FRATTA-UMBERTIDE DELL’OTTOCENTO

 

a cura di Fabio Mariotti

 

 

 

 

AMMINISTRAZIONE, SICUREZZA E VIABILITA’

 

La Pubblica Amministrazione

All'inizio del secolo non conosciamo gli amministratori di Fratta. L'ultima riunione del consiglio comunale ci fu il 3 dicembre 1799 e la successiva solamente il 16 aprile 1800. C'era stata l'incriminazione dei consiglieri comunali Giuseppe Savelli e Giambattista Burelli, accusati di giacobinismo, ma successivamente reintegrati nella loro carica.

Il 9 dicembre 1800 furono eletti quattro nuovi priori per il primo semestre 1801. In Fratta la popolazione era divisa in tre diversi gruppi. Al primo apparteneva una decina di famiglie; sono sempre gli stessi cognomi, i più ricchi proprietari di case e poderi. A1 secondo appartenevano gli artisti (artigiani) e i commercianti. Al terzo, chiamato degli "indigenti" o dei "miserabili", appartenevano gli altri, i poveri, non tassabili che non avevano alcuna possibilità di partecipazione.

Gli eletti si trovarono a dover affrontare gravi problemi economici. Mancavano alcuni generi alimentari e soprattutto il grano. Ai primi di gennaio il forno comunale era in passivo e il comune, rimasto senza quattrini, chiese il grano ai proprietari, ognuno dei quali avrebbe dovuto versare una quota proporzionata all'estensione dei terreni.

Altri problemi causava alla comunità di Fratta l'approvvigionamento del vino. Era questo un genere di primaria importanza, secondo solo al grano. Introiti per il comune derivavano dalla tassa sui cereali che si dovevano macinare e sulla distribuzione del sale. Altre entrate erano quelle del macello (che tassava la macellazione e la vendita delle carni), della pizzicheria (che comprendeva pesci e salumi), della olieria, della raccolta delle legne del ponte, della raccolta dello stabbio del mercato (c'era una persona che raccoglieva lo stabbio che lasciavano le bestie nei mercati e pagava una tassa al comune), della pesca sul Tevere, della stadiera grossa (sui pesi e misure per grandi quantitativi), dell'apparecchio (nel senso di apparecchiare la tavola), degli osti e locandieri (colpiva la facoltà degli osti di servire il pranzo ai clienti).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 1803 ci fu una diminuzione delle entrate che scesero a 290 scudi nonostante l'introduzione di una nuova tassa, "dei quattro piedi", su ogni animale quadrupede che entrava in paese in ragione di baiocchi 5 per le bestie grosse e baiocchi 1 per le piccole.

Le spese annuali del comune erano quelle per la segreteria: legna per le stufe, due fiaschi di inchiostro, cannelli di ceralacca per mettere il sigillo del comune alle lettere, mazzi di penne d'oca e carta da scrivere marca Palomba (aveva nella filigrana visibile contro luce una piccola palomba - marchio di fabbrica), carta intestata che si faceva stampare a Città di Castello non essendoci ancora a Umbertide la tipografia. Alcuni stipendi pagati dal comune. Il mastro di posta, direttore dell'ufficio postale (e spacciatore di lettere), uno scudo al mese. I signori di magistrato ricevevano come salario onorifico dieci scudi a semestre. Il segretario, Giovambattista Burelli, dieci scudi a quadrimestre, mentre il commissario (di polizia) dott. Paolucci riceve tre scudi a trimestre. Il camerlengo (cassiere) riceve 18 Scudi l'anno pagati a trimestri. L'agente di Roma (cioè colui che residente a Roma sbriga gli affari della comunità in quella città) riceve a seconda della mole di lavoro sette o otto scudi l'anno. Ci sono poi due guardie campestri, Giambattista Fuochi e Silvestro Catalani: prendono quattro scudi al mese. Un'altra preoccupazione per il comune era quella della disoccupazione. Un timido tentativo per affrontare il problema fu fatto quando i casengoli (non possidenti) avanzarono richiesta per ottenere il posto di balivo. Se ne impiegarono due al mese, a turno.

Nel 1825 le entrate sono di 2.200 scudi e le uscite di 2.250. Nel 1826 il segretario comunale Giovambattista Burelli, sentendosi vecchio e stanco, chiedere di essere "giubilato", cioè di andare in pensione dopo 43 anni di continuo lavoro. Dice che accetterebbe anche una pensione ridotta purché al suo posto venga nominato il figlio Ruggero. Il passaggio da padre a figlio avvenne il 9 aprile 1928. Quando il custode del palazzo municipale, Gaetano Martinelli, chiede di andare in pensione. l'amministrazione comunale non è d'accordo per il fatto che egli svolge anche il lavoro di falegname e la pensione non gli viene accordata pur se "da 40 anni ha l'onore di servire questo comune" e perché "quantunque avanti con l'età si mantiene in buona salute".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel dicembre 1843 vennero riconfermati per altri due anni tutti gli impiegati comunali: il segretario Ruggero Burelli, il medico dott. Paolo Bertanzi, il chirurgo dott. Michele Belforti, il moderatore dell'orologio Gaetano Gigli, il postino Nicola Castori, il difensore dei poveri Costantino Magi Spinetti, un famiglio Pietro Caracchini, l'altro famiglio Costantino Beatini, il distributore delle lettere Costantino Magi Spinetti, il bollatore delle carni Gioacchino Pucci, il custode del palazzo comunale Marino Romitelli, il becchino per gli uomini Pietro Paolo Vico, la becchina per le donne Camilla Bartolini, il commesso di polizia urbana Domenico Porrini. Ci fu indecisione se riconfermare Camilla Bartolini, la becchina delle donne, perché il parroco arciprete Cecchetti aveva segnalato che questa andava solo dalle persone ricche e quando si trattava di povere per le quali era ricompensata dal comune "si ricusa di fare il suo dovere".

Il 12 settembre 1860, giorno del transito delle truppe piemontesi. i frattigiani formarono un comitato provvisorio di quattro cittadini: Costantino Magi Spinetti, Raffaele Santini, Giuseppe Agostini (facente funzione di priore) e Luigi Igi. Il 14 settembre arrivò in Fratta il Commissario Regio che nominò la commissione municipale definitiva con il compito di preparare l'elezione del consiglio.

I1 4 e 5 novembre si svolse il plebiscito a favore o contro Vittorio Emanuele II. Fratta ed i suoi appodiati andarono alle urne con 2.946 iscritti nelle liste; i votanti furono 2.568, con 2.565 sì e 1 no. L' 11 novembre fu eletto il nuovo e primo consiglio comunale dell'epoca. Nella riunione successiva del 22 novembre vennero nominati quattro assessori e due supplenti, che formavano la giunta: Luigi Santini, Mauro Mavarelli, Quintilio Magnanini e il conte Gianantonio Ranieri. Supplenti, Giovambattista Ticchioni e Paolo Paolucci, proprietari terrieri di Fratta. Fu sindaco il dott. Mauro Mavarelli, direttamente nominato dal re d'Italia. Il consiglio comunale di Fratta era formato da venti consiglieri i quali erano stati eletti tenendo conto del "censo". Fratta nel 1860 aveva diecimila abitanti e solamente 71 di questi furono chiamati alle urne.

 

 

 

 

 

 

 

 

A partire dall'anno 1869 il consiglio comunale passò da venti a trenta membri.

In quest'anno alle amministrative gli elettori furono 181, contro i 71 del 1860. Intorno ai 1870 la situazione finanziaria era abbastanza difficile. Fu istituita una tassa sulle carrozze (ce n'erano tante in giro) a cui si unì una tassa sui camerieri e le donne di servizio. Nel 1891 si parla per la prima volta del 1° maggio quale festa dei lavoratori. Se ne parla nella riunione consiliare del 30 aprile in quanto, in questo giorno, l'onorevole Grilli vuole ricordare i1 30 aprile 1849 e la difesa di Roma contro i francesi. Alla fine del suo discorso manda "un saluto affettuoso a coloro che domani affermeranno i diritti degli operai, preludio al rinnovamento politico del mondo".

 

 

La Pubblica Sicurezza

Ai primi del secolo ci troviamo sotto il governo della Imperiale Reggenza di Perugia e l'esercito austriaco, fin dal secondo semestre del 1799, aveva riportato al potere lo stato pontificio, dopo la parentesi della repubblica romana. La restaurazione aveva trovato un popolo che i princìpi della rivoluzione francese avevano svegliato e ora, più attento, si faceva sentire. Brutti tempi quindi per il gonfaloniere, Lorenzo Vibi. A carnevale il popolo sente il bisogno di fare feste da ballo, però il gonfaloniere vede in ciò un pericolo e le vieta. Il 27 febbraio 1800 scrive a Perugia comunicando che ai piedi della croce collocata ove stava "l'infame" albero della libertà hanno trovato una bandiera tricolore.

Nei primi di luglio il papa torna a Roma e nomina capo della delegazione apostolica di Perugia mons. Rivarola che ebbe verso Fratta una mano molto pesante nella regolamentazione della vita pubblica.

Il 25 novembre un editto papale deliberò l'espulsione di tutti i mercanti, artigiani e chiunque non avesse domicilio nel territorio da prima del 1797, esclusi gli ecclesiastici dei conventi e delle parrocchie, i medici condotti e i pubblici impiegati. A dicembre c'è il problema del bandito Luigi Rossi, di Sorbello, che aveva costituito un gruppetto di briganti ed operava spesso anche in Fratta, con grassazioni ed accoltellamenti.

A fine febbraio il commissario, visti i tempi, chiede a Perugia di poter costituire una truppa cittadina. Il Rivarola accetta di buon grado, considerata la delinquenza in giro. Piccole bande che non avevano paura di fare "crassazioni" (cioè rapine a mano armata) anche in pieno giorno.

Altri interventi nel campo della pubblica sicurezza si ebbero in occasione di gravi scandali sorti alla Fratta perché in un caffè si organizzavano giochi proibiti di giorno e di notte "in grave pregiudizione delle famiglie e del buon ordine sociale". Il Rivarola stabilisce inoltre che gli Ebrei in Fratta, venditori di maioliche, cessino tale commercio: "Fate loro precetto di andarsene subito".

Il 4 gennaio 1804 ancora Rivarola abolisce la vendita del vino a teatro dove è anche proibito l'ingresso a chi porta armi o bastoni. Nonostante ciò, il 1° marzo, durante uno spettacolo Giovambattista Franchi accoltellò gravemente un certo Antimi: il chirurgo riferì "essere le ferite con pericolo di vita". Nel 1809 arriva un ordine da Perugia che vieta le maschere e in occasione del carnevale anche le corse, i festini e ogni altro spettacolo.

Il 7 agosto fu organizzata una grande festa in Fratta in occasione dell'innalzamento del nuovo stemma francese. Si chiamò la banda militare di Perugia, i capifamiglia furono invitati a illuminare le case; lo stesso si fece per il palazzo comunale e la Rocca con fiaccole e fanali.

La polizia pontificia era abbastanza organizzata: aveva informatori pagati e persone come il frattigiano Pietro Scagnetti che prestavano la loro opera non richiesta. Dalle sue lettere emergono i nomi dei frattigiani che propendevano per la repubblica: Luigi Santini, Domenico Pecchioli, Francesco Paolucci, Innocenzo Lazzarini e Agostino Cambiotti. Comincia una vita difficile per questi patrioti di Fratta, guardati a vista e braccati.

Nel 1817 a Fratta sono di stanza i carabinieri pontifici che svolgono attività di pubblica sicurezza: la brigata è composta da un brigadiere e sette carabinieri, che operano a cavallo. Non esiste ancora la caserma e sono alloggiati nella casa di un privato, Domenico Porrini, al quale il comune paga l'affitto. Oltre ai carabinieri c'è un reparto di "truppa provinciale". Due guardie di finanza, invece, girano il comune per prevenire e stroncare il contrabbando ma non agiscono in modo del tutto irreprensibile se nella riunione consiliare del 2 agosto 1817 se ne parla negativamente e con rammarico perché durante i mercati cercano mance dai vari proprietari terrieri, vanno nelle case dei contadini dove si fanno servire il pranzo senza pagare. I1 14 febbraio 1831 cade il governo pontificio di Perugia. Il movimento insurrezionale termina i1 25 marzo, i1 31 esce l'editto papale relativo alla consegna delle armi da taglio e da fuoco. Il 24 novembre 1848 Pio IX fuggì da Roma e si rifugiò a Gaeta. I1 9 febbraio fu proclamata la repubblica romana. Ci furono grandi feste anche in Fratta, con l'innalzamento dell'albero della libertà.

In questo breve periodo è un fiorire di "Cìrcoli Popolari", associazioni volte a completare la nuova dimensione di vita da tempo cercata e per la quale molte persone avevano svolto la loro attività più nobile.

Capo di Magistrato di Fratta in quel periodo repubblicano del 1849 fu Luigi Santini, proprietario terriero, che poi ricoprirà la stessa carica anche negli anni dal 1854 al 1856, a restaurazione avvenuta. C'era la capacità dei magistrati di Fratta di allora di cavalcare qualsiasi cavalcatura: ritroviamo al potere sempre gli stessi cognomi, guarda un po', ed erano sempre proprietari terrieri.

Terminato l'assedio di Roma delle truppe francesi, il 31 luglio 1849 tornò il potere del papa.

Mille erano i problemi presenti dopo il 1860, cui l'amministrazione civica doveva provvedere. Il principale era l'ordine pubblico, sia interno, sia legato alla malavita organizzata nel territorio della provincia.

In Fratta era stato ricostituito il corpo della guardia nazionale formato da un centinaio di militi, soppresso nel 1874. Il primo comandante di questa rinnovata guardia nazionale fu Raffaele Santini.

Nell'ordine pubblico rientrava anche la tutela della pubblica moralità. Il 17 ottobre 1861 il sindaco scrive al delegato di pubblica sicurezza sulla "debosciatezza alla quale si abbandonano le giovani, specialmente di bassa condizione molte delle quali sono si già sgravate, e molte altre incinte. Non è a ribadirsi la di costoro sfacciataggine; non avendo rossore di girare per le pubbliche piazze e strade a pieno meriggio, sebbene giunte al nono mese di gravidanza...". Il sindaco dà la colpa ai genitori, forse non considerando che la "bassa condizione" delle giovani, cioè la misera vita che erano costrette a condurre, rappresentava la principale causa del loro degrado.

Durante la guerra 1860/1861 furono 24 i giovani di Fratta che andarono a combattere volontari tra i garibaldini. Nel 1866 numeroso fu il gruppo (54) che si raccolse intorno alla bandiera italiana, specie nel corpo dei garibaldini. Il 22 maggio 1866 ci fu la partenza. Le donne del paese vollero regalare loro una bandiera di seta, tricolore, finissima (che la locale società dei reduci conserva) già usata nel 1849 nel periodo repubblicano, alla quale nel lato bianco aggiunsero la dicitura "Le donne umbertidesi ai loro volontari. 1866".

Tra gli episodi delittuosi del 1882 spiccano furti campestri, ferimenti, spaccio di monete false, oltraggi a pubblico ufficiale, arresti di meretrici, violenze fisiche e stupri. Quindi il nostro carcere, mandamentale, aveva molti reclusi: nel quarto trimestre 1882 erano ben 36, per un soggiorno di 344 presenze. Nel 1894 l'ufficiale di pubblica sicurezza avverte il sindaco che ci sono in giro dei truffatori spagnoli. Estorcono denaro alla gente nei giorni di mercato raccontando una storia di un tesoro nascosto: si trova in un luogo conosciuto da persone che sono in Spagna ma per averlo occorre denaro. "Dia il Sindaco ordine alle guardie comunali che controllino i forestieri, specie nei giorni di mercato e fiera". Nel paese allora c'erano una sola guardia, Tommaso Tognaccini, ed il capo guardia, Adamo Simonucci.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Viabilità e comunicazioni

Guardando la carta topografica del castello di Fratta, disegnata da don Bartolomeo Borghi nel 1805, è facile vedere due appendici: una, il Borgo di Sopra lungo la direttrice della strada per Montone, verso nord; l'altra verso sud, il Borgo di Sotto, sulla la vecchia strada per Perugia. Con l'apertura, nel 1807, del nuovo ponte sul torrente Reggia, che apriva l'accesso al castello vecchio dal lato est in direzione della Collegiata, ha inizio un certo sviluppo lungo la strada che portava al territorio di Civitella Ranieri e che poi sarà chiamata via delle Case Nuove (via Bremizia, quindi via Roma). Sarà però zona di civili abitazioni che non riuscirà mai, nel corso del secolo, a spostare l'importanza, economica, dell'asse originario nord-sud. Dal lato ovest, però, si snodava il percorso della strada per Città di Castello, che rivestiva una certa importanza negli scambi commerciali intercomunali. Ma era fonte di continue preoccupazioni perché, specie nel tratto sotto Montalto, passava molto vicino al Tevere: nel gennaio del 1802 una grossa piena "ha strappato la strada provinciale a Montalto", come disse il gonfaloniere scrivendo a Perugia per avere soccorsi. A Niccone, la strada per Città di Castello subiva una diramazione verso il marchesato di Sorbello, in terra toscana, ed assumeva una certa importanza anche dal lato economico, se non altro per il commercio di castagne. Subito dopo il ponte sul Tevere si apriva invece la strada che conduceva alla Badia di Camaldoli (Montecorona). Da qui iniziava la mulattiera verso Perugia che, arrampicandosi fino alle case di Ferranti, piegava a sud-est, costeggiando la base nord di Montacuto per scendere verso il Nese.

Nel 1814, primo anno dell'avvenuta restaurazione, l'amministrazione comunale, pur "provvisoria", si preoccupò di riassettare le strade e redigere norme per il loro mantenimento.

Una prima decisione fu presa nella riunione consiliare del 30 novembre 1814: il divieto di far sostare i maiali in branco sulle massicciate e imbrecciate delle strade recentemente sistemate e specialmente sul marciapiedi contiguo alla casa Mavarelli che era adiacente alla chiesa di S. Erasmo (ora Gnoni), sulla strada dall'odierna piazza Marconi alla Collegiata. Nel 1819 si discusse su riparazioni d'urgenza da farsi ad alcune strade comunali: - per Montone, identica al percorso odierno tranne che nei primi trecento metri.

- delle Case Nuove, che porta a Gubbio. Seguiva, da principio, il tracciato ancora esistente. Dall'odierna pineta, attraverso il vallone, saliva direttamente al castello di Civitella.

- quella "del Molinello, che porta a Città di Castello per la via più breve".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le strade di grande comunicazione esterne a Fratta avevano il fondo in terra battuta e nella stagione invernale si deterioravano molto: di qui il continuo pensiero per il comune di dover imbrecciare lo strato superiore. Venivano usati semplici sassi del Tevere che alcuni operai spezzavano, uno ad uno. con il martello, seduti a cavalcioni del cumulo che si andava formando. La prima notizia riguardante la manutenzione di queste strade risale al 1832, quando il consiglio comunale, il 1° febbraio, decide di "imbrecciare la strada del Mercato dalla Porta alla Fonte dei cavalli" (odierno tratto da piazza Marconi all'inizio di piazza Caduti del Lavoro); ... di imbrecciare di fondo la strada delle Case Nuove (via Roma) incominciando dalla chiesa Collegiata, ... la strada del Molinello .... E quindi la strada del mercato, incominciando dalla porta fino alla croce dei Padri Osservanti. Da questo punto fino al fosso Rio (confine con Montone) imbrecciando di tratto in tratto ove c'è più bisogno. Nel 1860 la situazione viaria del nostro comune non è delle migliori. La costruzione delle strade era viziata dall'economicità, l'imbrecciamento veniva fatto solo vicino al paese, mancavano i ponti. Il turista inglese Adolfo Trollope descrive una situazione estremamente disagevole. Ci dice che non era preoccupato solamente della strada, ma anche di quei "luridi uffici papali di frontiera", con comandanti insolenti e servili che facevano prima gli smargiassi, poi si facevano corrompere. Il Trollope, andando a Gubbio, racconta ciò che vedeva dal finestrino della diligenza. Arrivato alla Fratta aveva chiesto lo stato della strada per Gubbio e al caffè di piazza gli risposero che a un certo punto, paludoso, sarebbe stato necessario il "trapelo", la "stroppa' di un'altra bestia.

 

 

 

 

 

 

 

Per migliorare la viabilità della zona sud del paese ed il servizio della propria azienda agricola di Montecorona il marchese Filippo Marignoli fece domanda nell'anno 1878 di poter costruire un ponte di legno sul fiume Tevere. In data 27 ottobre il prefetto inviò il decreto di autorizzazione. Ma il ponte in quel tempo e in quel luogo non fu più costruito. Il progetto venne ripreso negli Anni Venti del secolo scorso e fu costruito poi nel 1927 dirimpetto alla badia di Montecorona.

Nel 1899 si costruì la strada per la Badia, primo tratto del collegamento fra Umbertide e Ponte Nese, in base al tracciato odierno.

Sempre nel 1899 terminò la costruzione dei giardini pubblici dietro la Collegiata, con la collocazione di sedili che costarono 126 lire in totale.

Nel 1890 si sistemò la piazza del foro boario per renderla più funzionale al mercato delle bestie del mercoledì. Nel 1861 fu aperto il servizio telegrafico.

Nel 1886 fu inaugurata la Ferrovia dell'Appennino Centrale.

 

 

 

 

 

 

Fonti:

- Renato Codovini - "Storia di Umbertide - Vol. VII - Sec. XIX" . Dattiloscritto inedito.

- Calendario di Umbertide 2000 - Ed. Comune di Umbertide - 2000.

Testi a cura di Adriano Bottaccioli, Walter Rondoni, Amedeo Massetti e Fabio Mariotti.

 

 

 

 

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Tronchi appoggiati ad un pilone del ponte dopo le piene. Nell''800 esisteva ancora la tassa per la raccolta delle legne del ponte.
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1905. La corriera a cavalli Città di Castello - Perugia (Foto Luigi Codovini)
Dal libro "Umbertide nelle immagini - dal '500 ai giorni nostri", a cura di B. Porrozzi
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Pàrise, uno degli ultimi "ciaccabreccie"
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Vecchia immagine dell'azienda agricola di Montecorona (Foto famiglia Pacifici)
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1890. Il personale del deposito posa sulla locomotiva Couillet
(Fototeca Tacchini - Città di Castello)
Copertina del Calendario di Umbertide 2000
 
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Mauro Mavarelli
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Diritti di segreteria comunale nel 1881
 
 
 

LE ATTIVITA’ ECONOMICHE E PRODUTTIVE

 

 

L'agricoltura

Dalla statistica del 1870 si può rilevare che l'agricoltura umbra era, intorno a quegli anni, del tutto primitiva. L'attività dei contadini era la stessa di tre secoli prima, scarsamente produttiva. Il rapporto grano seminato/grano raccolto era 1 a 3 e l’allevamento era prevalentemente ovino.

Fra i pochi documenti del periodo, due inventari della più grande azienda del tempo, quella dei frati Camaldolesi di Montecorona. Sono del 1805 e del 1832. La lettura fa capire che qualcosa di importante è avvenuto nella prima metà del secolo. Nel 1805 troviamo l'esistenza di 197 bovini, il che sottintende una certa produzione cerealicola. Nel 1832 invece i bovini sono ridotti a una dozzina, indice di una produzione cerealicola ridotta quasi a zero; troviamo invece l'esistenza di centinaia e centinaia di pecore e suini, testimoni di un totale cambiamento nella conduzione agricola. Se consideriamo che la maggior parte delle terre coltivabili era, nei primi anni del secolo, in mano agli enti ecclesiastici e che nel 1810 i francesi abolirono tutte le comunità religiose incamerandone i beni, rimane da pensare che lo sbandamento subìto da quella grande azienda, estendibile alle altre simili, sia per lo meno conseguenza della soppressione. Ci dice anche che il lungo periodo della restaurazione pontificia non seppe porre rimedio a quello stato di cose. lasciando i contadini in balìa di se stessi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con l'inizio del secolo, a quanto risulta dal nostro archivio comunale, si comincia a coltivare il tabacco. La prima notizia risale al 10 maggio 1802. E' una disposizione del delegato apostolico di Perugia: rende noto che il coltivatore di questa pianta deve far saper "in quale terreno la vuol lavorare" e pagare un'imposta detta della "foglia del tabacco". Un altro cenno lo troviamo nell'anno 1814: una lettera che il Maire di Fratta, Domenico Reggiani, scrive all'amministrazione provvisoria pontificia di Perugia per chiedere l'autorizzazione a coltivare il tabacco anche avendo una superficie minore delle quaranta are richieste, altrimenti "le piante di tabacco non potranno essere quivi in alcun modo coltivate". La richiesta ci lascia capire che, molto probabilmente, negli anni precedenti, questa coltivazione non era iniziata.

