità era la lavorazione della pietra “arenaria” o serena che estraevano prevalentemente dalle cave dei “Giappichini” vicino a Molino Vitelli, “Fariale”, vicino a Mita e da Monte Acuto. Questo tipo di pietra veniva usata per la pavimentazione dei marciapiedi, per cunette, camini, colonne e stipiti dei portali, scale, davanzali per finestre. Alcune opere importanti di questi scalpellini sono la facciata della Chiesa parrocchiale di Niccone, le colonne esterne della chiesa Collegiata, il portone del palazzo comunale ed alcune cappelle dei vari cimiteri sparsi nel territorio. Il martirio di Canzio e dei figli Ezio e Edoardo, secondo voci attendibili di coloro che si trovavano nella casa di “Penetola”, può essere così ricostruito.

Nonostante la guardia che alcuni soldati facevano alle finestre, pare che Ezio trovò il modo di gettarsi all’aperto, seguito dal padre Canzio e dal fratello Edoardo. Dal modo come furono trovati i cadaveri di Ezio e di suo padre, sembra che Ezio era riuscito a gettarsi fuori da quell’inferno e fare qualche passo in direzione della “vita”. Sapendo che suo padre era saltato fuori poco dopo, non vedendolo, tomò indietro. Invece suo padre, visto dai tedeschi, era stato falciato da una raffica di mitra. Ezio lo vide e si abbassò per soccorrerlo; in quel momento sbucarono i tedeschi e anche lui fu ucciso e cadde bocconi sopra il corpo del padre. Dalla posizione di Ezio, nasce la convinzione che i fatti abbiano avuto questo svolgimento. Edoardo venne trovato dai soccorritori, seduto a terra con la schiena appoggiata al muretto di cinta della stalla dei maiali, come se dormisse. Forse anche lui era riuscito a calarsi dalla finestra, ma non a sfuggire ai “criminali” in agguato. Ferruccio era anche lui lavoratore della pietra e appassionato cacciatore; chi non ricorda i suoi racconti di caccia? Erano talmente precisi in tutti i minimi particolari che quando li raccontava faceva rivivere le scene, le sensazioni, come se si fosse stati presenti alla caccia. La madre di Ferruccio, Erminia», la moglie Milena, la sorella Eufemia e il fratello Conforto (detto Sostegno), hanno trovato tutti orrenda morte nella tragica notte. Di Conforto (detto Sostegno) ho un vivo ricordo, in quanto assieme, lui come privatista, io come interno, ci trovammo all’esame di licenza di scuola media (Avviamento) e insieme ci preparammo per gli esami. Lavorava a Milano presso l’Azienda tranviaria della metropoli lombarda e poiché voleva progredire nella carriera, era tornato al paese nativo per prendere il diploma di scuola media inferiore. A Milano avrebbe poi intrapreso i corsi serali per studenti lavoratori e avrebbe voluto conseguire il diploma di scuola media superiore. Al momento della morte aveva trentasei anni, non era sposato non perché gli mancassero le occasioni, ma diceva che prima di sposarsi voleva assicurarsi una posizione migliore. Eufemia, anche lei non era sposata, si era sempre dedicata assieme alla madre Erminia e alla sorella Virginia (unica sopravvissuta alla tragedia perché‘ sfollata altrove con la famiglia) alla gestione del negozio di generi alimentari di Niccone. Milena, moglie di Ferruccio, era una valente e richiesta sarta per donna. Dalla tragedia che colpì la famiglia Nencioni si sono salvate le due figlie, Gaetana e Giovanna che a quel tempo avevano rispettivamente 13 e 5 anni. Gaetana era sfollata altrove con la nonna materna Settimia; Giovanna, trovandosi nel luogo dell’eccidio riuscì fortunosamente a rifugiarsi sotto un carro agricolo. Anche contro di lei si accanì la soldataglia sparandole alcuni colpi di fucile che per fortuna andarono a vuoto.

Tutto questo accadeva il 28 Giugno 1944.

Dopo pochi giorni, mentre camminavo per la campagna circostante e precisamente vicino alla casa del colono Ciubini, mezzadro dei Boncompagni, vidi avvicinarsi un soldato nero, con in mano una lattina, che sembrava una gavetta; con un italiano storpiato, aiutandosi con gesta della mano, chiedeva del latte fresco per bere. Era il segno evidente che l’incubo stava per terminare e, libero ormai dalla paura di essere “preso” dai fascisti e dai tedeschi, corsi come un puledro non ancora domato, verso la casa di “Fornacino” portando la notizia a tutti. Il mattino successivo il grosso delle truppe alleate aveva già stabilito, poche centinaia di metri a sud della casa “Fornacino”, una linea di fuoco, che per alcuni giorni cannoneggiò verso nord dove si erano ritirate le truppe tedesche.

 

LE VITTIME

Penetola di Niccone (Umbertide), 28 giugno 1944

 

AVORIO Antonio - anni 11


AVORIO Carlo - anni 8


AVORIO Renato - anni 14

FERRINI Milena in Nencioni - anni 41

 

FORNI Canzio - anni 58


FORNI Ezio - anni 21


FORNI Edoardo - anni 16

LUCHETTI Guido - anni 18

 

NENCIONI Conforto - anni 36

 

NENCIONI Eufemia - anni 44

 

NENCIONI Ferruccio - anni 46

 

RENZINI Erminia in Nencioni - anni 68

 

Foto: Giovanni, detto Gianni Bottaccioli. Foto, come l'opera intera,  concessa dalle figlie Elvira e Giovanna.

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