LA FRATTA DEL SETTECENTO

 

 

 

 

 

a cura di Fabio Mariotti

 

 

 

 

 

 

IL CASTELLO DI FRATTA

Il castello entro le mura era diviso in tre zone: il Terziere Inferiore, il Terziere di Mezzo, il Terziere Superiore che comprendeva la parte nord del castello (Rocca, baluardo di nord-ovest e si chiamava anche Terziere della Campana).

Il Terziere di Mezzo comprendeva la parte verso il Tevere, le case davanti alla chiesa di San Giovanni, la piazzetta centrale (piazza del marchese di Sorbello), la parte nord del vicolo delle Petresche con il retrostante ospizio dei Padri Cappuccini di Montone, la parte nord della strada di mezzo vicino alla piazzetta centrale. Era noto anche come Terziere della Greppa.

Il Terziere inferiore (o Terziere della porta di sotto, detta anche porta del macello) comprendeva la zona intorno al baluardo sud ovest, la parte sud della via delle Petresche (via Spunta attuale), della via regale (o diritta, via Cibo), della via di mezzo e della strada di San Giovanni che portava alla chiesa omonima.

 

 

 

 

 

 

Le mura castellane

Nel 1736 il Tevere, con le sue piene, rovinò la parte centrale della cortina ovest e distrusse quattro case costruite su quel punto delle mura. Il preventivo dei difensori di Fratta ammontava a 1.032 scudi. Volendo affrettare la ricostruzione, fecero richiesta a Clemente XII per avere un sussidio e il papa rispose che avrebbe dato cinquecento scudi quando però Fratta dimostrasse di aver trovato i rimanenti.

I difensori riuscirono in poco tempo a reperire la loro parte ma, vedendo che quella promessa dal papa non arrivava, cominciarono ad acquistare il legname per l'armatura, i mattoni e la calce ed affidarono i lavori al capomastro Bartolomeo Ferranti di Roma. Posero mano il 15 settembre 1739, ma il papa alla fine dell'anno non aveva ancora versato il sussidio promesso. I difensori diedero l'incarico a un Mariotti, frattegiano residente a Roma, e questi rispose che Clemente XII stava molto male e che i difensori di Fratta dovevano darsi da fare per avere i cinquecento scudi.

Aggiunge che se il papa fosse morto, sarebbe stato molto più difficile ottenerli. Non si sa quando il lavoro terminò, ma certamente fu fatto molto alla svelta visto che si avvicinava l'inverno. Sulla muraglia fu apposta una lapide con la scritta "Clem XII Pont Max MDCCXXIYIX.", che tuttora si può vedere a una cinquantina di metri prima del ponte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Tevere

Aveva un andamento diverso da quello attuale ed era pericoloso per due motivi:

- la corrente era perpendicolare alla strada che si dirigeva alla valle del Niccone e a Città di Castello, anche allora di grande comunicazione, quindi avrebbe potuto tagliarla. Nel 1758 era arrivato a quindici metri dalla strada e minacciava d'interromperla.

- qualora ciò si fosse avverato, il ponte sarebbe rimasto in secca, con evidente danno per il paese e con grave compromissione di attività quali difesa militare, pescaia, mulini, orti, lavatoio pubblico, smaltimento fognario.

Si fecero dei lavori, usando molti grossi pali.

Nel 1726 si consolidò il ponte della Reggia, su cui passava tutto il traffico, anche pesante, che da Santa Maria si dirigeva alla chiesa della Madonna della Reggia e a San Francesco e per Montone. Il ponte era di legno, salvo le due testate di mattoni e nel 1770 la magistratura di Fratta deciderà di ingrandirlo.

Nel 1787 il comune sostiene una spesa per coprire il cimale della Rocca. Viene rifatto il tetto daccapo alla torre.

 

I borghi adiacenti il Castello

 

Il Borgo Superiore

Si trova a nord del castello dentro le mura e comprende il Castel Nuovo (formato dalle due vie del Boccaiolo e quella che dalla Piaggiola conduce alla porta del mercato), il "Mercatale di Sant'Erasmo" (odierna piazza Marconi), la zona delle fornaci e la chiesa di Santa Maria della Pietà.

 

Palazzo Ranieri

Di proprietà del conte Curtio Ranieri, figlio di Costantino, era nella strada della Piaggiola. Nel 1756 il conte lo ampliò. Davanti c'era un pozzo pubblico (lo slargo che si forma tra la fine della Piaggiola e la strada del Boccaiolo) chiamato il pozzo di Sant'Agostino, vicino all'omonima chiesa.

 

Molino dei Padri di San Bernardo

(Castel Nuovo)

E' situato lungo la stradetta (ora detta del Molinaccio) che dalla fine della Piaggiola conduce al Tevere. Era vicino alle mura castellane ed apparteneva ai Padri di San Bernardo o Barnabiti. Questi avevano due piccoli conventi, uno in Fratta e uno a Migianella.

Nel Borgo Superiore ci sono ancora due case-torri, una nella zona del Mercatale e un'altra alla porta del Boccaiolo. Sono formate da un fondo sotto e da una stanza sopra. Sono state costruite ad uso contadino.

 

Il Borgo Inferiore

E' detto anche "le Fabbrecce" perché ci sono le botteghe dei fabbri e nel mulino fuori del Borgo si eseguiva l'arrotatura delle falci (come nel Trecento! Non era cambiato niente). Comprendeva la zona della via che dal ponte della Reggia conduceva a piazza San Francesco, la via di Santa Croce (odierna via Soli) e la zona fuori della porta del Borgo.

La strada che iniziava fuori della porta di San Francesco e conduceva verso la Madonna del Moro si chiamava, agli inizi del secolo, strada della Caminella; poi strada del Piano (durante l'occupazione francese di fine secolo strada Consolare del Piano); agli inizi del Novecento via Secoli.

Lungo Santa Croce c'era l'osteria della Corona, di proprietà del Conte Ranieri. La piazza già si chiamava Piazza San Francesco. Cambiò nome più tardi per tornare poi a chiamarsi così.

 

Le strade

Nel 1790 vennero fatti dei lavori sulla strada per Montone, nel tratto sotto il convento dei Frati Osservanti di Santa Maria. La larghezza è di otto piedi, come tutte le altre strade che portano a Fratta, la cui imbrecciatura è rifatta ogni anno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le porte

Nel 1788 fu messo un braccio di ferro alla porta della Saracina (c'era ancora questa poderosa torre all'inizio del ponte). Altri lavori vennero fatti alla porta del mercato e a quella delle monache. Nel 1790 si accomoda la porta della Saracina. Nel 1792 tocca a quella del Ponte e si lavora per abbassare la porta del mercato.

 

 

 

 

 

Fonti:

- Renato Codovini - “Storia di Umbertide – Volume VI – Sec. XVIII” - Dattiloscritto inedito.

- Calendario di Umbertide 2001 – Ed. Comune di Umbertide – 2001 (Testi a cura di Adriano Bottaccioli - Walter Rondoni – Amedeo Massetti – Fabio Mariotti).

 

 

 

 

Baluardo sud-ovest di difesa
La lapide sulle mura dedicata al Papa Clemente XII
Le antiche case sul Tevere. Nel cerchietto rosso la lapide
- A sinistra, piantina catastale di Fratta della metà del '700
- Sopra, mappa della Fratta medioevale con le porte del Castello
La copertina del Calendario di Umbertide 2001
Lo storico Renato Codovini
 
 

L’AMMINISTRAZIONE E LA PUBBLICA SICUREZZA

L'Amministrazione comunale

Nel XVIII secolo la pubblica amministrazione di Fratta ha due sedi diverse. Dal 1700 al 1787 il palazzo situato nell'odierna piazza Fortebracci, già sede del convento femminile di Santa Maria di Castelvecchio (attuale sede del teatro dei Riuniti). Dal 1787 al 1799 nel palazzo di Castel Nuovo, già sede del convento femminile di Santa Maria Nuova , soppresso nel 1787. Gli organi amministrativi sono tre: la magistratura, il consiglio dei dodici ed il consiglio generale (o dei 42).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La magistratura è costituita dai quattro difensori, detti anche "priori" o semplicemente "i magistrati". Una volta eletti, si riunivano e nominavano il "capo di magistrato" o anche "primo priore". Persona di grande rilievo nella vita sociale, veniva dal "primo ceto". L'elezione del consiglio era fatta tra due soli ceti, le persone primarie del luogo, civili e possidenti e gli artisti (artigiani). Le prime sono destinate ad ottenere il grado di capo di magistrato, la carica di pubblico camerlengo e gli arringatori del consiglio. I secondi le altre tre parti della magistratura: il secondo, terzo e quarto priore che vengono distribuiti per anzianità.