 

 

 

 

 

 

 

 

Altra coltura nuova, avviata forse all'epoca, è quella del "guado" (pianta erbacea, alta circa un metro, a fiori gialli, dalle cui foglie si ricava una sostanza di colore azzurro usata nell'arte della tintoria) e Perugia consiglia di iniziarla scrivendo al Maire il 25 aprile 1812 e dandogli accurate istruzioni in merito. I terreni, lavorati da una famiglia, sono divisi in poderi composti da tre o quattro "rubbia" fino a quindici e sedici. Ciascun podere ha un paio o due di "bovi" da lavoro, una o due vacche, una ventina di pecore e al monte una ventina o una trentina di capre ed anche una porzione di quattro, sei, otto "rubbia" di macchia acerrata o cerquata per nutrire i maiali. Di questi se ne tiene qualcuno anche nei poderi al piano, allevandoli con le ghiande delle querce sparse sui terreni lavorativi. Il valore di ogni podere è dai cinquecento ai tremila scudi. Il fruttato si desume dalla rendita a grano, vino, olio, bestiame, canapa. Il rimanente, cioè granturco e legumi, si trascura perché serve alle spese di amministrazione, bonifica e mantenimento delle piantate e delle case del podere, dato in affitto, enfiteusi o colonia.

Si lavora il terreno con l'aratro e col perticale. Nel piano si usa più il perticale che l'aratro. Si adopera anche la vanga, ma solo per i campi da canapa e per "ripurgare" i fossi. Sui monti si ricorre alla zappa quando il terreno è troppo in pendio e non è accessibile ai buoi con l'aratro. Gli affittuari hanno la libertà di stare dove vogliono. I coloni non possono lasciare il podere senza una disdetta fatta almeno dieci mesi prima. Per le sementi di grano il terreno viene lavorato tre o quattro volte; sul finire dell'inverno si piantano nelle maggesi granturco e legumi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A settembre si fanno altri due interventi, quindi si semina il grano ricoprendolo di terra con zappe o con rastrelli. I concimi sono gli escrementi del bestiame mescolati a paglie e strami infradiciati, usati in precedenza da lettiere per gli animali. Gli escrementi migliori sono quelli di pecora, dei buoi e delle bestie da soma.

Dal censimento del 1818:

- bestiame vaccino o cavallino ......... capi 1.820

- maiali, pecore e capre ......…......... capi 22.160

- valore catastale del territorio ......... scudi 600.000

Nei totali sono comprese le aliquote di Preggio. Un'altra statistica, molto dettagliata, la troviamo nell'anno 1826. Fornisce le quantità prodotte, consumate, i prezzi, l'esportato e, soprattutto, dà l'elenco dei generi più diffusi: grano, granturco, farro, fava, fagioli, ceci e cicerchie, lenticchie, orzo, biada e avena, riso, lupini, patate, castagne, olio, fieno, lana, lino, canapa, seta in bozzoli, vino, miele grezzo, frutta diversa. Animali: buoi, vacche, vitelli, muli e somari, animali neri (i maiali), pecore e agnelli, capre e castrati.

Nei primi di giugno del 1837 ci fu pericolo che mancasse il grano e il gonfaloniere chiese ai "migliori possidenti di terreno del paese" un loro contributo. I proprietari più ricchi erano Giambattista Gnoni, Domenico Mavarelli, Giovanni Vibi. Giuseppe Rampagni, Giuseppe Ferranti, Giovanni Giovannoni. Francesco Crosti, Luigi Santini, Francesco Santini, Lorenzo Casilli, Domenico Giulianelli, Andrea Ticchioni, Agostino Bettoni, Sebastiano Bebi, Dionisio Squartini.

La produzione dell'uva (si piantano 160 viti ogni 100 metri) aveva anch'essa il suo punto debole nella precoce vendemmia, contro cui si fece tanto nel secolo. Dal 1860 comunque l’uva gode di maggiore protezione, grazie all'uso di una polvere anticrittogamica da dare alle viti. La pubblicità del tempo la reclamizza a livello di miracolo, è venduta da una ditta di Milano, costa venti lire al quintale, come un quintale di grano tenero. Sul finire degli Anni Sessanta si continuano a piantare mori-gelsi per le foglie, richieste dai produttori dei bachi da seta.

 

L'industria

L'attività rivolta alla trasformazione dei beni, che va sotto il nome di industria, ha da noi agli inizi del secolo una consistenza artigianale. Il lavoro si svolge facendo perno sul nucleo familiare, aiutato al massimo da due o tre garzoni o operai. Di alcuni opifici abbiamo documenti solo dopo il 1820, riguardanti esclusivamente l'arte molitoria.

Le lavorazioni artigianali esistenti in Fratta in questo periodo erano inoltre quelle dei vasai, dei fornaciai, dei fabbri ferrai. Ce n'erano tre diverse specie: il fabbro ferraio che aveva la bottega ed eseguiva grandi opere di ferramenta; il magnano, che ha l'officina ma esegue piccoli lavori come chiavi, serrature, gàngheni - allora detti scàncani - catorci, stanghereccie; il marescalco gira per la campagna con i suoi arnesi, esegue lavori da fabbro, come il magnano, e mette i ferri agli zoccoli delle bestie. Fornaciai e vasai avevano i loro laboratori nel Borgo di Sopra; i fabbri nel Borgo di Sotto (piazza San Francesco). Dei nove molini esistenti nel comune solo due si trovavano in paese: uno quasi a ridosso delle mura castellane, in località Molinaccio, lungo le rive del Tevere; un altro circa ad un chilometro di distanza, in località "il Molinello". Erano entrambi di proprietà di Agostino Cambiotti.

Altra produzione di media importanza era quella delle due o tre fornaci di laterizi. A Santa Maria ne è esistita una fino a non molti anni indietro e svolgeva una discreta mole di lavoro. Le fornaci fabbricano articoli classici quali mattoni, pianelle da tetto, coppi e tegole. Lavoravano la calce e soprattutto molte specie di quei mattoni "scorniciati" con i quali si usava fare le linee di rifinitura delle case più modeste.

Una fabbrica di vasellame vario era gestita da Serafino Martinelli, che troviamo fino dal 1802, ma la sua è la più antica famiglia di vasai di Fratta, risalendo al XV secolo.

Nel settore della lavorazione del ferro prosegue l'attività della famiglia Gigli, mentre troviamo per la prima volta il nome dei Mazzanti che andranno avanti fino agli Anni Trenta del Novecento.

E’ dell'anno 1827 la prima statistica sulle industrie di Fratta, commissionata dall'autorità di governo di Perugia.

 

Manifattura dei drappi di lana

Non vi è in questo Comune una regolare fabbricazione dei drappi di lo lana; si lavorano soltanto da varie tessitrici le saie e le mezzolane; parte dei quali servono per proprio uso e parte ne vendono agli agricoltori, nelle fiere e nei mercati.

 

Fabbrica di vasi di terra di Girolamo Chimenti

Vi lavorano tre uomini e due ragazzi. Ogni uomo prende baiocchi 14 e mezzo al giorno. I ragazzi baiocchi 4 al giorno. Si pagano a giornata e a volte anche a settimana. Si adopera terra di cava, di fiume e piombo bruciato.

 

Fabbrica di vasi di terra di Serafino Martinelli

Impiega uomini 6 che prendono baiocchi quindici al giorno. Impiega ragazzi 3 che prendono baiocchi 4.

 

Fabbrica di pettini d'osso di Luigi Cerulli

Impiegano due uomini, uno prende baiocchi 30 al giorno; l'altro baiocchi 10. Impiegano un ragazzo al quale si da uno scudo all'anno. Produzione: pettini per “pulizzare” la testa, pezzi 6.650; pettini da donna, di moda, pezzi 70; pettini da parrucchiere, pezzi 300. Totale pettini 7.050. Si vendono nelle città vicine e si "esportano" in Romagna.

 

Fabbrica di seta di Luigi Santini

Si impiegano due uomini che prendono baiocchi 15 al giorno; ci sono poi 12 donne pagate le maestre baiocchi 22 al giorno e le altre baiocchi 15 al giorno. Lavorano 4.000 libre di bozzoli all'anno, comperati tutti nel paese di Fratta.

Producono seta di ottima qualità, che va sotto il nome di seta di Fossombrone.

 

Fabbrica di seta di Antonio Igi

Vi lavorano un solo uomo e otto donne. Compra libbre 2.000 di bozzoli e produce seta in trama d'organzino per libbre 166 l'anno, per un importo di scudi 415 l'anno.

 

Fabbrica di cappelli di Mattia Codovini

Impiega tre uomini che prendono uno baiocchi 25 il giorno, altri due baiocchi 18 il giorno; le due donne baiocchi 12 al giorno e due ragazzi che prendono la spesa mediocre in cibo. Si usa lana di pecora nostrale libbre 1.500 e n. 100 pelli di lepre ogni anno. Si producono 1.800 cappelli "ordinari " e 24 cappelli "fini ". Si "spacciano" a Perugia, Assisi e Città della Pieve.

 

A partire dagli Anni Quaranta del secolo si ha notizia della piccola fabbrica a conduzione familiare dei fratelli Martinelli, che produceva organi da chiesa, sorta nel 1845. Era proprietà di Antonio e Francesco.

Nel 1848 il governo pontificio introdusse il libretto di lavoro per i giovani, riguardante tutti gli operai al di sopra quindici anni.

Molte famiglie di Fratta, soprattutto i casenghi, si adoperavano nella produzione della seta. L'allevamento dei bozzoli durò fino agli Anni Trenta del Novecento, quando le fibre artificiali non lo resero antieconomico.

Nel 1861 troviamo un elenco degli artigiani quale risulta dai libretti di lavoro (istituiti alcuni anni prima): vasai 12, operai - garzoni di vasai 3, calzolari 2, fabbri 7, falegnami 3, sarti 3, garzoni e giovani d bottega 8.

La categoria artigiana più importante e consistente è sempre quella dei vasai e fornaciai.

La statistica del 1871 ci dice che in quell'anno gli addetti all'industria erano in tutta la provincia il dieci per cento della popolazione.

Negli Anni Ottanta (del 1800) troviamo ad Umbertide uno stabilimento tipografico, proprietà di Agostini e Tommasi.

 

Risale al 1880 una seconda statistica:

- Molino in Umbertide di proprietà Luigi Santini. Ha tre macine, è mosso dall'acqua, macina otto mesi all'anno grano, granturco, olive.

- Molino detto "il Molinello" di proprietà Ciucci, in situazione di fallimento. Dista un chilometro da Umbertide, ha tre macine, è mosso dall'acqua, macina otto mesi all'anno grano. granturco e olive.

- Molino detto "Vitelli" di proprietà del Marchese Rondinelli. distante da Umbertide quattro chilometri. Ha tre macine, è mosso dall'acqua, macina sette mesi l'anno per mancanza di acqua.

- Molino detto "di Casa Nuova" alla Badia, di proprietà Marignoli. Ha cinque macine e macina cereali tutto l'anno. Molino all'interno della Badia di proprietà Marignoli. Ha una sola macina e macina sette mesi l'anno per mancanza di acqua.

- Molino detto "dell'Assino" di proprietà di Anacleto Natali. Dista dal paese due chilometri. Ha tre macine e macina tutto l'anno.

- Molino di Pierantonio di proprietà Florenzi (il marchese, marito di Marianna Florenzi, di Ascagnano). Ha due macine. Macina sette mesi l'anno.

- Molino di proprietà Florenzi (altro). Ha due macine. Sette mesi all'anno.

- Molino di Paolo Sarti a Montecastelli. Dista dal paese quattro chilometri. Ha due macine, macina sette mesi l'anno, solo cereali.

- Molino della Serra. Proprietà della Cassa Ecclesiastica. Dista cinque chilometri dal paese. Ha tre macine. Macina cereali tutto l'anno.

Tutti questi molini macinano 33.400 ettolitri di farina di grano, granturco e pochi cereali.

 

 

Il commercio

Punto principale di ritrovo, nei giorni di mercato e di fiera, era il "campo bovario" ove si svolgeva la compravendita degli animali da lavoro, bovini ed altri. I mercati settimanali del mercoledì hanno inizio fin dalla metà del XVI secolo. Le fiere, in Fratta, si svolgevano il 1° di giugno, vigilia della festa di S. Erasmo, e nei giorni 6 e 7 settembre, vigilia della ricorrenza dell'8, la festa della Madonna. Fiere si tenevano a Sorbello il 20 giugno; a Reschio il 22 luglio (era importante per le bestie minute); a Montalto l’11 luglio (rinomata per i bovini). Luogo di commerci era una località chiamata fin dal XIV secolo, "il prato del comune", lo spiazzo alla fine del ponte sul Tevere (odierna zona del distributore di benzina) che arrivava all'inizio della strada per la Badia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo mercato delle bestie bovine resterà ancora lì fin verso il 1818-1820, quando, allargata la piazza, si spostò sotto la Rocca, dove rimase fino al 1940 circa. Il cambio fu reso necessario per garantire scorrevolezza del traffico verso la Toscana e Città di Castello, in sviluppo crescente. Le località interne dove si svolgeva il mercato settimanale, per rutti gli altri generi, erano le strade del paese e la piazza davanti alla chiesa di S. Erasmo chiamata, fin dal XIV secolo, "il Mercatale".

Altri beni erano venduti in piazza S. Francesco, nella piazzetta centrale (piazza Matteotti) detta "del grano" e in qualche altra via. Erano comunque località che ogni tanto venivano cambiate, a seconda degli interessi contingenti del comune e delle richieste della popolazione.

Si potevano trovare, oltre ai cereali, prodotti dei campi ora non più coltivati, come il lino e la canapa che servivano per la biancheria; il canapone, usato per grossi telami e per le corde; cordami di ogni genere, prodotti in paese; grandi quantità di vasellame e brocche in terracotta (allora non c'erano industrie che producevano tegami in metallo).

All'inizio del 1800 la vendita dell'olio commestibile aveva una diversificazione nei prezzi: otto baiocchi la libbra per i poveri e dieci baiocchi per "gli abitanti comodi". In quale maniera si era arrivati a stabilire tale diversificazione non lo sappiamo, ma è certo che veniva attuato un discreto controllo. Si era stabilito che dovevano esserci due "spacci di olio", che questo fosse "sempre chiaro, purgato e che non puzzi", venduto a due quattrini in più che a Perugia. Gli spacci dovevano restare aperti fino a un'ora di notte. Era libero il commercio delle castagne fin dal 1802, dei generi di pizzicheria e di macello, ma le disposizioni potevano variare di anno in anno.

La vendita del pane (il cosidetto "spiano del grano") era soggetta a privativa, cioè era una vendita controllata dal comune, nel proprio forno, e riguardava sia il "pan venale", comune, sia quello "bianco" per uno scopo calmieratore, perché non costasse troppo, visto che era il genere di maggior consumo. Una certa regolamentazione riguardava anche la carne di pecora, da vendersi al "macello della carne bassa". Si vendeva a baiocchi tre la libbra, solamente da giugno a dicembre, rispettando quindi il periodo di riproduzione dell'animale. Molto diffuso era il commercio degli stracci e quello alimentato dalla produzione dei bachi da seta. Questi mangiavano la foglia dei mori (gelsi) e quindi in Fratta era sviluppato il relativo traffico. Anche il comune, che possedeva diversi gelsi situati sotto le mura castellane, ne vendeva le foglie in blocco, con asta pubblica.

La ricezione dei forestieri era assicurata da alcune locande che avevano anche qualche camera per la notte. Nel 1810 una era tenuta da Antonio Beacci, un'altra da Carlo Tancredi. La migliore però sembra fosse quella di Pietro Romitelli che (quando all'inizio del secolo ci fu quel gran passaggio di soldati) riusciva a dare da dormire anche a quindici persone per le quali era aperto perfino il servizio di ristorante.

Dal 1806 troviamo notizia del servizio del postiglione, cioè del servizio di corriera, per Perugia, che doveva varcare a guado il Tevere a Ponte Pattoli. Il postiglione, detto anche "il posta", si chiamava Bernardino Lisi, faceva il viaggio due volte la settimana con passeggeri, pacchi e corrispondenza. Lo ritroviamo in questo suo lavoro nel 1809 ed è pagato dal comune con otto scudi l'anno, corrispostigli a trimestri. Nei patti ha l'obbligo di portare gratuitamente la cassetta con i denari che il comune versava a Perugia, come pure le lettere e i plichi della comunità.

Nel 1818 venne introdotta la regolamentazione del commercio all'ingrosso e al minuto.

Dal 1824 fu disciplinato il trasporto merci con un documento accompagnatorio che si chiamava "bolletta di circolazione", emessa dalla dogana della città di partenza e comprovante l'avvenuto pagamento del dazio.

Nel 1834 troviamo la prima notizia relativa allo "spacciatore" di sali e tabacchi, allora compresi tra i "generi regali" in quanto di saldo monopolio statale. In Fratta lo "spacciatore" era Giuseppe Perugini e il suo ufficio dipendeva dall'amministrazione dei sali e tabacchi di Ancona. In quest'anno viene fatta un'altra richiesta per l'apertura di un secondo spaccio: da Ancona chiedono informazioni al priore di Fratta, Giovanbattista Gnoni, ma questi, che conosce bene il Perugini, non dà l'assenso, perché, dice nella risposta, "non si può fare un torto simile allo spacciatore sig. Perugini".

 

Durante i mercati settimanali i venditori ambulanti mettevano i loro banchi nella piccola piazza centrale e nelle vie adiacenti senza rispettare alcun ordine. Ciò era causa di continue risse sulla precedenza relativa alla posizione migliore, per cui, nella riunione del 21 agosto 1848, l'amministrazione comunale decise di porre rimedio, stabilendo i posti nelle varie piazze del paese e facendo raggruppamenti a seconda della natura merceologica dei prodotti in vendita. Piazza S. Francesco per grano, granturco e legumi; piazza della Rocca per le castagne fresche, secche ed i vasi di terracotta di territorio estero; le scarpe e i cappelli nei punti più spaziosi delle contrade di Castel Nuovo (dalla Piaggiola a piazza Marconi) e del Boccaiolo; ortaggi, frutta, canapa, corda e banchetti di ballottari (venditori di caldarroste) nella piazza dell'orologio lungo il caseggiato, lasciando libera la linea della strada provinciale; l'erba fresca e secca per i bestiami nella piazzetta davanti casa Giovannoni (era posta alla fine della discesa che conduce a piazza S. Francesco; ce n'è ancora una piccola parte, ma prima della ferrovia a linea elettrica era più grande) senza intralciare la strada. Il pesce di mare e di lago nel vecchio macello pubblico (all'inizio del ponte sul Tevere e del ponticello sulla Reggia, per andare a S. Francesco). I polli e le uova, nonché i banchi di merceria nei soliti locali senza innovazione (strada interna del paese).

Il ghiaccio, sempre venduto durante il secolo, veniva adoperato nei locali pubblici, ma anche all'ospedale. Non essendoci ancora frigoriferi per la sua produzione (ad Umbertide la prima macchina di questo tipo arriva agli inizi del `900), in inverno pressavano la neve caduta in buche del terreno di solito in montagna. Il ghiaccio veniva poi portato in paese con i carri, confezionato m piccoli blocchi irregolari. Nell'anno 1878 un venditore di Città di Castello si offrì di vendere il ghiaccio a Umbertide. Non c'era ancora la ferrovia e quindi per arrivare in tempo avrebbe dovuto viaggiare tutta la notte. Chiese un compenso al comune, ma ciò gli fu negato.

Fonti:

- Renato Codovini - "Storia di Umbertide - Vol. VII - Sec. XIX" . Dattiloscritto inedito.

- Calendario di Umbertide 2000 - Ed. Comune di Umbertide - 2000.

Testi a cura di Adriano Bottaccioli, Walter Rondoni, Amedeo Massetti e Fabio Mariotti.

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Buoi in un'azienda agricola (Foto Giulioni Alfiero)
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Al lavoro sul tabacco (Foto Beppe Cecchetti)
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Lavoratori agricoli con la vanga (Foto Archivio fotografico Comune di Umbertide) 
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1894. Marchio della fornace situata nella zona di Santa Maria
(Dal libro "Umbertide nelle immagini . dal '500 ai giorni nostri -
a cura di Bruno Porrozzi).
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Foto aerea della zona dove oggi c'è il parco Lido Tevere.  Fino al 1820 in questa zona si svolgeva il mercato del bestiame prima che fosse spostato sotto la Rocca
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1872. Genesio Perugini. Progetto del nuovo mercato coperto dei cereali in piazza San Francesco
(Dal libro "Umbertide nelle immagini - dal '500 ai giorni nostri" - a cura di Bruno Porrozzi) 
 

POPOLAZIONE, SANITA’ E SERVIZIO POSTALE

 

La popolazione

Agli inizi del secolo Fratta era un piccolo paese che, fra il nucleo centrale ed i borghi Inferiore e Superiore, contava circa novecento abitanti, divisi nelle parrocchie di S. Erasmo e S. Croce unite (cioè i due borghi esterni) e quella di S. Giovanni Battista, che era la Cura del castello entro la cerchia delle mura. Al giro di boa del secolo quasi tutte le persone hanno un cognome; probabilmente solo due o tre su cento non l'avevano ed erano chiamate, com'era costume, con un soprannome che di solito faceva riferimento al patronimico, al luogo di provenienza, a difetti fisici, alle qualità.

Fra i cognomi che girano il XVII secolo ed entrano nel 1800 troviamo Anticoli, Agostini, Bruni, Burelli, Bertanzi, Brischi, Ciceroni, Caneschi, Caracchini, Ciangottini, Cambiotti, Dell'Uomo, Franzi, Fornaci, Gigli, Igi, Manzini, Majoli, Mazzaforti, Martinelli, Mancini, Moriconi, Magnanini, Mavarelli, Mulinari, Magi Spinetti, Natali, Paolucci, Passalboni, Pucci, Perugini, Pasquali, Reggiani, Santini, Savelli, Scarpini, Scagnetti, Vespucci, Wagner.

Nei decenni successivi si passerà dai novecento abitanti ai 1.100/1.200: questi aumenti non dipendono da una costante progressione, ma da spostamenti casuali oppure da errati accertamenti legati a tassazioni o a riparti di spese. Casi questi in cui a volte avveniva che certe famiglie del centro non erano considerate nel conteggio, mentre potevano figurare famiglie della campagna.

Nel 1811 ritroviamo novecento abitanti; nel 1812 il Maire Magnanini dice "circa 1.000 abitanti" e dopo qualche giorno corregge a 790. Nel 1814 ne sono registrati 993, divisi in 196 nuclei, con una media di cinque persone a famiglia. Nel 1833 abbiamo un primo "stato delle anime", rilevazione statistica voluta dal vescovo, fatta dai parroci casa per casa e quindi abbastanza attendibile. Da questa veniamo a sapere che gli abitanti del paese sono 825 riuniti in 205 famiglie, con una media di 4 persone a famiglia. Di queste, 140 appartengono alla parrocchia di S. Erasmo e S. Croce unite e 65 famiglie a quella di S. Giovanni Battista. Altra statistica è relativa alle cresime che si facevano ogni tre o quattro anni, di solito in Collegiata. Nell'anno 1848 il vescovo di Gubbio, mons. Giuseppe dei conti Pecci, si trova a cresimare 105 ragazzi, 53 maschi e 52 femmine. Dieci anni dopo, nel 1858, saranno 60 maschi e 62 femmine, il numero maggiore di cresimandi trovato a metà secolo. Quanto alla popolazione dobbiamo distinguere fra il comune vero e proprio e lo stesso aumentato degli appodiati. Trovare il numero degli abitanti è cosa un po' complessa. Nei primi anni del secolo infatti non abbiamo Civitella Ranieri che apparteneva a Gubbio; poi c'è uno scambio di ville (frazioni) con Città di Castello. Nel 1812, nei primi mesi, non abbiamo Preggio, oggetto di uno scambio con Perugia, per cui questi dati sono riferiti a superfici del nostro comune diverse in vari momenti e quindi impossibili da confrontare. I dati comunque ci dicono che nel 1810 il comune ha 8.720 abitanti; nel 1812 ci sono, in febbraio, 7.277 abitanti, in maggio 8.630 e in luglio 7.480. Nel 1818 vengono riportati 4.000 abitanti per il comune e 9.000 per gli appodiati Preggio e Poggio Manente, portando così il totale a 6.000 unità. Nell'anno 1833 abbiamo inoltre settanta unità poderali, nei due Piani, di Sopra e di Sotto, mentre nello "stato delle anime" del 1860 troviamo che le unità poderali sono salite a 95.

