L'esule fiorentino Dante Alighieri alla Fratta

Dal libro “UMBERTIDE dalle origini al secolo XVI”

di Roberto Sciurpa - Petruzzi Editore – marzo 2007

 

 

 

 

 

a cura di

Fabio Mariotti    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La notizia è contenuta nel capitolo undicesimo del primo libro del De vulgari eloquentia, l'opera che Dante scrisse tra il 1302 ed 1305. È in lingua latina perché destinata ai dotti della sua epoca, contrari ad ogni tipo di vernacolo, e tesse l'apologia di un volgare nobile ed elevato che, nelle intenzioni del poeta, avrebbe dovuto sostituire il latino ormai sempre più in disuso. Perciò passa in rassegna le varie "parlate" conosciute non in seguito ad incontri casuali, ma per aver avuto contatti più o meno duraturi con le persone del posto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nell'opera citata, Dante afferma: Cumque hiis montaninas omnes et rusticanas loquelas eicimus, quae sempre mediastinis civibus accentus enormitate dissonare videntur, ut Casentinenses et Fractenses.

(Espello con essi tutte le parlate delle montagne e dei campi, come di quei del Casentino e di Fratta, che per brutta irregolarità dell'accento appaion discordanti da chi abita nel mezzo della città).

L'espressione “espello con essi” si riferisce agli altri dialetti in precedenza trattati (romano, “spoletano”, anconetano, milanese e bergamasco) che il poeta scarta come esempio di pessimo volgare. Allo stesso modo si mostra contrario all'uso dei due dialetti rustici di montagna (Casentino) e di pianura (Fratta) per l'irregolarità dell'accento e lo storpiamento delle parole.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dante era convinto che il volgare illustre fosse sulla

bocca degli abitanti della zona centrale della penisola

(mediastini) che per essere in continuo contatto di

cultura e di affari con i popoli del sud e del nord

potevano rappresentare la sintesi migliore dei vari

dialetti. In questo senso la traduzione del brano riportato,

ripresa da Aristide Marigo, non è del tutto felice; sarebbe

stato meglio dire “... da chi abita nelle città del centro

(della penisola)” e non “nel mezzo delle città”. Con il saggio

sul volgare, Dante candidò il vernacolo fiorentino dei dotti a diventare

la lingua ufficiale della penisola.

Quello che interessa rilevare in questo lavoro, non è una dotta

discussione sulla lingua trecentesca, ma la citazione, sebbene in

negativo, del dialetto degli abitanti di Fratta. Il vernacolo di un piccolo castello che non aveva rapporti culturali o commerciali con Firenze, doveva essere conosciuto dal poeta per ragioni diverse dalle esigenze di scambio o dalle relazioni politiche intervenute quando era uno dei Priori del comune fiorentino. Perciò è quasi certo che il poeta, nelle sue prime peregrinazioni da esule, scendendo dai monti del Casentino, venne alla Fratta e si trattenne per qualche tempo presso la foresteria del monastero camaldolese, sperimentando la profezia del trisavolo Cacciaguida:

 

Tu proverai si come sa di sale

lo pane altrui e come è duro calle

lo scendere e `l salir per l'altrui scale.

 

D'altra parte, subito dopo la fuga da Firenze, Dante era il politico perseguitato e non ancora il vate apprezzato; i suoi rifugi obbligati erano i romitori e i monasteri e non le famiglie blasonate che gli aprirono le porte solo in un secondo tempo.

Dello stesso parere è Aristide Marigo, che nel commento a questo passo del De vulgari eloquentia scrive:

“Sono due esempi, l'uno di montanina, l'altro di rusticana loquela. Cogli abitanti della valle superiore dell'Arno (Casentino) sono associati quelli della media valle del Tevere, che si allarga in ubertosi piani. Fratta, oggi Umbertide, era un grosso borgo, presso il quale si trovava il monastero camaldolese, allora famoso, di Monte Corona. Pare di sentire, nella menzione delle due valli, il ricordo delle prime peregrinazioni fatte in quei luoghi dal Poeta esule”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tutti i commentatori danteschi concordano nel ritenere che Fractenses vada riferito agli abitanti di Fratta. Di questo parere fu anche il Rajna che nelle prime due edizioni del De vulgari eloquentia mantenne tale opinione per cambiarla poi nella terza con Pratenses, allineandosi all'opinione del Trissino e del Corbinelli. Ma Pratenses non può certo essere preso come esempio di rusticana loquela. Pertanto oggi è comunemente accettata la tesi che Dante si riferisse proprio agli abitanti del nostro castello.

È strano che nella Divina Commedia non venga ricordata un'oasi di pace come l'abbazia camaldolese di Monte Corona. In ogni caso la conoscenza del dialetto di Fratta da parte di Dante può essere avvenuta solo in seguito alla sua permanenza sul posto da dove poté visitare anche le località circostanti citate nella terza cantica e in particolare Porta Sole, a Perugia. E’ difficile trovare spiegazioni diverse.

 

Foto:

- Archivio fotografico del Comune di Umbertide

- La foto di Dante e Virgilio (Duomo di Orvieto) e tratta dal libro di R. Sciurpa

- Archivio fotografico Fabio Mariotti

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