Il consiglio dei dodici si adunava per le decisioni di maggiore importanza, quando si voleva essere sicuri che non ci sarebbero state opposizioni a ciò che si doveva stabilire. Era formato dai quattro difensori, i quattro consiglieri dei difensori, i tre conservatori della sanità e dal camerlengo. Non poteva imporre nuove tasse, variare i prezzi dell'abbondanza, discutere su litigi fra cittadini e l'amministrazione pubblica, prendere decisioni su guerre, invasioni, terremoti, pestilenze. Veniva convocato suonando la campana grossa con dodici tocchi.

Il consiglio dei 42 era il consiglio generale, cioè il consiglio dei dodici, aumentato dai rappresentanti dei ceti che avevano il diritto di farne parte e dagli esponenti delle maggiori ville (frazioni).

 

Organi:

- Consiglieri (comunali). Persone che componevano i due consigli comunali (dei 12 e dei 42). Erano rinnovabili parzialmente, un terzo alla volta, togliendo sempre quelli di più vecchia elezione. Appartenevano al primo e secondo ceto. Nel 1798, a seguito dell'occupazione francese, per 1a prima volta le donne vengono nominate consiglieri comunali. Tre in Fratta e una a Preggio.

- Difensori. Erano quattro e restavano in carica per quattro mesi. Venivano eletti a mezzo di votazione con "bussolo", ma non ricevevano alcuno stipendio essendo la loro una carica onorifica. Solo a fine mandato erano compensati con una piccola somma in regalo, non superiore a uno scudo e mezzo.

- Consiglieri dei difensori. Erano quattro e ognuno "a latere" di un difensore (o priore), cui dava consigli. quasi come un odierno segretario personale. Venivano scelti fra chi nel quadrimestre precedente era stato difensore, presumendosi che avesse acquisito una certa esperienza negli affari del governo comitativo.

- Gonfaloniere. Primo priore e capo della magistratura, si chiamò così solo al principio della restaurazione, dopo la fine della repubblica romana. nell'agosto 1799.

- Prefetto consolare di Fratta. Carica dell'amministrazione francese, alle dirette dipendenze del prefetto del cantone di Fratta. Era il capo della comune di Fratta ed anche "presidente della comune".

- Prefetto del cantone. Figura istituita nell'ultimo decennio del secolo, quando ci fu l'invasione francese. Il prefetto era responsabile di tutto ciò che avveniva nel nostro cantone comprendente oltre Fratta anche la comune di Preggio e Poggio Manente (San Paterniano).

 

Impiegati e funzionari:

- Archivista. Di solito un notaio. Redigeva atti per il comune ma anche per i cittadini.

- Balio. Era addetto al collegamento fra la magistratura e gli altri organi della comunità ed i privati cittadini. Prendeva quattro scudi a quadrimestre.

- Camerlengo. Addetto alla riscossione ed ai pagamenti. Non prendeva alcun aggio sul riscosso in quanto percepiva un normale salario.

- Cancelliere. Aveva pressappoco le funzioni dell'odierno segretario comunale. Il suo ufficio si chiamava "cancelleria" o "segreteria priorale".

- Commissario e giudice. Pubblico ufficiale nominato da Perugia. Il suo compito principale era di far osservare la legge e punire i colpevoli, però nei casi più difficili, delicati e controversi aveva l'ordine di inviare i colpevoli a Perugia sottoponendoli all'esame del tribunale superiore.

- Conservatori della sanità. Tre persone che restavano in carica per due anni e dovevano appartenere alla prima sfera, cioè al primo ceto. Intervenivano al consiglio comunale quando erano chiamati ed il loro compito era di dare un parere su ciò che si stava trattando nella riunione.

- Donzello. Addetto a tutti gli incarichi di minore importanza, aveva il salario più basso pagato dall'amministrazione a un dipendente.

- Maestro di scuola. Il suo stipendio era pagato una parte dall'amministrazione comunale, una parte dai genitori dei ragazzi e un'altra parte dalla confraternita di Santa Croce.

- Medico condotto. Era anch'esso stipendiato dal comune.

- Moderatore del pubblico orologio. Addetto alla sorveglianza, manutenzione, caricamento e controlli vari dell'orologio pubblico.

- Portinari. Addetti alla sorveglianza delle porte del paese che aprivano ogni mattina e chiudevano la sera circa a "due ore di notte".

- Predicatore. Ecclesiastico, prete o frate, circa tre volte l'anno predicava nelle chiese del paese. Restava in Fratta qualche giorno, alloggiato in un convento.

- Pretore. Carica nata al tempo dell'invasione francese.

- Questore. Carica sorta al tempo dell'invasione francese. Teneva i libri dell'amministrazione del cantone.

- Scriba. Addetto alla copiatura di documenti, lettere, relazioni delle riunioni consiliari, ecc.

- Sindicatori. Troviamo questo impiego nella prima metà del secolo. I sindicatori controllavano la contabilità della comunità e restavano in carica un anno.

- Spacciatore delle lettere. Era il mastro di posta, anch'esso salariato dal comune.

- Stimatori pubblici. Li troviamo nella prima metà del secolo. Erano persone addette a stimare gli immobili o attività varie sia per interesse del comune sia per i privati cittadini. Restavano in carica un anno.

- Rappresentanti della comunità in Perugia e in Roma. Persone addette a sbrogliare gli affari della comunità in queste città. Essendo ben introdotti negli uffici statali, avevano pratica di amministrazione pubblica ed erano conosciuti dai vari impiegati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gestione del Comune

Entrate per tasse

C'erano la tassa camerale, la tassa comunale, la tassa privilegiata e delle fiere, il riparto del macinato. La comunità di Fratta le imponeva alla popolazione e sulla somma calcolava poi la sua percentuale; il rimanente lo inviava a Perugia. La tassa camerale era richiesta dalla reverenda Camera Apostolica di Perugia, che tratteneva una piccola somma e il resto lo mandava al governo centrale di Roma. La tassa privilegiata e delle fiere era relativa ai vari privilegi che la città di Perugia concedeva alle comunità sue dipendenti. La tassa sul macinato riguardava tutto ciò che si portava al mulino ed era la più detestata dai contadini. C'era poi la tassa sul focatico. Colpiva tutti i "fuochi", cioè i focolari, le famiglie. E' rimasta fino agli Anni Sessanta del Novecento, sotto il nome di "tassa famiglia". Nel 1706 la pagavano solo in undici famiglie; nel 1728, cinquantasette. La "tassa sugli immobili" colpiva i proprietari di case e terreni. Inoltre c'era la "tassa spogli e galere". Per "spogli" si intendeva il vestiario superfluo e per "galere" una tassa voluta per potenziare la marina dello stato. C'erano infine altre tasse occasionali, come la "tassa sul milione", introdotta nel 1713 dal governo pontificio che aveva bisogno di altrettanti scudi.

 

Entrate per appalti

Le preferite dai comuni in quanto, di semplice gestione, permettevano di incassare il massimo a date stabilite. Gli appalti erano resi noti mediante l'affissione di un bando fuori della porta del palazzo comunale: il giorno stabilito, il "tubatore" si appostava in determinati punti del paese, suonava la tromba e faceva sapere l'ora e il luogo della gara. Che si svolgeva col metodo della "candela vergine" ogni tre anni.

Appalto del forno. Concesso nel 1710 ad Ercolano Fanfani. Assicurava la produzione del pane per tutto il paese.

Appalto della salara. La prerogativa di distribuire il sale apparteneva a Perugia, la quale la dava in appalto alle varie comunità. Fratta, per procurarsi il necessario, doveva andarlo a prendere a Perugia oppure, quando in magazzino non ce n'era, in qualche città sulla via del mare: Fossombrone, Fabriano, Jesi, Ancona.

Appalto della olieria e pizzicheria. Consisteva nel concedere ad un appaltatore il sevizio di vendere olio commestibile e generi di pizzicheria nella bottega comunale, ai prezzi stabiliti dal comune e scritti bene in vista su un cartello.

Appalto del bollo del suolo. Coloro che volevano occupare una parte del suolo pubblico (ad esempio gli ambulanti) dovevano pagare un certo diritto.

Appalto del bollo della carne. I "macellari" di Fratta dovevano "scorticare" le bestie nel macello pubblico. Dopo aver tolto la pelle (che veniva usata per la suola delle scarpe) tagliavano l’animale ed i pezzi erano bollati dal "bollatore delle carni". L'operazione serviva a far capire a chi acquistava quale fosse bue e vacca, vitello, pecora o castrato. Il "bollatore delle carni" faceva pagare la bollatura ai macellai, quindi versava al comune, in due o tre rate, quanto stabilito.

Appalto del pubblico macello. Chi vinceva la gara vendeva la carne in questa bottega per due o tre anni pagando la somma pattuita, a rate semestrali al comune che otteneva lo scopo di tenere calmierati i prezzi per favorire la popolazione più povera. Appalto del danno dato e depositeria pegni. II depositario del "danno dato" era addetto alla sorveglianza dei beni pubblici, mobili o immobili, rilevava, nel suo interesse, i danni causati dai cittadini ai beni pubblici, portava tali fatti davanti al giudice e commissario. A questo era unito anche l'appalto della "depositeria dei pegni", cioè l'ufficio che anticipava denaro a chi depositasse un pegno. Appalto delle misure. La possibilità di far pesare grandi quantità di merci era prerogativa del Nobile collegio del cambio di Perugia. L'operazione avveniva con una grossa bilancia, di proprietà pubblica, detta "la stadera grossa".