Arriviamo così all'anno 1860, quando termina il periodo della restaurazione e Fratta rientra sotto la giurisdizione piemontese. Ora conta 1.300 abitanti. Ci sono poi le università appodiate (frazioni), Preggio, Civitella Ranieri e Poggio Manente (quest'ultima comprendeva anche la villa di Pierantonio), dove abitavano altre 2.900 persone, divise in 15 parrocchie. La superficie totale del comune è di 19.070 ettari, con una densità di una persona ogni due ettari circa. Di questa popolazione la più numerosa (ottanta per cento) è in campagna, mentre il venti per cento vive nei centri urbani. Ciò contrasta con la media della regione da cui risulta che la popolazione accentrata è il 51 per cento, quella sparsa (contadini) il 49.

Dai successivi censimenti si nota un leggero aumento della popolazione. Dai 9.400 abitanti del 1860 ai 10.170 del 1861, crescendo via via fino a raggiungere le 10.838 unità del 1865 (con 1.615 famiglie), le 10.983 del 1871 e le 11.537 del 1896. La media degli abitanti per famiglia è, verso i1 1870, di 6,70. La differenza numerica fra i sessi è opposta all'odierna: nel 1861 i maschi sono 537 più delle femmine e la differenza va via via diminuendo fino al 1865, quando gli uomini sono 402 più delle donne.

Per la provincia il censimento del 1871 segna un aumento della popolazione nei centri urbani e quindi, in parallelo, uno spopolamento della campagna, mentre nel nostro comune la crescita nei primi dieci anni (1861-1871) è proporzionata, mantenendo il rapporto di uno a quattro fra paese e campagna. Come conseguenza il rapporto terreno/abitanti è ora sceso, per Umbertide, a ettari 1,73 per abitante. Corrisponde ad una media di 57 abitanti per chilometro quadrato, leggermente più alta della corrispondente densità della regione, che è di 55 abitanti, ma inferiore alla densità del regno, 84 abitanti per chilometro quadrato. Ulteriori cifre ci dicono che, nel 1878, gli abitanti del solo paese erano 2.396; nel 1880, 2.500; nel 1898 tutto il comune contava 13.683 abitanti.

Visto che i contadini seguirono la tendenza di lasciare la campagna, il paese forse aveva poco da offrire a causa di un'economia alquanto povera. Da ciò agricoltura come attività principale, artigianato e terziario del paese come occupazioni secondarie.

La sanità

All'inizio del 1800 è medico condotto in Fratta il dott. Domenico Reggiani ma, a fine giugno, rinuncia perché il comune lo paga con gli "assegnati" (era una carta moneta emessa dal governo francese fin dal 1790, una specie di buono del tesoro, con un valore nominale da mille franchi, al tasso del cinque per cento), mentre lui vorrebbe essere pagato in denaro "cantante". Viene per questo emesso dal comune, il 1° luglio, un bando pubblico per coprire il posto vacante. I quattro concorrenti (i dottori Rossi, Carleschi, Santicchi e Bacocchi) ebbero dal consiglio comunale lo stesso numero di voti, 14 favorevoli e sei contrari, per cui si dovette fare un ballottaggio che vide eletto il dott. Rossi. Questi tuttavia non accettò e tutto rimase sulle spalle del dott. Giuseppe Magnanini, medico condotto della campagna intorno al paese, il Piano “di Sopra” e quello "di Sotto". Lo ritroviamo fino al 1808, riconfermato più volte, per periodi di due o tre anni.

Intanto, nel 1801 si cominciò a parlare di "morbo epizootico bovino", malattia infettiva che veniva dalle Marche. Nel 1804 il vaiolo, patologia epidemica che trovava un tessuto umano non attrezzato per sostenere i suoi violenti attacchi ed una scienza impreparata, fece molte vittime, specie fra i più poveri.

E' un continuo succedersi di malattie, "1'idrofobia dei cani" fino al 1808, la "schiavina dei lanuti" fino al 1811, un rincorrersi ed accavallarsi delle stesse che non dava respiro e teneva in agitazione la popolazione.

Nel 1811 esisteva in Fratta, voluto dall'amministrazione francese di Perugia, un servizio gratuito per le donne partorienti chiamato la "Società materna".

Nel 1812 erano già iniziate le vaccinazioni anti-vaiolo, ma la loro introduzione era difficilmente accettata dalla popolazione, che, in maggioranza indigente, voleva in casa solo il "medico dei poveri", le cui visite erano gratuite. Ma anche lui aveva difficoltà ad imporre le nuove tecniche. Nel 1815 il medico condotto di Fratta è ancora il dott. Giuseppe Magnanini, aiutato dal dott. Sensi, ma il primo a mettersi all'erta è il veterinario Pietro Crosti, mandato a fare ispezioni nelle campagne per un nuovo sospetto di epidemia degli animali neri, cioè dei suini. L'anno successivo (1816) anche Magnanini e Sensi vengono chiamati a svolgere opera straordinaria in quanto c'è un risveglio delle malattie comuni quali "le febbri gastriche e nervose, il tifo petecchiale e altre". Il comune si decide a fare un manifesto al pubblico consigliando di lavarsi bene e tenere le mani pulite.

All'inizio della primavera del 1817 infierisce il tifo in tutta la provincia, specialmente in Perugia. A luglio il tifo c'è ancora in Fratta e solo in settembre si avrà una diminuzione dei casi. Legato alla malattia compare sempre un altro "male" che si chiama fame: in un anno miete sei persone e probabilmente, stante la disinformazione, non sono le sole.

Altro grattacapo è provocato dalla "rabbia dei cani". Ci sono molti randagi e il comune notifica a tutti i barbieri e calzolai di tenere fuori della loro bottega una ciotola di legno piena d'acqua pulita, da cambiare ogni giorno, per dissetare queste bestie (forse pensavano che fosse legata alla mancanza d'acqua da bere).

 

Nel 1820 chirurgo condotto di Fratta era il dott. Giuseppe Giannini, di Città di Castello. Sia lui che gli altri sanitari di Fratta non erano però soddisfatti né dello stipendio né del troppo lavoro; preferivano visitare i malati più danarosi e trascuravano le categorie meno abbienti.

Nel 1823 il chirurgo condotto scrive al comune di volersene andare perché ha trovato "una condotta di maggior lucro". Per farlo restare i magistrati di Fratta gli aumentano lo stipendio da ottanta a cento scudi l'anno. Il medico condotto passerà da 120 a 150 scudi l'anno.

Nel 1831 arrivò il colera. Nel 1835, dalla Toscana e dallo stato di Urbino, imperversò di nuovo, spezzò il cordone sanitario e giunse a Fratta ove infierì fino al 1836. Fu istituita una nuova commissione sanitaria, presieduta da Domenico Mavarelli, che andava per le case a verificare l'esistenza di un "luogo commodo" (cioè la latrina) e se avevano "lo sciacquatore". Da un rapporto dei medici del paese, del 1849, si ha notizia che le malattie più diffuse erano reumatiche e gastriche; inoltre difterite, diarree, infiammazioni. Casi di scarlattina nei fanciulli. Altre persone che operavano nel campo della sanità erano i farmacisti che confezionavano le medicine vendute. Nel 1860 l'unica farmacia apparteneva a Domenico Mavarelli, proprietario terriero e del palazzo già dei marchesi di Sorbello (palazzo comunale). La farmacia si trovava in piazza, in un locale a piano terra ed era arredata in maniera molto modesta. La tirava avanti il dott. Pietro Chiocci. Verrà poi venduta alla Congregazione di carità ai primi del `900 (diventerà farmacia dell'ospedale). Nel nostro comune c'era poi la "famigerata" farmacia di Montecorona, una vecchia erboristeria voluta e gestita dai frati Camaldolesi. La sua fondazione risaliva a diversi secoli prima, ma nell'’800 si era anche specializzata secondo la moderna farmacologia. Non era condotta in economia produttiva, in quanto vendeva a prezzi molto bassi e dava le medicine gratis ai poveri. Nel 1872 esisteva ancora, era di proprietà del marchese Marignoli, farmacista il dott. Alessandro Burelli. Il quale ottenne, il 14 agosto 1876, l'autorizzazione ad aprire una quarta farmacia ad Umbertide (la terza era a Preggio, aperta nel 1870) e quella di Montecorona rimase senza gestore.

Nel 1889 venne istituita la figura dell'ufficiale sanitario per meglio controllare le varie attività di igiene e sanità. Il primo fu il dott. Augusto Agostini.

La mortalità infantile era molto alta. Nel 1870 nascevano nel nostro comune 357 bambini l'anno, ne morivano il quarantadue per cento con punte a luglio e agosto.

Ma la malattia più grave e sempre presente era la pellagra, che colpiva i contadini ed era causata dalla mancanza di vitamine nel granoturco di cui si cibavano. Nel 1880 ci furono nel nostro paese 576 malati di varie patologie. Di questi ben 124 erano i pellagrosi (42 uomini e 82 donne), con un'incidenza quindi del ventuno per cento. Il comune di Umbertide passava sessanta lire l'anno all'ospedale per la cura della malattia. Altre norme igieniche furono necessarie dopo il 1860 per eliminare l'antica usanza di gettare le acque sporche ed altro dalle finestre. L'abitudine si rivela dura a morire e per molti anni fioccano contravvenzioni, anche alle molte persone trovate "a liberarsi dei propri bisogni nel prato dietro la Collegiata", che sembrava il posto preferito. Il 20 maggio 1872 furono emanati i nuovi regolamenti di polizia urbana e di pubblica igiene. Al 14 dicembre 1877 risalgono le norme sulla macellazione pubblica; al maggio 1899 quelle sul servizio mortuario. L'art. 61 del settimo capitolo ci spiega che il "vespillone" riceve i compensi dalle famiglie non povere dei defunti ed ha questi obblighi: lavare e vestire ed assestare i cadaveri nelle case; trasportare i cadaveri dalle camere mortuarie al luogo di inumazione con l'aiuto dell'infossatore.

Nei primi decenni dell'’800 c'era ancora l'usanza di trasportare i cadaveri dalla casa alla chiesa in cui venivano sepolti su un "cataletto", qualcosa tra il letto e la barella, fatto di legno, frangiato a nero, portato a spalle. Il morto era avvolto in un lenzuolo e sopra il tutto si stendeva la coltre funerea: funerale a "cielo aperto", insomma.

Le vaccinazioni contro il vaiolo 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal 1861 in poi le vaccinazioni contro il vaiolo si facevano ogni anno ed erano obbligatorie sia ad Umbertide che nei territori appodiati(1). Si trattava, però, di un’obbligatorietà solo formale che le famiglie non rispettavano a causa di una diffidenza coriacea verso tutto ciò che suggeriva la scienza la quale, nello scontro contro i pregiudizi dell’ignoranza, finiva per avere la peggio. Inoltre il vaccino (il “pus”) inviato da Perugia era scarso e in quei pochi casi in cui i medici riuscivano ad essere persuasivi, la sua mancanza non consentiva di coprire il fabbisogno. In quel tempo non erano i bambini che venivano portati dal medico, ma era il medico che si recava di casa in casa per assolvere al compito delle vaccinazioni. Questo sistema offriva più garanzie dal punto di vista di una possibile persuasione delle famiglie, ma creava un notevole spreco di tempo e di energie, considerate le condizioni dei mezzi di trasporto del tempo.

La battaglia più grossa contro il vaiolo, dopo la ricerca del vaccino, fu dunque quella contro il pregiudizio, almeno nelle nostre campagne. E’ eloquente a tale proposito una breve lettera che il medico dei Banchetti, Francesco Pieroni, scrisse nei primi mesi del 1863 al medico condotto Casali: “… il numero dei vaccinati è zero. Per quante premure io abbia fatte acciò portassero i loro nati da me per essere vaccinati, niuno ha corrisposto alle mie premure. Aspettano che venga il vaiolo, piuttosto che assoggettarsi alla vaccinazione”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non dappertutto succedevano le stesse cose. A Preggio nel 1864, il medico Tommaso Paci riferisce di aver vaccinato solamente sedici soggetti e non di più per mancanza del “Pus Vaccino”. Nel centro di Umbertide, l’anno successivo, le vaccinazioni furono solamente venticinque ed è difficile stabilire se un numero così esiguo dipendesse dalla diffidenza della gente o dall’insufficienza del vaccino.

Nel 1874 ci fu una grossa recrudescenza di vaiolo che colpì 54 persone nella sola Umbertide e 13 di esse morirono. Nell’anno successivo l’epidemia si accanì ancora di più e nel primo semestre gli ammalati furono 40 con 5 morti. La cosa più strana è che nello stesso periodo le autorità sanitarie provinciali annunciavano la definitiva scomparsa del morbo che invece continuò a mieter vittime anche nel secondo semestre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il vaiolo continuava a spaventare la popolazione e dal 1876 le vaccinazioni vennero fatte due volte all’anno, in primavera e in autunno. Non solo, ma tramite avvisi ufficiali che consistevano nell’annuncio fatto dai parroci nelle loro chiese, si faceva affluire la gente in apposi locali, risparmiando ai medici la fatica di recarsi casa per casa. Ad Umbertide veniva utilizzato un ambiente al piano terra dell’ex Convento di San Francesco, mentre nei territori appodiati(1) si usavano ritrovi di fortuna, come alla Mita dove ci si radunava all’osteria.

 

NOTE

(1) Frazione del territorio comunale (facente capo a un villaggio) retta da un priore locale, o da un sindaco, che godeva di alcune piccole autonomie.

 

FONTI:

“Umbertide nel secolo XIX” di Renato Codovini e Roberto Sciurpa – Comune di Umbertide – Dicembre 2001

 

 

Il servizio postale e i trasporti

Nei primi anni del secolo Fratta non aveva né un ufficio postale, né un autonomo servizio di posta per Perugia. Nel 1814, a restaurazione avvenuta, sappiamo che usufruiva del postino di Città di Castello perché questi, per andare a Perugia, era necessariamente di passaggio e quindi prelevava sia la posta, sia altri eventuali plichi e pacchi che Fratta mandava in quella città. Nella riunione consiliare del 22 dicembre 1814 1a pontificia amministrazione provvisoria della comunità di Fratta, considerato che non era comoda alla popolazione l'ora del passaggio del postino di Città di Castello, determinò che dal 1° gennaio 1815 i diciotto scudi annui pagati per il servizio postale andassero mensilmente al postino eletto dalla comunità di Montone. Il quale sarebbe transitato ad un ora più idonea, portando a Perugia la "bolzetta" delle lettere. Fu nominato Nicola Castori. Ora Fratta aveva un ufficio postale: direttore (ed anche unico impiegato) era Vincenzo Scarpini. Questi, chiamato "distributore delle lettere" o "spacciatore delle lettere", era il proprietario e gestore di una bottega di spezie situata nella via Diritta (via Cibo).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel retrobottega teneva la corrispondenza in partenza e in arrivo. Nel 1816 Scarpini viene confermato nel suo impiego di distributore delle lettere per altri due anni, con uno stipendio di dodici scudi l'anno pagati ogni mese. Nel 1820 l'ufficio postale di Fratta è considerato di seconda classe e il comune chiede al governo di Roma di passare di prima, adducendo vari motivi. Che Fratta è stato capoluogo di governo con 10.500 abitanti; comprende diversi castelli appodiati (frazioni); il solo capoluogo ha 6.500 abitanti (considerando i contadini del Piano di Sopra e del Piano di Sotto); vi fiorisce il commercio, vi sono fiere di bestiame nell'anno, mercati settimanali; ha botteghe di vari generi, manifatture e due filandre di seta; ha scuola di pubblica istruzione con cinque maestri. La richiesta ebbe però risposta negativa i1 23 agosto 1820. In quest'anno sappiamo che l’ufficio postale è sempre nel retrobottega dello Scarpini, ma vengono anche gli appodiati ad impostare e prelevare la corrispondenza. Lo stesso fa la comunità di Pietralunga. Le lettere venivano messe in un'apposita buca, all'esterno della porta della bottega, e andavano a cadere in una cassetta chiusa. Venivano poi smistate nel retro che sulla porta di comunicazione con la bottega aveva un cancello di legno in maniera che "non possano succedere disordini o irregolarità". Il postino, o “procaccia” era sempre Nicola Castori (di Montone) e si recava a Perugia due volte la settimana. Non essendoci ancora i francobolli, pagava il servizio colui che riceveva le lettere. Nel 1822 il postino Castori viene confermato per altri due anni, ma nell'occasione il governatore giudica cosa sconveniente che Fratta “abbia il suo postino separato da quello della Comune di Montone e non un solo individuo che serva ambedue le Comuni". Nel 1823 il distributore di lettere, Vincenzo Scarpini, si trova in difficoltà economiche e quindi il comune, che non gli aveva mai pagato nulla per l'affitto del locale ove teneva la corrispondenza, decide di dargli poi uno scudo l'anno per la pigione futura ed anche 22 scudi di arretrati. Nel 1824 il postino Castori chiede un aumento in quanto "è obbligato di portarsi a Perugia due volte la settimana, ma dal 1° aprile a questa parte, attesa la nuova organizzazione della posta, è costretto di stare un giorno di più in Perugia; producendo questo trattenimento un maggior dispendio al medesimo, supplica per avere un conveniente aumento...". Così fu deliberato un aumento di sei scudi l'anno.

Nel dicembre 1824 morì il distributore delle lettere Vincenzo Scarpini e nella riunione del 4 gennaio 1825 fu chiamato a rimpiazzarlo Procolo Reggiani, mentre il postino Castori venne riconfermato. Ma il Reggiani dopo pochi giorni rifiutò tale incarico ed il 25 febbraio venne eletto distributore delle lettere Costantino Magi Spinetti. Questi promette "di esercitare con tutta la fedeltà ed esattezza che si richiede e segnatamente di essere responsabile non tanto dell'importo delle lettere e plichi che si inviano dalla Direzione di Perugia, come di qualunque somma che venga al medesimo affidata per essere francata; obbligandosi all'osservanza di tutte le leggi ed istruzioni che sono state emanate...... E per sicurezza di quanto sopra accede in qualità di suo fideiussore il sig. Francesco, figlio del defunto sig. Bonaventura Magi Spinetti suo genitore...". Di Costantino Magi Spinetti è una lettera del 1829 con la quale chiede un aumento di stipendio. La notizia viene dal resoconto della riunione consiliare del 22 febbraio 1829, che parla di una certa difficoltà nel servizio di posta in quanto "con l'aumento della popolazione del paese, con l'accrescimento del territorio...... sonosi anche aumentate le incombenze e le fatiche.. Chiede pertanto che in proporzione aumentar dovesse anche l'annualità di paga che riceve portandola da scudi 12 a 18 annui... ".

Verso i1 1850 il servizio viaggiatori e merci nello stato pontificio era appaltato dal sig. Liborio Marignoli, "intraprendente" delle corse a lungo raggio in partenza da Roma. Le linee da lui gestite erano la Roma-Napoli, Roma-Firenze e la Roma-Ferrara (via Terni, Spoleto, Foligno, Ancona, Rimini, Bologna). Quanto ai piccoli percorsi, però, ogni città o grosso paese aveva propri servizi di diligenza che, con successivi cambi, potevano convogliare passeggeri e merci verso le grandi linee di comunicazione gestite dal Marignoli. Che cessò la propria attività nel 1865, quando lo ritroviamo marchese nella tenuta di Montecorona da lui acquistata con i risparmi di quell'attività. Delle diligenze si sapeva della partenza, non dell'arrivo, essendo questo affidato alla provvidenza.

Fonti:

- Renato Codovini - "Storia di Umbertide - Vol. VII - Sec. XIX" . Dattiloscritto inedito.

- Calendario di Umbertide 2000 - Ed. Comune di Umbertide - 2000.

Testi a cura di Adriano Bottaccioli, Walter Rondoni, Amedeo Massetti e Fabio Mariotti.

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Disegno di G. Rossi. Fratta nella metà del secolo XIX
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Una delle prime immagini dell'ospedale di Umbertide. I lavori di costruzione iniziarono nel 1858
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Via Diritta (Cibo) alla fine dell''800
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Corriera a cavalli (Foto Beppe Cecchetti)
 

L’ISTRUZIONE, LE ASSOCIAZIONI E IL TEMPO LIBERO

 

 

L'istruzione pubblica

Agli inizi del secolo esistevano in Fratta la

- Scuola di leggere, scrivere, numerica e principi di grammatica;

- Classe inferiore, unica (non meglio specificata);

- Scuola di grammatica inferiore e di nozioni scientifiche

- Scuola di grammatica superiore o di umanità, eloquenza e retorica;

- Scuola di filosofia e morale, scuola di teologia.

I ragazzi che le frequentavano nei primi Anni Sessanta erano molto pochi (35/40) e le femmine del tutto escluse. La “Scuola di leggere, scrivere, numerica e principi di grammatica” corrispondeva molto probabilmente alle elementari. Due i maestri, uno laico ed uno ecclesiastico. Il numero complessivo degli allievi, nei primi anni del secolo, era di 18, 20 ragazzi. Vi si accedeva all'età di sei anni. Uno dei due maestri, nel 1802, è don Giovanni De Michelis. La scuola si faceva in un solo locale (era una pluriclasse) del palazzo comunale in Borgo di Castelnuovo (odierna via Cavour). Il misero stipendio del maestro era, nel 1809, all'inizio della dominazione francese, di cento franchi all'anno. Dal 1810 fu portato a venticinque franchi al mese.

Altra scuola simile era a Preggio, nel 1808: il maestro prendeva ottanta franchi l'anno, ma gli venivano inoltre regalati tre rubbie di grano, 14 barili di vino e 60 libbre d'olio. La "Scuola di grammatica inferiore e di nozioni scientifiche" aveva come materia d'insegnamento anche l'aritmetica e, in seconda classe, la retorica. Vi insegnavano due ecclesiastici. Nel 1814 frequentano la prima classe Bonaventura Spinetti, Massimiliano Paolucci, Domenico Martinelli, Pietro Spinetti, Ferdinando Martinelli. La “scuola di grammatica superiore o di umanità, retorica ed eloquenza” aveva come materie d'insegnamento anche la geometria, la storia e la geografia. Se ne ha notizia a partire dal 4 dicembre 1800, quando viene confermato come insegnante don Pietro Testi. La "Scuola di filosofia e morale e scuola di teologia" era chiamata "superiore" ed era frequentata appena da due o tre allievi. Mentre le scuole elementari e di grammatica avevano sede in un locale del palazzo comunale, per questa scuola non c'era un'aula disponibile e i professori erano costretti a fare le lezioni nella propria abitazione.

Nel 1812 l'amministrazione francese introdusse in tutti i comuni i Collegi della Pubblica Istruzione. Ma in Fratta il locale per la sede non si trovò.

Ogni mattina gli scolari dovevano adunarsi per la messa. Il sabato pomeriggio, nelle scuole inferiori c'era "L'esercizio della dottrina" dopo il quale tutti si radunavano in chiesa per recitare le litanie di Maria Santissima. Quattro volte l'anno "sarà premura dei signori maestri che dai loro scolari si faccia la confessione e la comunione". Gli esami erano pubblici, ma non servivano - come avviene oggi - per verificare la preparazione dell'allievo. Alcuni ragazzi erano interrogati in una sola materia e altri, sempre della stessa classe, in altra. Elemento comune di questa diversificazione: tutti superavano la prova nel modo migliore ed erano anche premiati.