Appalto della legna. Coloro che intendevano far entrare legna da ardere in paese dovevano pagare un diritto in denaro al comune. Il quale ne appaltava la riscossione ad un privato cittadino.

Appalto della foietta. Il diritto di tassare la vendita del vino "al menuto", cioè venduto a bicchieri o a foiette, era anch'esso appaltato dal comune a terzi.

Appalto della cenciarìa. Tassava la raccolta degli stracci. L'appaltatore riscuoteva un diritto da coloro che raccoglievano gli stracci ed era anche lui un raccoglitore.

Appalto dello stabbio. Raccolta degli escrementi delle bestie che transitavano per il paese, assegnata a mezzo di appalto a colui che offriva il prezzo più alto.

Appalto della legna del Tevere. Sfruttava tronchi e rami che si depositavano sotto il ponte dopo le piene.

Appalto della pesca sul Tevere. Colpiva chi voleva pescare nel tratto di fiume di giurisdizione del comune, cioè a monte del ponte.

 

Spese

L'amministrazione comunale di Fratta divideva le spese in "uscite ricorrenti",

“uscite e spese occasionali”, "gratificazioni varie". Le “uscite ricorrenti” si

distinguevano in uscite per il raggiungimento dei fini dell'ente e per elemosine.

Tra le prime la voce principale è il pagamento dei salariati e degli impiegati di

ogni grado. Uscita ricorrente era la sistemazione stagionale delle strade che,

sia del paese sia fuori, dovevano essere imbrecciate ogni novembre.

Altra spesa era la ripulitura annuale di chiaviche, pozzi e fontane.

Non sembri strano considerare tra le spese ricorrenti anche quelle "per elemosine",

perché al tempo il comune era solito dare denaro ad alcune confraternite per

le feste patronali di Sant'Erasmo, San Bernardino e S.S.ma Annunziata.

Inoltre comperava cera (candele), "polvere" (per i botti), olio per l'illuminazione

e altre cose utili nelle processioni.

A Natale e a Pasqua il comune era anche solito fare dei regali: ai rappresentanti della

comunità a Roma regalava due capponi; ai quattro difensori, alla fine del mandato

quadrimestrale, due scudi. Le "spese occasionali" servivano ad esempio per riparare

case e poderi di proprietà comunale, strade, ponti, porte del paese, per pagare interessi

passivi su debiti, spese di soggiorno degli sbirri. Tutte quelle gratificazioni, infine, che il

comune soleva fare sotto forma di regali e mance a visitatori di riguardo, i rinfreschi offerti

agli ospiti (ad esempio per l’arrivo del vescovo), regali ai comandanti delle truppe estere di

passaggio affinché non facessero troppi danni, elargizioni ai conventi.

 

 

La pubblica sicurezza

Mentre la pubblica amministrazione era demandata, in Fratta, alla magistratura ed ai consigli comunali, la pubblica sicurezza era, nel XVIII secolo, di stretta pertinenza del commissario, di nomina decenvirale (cioè della magistratura perugina). Il commissario e giudice ordinario, in' questa duplice veste, aveva nel suo primo ruolo la competenza sulla pubblica sicurezza di tutto il territorio ed il potere inquirente datogli dall'esecutivo perugino. In base a tale potere dirimeva tutte le questioni inerenti l'ordine pubblico che sorgevano in un territorio di circa cinque o seimila abitanti (Fratta e frazioni), fino ad arrivare all'arresto dei responsabili. Per certi reati inviava i colpevoli a Perugia, al suo superiore organo giudiziario o ufficio criminale, come si diceva allora. In caso di controversie di lieve importanza (quelle che oggi ad esempio sono di pertinenza del giudice di pace) invitava le parti a recarsi da un notaio e in sua presenza formulare tra di loro un "atto di pace". In caso di reati di maggiore gravità (di solito atti di brigantaggio), dove i poteri e le possibilità del commissario si dimostravano impotenti, richiedeva a Perugia l'invio di una o più squadre di sbirri. Costoro, con la forza delle armi, riuscivano a mettere fine a quelle situazioni di emergenza e a ristabilire la normalità di vita, portando a Perugia i rei. In paese il comportamento degli sbirri era alquanto pesante e selvaggio e ne faceva le spese la popolazione, ma ciò era ben tollerato dal "buon governo" per il quale era evidentemente comodo il timore che costoro sapevano incutere alla gente, in quanto ne facilitava il modo di agire.

Gli sbirri venivano anche in tempi di malattie epidemiche e se c'era da combattere le bande di briganti. In questi casi andavano a presidiare anche i luoghi di confine e sbarravano la strada con grossi cancelli di ferro per impedire il transito nei due sensi. Durante i loro passaggi alloggiavano all'osteria della Corona dove potevano restare anche parecchi giorni, ma erano sempre malvisti dalla popolazione in quanto commettevano soprusi d'ogni genere e molestavano pure gli osti e i loro familiari. Il conte di Civitella, che ne era proprietario, decide per questi motivi di chiudere al pubblico non solo questa osteria ma anche quella posta nella strada di San Giovanni. E' il primo caso di "serrata" di un esercizio. Il comune allora acquistò una casa da destinare all'alloggiamento degli sbirri quando venivano in Fratta. Fu comprata nel 1770, nella via di San Giovanni e se ne fece l'ufficio ed abitazione del commissario-giudice. In questo modo fu possibile liberare le due stanze del palazzo comunale già destinate a tale scopo da diversi anni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Problemi di sicurezza si ebbero anche al tempo della dominazione francese, a causa delle vessazioni compiute da quelle truppe. II commissario-giudice non poteva in questi frangenti muoversi come voleva: l'occupazione militare aveva di fatto annullato molte sue possibilità. Nel maggio 1798, ad esempio, i soldati francesi del generale La Vallette, provenienti da Città di Castello, commisero vari soprusi, fra i quali la distruzione di mobili e libri del convento di San Francesco. Si deve a tali azioni vandaliche se niente è rimasto sulla vita del nostri conventi i cui frati erano venuti in Fratta nell'ultimo decennio del XIII secolo. Nel dicembre 1785 il governo centrale di Roma proibisce ogni gioco nelle osterie e bettole.

Nel 1788 vennero mandati in Fratta soldati per contrastare una banda di malviventi. Nel 1791 fu necessario armare altri soldati, a fronte di nuove scorrerie da parte di briganti fuggiti, a luglio, dal carcere di Macerata e considerati molto pericolosi dal governo che aveva messo a disposizione di chi li avesse catturati dei premi. Grossa piaga del tempo era quella dell'incetta delle granaglie, vendute poi fuori del regno. Per porre termine a questo commercio illecito il comune emette una notifica contro gli "incettatori di generi frumentari". Il 13 agosto 1795 un decreto tende a limitare la malavita della nostra provincia vietando di portare armi a chi va alla fiera di Monteluce. Nel 1788 si emette un'ordinanza contro "i feritori e quelli che insultano per le strade, con arme o senza".

Il 26 marzo 1797 passano per Fratta due compagnie del reggimento Colonna, la compagnia Vespiccini e la compagnia Colonnello. Il 26 giugno passano dei soldati corsi "fuggiti da Faenza per l'invasione dei francesi, che si raccomandano alla pietà di questo pubblico". Gli si dà da mangiare. Il 2 febbraio 1798 passano carriaggi di cisalpini.

Fonti:

- Renato Codovini - “Storia di Umbertide – Volume VI – Sec. XVIII” - Dattiloscritto inedito.

- Calendario di Umbertide 2001 – Ed. Comune di Umbertide – 2001 (Testi a cura di Adriano Bottaccioli - Walter Rondoni – Amedeo Massetti – Fabio Mariotti).

Oggi Teatro dei Riuniti, dal 1700 al 1787 sede del Comune di Umbertide
Il palazzo comunale ai primi del '900
Vecchia foto della chiesa di S. Bernardino
Antica immagine del Castello di Civitella di Civitella Ranieri

IL MODO DI VIVERE, DI MORIRE,

LA SOLIDARIETA’ E GLI SVAGHI

 

Il modo di vivere

Agli inizi del XVIII secolo gran parte della gente di Fratta si dibatteva nella miseria. I pochi proprietari (e questo in tutto lo Stato Pontificio) avevano buon gioco a tener bassi i salari, data la grande offerta di manodopera, alimentata da tantissimi poveri in cerca di lavoro. C'erano poi altri elementi ad appesantire questo quadro: le frequenti carestie, le tasse straordinarie per compensare le varie falle nell'amministrazione centrale, le svalutazioni della moneta per colmare gli improvvisi vuoti di cassa. Il popolo era totalmente soggetto alle imposizioni superiori. Non sentiva il bisogno di ribellarsi, ma di certo ne sentiva il peso.