Nel 1826 è inoperosa la scuola di filosofia e morale a causa della mancanza di allievi. I ragazzi prendono posizione perché il frate che vi insegna filosofia ha ancora l'abitudine di dettare i suoi scritti e questi ragazzi lo ritengono un sistema antico e "di asiatico stile". La protesta degli studenti frattigiani è un vero è proprio sciopero, in un periodo in cui non si conosceva ancora il significato della parola. Infatti c'è un movente e coinvolge tutti, c'è la pubblicità del movente in quanto si fa sapere a tutti che non si va a scuola per quel motivo e c'è (non trascurabile per il tempo) l'accettazione di un possibile severo rimprovero dell'autorità ecclesiastica che presiedeva all'insegnamento. Il 15 giugno 1830 venne istituita una scuola per fanciulle povere. Maestre sono le sorelle Sestilia e Marina Savelli. Nel dicembre 1860 fu istituita la scuola elementare a Montecastelli (sette, otto alunni); nel 1861 riprende l'insegnamento a Preggio che aveva avuto le elementari fin dai primi anni del secolo (16 alunni). Nel 1868 questa frazione avrà anche la scuola elementare femminile. Nel 1862 si aprono elementari di Pierantonio, frequentate annualmente da 15 ragazzi.

Dopo l'unità d'Italia le elementari erano nel palazzo comunale; il ginnasio era sistemato alla meglio in un altro locale di proprietà del comune ed usufruiva di un solo ambiente. C'erano poi le elementari private, nove nel 1870, tenute da insegnanti anche senza diploma ma abbastanza preparate, le quali facevano scuola a casa loro.

Nel 1865 le elementari erano frequentate da circa settanta ragazzi, ma era ancora un numero basso (i genitori preferivano mandare a lavorare i figli). Si pensò quindi di istituire una scuola serale, che rientrava tra i vari sforzi fatti dal governo per combattere l'analfabetismo, ma non ebbe i risultati che ci si aspettava. C'erano state 85 iscrizioni, appena 35 frequenze. Il numero dei ragazzi delle elementari andò crescendo col passar degli anni. Nel 1880 erano 100 maschi e 110 femmine, mentre la scuola serale era ridotta a 25 unità e l'anno dopo fu soppressa.

Le scuole di campagna, tutte miste, erano a Banchetti. Caicocci, Montacuto, Montecastelli, Montecorona, Niccone. Spedalicchio, Pierantonio e Preggio. Oltre alle elementari c'era in Fratta anche un ginnasio, le cui origini risalivano alla fine del '700. Era articolato su tre classi; vi insegnavano ecclesiastici nominati dal vescovo ma dopo il 1860 ebbe vita alterna in conseguenza del nuovo tipo di istruzione perseguito dal governo. Nel 1880 si istituì una scuola agraria, articolata in due anni di insegnamento. Durò fino al 1885.

Quindi nel 1880 abbiamo, ginnasio a parte, una scuola complementare che ha in totale solo 15 iscritti e una scuola agraria che non ne aveva più. Si cercò di unificarle senza riuscirci a causa dei contrasti in consiglio comunale.

Nel novembre 1884 si nominò una commissione per studiare la situazione dell'istruzione pubblica in Umbertide, formata da Antonio Gnoni, sindaco di Città di Castello, l'ing. Cesare Mavarelli, l'ing. Giuseppe Natali e Giunio Guardabassi. La commissione fece una relazione nella primavera del 1885, consegnata al sindaco. Si esclusero i sussidi ai ragazzi meritevoli, il ripristino del ginnasio (“non porta frutto reale e pratico”), la complementare alla scuola elementare (“gli anni...che si passano in questa scuola sono perfettamente perduti”). Si fece quindi l'elogio delle scuole tecniche e si consigliò la loro istituzione iniziando con i primi due anni.

Il consiglio comunale, nella seduta del 7 agosto 1885. approvò l'apertura della scuola tecnica "Giuseppe Mazzini` che tuttavia fu abolita nel 1892 per decreto, non motivato, del commissario governativo che in quell'anno faceva le funzioni di sindaco. Nel 1893 fu inaugurata una scuola di “Arti e 'Mestieri”, specializzata nei mestieri di ebanista, falegname, scalpellino, muratore, fabbro ferraio, vasaio, soppressa nel 1897 e sostituita con la “Scuola Complementare Francesco Mavarelli” (poi Avviamento) .

 

 

Le associazioni e le istituzioni

Monte di Pietà

E' la più antica delle istituzioni di beneficenza, risalendo al XVIII secolo. All'inizio dell'’800 svolge la propria funzione come “Monte Frumentario” ed è proprietà della Confraternita di San Bernardino. All'inizio del secolo ha sede nella piazzetta centrale del paese, detta appunto "piazza del grano" perché suo scopo è immagazzinare il grano della confraternita e quello acquistato in tempi di disponibilità di cassa, per poi rivenderlo nei momenti di maggiore scarsità. Nel 1820 il "Monte Frumentario" cambia sede e si trasferisce in tre locali del palazzo comunale in via di Castel Nuovo (odierna via Grilli). Il 1824 è un anno importante per questa istituzione che cambiò in parte la propria natura, trasformando i cereali del capitale in denaro contante. Divenne “Monte dei Pegni” (o Monte di Pietà) o "Monte Pecuniario" per somministrare soldi ai richiedenti sopra un "pegno" di maggior valore, con l'obbligo di restituirlo o rifermarlo entro l anno, corrispondendone l'interesse del cinque per cento. Nel 1865 il Monte di Pietà è ancora operante, ha un proprio fondo cassa, disponibile in prestiti, di L. 4.315,88 ed un capitale totale di circa L. 6.000. In questo anno risultano beneficiati dal Monte di Pietà cinquecento cittadini di Umbertide.

 

La Congregazione di carità

Nel 1838 si istituì in Fratta la Congregazione di beneficenza, voluta dal vescovo di Gubbio, per raccogliere fondi per costruire il nuovo ospedale e per aiutare i più poveri nei casi di assoluto bisogno. Nel 1861 fu assorbita nella nuova "Congregazione di Carità".

Dal 1883 ebbe un sussidio annuale dal comune di Umbertide di quattrocento lire, che le rese più facile il compimento di opere benefiche come ad esempio intervenire nelle spese per seppellire i poveri del paese e, negli inverni più rigidi, distribuire loro generi alimentari. Dal 1896 il comune le cedette in proprietà l'ex convento di S. Maria.

 

 

 

 

 

La Società di Mutuo Soccorso

Si costituì nel primi di dicembre del 1860. Si prefiggeva la difesa degli interessi dei lavoratori del paese, cioè gli artigiani e gli operai, e di acquistare generi alimentari a basso costo. Ma l'azione dell'associazione era rivolta anche ai problemi delle classi meno abbienti, come ad esempio farsi carico delle spese degli ammalati poveri. Il comune, nel 1863, decise di darle una sovvenzione annua di 25 lire per dieci anni. Il Mutuo Soccorso si inseriva anche nella vita del paese con feste da ballo, spettacoli musicali e promuovendo la festa dell'8 settembre alla quale dava il proprio apporto in larga misura. Fu sua l'iniziativa di una corsa di bicicli (quelli con la ruota davanti grande e piccola dietro) e biciclette organizzata nel 1889 per festeggiare il 29º anniversario della fondazione.

Nel 1896 riuscì a fare una cooperativa di consumo con una rivendita al pubblico di generi alimentari, inclusa la macelleria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Cassa dei Risparmi

Nel 1862 si creò un'altra associazione privata, con intenti certamente produttivistici, ma anche indirettamente sociali, la Cassa dei Risparmi, che portò benefici per l'artigianato e il commercio locale che stavano in quegli anni cercando una propria attiva posizione nel nuovo contesto economico. Del comitato promotore facevano parte il dott. Giuseppe Bertanzi, il dott. Mauro Mavarelli, il dott. Paolo Bertanzi e il dott. Annibale Burelli. Il 1° giugno 1862 ci fu l'adunanza degli azionisti per l'inaugurazione della Cassa, invitati dal promotore dott. Giuseppe Savelli. I soci erano 89, ognuno dei quali aveva acquistato un'azione; il comune ne aveva cinque. Erano presidenti il dott. Paolo Bertanzi e il dott. Mauro Mavarelli; cassiere, Santini; segretario, Burelli.

Nel luglio 1885 cessò la sua attività. La riprese come Banca Popolare Cooperativa. Nell'estate 1892 cessò l'attività. La ritroviamo in vita come Banca di Umbertide, con un capitale sociale di L. 60.000 ed esisteva ancora nel 1905.

 

La Società dei muratori

Se ne ha notizia nel 1888 quando, il 16 giugno, chiede al sindaco la locazione di un fondo nell'ex convento di S. Maria specificando che si tratta del "fondo ove il comune tiene i cani accalappiati". Si trattava quindi di una vera cooperativa di lavoro fra i muratori del paese, riunitisi per poter più facilmente intraprendere lavori di grosso impegno che altrimenti non avrebbero potuto eseguire se isolati. Probabilmente fu la prima cooperativa del genere ad Umbertide. Si sciolse nel 1898.

 

La Società dei Reduci dalle Patrie Battaglie

Se ne ha traccia nell'aprile 1883. Era amministrata da un consiglio direttivo e si proponeva di "stringere la concordia fra i reduci e di riunire e consolidare le loro forze a pro della Patria perché essa sia libera, indipendente ed unita". Nel gennaio 1884 prende l'iniziativa di porre una lapide per onorare la memoria di Giuseppe Garibaldi. Apre una sottoscrizione fra i cittadini e chiede l'aiuto finanziario al comune. Tuttavia. per dissensi interni, la Società decide di procedere con propri mezzi e la lapide verrà apposta nell'atrio del palazzo comunale il 1 giugno 1884.

 

Il Circolo Mazzini

Nella seconda metà del secolo scorso c'era un gran fiorire di idee politiche che poi sfociarono nella costituzione dei vari partiti. Dopo il 1860 troviamo un "Circolo Mazzini" nato a fini culturali, ma senz'altro con evidenti risvolti politici. Nel luglio 1877 chiede al Comune la sala del consiglio per una riunione dei soci, ma la risposta è negativa. Nel 1899 l'ufficio delle guardie comunali avverte il sindaco con lettera datata 1° maggio che «questa notte, di mano ignota è stato scritto sui muri di questo palazzo municipale e in vari punti della via Cibo, le seguenti frasi "Viva il 1° maggio, abasso i sfruttatori, abasso il Delegato di pubblica sicurezza, viva i Lavoratori". I scritti erano stati fatti con negrofumo e acqua. Che fatto subito lavare dai scopini municipali».

 

La Società dei Canottieri

Pratica il canottaggio sul Tevere. Il mezzo però non era la canoa ma una semplice, grande barca a più remi, singoli o doppi. Ne abbiamo notizia nel 1890, anno in cui chiese al sindaco un maggiore spazio per poter svolgere l'attività dal momento che il tratto assegnato di cento metri circa a monte del ponte era decisamente insufficiente. La Società chiede pertanto di poter usufruire del tratto dalla "Salce" al "Corbatto". Il comune rifiuta la concessione perché quel pezzo era destinato alla "bagnatura delle donne", quindi non poteva essere utilizzato dai canottieri "per ragioni di decenza".

Nel 1893 la Società chiese al sindaco la sala consiliare per una riunione, dovendo ricevere i colleghi di Tuoro e gareggiare insieme. L'attività di questa associazione si protrasse fin verso il 1915 e probabilmente cessò con la guerra.

 

Il Tiro a segno

Le società del tiro a segno ebbero un grande sviluppo nel secolo scorso. Non se ne conosce la data della costituzione, ma probabilmente fu a seguito della grande attività svolta dalla consorella di Perugia. Il bisogno di tirare al bersaglio costrinse il comune a costruire un piccolo poligono munito di tutto l'occorrente. Era situato lungo l'attuale via Roma, a metà strada per la Pineta Ranieri, nel posto e nella direzione dell'odierna via Pachino. La sezione umbertidese prendeva parte anche alle competizioni regionali, di solito a Perugia dove nel 1899 (settembre) si svolse la quinta gara nazionale alla quale tuttavia la società umbertidese non partecipò in quanto era stata sciolta da poco tempo.

 

 

Musica, teatro e tempo libero

Agli inizi dell'’800 le confraternite e le varie congregazioni avevano una chiesa come sede della propria attività. Un cappellano, da loro pagato, celebrava gli uffici religiosi ed insegnava musica a qualche ragazzo. Semplici melodie accompagnavano i frattigiani nei primi anni del secolo. Modificò un poco le limitate espressioni musicali della nostra gente la forte personalità del grande cantante di Fratta, Domenico Bruni. Nel suo paese eseguì applaudite rappresentazioni, spesso si ritrovava a cantare in chiesa nelle maggiori feste religiose, insegnava musica e canto ai giovani.

All'inizio del secolo il teatro era al primo piano del vecchio palazzo municipale in piazza della Rocca. Era gestito da un' "Accademia dei Signori Riuniti", di cui il comune era socio, che faceva esibire compagnie di fuori. In cartellone opere di scarso valore artistico, ma comprensibili a un pubblico come quello della Fratta. Oltre alle commedie, di solito si davano "farse", rappresentate da giovani studenti del paese; le esibizioni dei giocolieri provenienti dagli stati confinanti; il gioco della tombola, praticato un po' dappertutto. Spesso alcune rappresentazioni venivano negate dall'autorità ecclesiastica di Perugia. Ad altre, per maggior sicurezza, assistevano quattro "miliziotti" di sorveglianza. Nel 1802 esisteva in Fratta una compagnia di dilettanti, della quale erano animatori Giovan Battista Spinetti e Alessio Magnanini.

In paese si svolgevano varie feste, agli inizi del secolo legate alle ricorrenze napoleoniche. Il 4 ottobre 1809 si celebrava la vittoria di Mosca. Quattro giorni a cadenza annuale in cui si facevano, durante le funzioni religiose, "cantate in musica", con l'intervento di professori d'orchestra da città vicine. C'era poi la processione, con la distribuzione di pane ai poveri, illuminazione del palazzo comunale e delle case del paese con candele. La sera, poi, sempre fuochi d'artificio, detti anche "raggi", e qualche rappresentazione a teatro cui interveniva il Maire (sindaco). Particolarità di queste feste era il dare ai poveri "pollami a guisa di cuccagna", termine che incontriamo per la prima volta nel 1809 e fa pensare al gioco arrivato fino a noi come "albero della cuccagna".

Nel 1811, per la nascita del figlio di Napoleone, si fece una "giostra" adoperando "due oche" e della rena: probabilmente il gioco delle "tre brocche" che vedeva appesi tre orci con acqua, rena ed altre cose, non escluse appunto delle oche. Festa grossa si ebbe anche in occasione del ritorno del papa a Roma (29 maggio 1814).

Altre fonti di svago erano le numerose feste paesane e per i ragazzi il gioco della palla, di gomma e gonfiata d'aria. La prima notizia risale al 1819 e riguarda i problemi, i danni, i rumori causati dalla mancanza di un luogo che l'ospitasse. Il comune sceglierà piazza San Francesco.

Altro passatempo è quello della "ruzzola", bisognoso di una strada apposita. Il priore, nel 1831, indicò per questo gioco, "come per quello del formaggio", la strada "detta di S. Maria", dal punto detto "le Fornaci" fino al "fiume Rio". Notevole la grande festa centenaria, svoltasi nel 1844, in concomitanza con 1'8 settembre. Si volevano rievocare i giorni in cui si fece maggiormente sentire la guerra "del Granduca", combattuta anche nel nostro paese nell'autunno del 1644 fra l'esercito di Urbano VIII (nel regno del quale Fratta era compresa) e la coalizione del Granduca di Toscana. La maggior parte delle spese fu sostenuta dalle confraternite e fin dal 1º gennaio vennero formate deputazioni con l'incarico di raccogliere fondi. Si stamparono inviti ai proprietari perché illuminassero le loro case con torce e il 6 settembre ci furono l'innalzamento del pallone volante ed una corsa di cavalli nel tratto diritto della strada per Città di Castello, subito dopo il ponte del Tevere. Si dovettero costruire staccionate di legno sui lati della strada per contenere la folla. Negli altri giorni si fecero fuochi artificiali comperati a Città di Castello; erano otre mille "mortari", sparati dall'unico frattigiano esperto, Pietro Barafano. Il comune venne illuminato da Antonio Carotini, furono lasciati accesi i fanali delle vie e le torce a vento alle porte per tutta la notte. Molte le funzioni religiose e, per la prima volta, un servizio della banda musicale. Si fecero venire anche suonatori da S. Angelo in Vado, Città di Castello, Gubbio, Perugia e Foligno (li andarono a prendere e li riportarono in carrozza). Manifestazioni del genere non vennero più ripetute. La banda musicale era un complesso del tutto cittadino. Nel 1849 un capitolato regolava i compiti del maestro, tra i quali la scuola di musica ai ragazzi "allo scopo di togliere la gioventù dall'ozio, causa prima di ogni vizio e di ingentilirne l'animo". Nel 1852 la banda è un gruppo musicale non religioso, ma eminentemente civile.

Nel 1871 fu istituita una scuola di violino, cui presiedeva ed insegnava l'umbertidese Francesco Agnolucci. Riceveva dal comune uno stipendio di novanta lire al mese.

Le feste erano molte, legate al calendario delle ricorrenze religiose. A febbraio, S. Brigida, Candelora, Carnevale; a maggio, S. Croce, Rogazioni (tre giorni), S. Bernardino; a giugno, Trinità, Pentecoste, S. Erasmo (due giorni); a luglio, S. Bonaventura; ad agosto, Assunzione; a settembre, Madonna (tre giorni), S. Croce di Settembre, S. Tommaso da Villanova; a novembre, presentazione di Maria; a dicembre, Madonna e Natale. Il costo gravava sulle confraternite che fornivano il necessario a partire dal grano per i dolci che, qualche giorno prima, veniva portato al molino. Ottenuta la farina si pensava subito alla sua trasformazione in pagnotte, da distribuire alla festa, ma se ne facevano anche dolci, semplici e graditi: "ciaramicole", "tarantelle" di piccolo formato perché se ne doveva dare una ciascuno. Si facevano poi anche "pancasciati" (forse pani caciati?) e torte al formaggio usando quintali di farina e centinaia di uova. Le autorità (priore, delegato di pubblica sicurezza, ecc.) usufruivano di un trattamento speciale ed avevano un tavolo apparecchiato a parte in cui gustavano dolci, ma anche cioccolate e fiaschi di vino.

La sera c'era sempre lo sparo dei "mortari" e accensione di girandole.

La festa principale era quella dell'8 settembre, considerata di ringraziamento alla Madonna per gli scampati pericoli della guerra del 1644, quando l'improvvisa piena del Tevere riuscì a fermare l'esercito toscano.

Molte le feste in campagna. La maggior parte ci andava a piedi, alcuni in carrozze a due ruote, altri con grandi calessi a quattro ruote tirati da un solo cavallo, chiamati "giardiniere". Avevano un telone per proteggere dal sole ed i fianchi ad archi frangiati. Si giocava anche alle "uova sode" o al tiro al piccione o alla "giostra delle oche".

Nella seconda metà del secolo si diffonde la lirica. Nel 1871 va in scena l'opera più impegnativa mai rappresentata ad Umbertide: "la Traviata" di Verdi.

Nel 1878 emerge a Umbertide un grande personalità canora, il baritono Giulio Santini. Nel 1872 abbiamo la prima notizia sulla sua carriera artistica: il 10 gennaio fu scritturato a Fermo come "primo baritono assoluto" e avrebbe dovuto cantare in tutti gli spettacoli del carnevale. Nel 1874 lo troviamo a Borgo Sansepolcro: aveva firmato il contratto con l'impresa Francesco Panari e compagni, appaltatore di quel teatro. I1 3 dicembre fu chiamato dal Teatro Nuovo di Firenze, dové cantò importanti opere musicali anche nella sala Bellincioni. Lasciata Firenze, il Santini andò a Siena, come primo baritono. Nel febbraio 1879 cantò "Luisa Miller" di Giuseppe Verdi a Città di Castello, ricevendo una pergamena di riconoscenza.

Fonti:

- Renato Codovini - "Storia di Umbertide - Vol. VII - Sec. XIX" . Dattiloscritto inedito.

- Calendario di Umbertide 2000 - Ed. Comune di Umbertide - 2000.

Testi a cura di Adriano Bottaccioli, Walter Rondoni, Amedeo Massetti e Fabio Mariotti.

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In questo spazio verra costruito nel 1905 l'asilo "Regina Elena" e nel 1914 le scuole elementari
(Archivio fotografico storico del Comune di Umbertide)
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La copertina e la prima pagina dello Statuto del 1893
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Certificato d'ammissione e diploma rilasciati dalla
Società di Mutuo Soccorso "G. Garibaldi"
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Immagine tratta dal "Calendario di Umbertide 2000"
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Gara di ruzzolone alla Badia di Montecorona (Foto famiglia Pacifici)
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Immagine tratta dal "Calendario di Umbertide 2000"
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IL GIOCO DEL PALLONE E LA GRANDE FESTA PER I 200 ANNI
DELL’ASSEDIO DI FRATTA DA PARTE DELLE MILIZIE TOSCANE

 

Il gioco del pallone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La prima notizia su questo gioco risale al 1819, ma negli anni successivi se ne riparlò spesso per gli inconvenienti che procurava.

Il gioco del pallone richiedeva un campo disponibile per essere praticato e in quel tempo gli unici spazi a disposizione erano le strade e le piazze del paese. È facile immaginare le proteste che si scatenavano. Il discorso valeva anche per il gioco della palla che si differenziava dal pallone solo per il peso, il volume e l'età di chi ci giocava, ma praticato per le strette strade del paese era ugualmente causa di chiasso e di fastidio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Comune quando si accorse che tale gioco era diventato uno svago ricorrente, stabilì che esso doveva essere praticato solo nella piazza San Francesco, essendo l'unica ad offrire uno spazio più adeguato. L'attuale piazza Matteotti antistante il Palazzo Comunale, in quel periodo aveva una struttura diversa ed era molto più piccola, del tutto inadatta quindi per giocare a pallone. Il chiasso che ne scaturiva e i possibili danni alle finestre erano più limitati nella piazza di San Francesco, sia per la sua conformazione urbanistica sia per il fatto che le abitazioni dei privati e le attività commerciali erano meno numerose. Per farci un'idea di quello che poteva accadere riportiamo una lettera de15 luglio 1819 inviata dal Gonfaloniere facente funzione al Commissario di Pubblica Sicurezza:

 

“Sono in dovere di rendere intesa V S. Ill.ma di un fatto col quale trovo lesa la mia convenienza e la rappresentanza di autorità pubblica. Nel giorno di ieri verso il tramontare del sole stavo a vedere la partita di pallone sotto la casa del Signor Santini in compagnia di varie oneste persone. In tale congiuntura mi trovai presente allor che il Signor Giuseppe Santini restituì un pallone che era entrato in sua casa, e sentii in seguito le lagnanze che faceva il suddetto Signor Santini perché simil pallone non si voleva ricevere, col pretesto di essere stato da lui perforato. Sapendo che il Signor Gonfaloniere incaricato della polizia trovasi assente, ed essendo in tal caso la polizia a me affidata anche in forza di dispaccio della Delegazione Apostolica in data 5 febbraio 1819 n. 543, mi presi l'incarico di verificare il fatto, affinché non nascesse un qualche inconveniente e preso in mano il pallone ricusato l'osservai attentamente se fosse stato in alcun modo viziato. Per meglio esaminarlo e conoscerlo lo portai da me stesso al gonfiatore e fattolo riempire d'aria secondo l'arte, trovai che il pallone era intatto e che non sfiatava in alcuna parte. Nell'atto che stavo facendo questa operazione nell'andito della casa del Signor Cristiani, entrò il mondatore Nicolò Fanfani e rimproverò il gonfiatore Francesco Mazzanti per aver ricevuto il pallone. Io allora gli feci conoscere che il pallone era stato da me preso ed io aveva ordinato che si gonfiasse per verificare la verità di quanto si voleva addossare al Signor Santini e dal tono con cui parlai, feci conoscere che io operavo investito di quella autorità costituitami dalla legge e dall'Apostolica Delegazione. Il Fanfani temerariamente mi rispose in questi precisi termini: "Chi siete voi? Mi fate un baffo di C." Io allora non volendo altercare con Persona sì vile mi ritenni il pallone per presentarlo a Lei, riserbandomi di notificare, come faccio con la presente, la temerarietà del Fanfani suddetto, facendo istanza che per decoro dell'autorità che in allora rappresentavo venga il baldanzoso Fanfani assoggettato a quella punizione che meriti. Spero che questa mia istanza sarà presa in considerazione da V.S. Ill.ma anche per non obbligarmi a fare eguale rappresentanza alla direzione di polizia..… .”