Gli svaghi

Le possibilità di svago e distrazioni dei frattegiani non erano molte e tutte più o meno orchestrate dall'alto. Il teatro, in quanto la locale società degli accademici aveva una certa attività; le feste patronali e religiose in genere; la pubblica gioia nei casi dei matrimoni più sontuosi e nel passaggio per Fratta del cardinale protettore; le feste negli immediati dintorni del paese. Potevano rinchiudersi a giocare nell'osteria della Corona o in quella della Staffa ma, soprattutto, il maggiore insieme di distrazioni e divertimenti lo avevano nel periodo di carnevale. Aveva inizio nel giorno di Sant'Antonio e terminava nel "sabato grasso" con la cena di mezzanotte, detta "la sabatina", fatta a base di cibi grassi.

 

I matrimoni

Erano caratterizzati da tre momenti: la polizza privata, l'atto notarile, la cerimonia in chiesa. Con la polizza privata le famiglie stabilivano le condizioni economiche alle quali avrebbero permesso il matrimonio dei figli. Le parti andavano poi dal "notaro", insieme ai testimoni, per ratificare l'accordo. Seguiva infine la cerimonia, celebrata "secondo il rito di Santa Romana Chiesa", preceduta da pubblica "denunzia". Il matrimonio veniva registrato dal prete nell'apposito libro che, nel 1741, aveva il bollo da cinque baiocchi della reverenda Camera Apostolica.

 

Le processioni

Avevano tutte carattere religioso e non esistevano le processioni civili, i cortei.

Il loro svolgimento era legato alle molte feste del tempo; ce n'erano poi altre che trovavano origine da fatti contingenti (pioggia, terremoto, malattie, ecc.). Nel Seicento si chiamavano ancora con il vecchio nome medievale di "lumi", per cui andare in processione si diceva "andare al lume" (svolgendosi quasi sempre di sera, si faceva un grande sfoggio di luci, con candele, "fàcole" di pece, lumi ad olio). Erano programmate alcuni giorni prima da una certa confraternita la quale incaricava un gruppo di cinque o sei fratelli cui spettava l'onore dell'organizzazione. Questi erano detti "soprastanti" e avevano il compito di cercare il denaro occorrente nelle "questue" fatte in campagna o per le vie e le piazze del paese, specie nei giorni di mercato o di fiera. Elementi comuni a tutte le processioni erano la presenza delle compagnie (laiche) e delle congregazioni (religiose) con i relativi fratelli, chiusi nelle loro cappe di colore e foggia diversi. I rappresentanti della comunità per l'occasione indossavano l'abito da cerimonia (il rubbone paonazzo), mentre i soldati, spesso mercenari corsi, venivano appositamente da Perugia. Altro elemento era "la macchina", cioè la grande impalcatura di legno munita di due grosse e lunghe stanghe che serviva a sostenere la statua del santo per il quale si faceva la processione e che era portata a spalla. Infine i gonfaloni delle associazioni religiose e laiche fra i quali spuntavano bastoni di legno muniti di panno e frange, portati dai sagrestani delle chiese, in mezzo a una nube di fumo, odori e sfrigolìi di pece ardente sprigionatisi dalle tante "fàcole", candele, lumi ed uno scoppiar di botti che facevano da cornice a quell'insieme. Alla fine, a coloro che erano intervenuti indossando la “cappa”, venivano date cibarie consistenti in pane, torte, torcoli, vino, la cui distribuzione originava spesso "abusi e scostumatezze" e più volte i vescovi di Gubbio sospesero "il magnare dei fratelli che vanno in processione", e lo sostituirono con distribuzione di candele. Ma vista una certa rarefazione di popolo al seguito, tutto tornò come prima.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le feste e i dolci

Nel XVIII secolo le feste erano una ventina l’anno ed avevano tutte la componente comune e principale della religiosità. Intervenivano i gonfaloni delle corporazioni d'arte, delle fraternite religiose (o compagnie), delle congregazioni (solo preti) unitamente a quello della comunità di Fratta. Queste associazioni, insieme al comune, pensavano agli addobbi, sia del paese che delle chiese. Erano fatti con grande sfarzo, del tipo a drappeggio (i "drapoloni"), di seta o damasco, come pure potevano consistere in leggere armature (strutture) di legno o di metallo leggero, di vario disegno, ricoperte di stoffe o di fiori (anche finti), nastri e trine a volontà. Si poteva arrivare poi, ma solo nelle maggiori occasioni, alla costruzione di veri archi trionfali per le vie e le porte del paese. Fra le feste caratteristiche c'era la "infiorata del maggio", promossa dalla compagnia di Sant'Antonio. In tali occasioni, nella chiesa organizzatrice, era sempre presente un "coro di musici" e cantanti. L'8 settembre 1795, per la festa, arrivò nella chiesa di San Francesco il famoso cantante frattegiano Domenico Bruni, di passaggio da una delle sue numerose tournées artistiche che cantò fra i dilettanti del paese, senza alcun compenso.

La sera, le case venivano illuminate con ceri alle finestre e tutti restavano in attesa del momento culminante dei "botti e raggi".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il costume

Nel Settecento erano in vigore nel regno ecclesiastico romano le "leggi suntuarie" del Seicento sul modo di vestire, che vietavano ai cittadini (non ai ricchi) certi modi lussuosi, discriminando e allontanando ancor più i vari ceti sociali.

Nel 1703 papa Clemente XI emanò un editto con cui intimò alle donne di bassa condizione la rinunzia a qualsiasi ornamento, imponendo l'uso di stoffe ordinarie e di colori non violenti. Fu poi proibito a quelle del popolo e piccolo borghesi (editto di Clemente XII nel 1730) di mettere guarnizioni d'oro e d'argento sui copricapi, sui tessuti e sugli ornamenti.

 

Il modo di morire

Nei libri parrocchiali troviamo vari "sistemi" per passare a miglior vita. Nel 1715, con un tocco di romanticismo,- "... morto alle ore 22 sul far della luna...". Ci sono poi descrizioni di morti violente, come ad esempio "... assalito da due fratelli uno dei quali toltoli la pistola gle la sparò in petto e così ferito passò fuggendo il Tevere sopra la barca d'Ascagnano".

Nel 1740, per una donna che si getta nel Tevere ". . . altre volte aveva fatto altre scienaggine". Una donna muore "per una grave caduta fatta per le scale precipitose di casa sua". Un'altra, certa "Francesca di Brizio ritrovata in casa tutta brugiata ad eccezione della testa".

Ci sono poi registrazioni di morte e disposizioni testamentarie dalle quali risulta il sentimento religioso della gente. Sant'Antonio da Padova godeva di un certo culto nel nostro paese, tanto da avere un proprio altare nella chiesa della Compagnia del Soccorso, nel monastero di Santa Maria Nuova.

Nel 1722 una frattegiana dice al notaio "voglio essere sepolta all'altare di S. Antonio da Padova mio avvocato e protettore vestita con 1'abito di S. Antonio... ".

In un altro testamento del 1794 troviamo invece l'estrema volontà di un peccatore (o presunto tale). Spiega come deve svolgersi il suo funerale: "... dalla casa dove abito il mio corpo sia direttamente portato alla chiesa senza alcun giro di strade e ciò per non ricordare al pubblico li scandali dati in vita mia. Giunto in chiesa sia subito sepolto senza esporre alla vista del pubblico il cadavere di un peccatore sì grande, senza cera, né musica, né altre simili cose che la vanità ha saputo inventare".

 

Funerali e sepolture

La persona morta, dopo aver ricevuto, prima o dopo, la visita del proprio parroco per l'assoluzione e la registrazione del decesso nei libri parrocchiali, resta affidato ai parenti e viene denudato, lavato, quindi avvolto in un lenzuolo, pronto per il funerale (o fùnere, come si diceva allora). Che competeva al parroco della parrocchia di appartenenza del morto e, se questi era in una compagnia o in una congregazione, l'associazione inviava la propria rappresentanza di fratelli vestiti "di cappa". Il morto veniva messo sopra il cataletto, con lo strato sopra che lo ricopriva, quindi portato, a spalla, in chiesa. Spesso il testatore, fra le altre cose, indicava il luogo della sepoltura. Si usava infatti inumare i morti nella parte retrostante (cimitero) della chiesa, ma alcuni venivano messi nei tumuli esistenti sotto il pavimento. C'era una distinzione quindi tra fuori, ove si interravano i più poveri, e dentro, ove venivano messi i fratelli delle compagnie laicali e gli abbienti (sepolcri gentilizi), mentre i veri ricchi avevano la loro cappella. I sepolcri gentilizi, per i ricchi, si ricavavano davanti agli altari (anche il maggiore) o ai lati degli stessi. Nella tumulazione si procedeva al semplice interramento del cadavere avvolto in un lenzuolo.

La cassa era usata solo eccezionalmente, quando si trattava di una persona che aveva acquistato in vita un grande valore umano, oppure per i ricchi o per coloro che morivano fuori del paese ed il cui corpo doveva essere quindi ricondotto in Fratta, trasportato sul carro a cavalli.

La sepoltura in terra consacrata era condizionata alla circostanza che il moribondo si fosse prima confessato e comunicato, ad eccezione di coloro che erano morti all'improvviso.

In quest'ultimo caso era il sacerdote ad accertarsi se il defunto si fosse confessato qualche tempo prima e, comunque, fosse sempre vissuto da buon cristiano.

Il terreno non consacrato era vicino ai cimiteri delle chiese.

 

 

La solidarieta'

Monte frumentario

Fu voluto da don Giuliano Bovicelli di Fratta, sacerdote a Roma dove svolgeva l'incarico di segretario del cardinale Sacripante. Il Bovicelli, nell'anno 1715, donò la somma di cento scudi alla confraternita di San Bernardino, della quale era fratello, con cui "... voleva e bramava che si originasse un monte frumentano allo scopo di acquistare grano per la popolazione più povera". La confraternita comperò subito duecento "stare" di grano e dette inizio a questa istituzione. Il monte frumentario immagazzinava il grano al raccolto per poi darlo gratuitamente ai più poveri durante l'inverno e la primavera, quando era difficile trovarlo. Dopo la legale istituzione del 17191a confraternita si dette alla ricerca di una sede apposita dove sistemare sia il grano, sia l'ufficio di amministrazione del monte. Ci riuscì solo molti anni dopo, nel 1764, quando acquistò una piccola casa di proprietà della compagnia del S.S.mo Sacramento nella piazzetta centrale, detta "del Marchese" (piazza Matteotti).

 

 

 

 

 

 

 

 

Il monte dei pegni

Vi si rivolgevano i poveri che avevano bisogno di piccoli prestiti di denaro e come garanzia portavano le loro piccole cose, cioè beni mobili di ogni genere. Per tale servizio il comune richiedeva una somma da calcolarsi a percentuale. Questa era veramente irrisoria, cioè ben minore di quanto si sarebbe dovuto pagare facendo ricorso al prestito degli ebrei, allora presenti in Fratta, i cui tassi di interesse erano molto più alti.

La comunità di Fratta era autorizzata a gestire tale istituzione dal comune di Perugia, dal quale l'aveva appaltata ed al quale doveva pagare una somma

annuale. Il comune poteva quindi gestirla in proprio ma poteva anche subappaltarla, come fece nell'anno 1748 quando il Monte venne ceduto in appalto ad Ubaldo Moretti di Fratta.

 

Studio gratuito

La comunità di Fratta poteva inviare ogni anno "due giovani al Seminario vescovile di Gubbio, da ivi mantenersi gratis, purché abbiano necessari requisiti e sieno idonei a incamminarsi per la via Ecclesiastica".

 

Assistenza agli "esposti"

Gli "esposti" erano neonati abbandonati alla porta delle chiese o degli ospedali, inviati dalla comunità all'ospedale di Santa Maria della Misericordia di Perugia. Qui molti trovatelli muoiono perché le balie non si possono pagare. Quelle che prendono i bambini per allattarli ". . . ne hanno anche cinque o sei al petto", quindi il nutrimento è scarso ed i decessi sono parecchi. Prima del 1739 le balie esterne ricevevano una mina di grano "sconcio" all'anno, troppo poco per il cardinale Martino Enrico Caracciolo, visitatore apostolico in quell'anno a Perugia, che assegna a ciascuna sei paoli il mese, più uno scudo, una tantum, dopo il diciottesimo mese. Questi bambini giravano con un cartellino attaccato al collo ad indicare la data di battesimo ed il nome.

 

Doti alle zitelle

Nel XVIII secolo alcune confraternite locali, compresa quella di Santa Croce che era la più ricca, elargivano una dote ad una zitella. Fin dal 1612 si aiutavano così le ragazze che dovevano sposarsi ma che non potevano fronteggiare le spese occorrenti. La dote, una all'anno, veniva concessa dietro domanda scritta a zitelle nate in paese (come i genitori), allegando un attestato del parroco che faceva fede sia della nascita, per l'età, sia delfonestà di tali ragazze. La confraternita sceglieva poi un certo e ristretto numero di ragazze e le sottoponeva ad un esame. La vinciti-ice poteva avere la dote solo se e quando si sposava. C'era anche un termine ultimo, che era di 35 anni; se la ragazza non si sposava entro questa età, la confraternita riprendeva la dote. Altro motivo per cui la dote veniva negata era quello che la ragazza, prima di sposare, non vivesse onestamente.

 

Gli svaghi

Teatro

Già nel Seicento era operante in Fratta un'associazione di amanti dell'arte teatrale che si chiamava "Accademia degli Inestabili". Nel 1746 dovette procedere alla sua riorganizzazione, il che fa pensare che fosse in fase fortemente negativa.

Era molto attivo, invece, l'insegnamento musicale, pubblico e privato. In particolare negli oratori, dove si ritrovava la gioventù per le rappresentazioni a carattere religioso, con scuola di canto e strumentale legate alle varie funzioni religiose dei giorni di festa.

Il teatro di Fratta era situato fin dal 1746 nel palazzo comunale, nell'odierna piazza Fortebracci. Al primo piano si trovavano alcuni uffici e la sala delle riunioni consiliari che veniva concessa agli "accademici inestabili" per le loro rappresentazioni. Aveva due "loggie" che probabilmente servivano per i consiglieri comunali, ma erano aperte al pubblico per il teatro. Si entrava tramite una scala di pietra posta all'esterno.

Nel 1770 è sempre nella sala al primo piano del palazzo comunale ma questo locale era ormai insufficiente per l'attività degli accademici. Costoro decisero quindi di ampliarlo e chiesero due camere adiacenti che servivano per ufficio del commissario e giudice come pure per gli sbirri di passaggio.

Nel 1746 sappiamo che si volle ricostituire un'associazione teatrale su basi differenti dalla vecchia: forse gli "accademici inestabili" si erano sciolti, in tutto o in parte, verso la fine del XVII secolo. A metà del Settecento i membri dell"'Accademia degli Inestabili" erano undici, delle principali famiglie del paese, come i Fabbri, i Francesconi, i Burelli, ma poi il numero crebbe e vi fecero parte altri illustri personaggi quali il dottor Prospero Mariotti, suo figlio Annibale e il dottor Giulio Fracassini. L'accademia aveva uno stemma formato da uno scudo nobiliare ove era disegnata una mano. Stringeva tre cordoni d'oro intrecciati insieme che terminavano con piombi a guisa di piccolo nappo e, all'intorno, il motto "Difficile solvitur" (difficilmente si scioglierà).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al di fuori della stagione teatrale (cioè fuori del carnevale), agivano invece i dilettanti filodrammatici del paese che erano per lo più gli stessi accademici e i componenti delle loro famiglie.

Le rappresentazioni venivano eseguite per addestrare i giovani nelle discipline di scena più che per dare svago alla popolazione.

Nella metà del Settecento le compagnie drammatiche di natura nomade erano una rarità e la prima venne a recitare in Fratta nel 1748. Era la compagnia di Giovanni Gazzola, di professione "artista istrione" che dopo molte difficoltà per ottenere l'autorizzazione poté deliziare i frattegiani con le leziose parti del Pulcinella, del Brighella e del dottor Belanza.

Il nostro teatro chiuse, come tutti nel regno romano, dal 1791 al 1795 per ordine del papa Pio IV, a causa delle vicende politiche del tempo, incentrate sull'invasione dell'Italia da parte dell'esercito francese. Fu poi riaperto con le opere "La donna colpevole" e "Il corsaro di Marsiglia", dove quel "corsaro" doveva essere un chiaro riferimento all'operato di Napoleone, il personaggio di maggiore interesse nella scena politica del tempo.

Il teatro veniva concesso su richiesta per feste da ballo, lavori della scolaresca elementare, occasioni in cui si premiavano i ragazzi più bravi. A volte veniva poi concesso per il gioco della tombola, introdotto nel Perugino nel 1796.

Nei primi mesi del 1798 sorse il movimento del "Viva Maria". A metà febbraio Fratta fu invasa da tali rivoltosi i quali fecero diversi danni- alle proprietà comunali e private, manomisero il teatro e dispersero la documentazione dell'amministrazione.

 

Tempo libero

Nel 1730, la "caccia al bove", o "gioco dello steccato", sorta di corrida fra buoi e cani in una piazza del paese, in genere San Francesco.

Nel 1760 abbiamo notizia che si praticava la caccia nei mesi di settembre e ottobre, la cosiddetta "uccellatura" (con la rete).

Nel 1794 compare il gioco della "palla" o del "pallone", in piazza San Francesco.

Fonti:

- Renato Codovini - “Storia di Umbertide – Volume VI – Sec. XVIII” - Dattiloscritto inedito.

- Calendario di Umbertide 2001 – Ed. Comune di Umbertide – 2001 (Testi a cura di Adriano Bottaccioli - Walter Rondoni – Amedeo Massetti – Fabio Mariotti).