 

Inconvenienti simili continuarono a capitare anche in seguito, come raccontano i numerosi documenti consultati. Una situazione analoga si ebbe, ad esempio, nel 1828 quando i ragazzi, per andare a riprendere il pallone sul tetto, passarono per le soffitte e danneggiarono l'edificio dove si trovava il Monte di Pietà che era situato in via di Castel Nuovo dove c'erano le scuole e il Palazzo Comunale.

Man mano che gli anni passavano, infatti, aumentavano i giovani giocatori e si diffondeva anche il gioco della palla. La piazza di San Francesco non era più sufficiente per queste esigenze ed i ragazzi avevano preso l'arbitrio di giocare nella via Dritta (1) o nella via di Castel Nuovo. Il Comune non sapeva più come fare e l'11 aprile del 1839 scrisse alla Delegazione Apostolica perché “suggerisse il modo di provvedervi, non senza farle conoscere che la piazza di S. Francesco, destinata al gioco del pallone, non poteva nello stesso tempo servire anche per quello della palla”.

 

 

 

Le soluzioni non arrivarono e la situazione si aggravò tanto che i giovani dilettanti del pallone si rivolsero direttamente al Governatore 1'8 maggio del 1843 chiedendo “il permesso di giocare o nella via Dritta o nella via di Castel Nuovo” (1), cioè in quelle due vie dove abusivamente giocavano ormai tutti i giorni. Il Priore investì del problema il Consiglio Comunale riunito il 27 maggio per risolvere la questione e fu deciso che non c'era più motivo di vietare il gioco della palla in via di Castel Nuovo in quanto il Comune, già da un anno, si era trasferito nella nuova sede (quella attuale) e il disturbo era irrilevante. Davanti a Castel Nuovo si poteva giocare solo “al ginnastico gioco della palla” e non a pallone, il cui campo era quello di piazza San Francesco.

Non c'era mancanza di volontà nel dare una risposta alle esigenze dei giovani. Era solo molto difficile darla, in quanto le disposizioni impartite dalla Delegazione Apostolica in data 9 luglio 1826 vietavano severamente il gioco della palla nelle strade provinciali “e in altri luoghi frequentati da cui derivi danno o disturbo agli abitanti” e, pertanto, alla Fratta solo la piazza San Francesco poteva fungere da campo omologato per simile sport.

La disposizione della Delegazione Apostolica, diramata a livello provinciale, ci fa capire che il gioco si stava diffondendo dovunque ma ancora era lontano dalla mente di tutti l'idea di attrezzare un apposito spazio nei dintorni dei centri abitati, appositamente destinato a questo tipo di gioco.

 

Note:

1. La via Dritta è l'odierna via Cibo o “Corso”; la via di Castel Nuovo è l'odierna via Grilli, dalla Piaggiola alla piazza Marconi.

 

 

La grande festa per il secondo centenario della Guerra del Granduca di Toscana

 

Tra le grandi feste che furono celebrate nel secolo ci fu anche quella del 1844, ricorrenza del secondo centenario della “Guerra del Granduca”, che vide pesantemente coinvolto anche il paese di Fratta e che finì nell'autunno del 1644 (1). I festeggiamenti si svolsero dal cinque all'otto settembre in parallelo con le tradizionali feste di Fratta, che quell'anno finirono per assumere un aspetto grandioso. Le Confraternite locali, fin dall'inizio dell'anno, si erano date da fare per raccogliere fondi dalle famiglie del paese. Furono inviati biglietti stampati ai proprietari delle abitazioni perché illuminassero le loro case per tutto il periodo della festa ed il 6 settembre si fece innalzare un pallone volante tra gli applausi e l'ammirazione della gente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel rettilineo della strada tifernate, dalla fine del ponte e fin verso l'attuale campo sportivo lungo l'argine del Tevere, ci fu la corsa dei “cavalli sciolti”. Si prevedeva una grande affluenza di folla, come in effetti avvenne, e fu costruita una staccionata sui due lati della strada per contenere la gente. Tutte le sere, all'apparir della notte, non mancarono i fuochi artificiali comperati a Città di Castello. Furono più di mille “mortari” e furono sparati dall'unico frattigiano esperto, Pietro Barafano. Le luci dei fanali rimasero accese per tutte e tre le notti ed il Palazzo Comunale e le Porte del paese furono illuminate con “torce a vento”.

Le rappresentazioni teatrali non mancarono e fece la sua comparsa la Banda Musicale di Fratta, una delle prime esibizioni di cui si abbia notizia storica documentata.

Le cerimonie religiose, molto solenni, con suonatori fatti venire da S. Angelo in Vado, Città di Castello, Perugia, Foligno e Gubbio, completarono la cornice di questo maestoso spettacolo che alla Fratta non fu più ripetuto in forma tanto grandiosa.

 

Note:

1. La guerra era scoppiata nel 1641 per il possesso del ducato di Castro, una località del Lazio al confine con la Toscana, situata nella valle del torrente Olpeta, sede di un ducato diventato feudo dei Farnese fin dal 1538. Grazie alle concessioni del Papa Paolo III Farnese, Castro divenne il feudo più importante dello Stato Pontificio. Quando nel 1623 salì al soglio pontificio Urbano VIII, della famiglia dei Barberini, lo scontro tra le famiglie rivali dei Farnese e dei Barberini finì in una vera e propria guerra, con il Papa che occupò militarmente il ducato di Castro. Odoardo Farnese, il duca spodestato, trovò i suoi alleati nella Repubblica di Venezia, nel ducato di Modena, nel Granducato di Toscana e nell'appoggio politico della Francia, riuscendo a vincere la “prima guerra di Castro” conclusasi con la Pace di Ferrara nel 1644 che sancì la restituzione del feudo ai Farnese. Fu questa fase della guerra a coinvolgere anche il paese di Fratta. Il successore di Odoardo, Ranuccio II, perse definitivamente il potere nel 1649 in seguito alla “seconda guerra di Castro” che scoppiò a causa dell'uccisione del barnabita novarese Cristoforo Giorda, vescovo della città, di cui fu accusato Jacopo Gaufrido, primo ministro del duca. Ranuccio II fu rapidamente sconfitto e Castro fu rasa al suolo per ordine del Papa Innocenzo X. Le sue rovine sono visibili anche oggi.

(Il resoconto completo di questa importante pagina di storia su umbertidestoria.net – sezione “Storia” – pagina “La Fratta del Seicento”).

Le foto antiche sono dell'Archivio fotografico storico del Comune di Umbertide.

Fonti:

"Umbertide nel Secolo XIX" di Renato Codovini e Roberto Sciurpa - Comune di Umbertide, 2001

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I FRATELLI MARTINELLI "FABBRICATORI D'ORGANI ALLA FRATTA DI PERUGIA"

 

Mauro Ferrante

 

Da “Umbertide nel Secolo XIX” di Renato Codovini e Roberto Sciurpa – Allegato n.8

 

Tra la prima e la seconda metà dell'Ottocento ebbe origine e si sviluppò ad Umbertide, l'antica Fratta di Perugia, la fabbrica d'organi dei fratelli Francesco e Antonio Martinelli le cui opere, apprezzabili per la qualità dei materiali e per la pregevole fattura, rappresentano una testimonianza importante di quel particolare periodo storico dell'arte organaria italiana, espressione della sintesi tra neoclassicismo e rinnovamento romantico (1).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nati alla Fratta, nella parrocchia di San Giovanni Battista, da Gaetano falegname e Chiara Massi rispettivamente il 16 settembre 1806 ed il 15 maggio 1811, prima Francesco poi il fratello minore appresero l'arte alla bottega del noto organaro perugino Angelo Morettini (2), situata in via del Circo 44, nella zona di Porta Eburnea, a Perugia. A quell'indirizzo Francesco risulta infatti essere residente nel 1828 ed è lui stesso che nel 1831 effettua alcuni lavori di falegnameria all'organo eretto dal suo maestro, nel mese di maggio di quell'anno, proprio ad Umbertide nella chiesa della Confraternita di Santa Croce (3). Nel progetto per l'organo della cattedrale di Città di Castello (Pg) del 20 dicembre 1837, Antonio si definirà testualmente «di Fratta fabbricatore d'organi, allievo del celebre Morettini di Perugia».

L'epoca esatta in cui i Martinelli aprirono bottega alla Fratta non è conosciuta ma, considerato che Francesco fu padrino di battesimo di Vittoria, seconda figlia del Morettini nata nel dicembre del 1832, e che al 1834 risale l'opera prima della fabbrica umbertidese, il distacco dal maestro deve essere avvenuto intorno al 1833 e, certo, non senza provocare il risentimento di questi che, in una lettera del 1852 indirizzata al comune di Passignano sul Trasimeno, definiva Francesco “un guastamestieri della Fratta, stato falegname nella mia bottega” (4).

Francesco, rimasto celibe, continuò a far parte del nucleo familiare di Antonio, coniugato con la perugina Margherita Reggiani da cui ebbe un unico figlio, Massimo, nato il 12 marzo 1846, il quale, dopo l'iniziale apprendistato alla bottega paterna, non proseguì l'attività organaria che ebbe così termine con la morte dei due fondatori avvenuta in data non ancora conosciuta.

Della loro produzione, stimabile forse complessivamente intorno ad una quarantina di opere diffuse prevalentemente in Umbria e Marche, ma anche in Lazio e Toscana, sono attualmente documentati oltre trenta strumenti, la maggior parte dei quali risultano sopravvissuti, una ventina conserva buone condizioni di originalità ed alcuni hanno goduto in anni recenti di un restauro storico.

Dopo l'op. I del 1834, destinata alla chiesa di Santa Croce dei Cavalieri in Santo Sepolcro di Perugia ed oggi conservata nella parrocchiale di San Feliciano di Magione (Pg), le più antiche attestazioni superstiti dell'attività dei Martinelli si trovano in territorio marchigiano: nella chiesa di San Sebastiano a San Sebastiano di Mondolfo (Ps) esiste infatti, in ottime condizioni conservative, l'op. N del 1836 mentre dell'anno seguente è l'op. VII destinata alla chiesa dell'Adorazione di Jesi (An) e, privo della data ma verosimilmente risalente a quello stesso anno, è lo strumento della chiesa di San Filippo a Sant'Angelo in Vado (Ps) che sul listello sopra la tastiera presenta una targhetta con l'iscrizione “FF. MARTINELLI / ALLA / FRATTA DI PERUGIA / OPERA VIII”.

Agli anni 1837 e 1838 dovrebbe risalire l'epoca di costruzione degli strumenti non sopravvissuti destinati a chiese non meglio identificate di Castelfidardo (An), Gubbio (Pg) e Pietralunga (Pg) (5), mentre l'op. XII del 1839, originariamente eretta nella chiesa del monastero delle Clarisse di Monte San Vito (An), è conservata dal 1885 nella chiesa di San Benedetto abate di Morro d'Alba (An).

Presso la chiesa di San Francesco a Narni (Tr) si trova invece, assai rimaneggiato, uno strumento del 1841 costruito per la cattedrale di San Giovenale della stessa città (6). L'anno seguente i Martinelli fabbricarono il - nuovo organo - di cui poi effettuarono la manutenzione dal 1845 al 1863 - per un'altra importante cattedrale umbra a Città di Castello (Pg), dove inoltre restaurarono il piccolo positivo della Cappella del Ss. Sacramento (7).

Tornati nelle Marche, nello stesso 1842 eressero l'organo per la chiesa di San Francesco a Mondavio (Ps), tra il 1842 ed il 1843 quello nella cripta della chiesa dei Ss. Biagio e Romualdo a Fabriano (An) (8) e nel 1844 lo strumento per la cattedrale di Pergola (Ps) che, sul piede della canna maggiore di facciata presenta l'iscrizione incisa: “F. F. MARTINELLI / ALLA.FRATTA.DLPERUGIA./ OPERA XX/ 1844” (9).

Al 1847 risale l'organo per la cattedrale laziale di Poggio Mirteto (Ri) e dell'anno seguente è quello per la chiesa di San Michele arcangelo di Città di Castello. In quegli stessi anni i Martinelli costruirono un grande strumento a due tastiere, su commissione dei principi Torlonia, per la chiesa di Santa Maria in Aracoeli di Roma; gli stessi nobili romani provvidero a farlo restaurare tra il 1858 e il 1867 dall'organaro Enrico Priori che vi aggiunse anche una terza tastiera con il registro di fisarmonica e, dopo un ulteriore intervento degli organari Paoli di Campi Bisenzio (Fi), l'organo fu venduto alla parrocchia della vicina Nemi (RM) (10).

 

 

 

 

Dopo aver lavorato ancora nelle Marche, dove nella chiesa parrocchiale di Sant'Egidio a Castignano (Ap) esiste uno strumento (forse proveniente da altro edificio) che presenta una targhetta a stampa, applicata sul fondo della secreta del somiere maestro, con l'iscrizione: “FF. MARTINELLI / FABBRICATORI D'ORGANI / ALLA FRATTA DI PERUGIA / 1849” (11), gli organari di Umbertide ultimarono nel 1851 un secondo grande organo, a due tastiere per la cattedrale di San Rufino in Assisi (Pg) (12).

Del 1852 sono probabilmente gli strumenti che si possono oggi osservare nella chiesa di San Nicolò in Belfiore a Foligno (Pg) e, forse proveniente dalla chiesa di S. Damiano in Assisi, quello che dal 1861 si trova nella parrocchiale di Casalalta di Collazzone (Pg), mentre al 1854 risale lo strumento conservato nella chiesa di San Bartolomeo a Montefalco (Pg).

Del 1856 è l'organo della chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista a Sassocorvaro (Ps) dove nella secreta del somiere maestro è applicata una targhetta a stampa e penna con l'iscrizione: “FF. MARTINELLI / 1856 Fratta”; al 1858 risale quello di San Michele Arcangelo a Bolognola (Mc) che sulla canna centrale di facciata reca l'iscrizione stampigliata: “PER CURA DI D. FRANCESCO MAURIZI / I / FF. MARTINELLI / FECERO / 1858”; tra il 1859 ed il 1860 fu probabilmente portato a termine l'organo della chiesa della Madonna dell'Oliveto a Passignano sul Trasimeno (Pg).

Nella richiesta di autorizzazione all'espatrio inoltrata il 4 maggio 1862 all'autorità comunale (13), Antonio, dopo aver accennato ad uno strumento collocato l'anno precedente in una località non meglio identificata della Toscana, dichiara di doversi recare in Lazio per erigere l'organo della cattedrale di Sutri (Vt) e riferisce dell'incarico di fabbricare per il venturo 1863 quello per la collegiata di Montone (Pg). Un'ultima opera datata, risalente al 1866, si conserva nella Collegiata di Mercatello sul Metauro (Ps) ed altri due strumenti, privi della data e del numero d'opera, si trovano ancora in territorio marchigiano: nella chiesa di San Michele Arcangelo a Sorbolongo di Sant'Ippolito (Ps) e nella chiesa di Santa Maria in Via a Camerino (MC) (14); ai fratelli Martinelli è inoltre attribuito, in base alle caratteristiche tecniche, l'organo conservato nella chiesa di San Giovanni Battista a Roncitelli di Senigallia (An).

In provincia di Perugia esistono ulteriori opere martinelliane non datate nella parrocchiale di Preggio, proveniente da San Giovanni in Pantano e di recente ripristinata, nella chiesa di San Giovanni Battista di Umbertide, di cui sopravvivono solo alcuni resti, nella chiesa di Santo Spirito a Città di Castello e, di dubbia attribuzione, nella cattedrale di Città della Pieve.

L'ultima attestazione documentata dell'attività organaria dei Martinelli riguarda solo Antonio che, in una lettera dell'11 novembre 1883, propone l'acquisto di uno strumento di sua fabbricazione alla Compagnia del Ss. Crocifisso presso la chiesa di San Rocco a Sansepolcro (Ar) al prezzo di 1.100 lire, somma che venne tuttavia considerata troppo elevata per le finanze della Compagnia e quindi l'affare non ebbe seguito (15). Infine, nella chiesa di S. Angelo Minore della Confraternita degli Artieri a Cagli (Ps) è conservato uno strumento di autore ignoto ma acquistato ad Umbertide presso la bottega dei Martinelli.

Nelle loro opere gli organari umbertidesi ripropongono, sostanzialmente

invariati, alcuni elementi tecnici e stilistici dell'organo morettiniano la cui

estetica assimilano radicalmente. L'affinità, se non l'identità, di alcuni

particolari costruttivi è normalmente evidente: dalla disposizione in unica

campata a cuspide con ali delle canne di facciata, con labbro superiore

a scudo, alla fattura della tastiera, delimitata da modiglioni curvilinei

impiallacciati di noce e, in alcuni casi, decorata con bassorilievi in ottone;

dall'accurata falegnameria del somiere maestro, sempre del tipo a tiro,

alla fattura dei tiranti dei registri, a pomello in legno tornito dalla

aratteristica forma allungata o, più raramente, a manetta a incastro.

I Martinelli fabbricano generalmente strumenti di piccole e medie dimensioni

sulla base di un Principale di 8' e con un'unica tastiera (ad eccezione dei

grandi strumenti doppi di Roma ed Assisi, quest'ultimo dotato anche di un

Principale di 16' che inizia tuttavia dal Do,) di 50 tasti ricoperti in osso, o in

bosso, ed ebano con frontalino liscio ed estensione da Do, a Fa, con prima

ottava corta e divisione tra bassi e soprani “alla spagnola” (ossia da Do, e Do#3,

come nei primi strumenti del Morettini). Gli organi di Mercatello sul Metauro e

delle cattedrali di Assisi e Pergola presentano tastiere con la prima ottava

straordinariamente cromatica, rispettivamente di 58 (da Do, a La5) e 54 tasti

(da Do, a Fa,). La pedaliera, del tipo a leggio con tasti di noce, possiede

l'estensione di 12- note (da Do, a Mib,, con prima ottava corta) che negli

strumenti di maggiori dimensioni, viene ampliata a 17 (da Do, a Sol#2 con

ottava corta) ed è munita solitamente di un registro di Contrabbassi con canne

di 16' in legno d'abete verniciato di rosso, a volte con l'Ottava dei Bassi

di 8' in raddoppio.

Il Ripieno si estende normalmente alla Vigesimanona, mentre negli strumenti

più piccoli è limitato alla Vigesimaseconda e raramente, se non negli organi di

grandi proporzioni come quelli di Narni, Città di Castello e Pergola, raggiunge

la Trigesimasesta, o comprende la Duodecima praticata dal loro maestro

perugino.

L'apprendistato morettiniano degli organari umbertidesi appare evidente anche

dalla composizione dei registri da concerto: tra le ance essi prediligono quelle a

tuba corta come la Lira, detta anche Voce angelica, di 16' soprani - con tube

coniche in lega di stagno, poco rastremate e con i bordi chiusi alla sommità,

collocate in facciata o in fondo al somiere - completata nei bassi dal Fagotto, o Violoncello, di 8' con tube piramidali di legno o in lega di piombo con gli angoli schiacciati al vertice che, quando collocate in facciata, presentano uno smalto di vernice rossa al minio (16). Nel grande strumento assisano esiste un Corno Inglese di 16' (17) (nei soprani, con tube in lega di stagno composte da sezione tronco conica rovesciata sormontata da sezione cilindrica chiusa alla sommità, ed un Oboè di 8' soprani di forma analoga (la sezione cilindrica è più corta ed aperta)).

Le canne dei Tromboncini di 8', sempre disposte in prospetto, hanno tube di stagno piramidali nei bassi (di fattura analoga al Violoncello) e coniche nei soprani, mentre le tube delle Trombe di 8', anch'esse di stagno e poste davanti alla mostra, sono coniche poco svasate in sommità, come quelle delle Trombette in Ottava, registro di 4' nei bassi. Lo strumento fabrianese del 1843 presenta un Violino soprani di 8' con tube coniche in lega che, collocato in fondo al somiere in cassa espressiva azionabile tramite un pedaletto, tradisce inequivocabilmente la discendenza, seppur indiretta, dagli autori della scuola montecarottese del Vici.

La pedaliera, negli organi più grandi, possiede infine un registro di Tromboni di 8' con tube piramidali in legno verniciate di rosso di altezza reale (come nello strumento di Assisi, qui denominato Bombardone) o costituite da più sezioni tronco coniche di latta.

Alla famiglia dei flauti appartengono: l'originale Corno dolce di 16' soprani (registro che non deriva dall'eredità morettiniana) (18) dalle tube coniche di taglio piuttosto largo, alcune parzialmente coperte al vertice, collocato in fondo al somiere; il Flauto Traversié (denominato anche Flauto Traverso o Traversiere) di 8' soprani con canne cilindriche tappate da calotta esterna di piombo guarnita di pelle, il Flauto in ottava di 4', con la prima ottava derivata dall'Ottava e con canne tappate sino a Si e le seguenti a cuspide, a volte limitato al solo registro soprani e denominato Ottavino che nell'organo di Sorbolongo di Sant'Ippolito, indicato con il francesismo Flasgiolé, possiede un'intonazione particolarmente vivace grazie alla originale presenza nelle canne di due bocche diametralmente opposte; il Quintetto di 2, 2/3' nei soprani con canne a cuspide; il Decimino di 1,3/5' soprani cilindrico e con misure da Principale (19).

Costante è inoltre la presenza negli strumenti martinelliani della Voce umana, il tradizionale registro battente di 8' soprani, qui con accordatura crescente, mentre più rara è la Violetta di 4' nei bassi con canne a diametro stretto. Gli organari umbri, infine, corredano le loro opere di una vasta gamma di accessori dai tradizionali Tiratutti del Ripieno a manovella e Tamburo acustico in pedaliera (20) ai più moderni Campanelli (o Carillon), Gran cassa e Terza mano (21).

 

Mauro Ferrante, concertista d'organo, organologo e compositore nato nel 1956, è docente di composizione presso il Conservatorio di Musica “Gioacchino Rossini” di Pesaro. In qualità di Ispettore onorario del Ministero per i Beni e le Attività Culturali presso le Soprintendenze di Urbino e Bologna si occupa dello studio e della tutela degli organi storici italiani sui quali ha tenuto conferenze e pubblicato saggi diversi, tra cui: Gli organi di Gaetano Callido nelle Marche, Il restauro degli organi antichi nelle Marche: criteri e metodologia, Organari veneti nelle Marche dal XVI al XIX secolo, L'organo del convento del Beato Sante a Mombaroccio e 1'attività di Pietro Nacchini nelle Marche, Note sui Cioccolani maestri organari di Cingoli.

 

 

 

Note:

1. Le notizie biografiche del presente contributo sono tratte dall'unico e fondamentale saggio sull'arte organaria in Umbertide di Renzo GIORGETTI, Organi e organari ad Umbertide, in “studi e documentazioni. Rivista umbra di musicologia”, n.13 (dicembre 1987), pp. 5-32. Dello stesso autore si veda anche Le cattedrali umbre e i loro organi, ibidem n. 19 (dicembre 1990) pp. 3 - 38 ed il Catalogo degli organari attivi in Umbria, in V Festival organistico “Città di Perugia”; Perugia 1989, pp. 23 - 41. Notizie storiche e considerazioni di carattere estetico sono contenute anche nel saggio di Paolo PERETTI La tradizione organaria umbro-marchigiana nei secoli XVIII e XIX Note storiche e critiche, in “Bollettino storico della città di Foligno”, Vol. XIII Foligno 1989, Accademia Fulginia, pp. 83 - 120

2. Angelo Morettini era stato a sua volta allievo dell'organaro marchigiano Sebastiano Vici, il più autorevole della scuola organaria di Montecarotto (Ancona).

3. Si tratta dell'op. 23 di Angelo Morettini realizzata su commissione di Ruggero Burelli.

4. Cfr. Marco VALENTINI, L'organo maggiore di S. Rufino in Assisi. Descrizione e restauro, Quaderni dell'Accademia properziana del Subasio (5), Assisi, 1998, p. 5.

5. Cfr. R. Giorgetti, Organi e organari... op. cit. pp. 7 – 8.

6. In data 22 marzo 1840 fu stipulato, per la somma di 480 scudi, il contratto dell'organo. Il documento è trascritto in R. Giorgetti, Le cattedrali umbre..., op. cit. pp. 31 - 34 che riporta anche la notizia dell'aggiunta del registro di Campanelli effettuata nel 1864 dagli stessi Martinelli.