 

 
Processione della Madonna - fine anni '50. (Archivio fotografico Corradi)
                                   La facciata della chiesa di San Francesco                                                                            Il cantante lirico Domenico Bruni
Piazza Umberto I (ora Matteotti) nei primi anni del '900. (Archivio fotografico storico del Comune di Umbertide). Nel 1700 era più piccola ed era detta piazza del Marchese.
Annibale Mariotti
Giuliano Bovicelli 

AGRICOLTURA, COMMERCIO, MESTIERI E ISTRUZIONE

 

L'Agricoltura

Nel 1700 l'insediamento permanente in campagna è molto più sicuro che nei secoli precedenti e la costruzione delle case coloniche non è basata più sul sistema della casa-torre, la casa di minima superficie ma sviluppata in altezza, atta ad abitazione e anche a difesa del contadino e dei suoi beni domestici. Ora si adotta il tipo di casa sviluppata in piano, con maggiore base, minore altezza, in complesso superiore cubatura. Ha un piano terra che serve per la conduzione agricola e un primo piano ad abitazione del contadino.

I terreni potevano essere "arativo", "canapinato", "cerquato", "gineprato", "gengato", "lavorativo", "olivato", "ortivo", "pergolato", "prativo", "sodivo", "scopato", "Vlneat0", "silvato", "boschivo" (o "buscato"). Il terreno "cerquato" era tenuto in grande considerazione perché la quercia era considerata addirittura pianta da frutto per il gran bisogno di ghiande che servivano per i porci ma, a volte, nei casi di grandi carestie, venivano ridotte in farina come ausilio dell'alimentazione umana. C'era un predominio del pergolato sulla vigna, una discreta estensione dell'oliveto e la presenza del "canapinato" nei luoghi più ricchi d'acqua. L'estensione dei terreni si misurava in capacità (rubbia, mina, stara, coppa) di semente necessaria a coprire il terreno. I proprietari sono molto pochi. Troviamo le famiglie nobili quali Ranieri, Degli Oddi, Bourbon di Sorbello, Florenzi, Antinori, Crescenzi, Zeccadoro che avevano terre in Fratta ma risiedevano altrove, per cui non pagavano tasse. C'erano famiglie residenti, anche queste molto ricche: Alberti, Albanesi, Bertanzi, Bruni, Agostini, Burelli, Gnoni, Fracassini, Guardabassi, Magnanini, Paolucci, Petrogalli, Reggiani, Vibi, Cambiotti, Cibo, Mavarelli, Ramaccioni, Montanucci, Falici, Bartoccini.

 

 

 

I contratti d'affitto erano di due specie: un tipo temporaneo, stipulato per tre, sei e nove anni ed il tipo detto "enfiteusi" che di solito abbracciava un periodo di tre generazioni. Questi erano i più usati ma ce n'erano alcuni validi per una sola "ricoltura", cioè per un solo raccolto o per un solo anno agrario.

Le parti in causa sono tre, anche se solo due stipulanti, cioè il padrone del terreno e l'affittuario che fa lavorare le terre ai contadini, esclusi dalla trattativa.

Il proprietario doveva permettere all'affittuario di fare abitare i familiari del contadino nella casa colonica; doveva dare viti e olivi da piantare nell'anno. Qualora non le avesse fornite, l'affittuario era sciolto dall'obbligo di "piantamento" e il proprietario non poteva obbligarlo l'anno seguente. L'affittuario era tenuto a mantenere le piante trovate nell'inventario di consegna, poteva mandare via i contadini a suo arbitrio e piacimento. Gli spettava di pagare, oltre al canone d'affitto, i dazi, le gabelle, le tasse camerali. Doveva lasciare i terreni seminati come l'aveva trovati al suo ingresso; doveva rendere le botti ma fare attenzione "che sieno di buon odore e senza vizio alcuno, come le riceve". A fine affitto i maiali ed il bestiame grosso si restituivano a stima; i bestiami pecorini e caprini si rendevano a capo.

Il contadino doveva seminare grano e biade col proprio seme, potare e scalzare gli alberi giovani e vecchi, piantare un certo numero di viti e ulivi ogni anno col sistema dei formoni e quello delle buche singole. Non tagliare alberi da frutto, ma solo legname morto per il fuoco. Doveva portare a casa del padrone la parte del prodotto dominicale e per questo veniva pagato in natura o in cibarie. Il mosto si divideva a metà. A Pasqua doveva dare una certa quantità di uova e "pancasciato"; doveva dare regalie ed obblighi in polli ed uova.

Nel XVIII secolo non esisteva un "patto colonico" specificato ed imposto dalla legge come avverrà poi, ma solo accordi non scritti. Dei prodotti dei campi metà andava al padrone (parte dominicale) e metà al contadino. Nei casi di rapporti a tre (padrone, affittuario e contadino) la divisione avveniva fra affittuario e contadino; il padrone prendeva l'affitto.

Erano a carico del padrone le spese di potatura e scalzatura delle viti, i formoni e le fosse, i compensi al contadino quando veniva chiamato a dare al propria "assistenza" ai lavori di vendemmia, a vagliare il grano e a spalarlo, a fare lavori vari di cantina, quando portava a vendere i prodotti al mercato, le stime e la domatura del bestiame, la costruzione e l'accomodatura degli immobili agresti. Si producevano cecio, cecio rosso, canapa, cicerchie, ciliegie, fagioli, fave, foglie del gelso, foglie degli oppi, fichi, formaggio, grano, granturco, ghiande, lenti, lenticchie, lana, lino, lupini, miele, noccole, noci, orzo, olive, panico, pere, pesche, piselli, uva, veccia, vena, vino.

Il contadino doveva pagare una tassa detta "collara" quando adoperava, per lavorare la terra, i buoi che appartenevano al padrone.

Il dare e l'avere del contadino risultava dal "libretto dei lavoratori".

Nei poderi di collina si tenevano pecore e capre, ma anche molti suini.

 

 

 

 

Il Commercio

L'aspetto che caratterizza l'economia è la staticità dei valori. Non esiste l'inflazione e le diversità nei prezzi di alcune merci sono provocate da momentanei fattori straordinari. Un'altra componente è la penosità del lavoro, dei salari fermi al limite di una sopravvivenza faticosa. L'economia è molto povera, sia a livello territoriale (comune di Fratta), sia nello Stato Pontificio. Ulteriore aspetto è la concentrazione quasi totale delle attività produttive quali l'agraria, ad esempio, in mano a pochi nobili impossessatisi anche di una certa attività industriale (lanifici). Esisteva inoltre una piccola industria artigianale (il ferro e la figulina [terracotta]), ma era compressa da una limitata disponibilità di capitali, sempre insufficienti in quanto reperibili in famiglia. I grossi pagamenti si eseguivano con le "cedole bancarie", attestazioni generiche di quietanza rilasciate dalle banche (i "Monti").

Gli atti si stipulavano dal notaio il quale attestava che il compratore metteva il denaro sopra il tavolo.

 

Venditori

- Bocci (bachi da seta): Mavarelli, donna Caterina Igi.

- Canapa: Alessio Moriconi.

- Calcina: Mariangelo di Paolo, Domenico Stoppa.

- Materiale da costruzione: Giovanni Maria Diamanti, Menco di Natale, Andrea Fanfani, Molinari, Domenico Salvatori, Fortunato Agostini, Ludovico Cristiani.

- Fronda dei mori (gelsi): Antonio detto "il Regnicolo", lo "Stinco".

- Legname: Andrea Bellagamba, Raffaele Scapicchi, Antonio di Giovan Battista, Paolo di Giorgio, Gio. Tomasso da Monte Castelli, Giuseppe Jotti,

- Paglia: Girolimo di Rondino.

- Pellami: Pietro Baldoni è venditore (e raccoglitore) di pelli di capretto e "bassette bianche".

- Stabbio: donna Carolina Gratini (1712) alla confraternita di San Bernardino; Costantino di Vincentio, Angelino Mavarelli, Giulio Rovinati. Mattio Massi, Filippo Leonetti, Filippo Carocci.

- Vino: ricevevano un compenso in denaro per ogni barile di vino. Santi di Cristoforo (1700), Francesco Franceschini, Federico Palazzari (1701), Pietro Martinelli (1715/1749), Francesco Mercante (1722), Antonio Jotti (1726), Costanza Martinelli (1727/1738), donna Elisabetta Jotti, detta "la Padella" (1733/1735), Bernardino Cantelli (1741), Elisabetta Falcioli (1741/1747), Fabrizio Brugnoli (1749), donna Francesca d'Andrea (1751), donna Margherita Massi detta "la Margarita" (1756/1759), Giovanni del quondam Andrea (1759/1760), donna Virginia Ciangottini (1767), Tommaso e Clemente Ciangottini (1768), Antonio detto "il Regnicolo" (1780), donna Maria Antonia Mercanti (1782/1784). Gambattista Fanfani (1787), Gian Maria Bartolini (1789).

 

Botteghe e bottegai

1702 - Gregorio Molinari: vetri. 1706 - Francesco Luminati: cera. 1718 - bottega di "fabbreccia", in piazza San Francesco, dalla parte del Tevere. 1722/1730 - Sante Mavarelli: pane, lardo, strutto, cera, fàcole e polvere da sparo. 1724 - bottega da calzolaio. Vi si trovavano martello, tenaglie, ligiatore, trincetto, stecca. 1732 - Pietro Spaccini: vetri, trafile per finestre (da mettere tra i vetri). 1732 - Gaspare Martinelli: piombo per le trafile.

1741/1749 - Domenico Cerbonelli: cera, spago, chiodi, incenso. 1745 - Borgo di Sopra, zona del mercato, vasaro Giovan Maria Martinelli. 1745 - Borgo di Sopra, mastro Antonio Vibi, archibugiere. 1745 - Borgo Inferiore, tre botteghe di fabbri. 1748 - Agostino Bettelli: cera. 1753 - Gaspare Martinelli: piombo per i vetri. 1765 - Ercolano Roni: uova. 1767/ 1797- Vibi: pizzi, cera, ecc.. 1770 - Silvestro Jlartinelli ha una bottega di "cossi". 1770/1776 - Domenico Mavarelli: cera, piombo per le vernici, tela.bombage.1779/1795 - Donino Passalbuoni: calzoleria. 1776 - Burelli: "spetie", cera e gommalacca. 1781 - Vincenzo Mavarelli: cera. 1788 - Guerrini: cera. 1788 - Ubaldo Perugini: olio. 1791 - Alessio Vioriconi: panno per sacchi. 1792 - Girolamo Ciangottini: cera. 1794 - piazza San Francesco, bottega da vasaro con annessa fornace. 1794 - Piaggiola, bottega di calzolaro. 1794/1797 - “fra le porte”. piazzetta al baluardo di sud ovest (Tevere), la bottega del macello, rivendita comunale di carne. 1795 - 1799 - Vincenzo Mavarelh: bollette salderine, chiodi, spilli, centarole, bocci da seta.

 

Osterie e alberghi

-Osteria della Corona" con alloggio. Era situata in piazza San Francesco, davanti alla chiesa di Santa Croce. Era di proprietà dei conti di Civitella Ranieri. Nel 1738 vi muore uno sbirro di Perugia, colpito da una archibugiata. "Osteria della Staffa", con alloggio, nella strada di San Giovanni, dentro le mura castellane. Era probabilmente proprietà del conte Ranieri. C'erano anche le osterie di Antonia Mercanti, con alloggio, di Giuseppe Carocci, di Sebastiano Cesaretti.

Nel 1721 c'è "1'osteria di Pier Antonio", gestita da un certo Bruscatelli. Accanto sorgeva un "palombaro", la classica casa contadina. La villa (frazione) era costituita soltanto da queste due o tre case. Vicino si trovava la cappella dello Spirito Santo.

"L'osteria della Mita" era di proprietà dei marchesi Florenzi di Reschio, che abitavano a Perugia. Verso Città di Castello c'era "1'osteria di Montalto", sul piano del Tevere, lungo la strada consolare da Fratta a Niccone. Apparteneva ai conti Degli Oddi di Perugia, proprietari pure del castello di Montalto. C'era infine "1'osteria della Nese", sul fiume omonimo, al confine fra Perugia e Fratta.

 

Fiere e mercati

Si tenevano fiere nella prima settimana di giugno e si svolgevano nella piazza della chiesa di Sant'Erasmo, detta anche "il Mercatale". Solo il bestiame per tali occasioni trovava luogo in un'altra sede, di solito il grande prato comunale situato oltre il ponte del Tevere.

A Civitella Ranieri la fiera si svolgeva tra il 20 ed il 25 luglio. A Montalto, il 28 maggio.

 

Le poste

Nel XVIII secolo l’Alta Valle del Tevere era percorsa da due servizi con diligenza (due "corsi di posta", come si diceva allora). Uno veniva da Città di Castello ed era diretto a Perugia, l'altro partiva da Montone ed era anch'esso diretto a Perugia: si fermavano in Fratta per il cambio dei cavalli, per prendere la posta ed eventuali passeggeri. Questi "corsi di posta" arrivavano in Fratta la mattina presto, prima quello di Montone, poi quello di Città di Castello, con un ritardo che poteva essere di una mezz'ora rispetto all'orario fissato. Giungevano a Perugia circa quattro ore dopo. Oltre il servizio "di linea" c'era anche un "corso" speciale, per posta urgente delle comunità, detto "lo spedito" o "celerifero" (una specie di "posta prioritaria). Fornito da un uomo a cavallo che portava nella "bolzetta" (borsa di cuoio) solo i plichi del comune per i quali non si poteva aspettare la partenza della diligenza del giorno dopo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mestieri

Molini a olio

Ce n'era uno vicino al fosso di Lazzaro, a confine fra il "Mercatale di Sant' Erasmo" e la zona di Santa Maria. Probabilmente aveva anche la macina da grano. Nel 1794 apparteneva ai fratelli Mazzaforti che lo affittarono per quattro anni ad Ubaldo Cambiotti. Nel territorio c'erano molini a olio a Cicaleto, Migianella, Monte Acuto ("Molino con suo torchio e vite, nel cui ceppo sonovi tre cerchi di ferro, la macina con suo cavalletto e sopra un paletto di ferro ma con zeppa di legno"), Racchiusole, San Patrignano.

 

Molini a grano

Nella "villa" di Cicaleto, in parrocchia San Giuliano, proprietà dei frati Camaldolesi di Montecorona. Era posto a un chilometro dal fiume Tevere, a sud di Fratta ed è rimasto attivo fino ai primi decenni del Novecento. Aveva una propria diga di sbarramento, la mola, il "cialandro", la tramoggia, le pale di ferro. E la "gualchiera", il meccanismo per sbattere i panni di lana a mezzo di grossi martelli di legno che erano mossi dall'acqua. Altri molini a grano sorgevano a Molino Vitelli, a Monte Migiano, a Serra "di Partuccio", a San Patrignano e all'abbazia di San Salvatore (all'interno, era detto "molino della clausura" e prendeva acqua da un fossato).

 

Calcinai

A Santa Giuliana, proprietà di Mariangelo di Paolo. Faceva calcina che vendeva a quattro baiocchi la soma. Un altro alla costa di Monte Acuto, della famiglia Fracassini.

 

Fornaci

Ne avevano una Angelo di Roso e Fortunato Agostini, che nel 1751 vende mattoni per la facciata di Santa Croce. A Carpini e a Montalto, dei Degli Oddi di Perugia, proprietari del castello omonimo. Fu demolita da una piena del Tevere nel 1760.

 

 

 

 

 

 

Di tutto un po'..

Archibugieri: mastro Giulio Castellani, mastro Giuseppe e mastro Antonio.

Indoratori: Antonio Gabriotti, nel 1717 dà l'oro ai candelieri e alle carteglorie di Santa Croce; Giuseppe Ferranti, di Gubbio.

Argentieri: Silvestro Angelini, di Perugia; nel 1743 vende un calice e una patena d'argento alla confraternita di Santa Croce.

Bastari: Pietro Profili, Tommaso Mischianti, Giacomo Botti e Fabio Urbani.

Bottari e bigonzari: Alessandro Jotti, Angelo Ciangottini, Francesco Puletti.

Calzolari: erano riuniti nella congregazione dell'arte dei calzolari (che aveva la propria cappella nella chiesa di Santa Croce, all'altare dei santi Crispino e Crispiniano, protettori della categoria): Pietro di Angelo, Ubaldo Moretti, Carlo Guerrini, Donino Passalboni, Antonio Mariani.

Cappellai: Passalbuoni, Giuseppe Benedetti di Città di Castello. C'era anche una bottega in Castel Nuovo.

Canapari: Giovan Carlo Montanucci. Conciatori: Giulio e Panfilio. Disegnatori: Brischi, Giuseppe Notari e Giovan Pietro Gigli.

Fabbri: Lorenzo e Pietro Martinelli, Carlo Francesconi, Domenico Paganelli, Raimondo Rotelli, Pier Giovanni Lestini, Francesco d'Agostino, detto "Ferraccio". Alla fine del Settecento due botteghe da fabbro erano nel piccolo spiazzo all'inizio della strada che conduce al Borgo Inferiore, subito dopo il ponticello sulla Reggia. Nel 1798 Silvestro Martinelli e Vincenzo Jotti sono gli "offiziali" dell'arte e università dei fabbri.

Falegnami: Carlo Bolisi (1720), Ludovico Franceschini (1724), Alessandro Jotto (1753), Giovan Lorenzo Gigli (1750), Francesco Moscatelli (1745) a Pierantonio, Giuseppe Jotti (1749).

Fonditori: Gregorio Righi, da Perugia, fonde ed accomoda le campane di Santa Croce nel 1717.