7. II contratto dell'organo del 9 maggio 184-0 è trascritto in R. Giorgetti, Organi e organari..., op. cit. pp. 27 - 28. Lo strumento fu pagato 500 scudi più i materiali dell'organo vecchio.

8. Una targhetta a stampa con cornice metallica applicata al centro del listello sopra la tastiera reca l'iscrizione: “F.F. Martinelli/ 1843” mentre sul piede della canna maggiore di facciata è inciso: “Gregorii XVI P.M./ in / Romualdum / Munifica Pietate / Hoc / A FF. MARTINELLI, Fractae fuit elaboratum / A.D. / 1842”.

9. Trasportato intorno al 1975 nella chiesa del Ss. Crocifisso di S. Lorenzo in Campo (Ps) lo strumento è stato smontato nel 1999 ed accantonato.

10. Cfr. in proposito Alberto CAMETTI, Organi, organari e organisti del Senato e del Popolo Romano in Santa Maria in Aracoeli (1583 - 1848), in “Rivista Musicale Italiana”, XXVI (1919) pp. 441 - 483 e Ferdinando DE ANGELIS, Organi e organisti di Santa Maria in Aracoeli, Roma, Convento di S. Lorenzo in Panisperna, 1969.

11. Lo strumento è stato ripristinato nel 1994.

12. II contratto dell'organo per la somma di 620 scudi, datato 16 giugno 1848 è trascritto in R. Giorgetti, Organi e organari..., op. cit., pp. 25 - 27. Nel 1996 è stato ultimato il restauro storico dello strumento.

13. Cfr. R. GIORGETTI, Organi e organari..., op. cit., pp. 17 - 18.

14. La paternità di entrambe le opere è attestata da etichette a stampa con la scritta: “FF. MARTINELLI”. Lo strumento di Sorbolongo presenta inalterato ed in buone condizioni conservative il materiale originale; quello camerinese, dopo un restauro storico portato a termine nel 1994, ha subito lievi danni in seguito al sisma del settembre 1997.

15. Cfr. R. GIORGETTI, Antichi organi nelle chiese delle Confraternite di Misericordia in Toscana, Firenze 1994, Arti Grafiche Giorgi & Gambi, pp. 235 – 237.

16. Ossido salino di piombo, di color rosso, usato per la preparazione di smalti e vernici antiruggine.

17. In origine esistente anche nell'organo di Mercatello sul Metauro, in seguito soppresso.

18. Osservabile a Castignano (qui con le canne più acute tappate), Mercatello sul Metauro e Passignano sul Trasimeno.

19. Lo stesso indicato dal Morettini anche con il curioso appellativo di Acciarini.

20. Comandato dall'ultimo tasto della pedaliera, il tamburo aziona contemporaneamente una serie di canne di basseria provocando un suono simile a quello dell'omonimo strumento a percussione

21. Congegno meccanico che collega alcuni tasti con gli analoghi dell'ottava superiore.

 

Fonti:

“Umbertide nel Secolo XIX” di Renato Codovini e Roberto Sciurpa – Comune di Umbertide. 2001

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LA GRANDE PIENA DEL TORRENTE REGGIA E DEL TEVERE

 

Un temporale di inaudita violenza il 19 luglio del 1800 fece straripare la Reggia provocando disastri di notevole rilievo. Il primo grosso guaio si verificò sulla sua riva destra, dopo il primo ponticello (tale era a quei tempi, piccolo, basso e costruito in legno) che univa il mercato alla Collegiata. La forte corrente portò via il muro di sostegno che sorreggeva il terrapieno risalente verso la Porta del Soccorso della Rocca, quella rivolta verso il mercato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Procedendo verso la foce, dopo l'aggiramento del basamento della torre Sud Est (dopo l'odierno piccolo ponte ferroviario in ferro) la corrente aveva divelto il muro della sponda sinistra che riparava l'intero borgo di Santa Croce, per poi devastare in modo rilevante uno dei muri di sostegno del ponte lungo la strada che conduceva a San Francesco. I danni erano rilevanti e venivano a cadere in una circostanza in cui il Comune non aveva i soldi nemmeno per comprare il pane. La richiesta di aiuto al Delegato Apostolico, sebbene a malincuore sapendo che tipo di uomo fosse il Cardinale Rivarola, era indispensabile. I Priori, dunque, informarono il Delegato, che rispose prontamente in data 26 luglio suggerendo di convocare il Consiglio per esaminare l'accaduto e chiedendo di essere informato “... sul risultato, dopo di che determinerò quello che sarà più giusto e il modo più atto e più economico per i riattamenti”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tutto sembrava procedere bene e i Priori di Fratta incaricarono, in data 30 luglio, il capo mastro muratore Pietro Gentili per la perizia. Il tecnico fece una relazione dettagliata sull'ampiezza dello scavo per raccordare la parte vecchia con i nuovi lavori, per rifare l'arco in modo di “accompagnarlo con l'altra porzione rimasta”; stimò che sarebbero stati necessari 11.340 mattoni per completare il lavoro, compresa la ricostruzione delle sponde asportate. La spesa totale sarebbe stata di 742 scudi.

La relazione venne inviata a Perugia e, nella lettera di trasmissione per addolcire la durezza del Rivarola in fatto di esborsi, si ricordava che Fratta pagava un contributo annuo per la viabilità. Il Cardinale, fedele all'impegno preso di far conoscere il sistema più economico per i “riattamenti”, rispose dicendo che il contributo annuo serviva per la normale manutenzione stradale e dal momento che le piene dei fiumi sono un fatto straordinario, i danni non potevano rientrare in questa voce e aggiunse che “... L'erario di Perugia è talmente esausto e tanto miserabile la sua situazione che è nella reale impotenza di supplire alle spese che a tale oggetto si richiederebbono, quand'anche vi fosse tenuto”. La lettera del Cardinale terminava con il consiglio prezioso di accomodarlo subito perché “... più tempo si aspetta più i danni potrebbero diventar gravi, poi si vedrà”. Ma il Consiglio di Fratta non si arrese e toccò la corda dell'ideologia per aggraziarsi il prelato, dicendo che “...Fratta è povera perché gli abitanti sono stati depauperati in tempo dell'estinto Democratico Governo”. La Repubblica Romana, dunque, aveva gettato sul lastrico la gente di Fratta. Ma il Cardinale non era uomo dal cuore tenero e tanto meno sensibile ai richiami ideologici e con piglio deciso e senza mezzi termini il 16 agosto chiuse la questione così:

 

“... Se i consiglieri perdono tempo in discussioni le rovine diverranno ogni giorno maggiori, il ponte e le muraglie finiranno di cadere.... La pretenzione di obbligare subito alle spese necessarie senza subito far nulla sarebbe come quella di un pigionante, che vedendosi la casa a fiamme e fuoco, con pericolo inevitabile di perdere tutte le sue robbe, volesse aspettare che il proprietario, a cui corrisponde l'annuo affitto, pensasse ad estinguere l'incendio ed intanto se ne rimanesse indolente a guardarlo. Quindi la Comunità di Fratta faccia subito i ripari a sue spese e ci liberi dagli incessanti reclami che ci giungono ogni giorno da codesta terra”.

 

La lettera non lasciava dubbi interpretativi e il Comune decise di arrangiarsi da solo. Poiché eravamo alle soglie dell'autunno e la stagione delle piogge incombeva, in data 4 settembre fu dato l'incarico al muratore capo mastro Ventura Bartoccini di predisporre il progetto e le fasi di esecuzione dei lavori. Tutto fu preparato con molta sollecitudine: entro novembre sarebbe stato ricostruito il muraglione ed entro giugno successivo il ponte di San Francesco. Il Comune stanziò in bilancio la somma necessaria ed inoltrò al Rivarola la richiesta delle autorizzazioni necessarie per l'inizio dei lavori. Il Cardinale fu felice, la sua linea dura aveva vinto. Concesse in fretta tutti i permessi richiesti e le facoltà necessarie per reperire il denaro fra il Clero e i Possidenti, anche se abitanti fuori della Fratta.

Ma le sciagure non vengono mai da sole e finita la disputa per la riparazione dei danni provocati dalla piena della Reggia, ai primi di ottobre, arrivò la piena del Tevere che erose parte della strada per Città di Castello. Il ponte allora era più stretto ed aveva solo tre archi; più trattenuta risultava, pertanto, la massa delle acque durante i periodi di piena che, forzando contro il terrapieno dalla parte Ovest del ponte, risucchiò parte della strada.

Per la seconda volta iniziò il palleggio delle competenze tra il Comune ed il Rivarola che non volle sborsare un quattrino per le ragioni esposte in precedenza. Il Comune di Fratta dovette sostenere la metà della spesa e l'altra metà i comuni limitrofi.

 

Fonti:

“Umbertide nel Secolo XIX” di Renato Codovini e Roberto Sciurpa – Comune di Umbertide. 2001

 
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IL DOMINIO FRANCESE A FRATTA - I PARTE

 

L'annessione alla Francia

Lo Stato Pontificio formalmente esercitava tutti i suoi poteri, manteneva in vigore le sue leggi e la sua struttura amministrativa, ma il controllo e l'ingerenza dell'Autorità francese si faceva no ogni giorno più pesanti non solo sulle scelte economiche, ma soprattutto su quelle politiche. Il Governo Pontificio aveva predisposto anche una riforma elettorale radicale, elevando il numero dei consiglieri comunali a trenta e rimaneggiando alcuni meccanismi amministrativi interni al municipio, ma il progetto rimase nel cassetto, perché l'agonia del potere papale era ormai prossima alla fine.

Le prime avvisaglie di rottura tra Napoleone e il Papa si ebbero quando quest'ultimo fu costretto a chiedere supplementi tributari pesanti per il mantenimento delle truppe francesi nell'Italia Centrale. Le spese di casermaggio aumentarono ogni giorno di più dalla primavera del 1807 e la pressione fiscale non solo si fece insopportabile sui contribuenti, ma innescò anche aspri conflitti fra i primi due ceti per la sua ripartizione.

Alla Fratta si discusse molto e si crearono laceranti divisioni sul pagamento di quei 39 scudi annui imposti per il mantenimento delle truppe transalpine. Nell'anno successivo (1808) si verificò un vero e proprio sciopero fiscale: i possidenti si rifiutarono di pagare e il Comune fu costretto a ricercare un altro criterio di ripartizione dell'imposta. Questo episodio farebbe supporre che l'onere del casermaggio fosse a totale carico del primo ceto o che gravasse in misura massiccia solo su questo.

Il 4 agosto del 1808 si tenne una riunione consiliare movimentata perché gli Artisti, che erano in maggioranza, sostennero fermamente che la tassa doveva essere a carico dei proprietari terrieri. Questi, messi in minoranza dai numeri, fecero ricorso al Governatore di Perugia, con malcelata indignazione, dicendo: “Il ceto degli Artisti, che formano il maggior numero, ma non la parte più sana, tumultuariamente si oppone a qualunque giusto progetto, pretendendo che l'aggravio venga imposto o sul terratico o sul bestiame, cosa questa ingiustificata perché verrebbe a gravare solo i Possidenti”. Il Governatore dette loro ragione e impose la ripartizione per “testatico”, esclusa la classe degli “indigenti”: i possidenti pagheranno 9,50 baiocchi a testa e gli artisti 5,50. Quell'inciso, sugli “indigenti” fa capire molte cose sul “testatico” e cioè che in più di un caso tale tipo di imposta gravava anche sul ceto dei “non tassabili”.

Ormai la parvenza di autonomia, di cui sembrava godere lo Stato della Chiesa, era al tramonto. In maggio (1809) il Papa Pio VII venne imprigionato e il suo Stato annesso direttamente all'Impero Francese.

Si cambiò padrone! Entrarono in vigore altre leggi, si organizzò un'altra struttura amministrativa, sparirono i Priori e sulla poltrona più alta del Comune si insediò il Maire.

Ma anche il nuovo stato di cose era destinato ad avere una vita breve perché nel 1814 il corso della storia riprese il cammino interrotto cinque anni prima. Si cercò di “restaurare” tutto e tutti, come se nel frattempo niente fosse successo. Non si volle vedere il fuoco tenace di rinnovamento che ardeva sotto la cenere e che pian piano sarebbe divampato, perché la restaurazione acritica è sempre violenza alle leggi della storia..

Roma, Perugia e Spoleto vennero annesse all'Impero francese il 17 maggio del 1809. Alla Fratta si rimase nel limbo dell'incertezza fino al 13 luglio. Intanto i Priori, nella riunione consiliare del 22 di giugno, non sapendo da quale parte politica guardare, intestarono il verbale della riunione in questo modo:

 

“In nome di Dio, Amen - Nel dì 22 giugno 1809

In nome di Sua Maestà l'Imperatore dei Francesi, Re d'Italia e Protettore della Confederazione del Reno...”

Dopo il 13 luglio, Dio non fu più nominato, ma solo Napoleone I°, Imperatore dei Francesi, con quel che segue. La data rimase.

 

I primi provvedimenti del Governo Francese

Ormai Fratta era un Comune di terza classe dell'Impero Francese, o meglio un Cantone del Dipartimento del Trasimeno. Il suo territorio si ingrandì con l'aggiunta delle terre di Sorbello (1.615 abitanti divisi in dieci parrocchie), Antognolla (959 abitanti e sei parrocchie), Solfagnano (847 abitanti e 4 parrocchie), Montone (1.224 abitanti e 4 parrocchie). Scomparve ogni parvenza di autonomia, che del resto anche nel regime papalino non c'era mai stata, e le nomine dei responsabili dell'amministrazione locale venivano fatte direttamente dai fiduciari di Napoleone I°.

Il 13 luglio del 1809, infatti, il Comandante Superiore delle Province dell'Umbria, Generale Miollis, arrivò alla Fratta per impartire precise e perentorie indicazioni sul nuovo corso politico e per predisporre un elenco di personaggi affidabili cui conferire gli incarichi amministrativi.

I documenti che seguono sono più eloquenti di ogni commento:

 

IMPERO FRANCESE

In nome di Sua Maestà Napoleone I°, Imperatore dei Francesi, Re d'Italia e Protettore della Confederazione del Reno

13 luglio 1809

 

Sua Eeccellenza il Signor Aiutante Generale Miollis, Comandante Superiore nelle Province dell'Umbria e Sabina, incaricato dalla Consulta Straordinaria delli Stati Romani, dovendo organizzare in questa Terra la Municipalità a norma del decreto di detta Consulta del 5 corrente, si portò personalmente in questo Paese e dopo aver chiamato in congresso gli individui dell'attual Magistrato provvisorio e i capi delle principali famiglie, richiese una nota di tutte quelle persone che potevano essere capaci per sostenere gli impieghi di Maire, Aggiunto, e dei dieci Consiglieri municipali. Fatta questa nota, dopo aver prese le opportune informazioni si determinò sulla scelta degli infrascritti impiegati, come rilevasi dal suo dispaccio, che qui si trascrive.

 

La Fratta - Lì 13 Luglio 1809

Il Comandante Superiore della Provincia dell'Umbria e Sabina, incaricato dalla Consulta Straordinaria per li Stati Romani dell'Organizzazione dell'Amministrazione Municipale delle suddette Province.

 

Al Signor Domenico Bruni - La Fratta

A seconda della seduta del 5 luglio corrente essendo stata a me rimessa dalla Consulta Straordinaria l'organizzazione di un Maire, d'un Aggiunto e di dieci Consiglieri Municipali, ho prescelto voi per addossarvi la carica di Maire; avrete per Aggiunto il Signor Luigi Santini. Consiglieri saranno poi i Signori: Vincenzo Mavarelli, Giuseppe Bertanzi, Domenico Reggiani, Giuseppe Paolucci, Giambattista Magi Spinetti, Felice Molinari, Francesco Cambiotti, Angelo Gigli, Gioacchino Pucci, Luigi Passalbuoni. Farete ad essi conoscere il loro incarico: ed io ne vado contestualmente a rendere conto alla Consulta Straordinaria per avere l'Ordini ulteriori per l'istallazione.

 

                                                                                                                                               Con considerazione, suo Miollis.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I nomi che appaiono sono sempre gli stessi, in qualunque regime, con il Papa o contro il Papa. Mancano solo quelli dei due presunti giacobini, Burelli e Savelli. Ma forse, in loro vece, figurerà quello di chi tramò nei loro confronti. Così andava il mondo, anche allora!

La nuova amministrazione si adoperò immediatamente per mettere ordine nei vari procedimenti amministrativi e nei sistemi di comunicazione e di scambio. Il settore dell'anagrafe fu oggetto di particolare cura, con la registrazione obbligatoria delle nascite, dei matrimoni e delle morti, in precedenza lasciata alla diligenza dei parroci. Furono imposti i numeri civici alle abitazioni, i nomi alle vie e alle piazze. Si realizzò l'unificazione dei sistemi monetari, dei pesi e delle misure. L'articolazione dei bilanci comunali fu strutturata in capitoli (1), con la possibilità di prevedere accantonamenti per le spese impreviste. Si stabilì il divieto assoluto di sepoltura nelle chiese o nei centri abitati in applicazione dell'Editto di Saint Cloud, ora esteso anche all'Italia, circostanza storica che ispirò I Sepolcri di Ugo Foscolo. Si trattò in apparenza di piccole cose che, però, ebbero un'incidenza enorme nel tessuto sociale, tenendo conto del livello di arretratezza in cui vivevano le nostre popolazioni.

Ci fu un gran lavoro per l'intitolazione delle vie e delle piazze (2) e la numerazione delle case che erano appena 200. L'opera fu data in appalto il 5 ottobre del 1810 ed il relativo capitolato era molto rigoroso e dettagliato. Esso stabiliva:

 

1. Dentro il mese di ottobre eseguire e terminare il lavoro di tutte le cartelle che occorreranno per la numerazione delle case di questo paese e su borghi e per l'indicazione del nome delle strade e piazze.

2. Simili cartelle saranno fatte sopra intonaco fresco, con fondo chiaro e numeri di color negro della grandezza secondo il modello che si fa estensibile.

3. Le cartelle che indicheranno il nome delle strade e piazze siccome devono essere più grandi, saranno considerate il doppio di quelle delle case e saranno pagate dal Comune.

4. Quelle delle strade e delle piazze saranno poste nel luogo che verrà indicato.

5. La numerazione delle case sarà pagata dalli rispettivi proprietari a forma del decreto del 7 settembre quali potranno essere costretti dall'appaltatore anche per via giuridica.

6. Finalmente sarà a carico dell'appaltatore medesimo qualunque spesa che occorrerà per l'aggiudicazione e registro.

 

Per l'appalto il Comune stabilì il prezzo di otto baiocchi a cartella. Si accesero diverse candele che restarono tutte senza offerta. Si dovette ricorrere ad un ribasso d'asta che fu vinta da Giovambattista “del morto” Clemente Giangottini per sei baiocchi a cartella.

Tra i provvedimenti adottati dal Governo Francese, ci fu anche quello della coscrizione obbligatoria. I giovani “fortunati” che avrebbero dovuto militare nell'esercito di Napoleone venivano estratti a sorte. Un'anfora di vetro, appositamente ordinata alla vetreria di Piegaro, conteneva dei foglietti con le generalità dei giovani. In assenza di un'anagrafe precisa, l'urna conteneva i nomi che i vari parroci inviavano, su esplicita richiesta del Maire. La collaborazione non doveva essere molto entusiastica se il barone Rederer, Comandante delle truppe francesi nel Dipartimento del Trasimeno, con un'ordinanza, impose che a partire dal 1° gennaio del 1814 tutti i parroci avrebbero dovuto consegnare in Comune i registri parrocchiali.

 

Gli stipendi

È interessante conoscere le remunerazioni del primo decennio del secolo nel settore del pubblico impiego. Non è un grande contributo alla storia, ma un utile elemento di conoscenza comparativa per rendersi conto delle dinamiche salariali intervenute e delle garanzie sindacali che tutelano oggi questo comparto.

Prima diamo una piccola occhiata alle “indennità” di carica degli amministratori.

I Priori percepivano 20 scudi all'anno che dovevano essere ripartiti tra i quattro Magistrati. Si trattava di un riconoscimento onorifico per la funzione svolta poiché 5 scudi a testa non rappresentavano certo una risorsa economica lusinghiera e la modestia della cifra incentivava il principio sano e sempre valido della politica come servizio. Se poi si aggiunge che tale indennità veniva erogata quando le finanze del Comune lo permettevano, si può supporre con ragionevole certezza che l'ente locale del tempo risparmiasse questa uscita.

C'era, però, chi con lo stipendio ci viveva e doveva essere corrisposto con puntuale regolarità.

Il Segretario comunale, Giovambattista Burelli, aveva uno stipendio d'oro, tale da essere guardato con molta invidia da tutti gli altri dipendenti pubblici. Percepiva 30 scudi all'anno che venivano corrisposti in rate quadrimestrali da dieci scudi ciascuna.

Subito dopo di lui veniva il Camerlengo (cassiere) con 18 scudi all'anno da pagarsi in rate trimestrali.

Il Commissario di polizia del comune, dottor Paolucci, era più povero, percepiva solo 12 scudi all'anno come il Direttore dell'Ufficio Postale e spacciatore delle lettere nel medesimo tempo.

Poiché si poteva verificare la necessità di sbrigare alcune pratiche a Roma, nella sede centrale del Governo, e non era agevole recarsi nella capitale pontificia per le difficoltà di trasporto, i Comuni ricorrevano alla nomina di un loro rappresentante che risiedeva in quella città e curava il disbrigo delle pratiche che gli venivano trasmesse. La remunerazione per l'Agente di Roma non era fissa e dipendeva dal volume di lavoro che aveva svolto nell'anno. In ogni caso la ricompensa media era di circa otto scudi all'anno.

Giambattista Fuochi e Silvestro Catalani erano le due guardie campestri del Comune che dovevano girare molto per tutto il territorio comunale. Il loro stipendio era di due scudi al mese. Dovevano svolgere un ruolo molto importante o ingrato se percepivano più del commissario, del camerlengo e del direttore delle poste.

 

I limiti del territorio comunale

Un provvedimento importante dell'Amministrazione francese fu quello della sistemazione delle operazioni daziarie. Il dazio (“octroi” come imposero di dire i Francesi) doveva essere pagato da tutta la popolazione del Comune in tutti i generi di commercio e ogni territorio comunale aveva le sue tariffe e i propri sistemi organizzativi. Era, pertanto, indispensabile conoscere con precisione i limiti territoriali del Comune per stabilire con certezza le competenze dei tributi e i metodi di riscossione.

Il 9 gennaio del 1813 fu emanato un provvedimento per la razionalizzazione della riscossione dell'octroi e quindi per la definizione consequenziale del territorio comunale. La legge stabiliva che dovevano essere messi dei “puntoni” nei luoghi di confine del territorio comunale che recassero un cartello di legno con la scritta

 

“OCTROI DI FRATTA”

 

I cartelli furono affissi nei seguenti luoghi:

1. Strada di Montecastelli, vicino alla Barca (3)

2. Strada di Banchetti, vicino all'osteria, a confine della Cura di Verna

3. Vicino all'Osteria di Sorbello

4. Vicino al Ponte La Nese

5. Vicino al Ponte Rio

6. Ai limiti del territorio, alle Case Nuove

7. Sulla strada presso il torrente Rasina

8. Al confine della Cura di Santa Giuliana e Antognolla

9. Ai limiti della Cura di Monestevole, per andare a Preggio.

 

Lavori pubblici

Nel 1803 si verificò un primo intervento di modeste proporzioni, ma destinato a modificare in modo rilevante l'assetto urbanistico del paese. In quell'epoca la Fratta era un isolotto tra la Reggia e il Tevere, e la parte Nord non lambita dalle acque era cinta da un fossato che partiva dalla torre della Rocca e, costeggiando le mura, passava sotto l'odierno Teatro, continuava per la Piaggiola e sfociava nel Tevere a fianco del molino di Cambiotti (l'odierno Molinaccio).

Questo fossato venne riempito e spianato il terreno sottostante la Rocca in modo da ricavare una piazza utilizzata per le fiere e i mercati.

Un elemento che sorprende è dato dal fatto che pur essendoci all'Ufficio Tecnico, un ingegnere valente e per di più “idrostatico” come Don Bartolomeo Borghi, i lavori vennero affidati all'Ing. Calindri di Perugia. Era già iniziata l'era delle “consulenze esterne”!

Nel 1805 il Comune decise alcuni traslochi per un utilizzo più razionale dei locali. Vennero ceduti all'Accademia dei Riuniti tre ambienti al piano terra dell'attuale teatro, utilizzati come prigione e servizi annessi. Il carcere venne trasferito in un apposito settore del Palazzo Comunale e con l'occasione si approfittò per eseguire alcuni lavori di manutenzione.

 

Note:

1. Anche oggi i bilanci degli Enti pubblici sono divisi in capitoli. All'epoca di cui stiamo parlando le Entrate e le Uscite erano in un unico calderone.

2. Sotto il governo dello Stato Pontificio nessuna via o piazza portava la sua denominazione scritta.

3. Da Montecastelli, per andare a Città di Castello, bisognava attraversare il Tevere sopra una grossa barca spinta sull'acqua dalle robuste braccia del traghettatore, che si aggrappava ad una grossa fune ancorata ai due piloni collocati sulle opposte sponde del fiume. Il “Passo del Tevere” è ancora visibile; basta guardare ad un centinaio di metri a monte dell'attuale ponte per scorgere i resti dei due piloni. Questa strada porta oggi il nome di “via della barca”. Fin dal XVII secolo quel punto segnava il confine tra il territorio di Fratta e quello di Città di Castello.

La strada che attraversa Montecastelli si dirigeva direttamente verso Trestina. Non essendoci il ponte, non c'era nemmeno quell'infelice curva attuale su cui si innesta la strada per Trestina. A circa 150 m. dall'innesto, si dirigeva in forte discesa sulla destra (come è possibile vedere anche oggi) verso la “Casa dei Fabbri” che è ancora esistente e chiamata "La Maestà dei Fabbri" (odierna proprietà Pacciarini). Dalla casa, dopo aver superato un ponticello in mattoni su di un piccolo ruscello, la strada si dirigeva sulla destra, verso la sponda del Tevere, dove c'era la barca. Dall'altra parte del fiume, nel territorio di Città di Castello, si vedeva, fino a poco tempo fa, l'alta “Casa Torre” sotto la quale passava la strada carrozzabile. Adesso non si vede più perché il Comune ha concesso alla proprietaria di incorporarla nel resto dell'edificio. Forse era la casa-torre più bella dell'Umbria!

 

Fonti:

“Umbertide nel Secolo XIX” di Renato Codovini e Roberto Sciurpa – Comune di Umbertide. 2001

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IL DOMINIO FRANCESE A FRATTA – II PARTE

 

L'albero della Libertà

I primi anni del secolo, stando alle lettere che il Gonfaloniere di Fratta inviò alle autorità perugine, furono fonte di notevole preoccupazione per l'ordine pubblico nel paese. A dire il vero il tono e il contenuto della corrispondenza ci sembrano esagerati. Fenomeni di scontento per le condizioni economiche e sociali vengono, con studiata disinvoltura, attribuiti a presunti nostalgici del passato regime sì che diventa difficile distinguere i fermenti del dissenso dalle proteste della fame.

Non c'è dubbio che la Repubblica Romana aveva alimentato gli ideali liberali propri dell'Illuminismo, come pure è assodato che la caduta del potere papale fu salutata dovunque con tripudio di gioia. Ma non ci fu il tempo per dare all'alternativa politica e ideologica un assetto di stabilità perché la rapida alternanza delle vicende militari tra vincitori e vinti non permise l'assimilazione e il consolidamento dei processi in atto.

Solo nelle città più grandi, dove era attiva una borghesia progressista e intraprendente, fu osteggiata con ostinata tenacia la restaurazione papale che, dal canto suo, vedeva pericoli e con giure ovunque (la Tosca di Puccini è ambientata in questo clima politico romano) e dispensava notevoli dosi di galera per il minimo sospetto.

Anche alla Fratta l'ordine pubblico era esposto a frequenti episodi di turbativa e il Gonfaloniere Lorenzo Vibi tremava dalla paura vedendo in essi la occulta regia di repubblicani in agguato. Già due illustri cittadini, Burelli e Savelli, a torto o a ragione, erano stati sospettati di simpatizzare per i giacobini. Meglio stare guardinghi.

Ma ci doveva essere anche dell'altro se il 1° febbraio del 1800 il Vibi prese carta e penna e scrisse alla Reggenza Imperiale di Perugia:

 

“Le continue risse, li frequenti litigi fomentati in questo basso popolo da partigiani che qui abbiamo del passato Repubblicano Governo, per porre in discredito il presente, tengono tutto in agitazione, non meno noi, che tutti li buoni del nostro partito (1). Noi senza autorità e senza forza non possiamo tenere in dovere tanti spiriti rivoltosi che c'inquietano... Se le Vostre Signorie Ill.me facessero quivi giungere una Notificazione nella quale manifestassero a questo popolo di stare ogni uno nel proprio dovere e lontano da litigi, e dalle risse, dando facoltà a questo Signor Giuseppe Agostini Capitano di questa piazza... di far arrestare chiunque saprà aver fatto il litigio e la rissa e spedirli poi subito ben custoditi in codesta vostra Città, con la comunicazione di quelle pene che crederanno e che ogni bettola ed osteria debba serrarsi ad un'ora di notte. Tutto questo diciamo richiedere perché più volte il giorno da poco tempo fa occasione replicate risse e rumori...”

Il Gonfaloniere, quindi, invocava il carcere per i litigiosi e i rissosi che nelle bettole e nelle osterie osavano affrontare il tabù della politica e parteggiavano per il passato regime. Non gli venne in mente che un progetto politico serio di destabilizzazione non si porta in osteria e che il luogo dei litigi, più che a divergenze di opinioni politiche, faceva pensare a qualche foglietta di troppo con la quale si innaffiavano le miserie.

Appena due giorni dopo, infatti, scrisse un'altra lettera allo stesso destinatario la quale ci fa capire, senza volerlo, il vero motivo che stava alla base dei litigi. In essa si diceva che i poveri del paese andavano a macinare dai quattro ai sei chilogrammi di grano alla volta, ma dovevano pagare una bolletta (la tassa sul macinato) su di un minimo di 30 Kg. Il fatto creava grave malcontento e il Gonfaloniere si convinse a chiedere correttivi: “...li clamori continui dei poveri di questa terra e suo circondario che con poche libbre di grano fortunatamente trovate vanno al molino chi con 10 libbre chi con 15 libbre e debbono fare il bollettino per mezza mina... si chiede di fare i bollettini per minore quantità”.

Faceva comodo al potere contrabbandare come protesta politica, alimentata da abili mestatori, un malcontento diffuso che aveva origine, invece, nella fame e negli stenti della povera gente.

In questa logica si inserì anche la ricorrenza del carnevale. Le feste da ballo potevano diventare un momento di aggregazione pericoloso per esternare il malumore sul quale poteva far leva “la gran massa” del partito repubblicano della Fratta. Basta leggere questa terza lettera del 10 febbraio (quel povero Vibi, che vedeva repubblicani dappertutto, era veramente terrorizzato per scrivere tre lettere dello stesso tenore in appena dieci giorni) per renderci conto che la realtà veniva ingigantita: “Qui si vogliono fare le feste da ballo e ne siamo stati richiesti per darne il permesso; ma non vi abbiamo accudito per timore che possa succedere qualche inconveniente, sul riflesso del gran partito Repubblicano che domina in questa Terra. Rendiamo di tanto avvertite le Signorie Vostre”.

Che anche alla Fratta ci fossero simpatizzanti delle idee liberali è fuori di dubbio; ma che costoro avessero un'organizzazione capillare, diffusa e agguerrita non è credibile. Le idee di rinnovamento nell'Italia di allora, e in particolare nella provincia contadina, più che imporsi con la forza organizzativa di un partito, venivano imposte e protette dalle truppe straniere francesi. Forse proprio per questo il timore era grande e si incominciò ad aver paura anche degli alberi.

Gli scrittori politici del tempo fanno un gran parlare degli “alberi della libertà” che sarebbero stati piantati in molte città nel periodo della Repubblica Romana, come simbolo dell'inizio di un'era di rinnovamento nella libertà e nel progresso. Spesso tali affermazioni non sono suffragate da documenti certi. Anche la Fratta ne aveva uno (2) e la sua esistenza è documentata in una lettera del Vibi datata 27 febbraio 1800: “Il partito contrario al presente Governo sempre più insolentisce e si rende intollerabile. Noi fin'ora abbiamo il tutto Religiosamente sofferto, ma vediamo che questa nostra indulgenza fa essere sempre più baldanzosi quei tanti che abbiamo del Partito Repubblicano. Ieri l'altra sera circa le ore due della notte due di questi che ne verremo in cognizione ebbero l'ardimento di usurpare quel diritto che spetta alla Guardia Civica, con dire ad alta voce “Alto là - Chi va là”. Similmente martedì mattina ventisei corrente al piedistallo della Croce che sta collocata ove era l'infame arbore fu trovata una piccola bandiera tricolore con infondo un coccardino che tuttora conservasi da noi: ma il colore turchino pallido di una parte di detta bandiera ci dà indizio che possa esserne stato l'autore un famoso Repubblicano avendo questi un abito di simil colore. Bramiamo sapere come dobbiamo regolarci...”

Non sappiamo quanti fossero i Repubblicani di Fratta, ma sicuramente erano molti gli oppositori al regime papalino nello Stato Pontificio, se lo stesso Papa Pio VII, il giorno 8 novembre, si vide costretto a concedere “il paterno perdono ai rei della passata rivoluzione”.

Intanto il Gonfaloniere Lorenzo Vibi, per non morire di paura (3), si dimise dalla carica ai primi di giugno, a meno di trenta giorni dalla scadenza naturale del suo mandato.

 

Il passaggio delle truppe straniere

L'Alta Valle del Tevere era uno dei percorsi naturali delle truppe che, provenendo dal Nord, si dirigevano a Roma e viceversa. Di solito si trattava di soldati tedeschi, ad eccezione dei due periodi in cui passarono e ripassarono quelli francesi. I costi, sia quelli ufficiali che venivano imposti con le tasse, sia quelli nascosti dovuti alle ruberie, ai soprusi e ai danni prodotti, erano enormi per le comunità locali. Tutte le truppe che si alternarono in quegli anni si comportarono da eserciti occupanti senza il minimo riguardo per le persone e le cose durante il loro passaggio e la loro permanenza.

Il 19 giugno del 1800 arrivò alla Fratta un drappello di 20 soldati a requisire provviste per la truppa austriaca che giornalmente sfilava nei pressi di Perugia, diretta verso il Nord. “Vogliate dar loro ciò che abbisognano - ordinava la Reggenza - occorrendo adopreranno la forza. E un affare della più forte urgenza e darete a questi soldati le solite razioni”. Quasi sicuramente si trattava di soldati austriaci che scappavano verso il Veneto dopo la battaglia di Marengo (14 giugno 1800) con la quale Napoleone, vinta l'Austria, si apriva la strada per l'occupazione dell'Italia Centrale.

 

 

 

II 12 e il 13 settembre, infatti arrivarono i Cisalpini (4) che, armi alla mano, si appropriarono di numerosi beni dei cittadini per un valore di 15 scudi che la Magistratura di Fratta richiese al Rivarola. Ma nel territorio circostante ancora esistevano forti nuclei di soldati austriaci e aretini (i soldati del Granduca alleato dell'Austria) che riuscirono addirittura a far prigionieri alcuni Cisalpini il 19 dicembre. Il drappello con i prigionieri si fermò alla Fratta e consumò, senza pagare, 48 libbre di prosciutto, 3 di salame, 3,50 di formaggio, pane e vino a volontà. Il ventinove dello stesso mese passarono altri aretini con 154 prigionieri francesi.

Lo spettacolo continuò e il 12 gennaio del 1801 la Fratta dovette sopportare il passaggio di un distaccamento di cavalleria tedesca e toscana che prelevò 46 razioni di vino e carne. Il 20 arrivarono i napoletani, alleati dei francesi, che usarono gli stessi metodi dei soldati avversari.

Il 5 febbraio del 1801 il Rivarola fece sapere alla Fratta che al passaggio della “pacifica truppa francese” bisognava restare tranquilli e subordinati alla legge del Sovrano (del Papa) aggiungendo che arriverà a Fratta Leone Borgia, suo Commissario, a fare una requisizione di viveri per l'Armata Francese. Se richiesti, bisognava mettere a disposizione vino e bestiame per il trasporto delle merci.

Le disposizioni del Rivarola farebbero supporre che i francesi si fossero stabilmente insediati nella zona e fossero padroni della situazione. Invece il 14 febbraio passarono da Fratta, e vi pernottarono, numerose truppe tedesche e toscane con prigionieri francesi. Evidentemente temevano qualche attacco delle vicine truppe francesi dal momento che si rinchiusero nel Palazzo Sorbello (odierno Comune), sprangarono porte e finestre e “si abbarrarono le porte coi chiodi”. Come si vede, la confusione regnava sovrana.

Il 19 marzo 1801 una nota del Rivarola impose un'altra requisizione: 40 carri e 40 paia di bovi per servire la numerosa armata francese. Le requisizioni continuarono per tutti gli anni successivi fino al 1808 in cui, per ben sei volte (21 aprile, 26 giugno, 10 e 11 settembre, 15 e 18 ottobre) la Fratta fu sottoposta a pesanti salassi.

Così frequenti e normali erano diventate ormai le requisizioni che alcuni impostori, spacciandosi per soldati francesi, si presentavano per prelevare viveri e vettovaglie di ogni genere. Il fenomeno doveva essere esteso anche nelle altre zone del territorio della provincia se il Rivarola, di sua iniziativa, in data 27 ottobre 1801 scrisse in questi termini al Commissario di Fratta:

“Ci sono molti impostori che dicono di essere addetti alla Truppa Francese ed esibiscono falsi permessi per estorcere razioni e vetture e quindi dilapidano i paesi dove capitano. Se simili soggetti si presentassero, neghino qualsiasi cosa che volessero e guardino bene i permessi. Se questi sono falsi, arrestateli. Ciò va fatto anche con i soldati francesi e se per caso questi si provassero ad atti indoverosi per le vie di fatto denigranti l'onore della loro nazione, farete in modo che vengano decentemente arrestati con darcene pronto ragguaglio. E che Dio vi feliciti”.

 

La milizia cittadina

Correvano davvero tempi pericolosi in quell'inizio di secolo. La miseria della povera gente che non poteva acquistare i mezzi di sostentamento indispensabili, la delusione politica che andava ad inserirsi in un contesto sociale di estrema povertà, le rivalse ricorrenti dei vincitori nei confronti di coloro che avevano simpatizzato per i vinti, creavano un clima di instabilità, di incertezza e di paura. In questo contesto nascevano piccole bande di malfattori formate da diseredati, perseguitati politici, insofferenti verso ogni forma di autorità costituita e infine da tutti coloro che nella delinquenza trovavano l'unica risposta facile ai loro bisogni economici. Alla criminalità dei singoli si aggiungeva anche quella organizzata con un proprio capo, delle regole e l'efficienza dell'organizzazione.

Queste piccole bande si facevano sempre più numerose. Alla Fratta operava quella di un certo Luigi Rossi di Sorbello che era molto attiva in tutto il territorio circostante e rinomata per le “grassazioni” (rapine a mano armata), come si diceva allora, e gli accoltellamenti. Tanta era la certezza dell'impunità che i banditi agivano prevalentemente di giorno al “campo della fiera”, dove c'era maggiore abbondanza di portafogli da rapinare.

Il Rivarola, preoccupato per l'aumento della criminalità nel territorio umbro, ordinò al Commissario di Fratta di arrestare i banditi e di “far suonare anche la Campana all'Arme e di permettere che si faccia fuoco contro di loro”.

I cittadini non si sentivano più sicuri. Anche i locandieri e gli albergatori dovevano registrare, su apposite schede, le generalità dei clienti, unitamente alla “patria” di provenienza. In questo clima la municipalità, per riportare tranquillità entro i propri confini, pensò di organizzare un corpo di milizie cittadine volontarie. Alla fine di febbraio del 1801 il Commissario di Fratta inviò apposita richiesta in tal senso al Rivarola che accettò di buon grado la proposta diretta a rendere più sicura la vita nei territori da lui controllati. “... Non possiamo altro espediente prendere - afferma - se non quello di permettere a formare un Ruolo di otto o dieci persone probe e da bene che abbiano del proprio i fucili onde, come soldati, prevalersi di essi nelle occorrenze: al quale effetto vi conferiamo le facoltà necessarie... a far godere alle persone da voi prescelte tutti li più estesi privilegi militari”. Al Rivarola stava bene tutto, purché non gli si chiedessero soldi. Nei bilanci del Comune di Fratta, da ora in poi, troveremo in uscita anche il costo della polvere e delle palle di piombo per “le caricature”.

Non tutte le bande erano composte da briganti. Ci potevano essere anche dei gruppi di oppositori politici che si erano dati alla clandestinità. E una ipotesi che spiega una strana lettera inviata dal Rivarola al Gonfaloniere di Fratta il 14 marzo 1801 relativa alla “... disobbedienza di questa Guardia Urbana” che non volle andare ad arrestare dei briganti segnalati dal Cardinale. Evidentemente i “volontari” di Fratta sapevano distinguere bene i malviventi dai dissidenti politici.

Il 16 luglio del 1809 il Corpo della Guardia Civica di Fratta, assieme a quello di Città di Castello, partecipò ad un'azione repressiva contro una banda di briganti che aveva compiuto già diverse scorrerie nell'alta valle del Tevere e che si trovava al Monte Santa Maria. L'ordine venne direttamente dal Generale Miollis che promise anche uno scudo per ogni bandito catturato. Lo stesso Generale francese provvide a munire di fucili e sciabole il gruppo di armati. L'operazione ebbe pieno successo e i briganti furono arrestati.

Uomini organizzati ed efficienti come i nostri Civici avevano bisogno anche di una caserma idonea ad ospitare loro, i cavalli e l'armamento. Si provvide ricorrendo all'utilizzo di alcuni locali dell'ex convento di San Francesco che furono opportunamente trasformati nei primi giorni di marzo del 1810 (5). Vi lavorarono i maestri muratori Pietro Gentili e Giovanni Ribuffi. Da un elenco dei lavori eseguiti ci rendiamo conto anche delle caratteristiche della struttura. Al piano terra c'era la cucina e la scuderia e sopra “due camere servibili”. Alla scuderia si rifece il pavimento per il quale si impiegarono 1.700 mattoni, 30 piedi di tavoloni per fare la greppia, 62 piedi di “stilloni” per fare cinque “battifianchi” (il che fa pensare ad una capienza di sei o sette cavalli). Ai muri della scuderia e agli stilloni si misero 30 “campanelle” di ferro (anelli per fissare le funi). Le guardie mangiavano con posate d'osso, il magazzino del fieno fu posto sopra a due loggiati del cortile e alle finestre c'erano “impannate” di tela.

 

La gara dello steccato

Il 6 settembre del 1808 alle ore 21, in piazza San Francesco, fu organizzata una gara di “steccato”. Per l'occasione furono costruiti dei palchi di legno davanti alla porta del “Borgo di San Francesco” o della “Madonna di San Francesco” detta così perché sopra l'arco vi era un affresco con l'immagine della Madonna e di altri Santi, in parte visibile tuttora.

Non sappiamo con precisione in che cosa consistesse il gioco e quali fossero le sue regole. Lo spettacolo vedeva in campo i cani contro i bovi che si affrontavano in un ampio recinto (uno steccato, da qui il nome della gara) e lottavano tra loro. È ipotizzabile che lo scontro tra questi due tipi di animali, da sempre cari amici dell'uomo, potesse essere anche cruento e quindi la gara, almeno per la nostra sensibilità, non doveva essere molto edificante. Da un manifesto che il Comune di Marsciano (evidentemente la gara si praticava anche lì) inviò a quello di Fratta si apprende che venivano dati premi al bove e al cane “che si sarebbero portati più valorosi” e che erano vietate “le false prese”. Troppo poco per capire la tecnica del gioco.

Le nostre convinte riserve su questo spettacolo non erano condivise dalla gente del tempo che si recò numerosa ad assistere, ma l'impalcatura costituita da tre ampi gradoni che era appoggiata alla porta, crollò improvvisamente provocando molti feriti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fu aperta un'inchiesta e dai verbali dei testimoni (6) si è potuto intuire la popolarità che questo tipo di intrattenimento raccoglieva e l'entusiasmo che la lotta dei poveri animali era capace di sollevare sui presenti. Gli spettatori sopra i gradoni si agitavano e “atteso il movimento grande delle persone che facevano sopra di essi”, e il “gran battimento di piedi che facevano”, la struttura, non ben fissata al muro, si rovesciò sullo steccato.

 

La ventata anticlericale

Nel 1810 non c'era più il Gonfaloniere e nemmeno i Priori, al loro posto c'era il Maire (7) scelto direttamente dai fiduciari di Napoleone. Il Comune di Fratta era un cantone del Dipartimento del Trasimeno, ma il problema dell'ordine pubblico rimaneva sempre attuale anche se con caratteristiche del tutto diverse.

Si stava sviluppando un risentimento astioso nei confronti della Chiesa, come reazione naturale alla voglia di protesta repressa negli anni precedenti. E siccome i confini tra l'agire degli uomini e le istituzioni che essi rappresentano non hanno mai contorni precisi, il risentimento contro i ministri del potere papale diventò aperto rigetto della religione.

Il fenomeno andava assumendo dimensioni preoccupanti di turbativa dell'ordine sociale per cui il Maire, rappresentante di quel potere che aveva imprigionato il Papa e annesso lo Stato

Pontificio alla Francia, si sentì in dovere di scendere in difesa dei principi religiosi con la seguente ordinanza:

 

In nome di Sua Maestà Napoleone I°, Imperatore dei Francesi, Re d'Italia e Protettore della Confederazione del Reno.

Il Maire, considerando che il più importante dei suoi doveri è di sorvegliare alla pubblica tranquillità e di prevenire la corruzione dei Spiriti e gli scandali che collidono l'ordine sociale. Considerando che non può restarsi ulteriormente neghittoso dal reprimere la sfrontata baldanza di alcune lingue licenziose che si attentano anche nei pubblici luoghi di oltraggiare gli oggetti più venerabili della nostra Religione. Considerando esser cosa necessaria d'apporre con tutta la possibile energia una qualche barriera a questi criminosi attentati e di richiamare al proprio dovere questi perturbatori dell'ordine e della società. Riflettendo infine che la Religione Cattolica è la Religione della maggiorità dei sudditi dell'Imperatore, che si gloria del titolo sfolgoreggiante di Primogenito della Chiesa è venuto nella determinazione di avvertire quanto segue:

 

Saranno riguardati come fomentatori di disordini i pubblici promulgatori di massime antimorali ed irreligiose e come persone perniciose allo Stato, alle leggi e alla comune tranquillità. Sappiano questi non essere loro permesso dal presente sistema di Governo di conculcare impunemente i Dommi della religione, di scagliare esecrabili invettive contro la Divinità, gl'oggetti del culto ed i suoi Ministri. Si rammentino dei luminosi e sinceri sentimenti intorno alla Religione considerando che Sua Maestà Napoleone il Grande fin dal suo innalzamento a Primo Console li notificò personalmente al Clero di Milano e volle che fossero noti non solo all'Italia e alla Francia, ma all’Europa intera. Non può quindi tollerarsi che si proferischino sfacciatamente nefande ed esecrate bestemmie contro il Divino Autore della Cattolica Religione, contro i suoi attributi, contro il suo culto e si sparghino pubblicamente delle massime contro ogni virtù civile e religiosa.

Saranno in conseguenza di simili trasgressioni soggetti alle pene che prevede il Codice, cioè alla multa di 500 franchi ed un anno di prigione e di due anni di prigione in caso di recidiva. Voi pertanto cui il Principe confidò una porzione della sua autorità, o per rapporto all'esecuzione delle leggi od alla pubblica Polizia, concorrete a sì bell'opera procurando di arrestare col rigore delle leggi quel torrente che minaccia travolgere la moltitudine nei gorghi della corruzione e darete così la più sincera prova del vostro zelo per il bene e l'ordine sociale e della vostra fedeltà e attaccamento al Sovrano.