Fornari: Bartolomeo di Lorenzo, Domenico Lauri, Giovan Battista di Giulio, Bernardino Tassi, Olimpia Tassi.

Intagliatori: Marco Batazzi, Alessandro Igi.

Macellatori: Santino, Andrea, Giuseppe Schiavini; Angelino Mavarelli, Marino Farneti.

Magnani: Michele Aragoni (1698/1710).

Manovali e facchini: Tommaso di Francesco, Santi Paoletti. Giulio di Goro, Domenico Salvatori.

Marescalchi: Antonio Mazzanti.

Misuratori, stimatori: Fabrizio Mazzaforti (misuratore di botti), Lodovico Franceschini (misuratore di grano), Alessandro Jotti (stimatore di legname), Antonio Brischi (misuratore di vino), Vincenzo Mavarelli (stimatore di vino).

Molinari: Tommaso Mancini, Giuseppe di Antonio.

Muratori: Giovanni, detto "Miracolo", Costanzo di Cesare, Antonio di Giovan Maria, Ventura Bartoccini (capomastro muratore), Ercolano Corsini, Domenico Farneti (capo mastro muratore). Attrezzi da muratore erano il martello, la cucchiara, la zappa per fare la calcina, la martellina, il piombo, l'archipendolo, la paletta da scornigiare.

Organari: Carlo Balducci, Pietro Forti, Orazio Fedeli.

Pirotecnici: 1786, Francesco Natali; 1787, Bernardino Brischi

Pittori: Antonio Gabriotti, Francesco Leonardi, Ubaldo Vitaliani, Giuseppe Ferranti, Francesco Cocchi, Giuseppe Bertanzi.

Pollaroli: Pietro detto "1'Anitraro", Giambattista. Potatori: Antonio detto Sciuga, Francesco di Antonio; Francesco Scalseggia.

Ricamatrici: Colomba Vespucci.

Sarti: Guerrini, donna Crestina Francesconi, Francesco Moriconi, Mauritio Pucci, donna Margherita Massi.

Scalpellini: Francesco di Vincenzo, Lorenzo Brischi, Francesco detto il "Borzicchio", Domenico Mavarelli, "il Riccio".

Segatori: Giuseppe Moretti, Tommaso di Pascuccio, Belardino detto "il Regnicolo", Paolo Pieroni, Panfilio di Francesco, Paolo Ercoli.

Sellaio: Fabio Urbani

Stucchi: Giuseppe Notari (1753, lavora a Santa Croce), Giovanni Cherubini.

Tessitori: Maria Cristina Francesconi, Aurora Roni, donna Elisabetta Cantelli, donna Margherita Massi. Non esistono opifici, lanifici e fabbriche di teleria. La lavorazione si fa nelle case dei privati cittadini in quanto molti hanno i telai.

Tintore: Gerolamo Martinelli.

Vasari: Francesco Fussai (1709), Giammatteo Martinelli (1742), Silvestro Martinelli, Gaetano Martinelli.

Verniciatori: Giuseppe Ferranti

Vetturali e corrieri: Paolo Cangelotti, Marino Rotelli, Tommaso di Marco, Andrea di Ercolano, Giovanni detto "Spaterna", Pietro Simone Cicutella.

 

 

L'Istruzione

Nel Settecento esisteva una scuola dove si insegnavano i primi elementi del leggere, dello scrivere e far di conto, tenuta da un ecclesiastico. Veniva pagato dalla comunità con uno stipendio che era, all'inizio del secolo di circa dodici, quattordici scudi l'anno. A questi si aggiungevano tre scudi dalla confraternita di Santa Croce come maestro di scuola ed altri venticinque che la stessa gli corrispondeva "per la cappellanìa", il compito di dire messe nella cappella della confraternita. Il contratto dell'assunzione veniva stipulato fra comune e maestro davanti al notaio. In caso di posto vacante, i genitori dei ragazzi sottoscrivevano una polizza con la quale si impegnavano a pagare una piccola somma al comune, a favore del maestro.

La scuola era situata nel Borgo Inferiore, in locali della confraternita di Santa Croce.

 

 

 

 

 

 

 

Alla fine del secolo il maestro prendeva trentadue scudi l'anno dalla comunità. Oltre a ciò riceveva otto scudi dalla confraternita di Santa Croce sempre per la scuola e la "cappellanìa", cui si aggiungevano le somme da altre confraternite per vari servizi religiosi o occasionali come esecuzioni musicali in occasione di feste. L'entrata annuale era comunque sufficiente per un discreto tenore di vita.

Un maestro insegnava grammatica e retorica per uno stipendio di settanta scudi l'anno. A fine secolo questa scuola si trovava in Castel Nuovo, nei locali dell'ex monastero di Santa Maria Nuova, acquistato dalla comunità di Fratta.

Nel 1700 il maestro di scuola era don Pietro Cardoni, di Nocera. Abitava nelle due stanze sopra l'ospedale di Santa Croce che la confraternita gli aveva riservato. Questa tratteneva per l'affitto quindici paoli l'anno dallo stipendio che gli pagava: in tutto trenta paoli, cioè tre scudi. Il maestro faceva, come era in uso al tempo, anche il "servizio di musica" per la compagnia di Santa Croce. Ai primi di agosto 1719 Cardoni si licenziò. Gli subentrò don Matteo Silvestrini e la confraternita affitta anche a lui le camere sopra l'ospedale.

Nel 1725 il maestro è don Pietro Burli. Nei primi mesi del 1730 maestro di scuola è un certo Fabbri, ma ad aprile lo sostituisce don Innocenzo Diamanti, per quattro anni. Poi l'abate Giovan Battista Orlandini e don Lorenzo Meuccio. Dal 1741 al 1750 maestri sono don Ubaldo Balducci, don Gerolamo Passi, don Francesco Tosoni, don Gaspare Mazzaforti, don Lorenzo Pellegrini, don Modesto Spinetti.

Dal 1750 troviamo don Arcangelo Mischianti (maestro di sacra teologia è fra' Francesco Maria Calindri, guardiano del convento di San Francesco), don Alessandro Dini nato ad Urbania, don Matteo Tosciliani, don Paolo Costantini, don Ubaldo Menghini, don Stefano Loretti, don Angelo Mavarelli, don Antonio Giuseppe Gnagneri, don Cristiani, don Giuseppe Angelini, il canonico don Paolucci. Nel 1787 maestro di scuola è don Ercolano Mavarelli. Prendeva quattro scudi a quadrimestre. E' un canonico della collegiata di San Giovanni. Nel 1789 è maestro padre Fulgenzio Maria, minore degli osservanti del convento di Santa Maria, nato a Città di Castello. Nel 1790 c'è il canonico Pecchioli cui segue don Luca Brami. Troviamo poi don Sebastiano Riccardi e 1'abate Paolo Padoni.

 

L'insegnamento della musica

Poteva essere pubblico e privato. Il primo era affidato ai maestri di cappella e questi, diplomatisi in musica in qualche scuola, erano chiamati e stipendiati dalle varie confraternite e congregazioni religiose. La loro dipendenza ci spiega il termine "di cappella", in quanto le confraternite avevano la sede in una chiesa ove possedevano una cappella con altare dedicata al loro protettore. Le confraternite maggiori, di Santa Croce e di San Bernardino, avevano un proprio maestro ma questi non prendeva uno stipendio tale da garantirgli una sicurezza economica; per questo svolgeva opera saltuaria anche presso le altre confraternite e chiese riuscendo, fra tutto, a guadagnare quanto bastava per vivere.

Oltre all'insegnamento pubblico, esisteva quello privato. C'era l'uso di affidare un giovane, fin dalla prima adolescenza, ad un maestro che si impegnava, dietro un compenso annuale, ad insegnargli la musica strumentale e il canto e, a volte, anche a leggere e scrivere. Il ragazzo però doveva lasciare la famiglia e trasferirsi a casa del maestro, che diventava padre-padrone, restando qui per il tempo stabilito, una decina d'anni. Tutto ciò veniva concordato tramite un atto notarile comprendente molte clausole.

 

Fonti:

- Renato Codovini - “Storia di Umbertide – Volume VI – Sec. XVIII” - Dattiloscritto inedito.

- Calendario di Umbertide 2001 – Ed. Comune di Umbertide – 2001 (Testi a cura di Adriano Bottaccioli - Walter Rondoni – Amedeo Massetti – Fabio Mariotti).

Illustrazioni di Adriano Bottaccioli.

La raccolta del grano a mano (Archivio fotografico storico del Comune di Umbertide)
Famigliola contadina (Archivio fotografico storico
del Comune di Umbertide)
Sul paiaio (Archivio fotografico storico del Comune di Umbertide)
Sul carro dei buoi (Archivio fotografico storico del Comune di Umbertide)
Calesse (Archivio fotografico storico del Comune di Umbertide)
1977. La Fornace (Archivio Giuseppe Severi)
1975. Traccia di un forno di vasaio in via Bovicelli (Archivio Giuseppe Severi)
Scorcio di Santa Croce
 
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