 

                                                                                                                            Dalla Mairie (8) della Fratta, lì 2 agosto 1810

                                                                                                                                                Il Maire Magnanini Giuseppe

 

Mentre veniva difesa con formale energia la Religione Cattolica e i suoi Ministri, il Governo Francese trasferiva con fermezza all'autorità civile i settori della carità e dell'assistenza gestiti, fino ad allora, dagli enti religiosi. Nei primi mesi di febbraio del 1808, come già ricordato, ci fu la soppressione dei conventi e delle corporazioni religiose. A partire dall'aprile del 1811 vennero soppresse anche le istituzioni di carità i cui capitali furono trasferiti ai Burò di Beneficenza.

Alla Fratta la Confraternita maggiore e più apprezzata era quella di Santa Croce che gestiva l'ospedale, detto allora l'Ospedale dei Poveri. Il 4 aprile del 1811 fu sottoscritto formalmente il passaggio delle competenze e dei beni al Municipio, nel Palazzo Comunale, Ufficio del Burò di Beneficenza, alla presenza del Maire e di due Canonici rappresentanti la Confraternita di Santa Croce.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

In nome di Sua Maestà Napoleone I°, Imperatore dei Francesi, Re d'Italia e Protettore della Confederazione del Reno. La Commissione Amministrativa del Burò di Beneficenza di Fratta, tenuto conto delle odierne leggi sulle amministrazioni degli Ospizi e Ospedali, considerata cessata qualunque autorità o funzione per l'amministrazione degli Ospedali ed Ospizi... esaminate le Memorie della Confraternita di S. Croce... dalle quali risulta che fin dalla sua prima istituzione era essa addetta ad opere di pubblica e privata carità e che tutti i suoi beni e rendite erano impiegati per l'Ospizio e Ospedale dei Poveri... viene nella determinazione di prendere l'amministrazione di tutti li capitali e fondi spettanti al detto Ospizio ed Ospedale, fissando il termine di otto giorni acciò dagli Amministratori di detta Confraternita in S. Croce venghino rimesse tutte le carte e Libri opportuni ed appartenenti al detto Stabilimento di carità, unitamente allo stato della cassa per formarne il processo verbale.

 

Fatto nelle camere della Mairie questo dì 4 aprile 1811.

 

Firmato: Canonico Antonio Guerrini - Canonico Giacomo Pecchioli -

Giuseppe Agostini - Per il Maire di Fratta: Santini Luigi aggiunto

 

Il giorno successivo fu redatto il verbale di consegna e presa di

possesso dei seguenti beni:

1. Podere vocabolo Petrelle con il bestiame del valore di scudi 160;

grano stara 20; fave stara 5; veccia stara 1 e coppe 4; attuale affittuario

Pietro Crosti per una corrisposta di scudi 221 l'anno.

2. Locale dell'Ospedale in Piazza di San Francesco n. 4.

3. Casa ad uso granaio in contrada di Porta Nova n. 66.

4. Casa in contrada di San Giovanni n. 42, con fondo ad uso di forno.

5. Due fondi ad uso di stalla nella strada di Santa Croce n. 210.

 

La rapina delle opere d'arte

La sistematica e organizzata rapacità francese delle opere d'arte, almeno alla Fratta, ha inizio nel mese di ottobre del 1812 con un programma ben pianificato e articolato. Per essere certi di sottrarre materiale di un certo valore e non semplici “patacche”, la selezione delle opere veniva fatta da esperti, mentre l'imballaggio e il trasporto dalla manovalanza generica. Il furto per i francesi era così naturale e dovuto da annunciarlo ufficialmente tramite lettera, come avvenne il 2 ottobre del 1812 quando il Prefetto del Dipartimento del Trasimeno comunicò al Maire Magnanini che sarebbe arrivato alla Fratta un incaricato per scegliere e requisire le opere d'arte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non sappiamo come reagissero i nostri Magistrati di fronte ad una simile notizia, se prevalse, cioè, in loro un'apatica accondiscendenza o una legittima astuzia per salvare il salvabile. Dalla corrispondenza che segue si deduce che Magnanini si comportò da zelante esecutore delle richieste francesi. I tempi, in ogni caso, furono molto stretti perché arrivò quasi subito alla Fratta l'Intendente incaricato della scelta e della requisizione delle Opere e il 7 ottobre, ad appena cinque giorni dall'avviso, il Maire autenticò la firma del trasportatore della “refurtiva” a Perugia.

 

L'anno 1812 il giorno 7 di ottobre. Col presente foglio sia noto come il Sig. Innocenzo Lazzarini, figlio del morto Andrea, domiciliato in questo Comune di Fratta, si obbliga di fare trasportare fino a Perugia tre quadri esistenti nei Conventi soppressi di questo Comune, due in tela e uno in tavola e questi fare incassare in una proporzionata cassa di legno e renderli ben custoditi nell'interno con carta perché non soffino detrimento, il tutto a spese del medesimo Lazzarini: e ciò si obbliga di eseguire per la somma di scudi 12 di moneta romana, quali saranno pagati allorché verrà ordinato il trasporto sopra indicato.

 

In fede di che sarà il presente foglio dal medesimo firmato.

F.to Innocenzo Lazzarini

 

                                                                                                               Visto per la ricognizione della firma del prefato Sig. Lazzarini,

                                                                                                                                                          il Maire Magnanini

 

Il documento attesta con assoluta certezza che i quadri erano tre, di cui uno “in tavola” (anche la Deposizione del Signorelli è “in tavola” e fortunatamente rimase al suo posto) e che appartenevano ai due Conventi soppressi.

Il 9 ottobre, appena due giorni dopo aver autenticato la firma del trasportatore dei quadri, lo zelante Maire Magnanini scrive al Prefetto del Dipartimento del Trasimeno, residente a Perugia, per informarlo dell'avvenuta selezione.

 

Al Prefetto del Dipartimento del Trasimeno di Perugia.

L'anno 1812 il giorno 9 di ottobre, avanti a noi Maire del Comune di Fratta si è presentato il Signor Agostino Tofanelli, Conservatore del Museo Capitolino incaricato da S.E. il Signor Cavaliere Basa, Intendente della Corona in Roma, alfine di prendere possesso di tutti gli oggetti d'arte spettanti agli stabilimenti pubblici del Trasimeno, che in virtù del Decreto Imperiale del 25 febbraio 1811 appartengono alla Corona.

In conformità adunque degli ordini del Signor Prefetto del suddetto Dipartimento, comunicatoci dal Signor Sotto Prefetto, con lettera del 2 ottobre corrente, Noi Maire suddetto abbiamo posto in Possesso il lodato Signor Tofanelli di tutti li quadri descritti nei due inventari già da noi sottoscritti e verificati.

 

Il fascicolo che contiene la lettera racchiude anche la descrizione inventariale fatta dal Maire:

 

Nel Convento di San Francesco un quadro rappresentante la Vergine col Bambino, San Francesco, San Sebastiano ed altri due Santi. Pittore il Pomarancio.

Nell'ex Convento di Santa Maria degli Osservanti due quadri rappresentanti uno l'Incoronazione della Vergine al di sopra e sedici Santi al di sotto in tavola della scuola Pietro Perugino. L'altro in tela rappresentante la Vergine col Bambino, San Lorenzo, Santa Maria Maddalena e San Filippo, del Magi, scolaro del Barocci.

Il Maire Magnanini

 

Dall'inventario risulta chiaramente che uno dei tre quadri, quello “in tavola”, è l'Incoronazione della Vergine che si afferma essere della scuola di Pietro (Vannucci) detto il Perugino. Questa Tavola non arrivò mai a Parigi ed ora si trova nella Galleria Vaticana, Sala VII, a Roma. Essa è catalogata come opera di Bernardino di Betto, detto il Pinturicchio, allievo del Vannucci (9).

A chiusura del discorso sulla rapina delle opere d'arte perpetrata dal Governo francese è utile leggere attentamente la lettera che segue per avere la prova di come essa, con ignavia e scarso senso civico, fu consentita dagli Amministratori del tempo.

La lettera è del 14 marzo 1813 e fu inviata dal Sotto Prefetto del Dipartimento al Maire di Fratta. La trascriviamo per intero.

 

N. 426. Richiamerete nella risposta il numero qui sopra riportato (10). Perugia, lì 14 marzo 1813.

Il Sotto Prefetto del Circondario di Perugia al Signor Maire della Fratta.

È giunto in questo comune il Signor Tofanelli incaricato di far trasportare in Roma quegli oggetti di Belle Arti che avea anticipatamente scelti e ne aveva preso possesso.

Io, a tal uopo le accludo il contratto a Lei noto e che fu stabilito tra il Signor Tofanelli ed Innocenzo Lazzarini che si incaricò dell'incasso, imballaggio e trasporto dei quadri indicati nella nota che parimenti le accludo, sino a Perugia. So che il Lazzarini è in Roma, ma egli stesso, che si presentò ieri avanti di me, ne deve avere scritto a cotesto Signor Paolucci, acciò in di lui assenza eseguisca il contratto. Dica adunque al Signor Paolucci che nel principio dell'entrante settimana devono essere in Perugia li tre quadri di cui si tratta. Per facilitare l'operazione io le trasmetto scudi sei che passerà al detto Signor Paolucci, riservandomi di pagare gli altri scudi sei allorché saranno qui giunti li detti quadri.
 

Deggio poi prevenirla, Signor Maire, che se i quadri indicati nella nota riscuotono una speciale venerazione, e sono cari al popolo per la sua devozione, Lei non solo non li manderà, ma non li farà neppure rimuovere dal luogo ove attualmente si trovano. L'intenzione di S.M. è che non si privi il popolo delle cose concernenti il culto. Se poi i detti quadri non sono cari al pubblico culto allora farà subito eseguire l'incasso e il trasporto.

Sarà sua cura di rimettermi il contratto che le accludo, il quale penso soffrirà una variazione, se non tutti i quadri espressi nella nota saranno trasportati.
 

                                                                                                                       Mi reputo con la più distinta stima.

                                                                                                                         SottoPrefetto (firma illeggibile)

 

 

La lettera lascia trasparire con chiarezza che in data 14 marzo 1813 tutti e tre i quadri si trovavano alla Fratta e non erano ancora stati rimossi dalle pareti dei due Conventi. Ma quello che più indigna è che il Sotto Prefetto invita il Maire, indicandogli anche le motivazioni, a lasciare i quadri dov'erano, o almeno qualcuno di essi. Per timore che questi non avesse capito bene, in chiusura della lettera l'alto funzionario, nel chiedere il rinvio del contratto, aggiunge “il quale penso soffrirà una variazione”.

Magnanini, di professione medico, non fece soffrire nessuno e con servile zelo inviò la refurtiva.

 

La coscrizione militare

Napoleone aveva un bisogno enorme di soldati, avendo fatto della guerra la sua politica prevalente in Europa. Gli organici militari erano in continua crescita e alla loro copertura non bastavano più i giovani cittadini francesi. Il ricorso a quelli dei territori sottomessi fu la scelta naturale, imposta con estrema disinvoltura.

Il meccanismo del reclutamento funzionava sulla base di ferree regole matematiche: si stabiliva quanti coscritti doveva fornire l'Italia, il totale veniva diviso tra i Dipartimenti in base al loro “animato”, ossia alla popolazione, e questa operazione si ripeteva all'interno dei vari Dipartimenti per fissare i coscritti di ogni cantone. In genere il numero era modesto e i nominativi si estraevano a sorte da una palla di vetro entro cui erano state inserite le generalità dei giovani del cantone atti alle armi, alla presenza di una Commissione che veniva da Perugia.

Nel marzo del 1812 ci fu una coscrizione per la quale il cantone di Fratta doveva fornire un contingente di quattro reclute. La Commissione che arrivò da Perugia era formata da tre persone, quattro con l'addetto ai mezzi di trasporto, ossia alle cavalcature. Alloggiarono per due giorni nella locanda di Pietro Romitelli (11).

Vennero estratti i nominativi delle quattro reclute, cioè dei “fortunati” che dovevano combattere per Napoleone. A costoro, qualche giorno dopo, arrivava la lettera di chiamata in cui si invitavano a presentarsi a Spoleto. La lettera aveva il seguente contenuto:

 

È ordinato a Pietro, figlio di Paolo Rondini Coscritto della classe del 1812, domiciliato nella Cura del Sacro Eremo di Monte Corona, Comunità di Perugia destinato in seguito all'estrazione per formare il Contingente assegnato a questo cantone, di rendersi a Spoleto il giorno 16 aprile corrente, da dove egli sarà diretto subito al Reggimento, al quale lo destinerà il Consiglio di reclutamento.

Il suddetto coscritto non può Per verun motivo dispensarsi di rendersi a Spoleto il giorno sopra indicato.

Resta prevenuto che se mancherà di ubbidire al presente ordine verrà dichiarato ritardatario, e a questo titolo verranno mandati quattro soldati in sua casa e in quella dei suoi genitori i quali saranno mantenuti a di loro spese per lo spazio di un mese e pagati a ragione di due franchi al giorno per ogni soldato.

Il coscritto sarà arrestato ed allora non sarà più ammesso a servire liberamente nell'armata; ma sarà tradotto al deposito di Civitavecchia per essere trasportato in Corsica ed arruolato nel reggimento del Mediterraneo.

Se passato il mese il coscritto ritardatario non sarà arrestato, verrà dichiarato refrattario e condannato ad una multa di 1.500 franchi unitamente ai di lui genitori, come civilmente responsabili. Il coscritto verrà quindi perseguitato, arrestato e tradotto a Civitavecchia per essere arruolato nel reggimento del Mediterraneo in Corsica (12).

Fatto in Fratta il dì 2 aprile 1812.

Le leggi del tempo consentivano la possibilità di evitare la “naia” dietro il pagamento di una congrua cifra. Chi ricorreva a questo sistema veniva chiamato Riformato. Questa lettera indirizzata dal Maire a Vincenzo Mavarelli padre del riformato Giandomenico è eloquente:

 

Lì 2 gennaio 1812

Oggetto: indennizo per coscritto riformato.

Vi prevengo, o Signore, che l'indennizzo dovuto per la riforma del vostro figlio Giandomenico della classe del 1811 è stato fissato alla somma di franchi 1.200. Il pagamento di questa somma è esigibile nello spazio di sei mesi, a ragione di una sesta parte per mese.

 
                                                                                                                                                                                             Il Maire

 

Nel mese di settembre del 1812 ci furono anche volontari veri, per di più minorenni con il consenso dei genitori, che chiesero di essere arruolati come Gaetano Martinelli, di anni 19 seguito a pochi giorni di distanza da Giuseppe Morti e Giuseppe Lazzarini. Questi tre giovani avevano le idee chiare sul reparto e la sede: 3° Reggimento di Cavalleria Leggera Ussara, a Versailles.

 

La Guardia Nazionale

Nel mese di marzo del 1812 Napoleone, con un ben articolato decreto costituito da 56 articoli divisi in due titoli, istituì la Guardia Nazionale. Si trattava di un corpo militare autonomo, formato da uomini dai venti ai sessanta anni, con compiti di polizia. Oltre a risolvere i vari problemi di ordine pubblico, il nuovo corpo liberò l'esercito napoleonico dagli impegni del controllo dei territori, restituendogli lo spazio e il tempo per dedicarsi alle operazioni militari.

La selezione veniva fatto da un Consiglio di Reclutamento presieduto dal Prefetto che aveva ampia discrezionalità nell'individuare gli uomini “suscettibili di essere chiamati”.

La Guardia Nazionale si divideva in varie Coorti di 1.120 uomini ciascuna; la Coorte, a sua volta, era formata da otto Compagnie costituite da 140 uomini . Il Dipartimento del Trasimeno dovette fornire 278 coscritti che furono aggregati alla Coorte di Roma.

Il Reclutamento nel nostro Dipartimento iniziò il 15 aprile del 1813. Tutti coloro che non si fossero presentati alla chiamata o che avessero abbandonato il loro distaccamento durante il cammino, sarebbero stati trattati come refrattari. La ferma aveva la durata di sei anni e l'organico era rinnovato per un sesto ogni anno.

Il “Soldo”, ossia la remunerazione dei soldati, come l'armamento e la divisa, erano uguali a quelli della Fanteria di Linea.

 

La fine del dominio francese

Il 1814 fu l'anno di inizio del rapidissimo declino dell'astro napoleonico e degli sconvolgimenti politici che aveva introdotto in Europa. Già da tempo i suoi avversari ne attendevano la fine e avevano programmato con cura meticolosa i meccanismi e i sistemi della Restaurazione, prima ancora che il loro nemico fosse tolto definitivamente di mezzo. Il Congresso di Vienna si aprì, infatti, il 1° novembre del 1814, alla vigilia di quei Cento Giorni che vedranno Napoleone di nuovo in sella a far tremare l'Europa.

Gli alleati della coalizione antinapoleonica riportarono una netta vittoria nella battaglia di La Rothiére il 1° di febbraio del 1814 e procedendo in due colonne lungo la Senna e la Marna si diressero verso Parigi con l'intenzione di occuparla e di umiliare lo storico avversario.

Napoleone non si dette per vinto e nei giorni successivi riuscì ad ottenere qualche piccolo successo non decisivo, ma venne gravemente sconfitto il 20 e 21 marzo nella battaglia di Bar-surAube.

Il 31 marzo i vincitori entrano in Parigi.

Il Senato francese dichiarò immediatamente decaduto Napoleone che il 6 aprile fu costretto ad abdicare; gli venne offerto il principato dell'isola d'Elba ed una rendita vitalizia di due milioni di franchi.

Il 24 maggio Pio VII fece ritorno sul trono dello Stato Pontificio.

Il rapido susseguirsi degli avvenimenti non consentì, fin dai primi mesi dell'anno, a Napoleone di seguire direttamente le sorti dell'Italia Centrale ed il controllo dei territori pontifici fu affidato al cognato Gioacchino Murat, Re delle due Sicilie.

L'intestazione dei verbali dei consigli comunali del 16 e 27 marzo riporta la dicitura: "In nome di Sua Maestà Gioacchino Napoleone, Re delle due Sicilie, provvisoriamente occupante li Stati Romani".

Il 27 marzo 1814 si ha, dunque, l'ultima riunione consiliare sotto la tutela francese, poi seguirà un periodo di pausa e di incertezza in attesa degli eventi.

Il Bonazzi afferma che “a Perugia fu rimesso al suo posto lo Stemma Pontificio il 24 aprile, essendosi il Murat accordato con il Papa. Frati e monache ritornano nei conventi...”

Da quella data ebbe inizio l'amministrazione provvisoria in Perugia. Alla Fratta dal 16 maggio 1814.

 

Odiosa transizione

Verso i primi di giugno del 1814 si incominciarono a vedere i primi concreti segni del cambiamento di regime. Drappelli di soldati pontifici comparvero qua e là in varie zone del territorio. Arrivarono anche alla Fratta dove si stabilì un picchetto, comandato da un caporale, per sorvegliare l'ordine pubblico non fidandosi della Guardia Civica Cittadina.

Il comportamento dei papalini non piacque agli abitanti di Fratta e il Maire Reggiani, che sicuramente non vedeva l'ora di essere sostituito, scrisse al capitano Sebastiano Matteucci, Comandante delle truppe pontificie di stanza in Città di Castello, in questi termini:

 

“Ella non ignora, Signor Capitano, che quei pochi soldati della di Lei Compagnia che dimorano in questo Comune per qualche fatto imprudenziale praticato nel presiedere al buon ordine sono stati presi in odiosità da molti del paese. Non avendo qui li medesimi alcun officiale o persona autorevole che dirige li loro movimenti e non essendo dotati di quel controllo e contegno che deve accompagnare un buon soldato, va a pericolo da un momento all'altro, che possino fàr suscitare delle risse e sconcerti troppo facili a nascere nelle circostanze attuali. Il governo comanda che debba invigilarsi per il buon ordine e per la pubblica tranquillità. Questo distaccamento di truppa lo vedo necessario per questo effetto, e giacchè non può essere comandato da alcun officiale della Compagnia stessa son costretto a pregare la di lei bontà a voler degnarsi ordinare al caporale del picchetto che dipenda in tutte le operazioni dal Maresciallo Roberti, capo della Gendarmeria locale, che qui dimora. La prudenza e cognizioni che accompagnano il detto Officiale Produrrà quell'effetto che si desidera…”

 

I soldati papalini erano stati presi in "odiosità" dai cittadini di Fratta per il loro comportamento (“fatto imprudenziale”"). Non era il miglior biglietto da visita per un ritorno non molto gradito.

 

Note:

1. Si incontrerà più volte la parola "partito" che ha un significato diverso da quello attuale inteso come struttura ideologica e politica gerarchicamente organizzata. Qui si tratta di un raggruppamento vago di persone che la pensano alla stessa maniera.

2. L'albero della Libertà di Fratta fu piantato dai fautori della Repubblica Romana il 16 o 17 febbraio del 1798 e fu abbattuto due mesi dopo, il 28 aprile 1798, da una banda di partigiani clericali venuti da Magione e da Castel Rigone. Era un grosso abete di Monte Corona. A1 suo posto i clericali, tornati al potere nel secondo semestre del 1799, eressero una croce sorretta da un piedistallo in muratura. Il tronco dell'albero venne portato nella chiesa di San Francesco e per molti anni fece da sostegno al soppalco dell'organo. Così “l'albero anticlericale” fu costretto a “servire” in chiesa.

3. Anche il gioco della tombola lo turbava e non sa se “proibire il dannevolissimo gioco che arbitrariamente e nel pubblico Teatro e nelle pubbliche botteghe sfacciatamente si pratica...”

4. Ne parla anche Luigi Bonazzi con una colorita espressione “...I Cisalpini osarono perfino di andare a democratizzare la Fratta...” (Storia di Perugia - Vol. II - Pag. 392)

5. Nei primi mesi del 1808 furono soppressi i Conventi e le Corporazioni religiose.

6. Furono chiamati a testimoniare Tommaso Fanfani, di anni 54, calzolaio abitante al Boccaiolo; Giuseppe Sarti, vasaro; Vincenzo Igi. I feriti più gravi furono Vincenzo Scarpini, Domenico Porrini, Pietro Antonio Migliorati e Pietro Bettoni. Ci fu solo un ferito gravissimo, ma se la cavò: Antonio Brettone.

7. “Maire” è il termine francese con cui si indica il capo del comune, ossia il sindaco

8. “Mairie”, nella lingua francese, significa “comune”.

9. Il Pinturicchio, nato a Perugia nel 1454 e morto a Siena nel 1513, la dipinse nel 1502 su incarico dei Frati Minori dell'Osservanza di Santa Maria di Fratta. Fra i Santi che sono nella parte inferiore vediamo San Francesco al centro, San Bonaventura e San Bernardino a sinistra, Sant'Antonio da Padova e San Luigi da Tolosa a destra. In secondo piano ci sono i dodici Apostoli. La tavola partì da Fratta verso la metà di marzo del 1813 diretta a Parigi, via Perugia, Roma, Civitavecchia. Qualcuno, per fortuna, la fermò a Roma. Attualmente essa si trova nella biblioteca del Papa, dove Giovanni Paolo II, devotissimo della Madonna, volle che fosse collocata.

Il Guerrini afferma che nei primi anni del secolo XIX essa fu venduta dai Frati Minori al Vaticano per 500 scudi. La notizia, priva di riscontri documentari, potrebbe essere fondata. Dopo la caduta di Napoleone e la restaurazione del Governo pontificio, con molta probabilità, il Vaticano ne chiese l'acquisto trasformando la rapina iniziale francese in un possesso legittimo dei Musei Vaticani. L'opera, oltre che al maire Magnanini, interessava poco anche ai Frati, che si sono accontentati di collocare al suo posto una riproduzione fotografica delle stesse dimensioni!

10. Da rilevare la novità introdotta dai Francesi, cioè il numero di Protocollo cui fare riferimento per la corrispondenza successiva.

11. Abbiamo la lista dei piatti richiesti dai commissari. Colazione: salsicce, pane, formaggio, due fiaschi di vino moscatello. Pranzo: minestra, lesso, arrosto, pane, frutti, formaggio e vino. Cena: Frittata, arrosto di lonza, pane, frutti, formaggio e due fiaschi di moscatello.

12. Le sanzioni previste per i refrattari ci spiegano perché venivano chiamati “fortunati” coloro che si arruolavano.

 

Fonti:

“Umbertide nel Secolo XIX” di Renato Codovini e Roberto Sciurpa – Comune di Umbertide. 2001

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