FRATTA-UMBERTIDE DELL’OTTOCENTO

 

a cura di Fabio Mariotti

 

 

 

 

AMMINISTRAZIONE, SICUREZZA E VIABILITA’

 

La Pubblica Amministrazione

All'inizio del secolo non conosciamo gli amministratori di Fratta. L'ultima riunione del consiglio comunale ci fu il 3 dicembre 1799 e la successiva solamente il 16 aprile 1800. C'era stata l'incriminazione dei consiglieri comunali Giuseppe Savelli e Giambattista Burelli, accusati di giacobinismo, ma successivamente reintegrati nella loro carica.

Il 9 dicembre 1800 furono eletti quattro nuovi priori per il primo semestre 1801. In Fratta la popolazione era divisa in tre diversi gruppi. Al primo apparteneva una decina di famiglie; sono sempre gli stessi cognomi, i più ricchi proprietari di case e poderi. A1 secondo appartenevano gli artisti (artigiani) e i commercianti. Al terzo, chiamato degli "indigenti" o dei "miserabili", appartenevano gli altri, i poveri, non tassabili che non avevano alcuna possibilità di partecipazione.

Gli eletti si trovarono a dover affrontare gravi problemi economici. Mancavano alcuni generi alimentari e soprattutto il grano. Ai primi di gennaio il forno comunale era in passivo e il comune, rimasto senza quattrini, chiese il grano ai proprietari, ognuno dei quali avrebbe dovuto versare una quota proporzionata all'estensione dei terreni.

Altri problemi causava alla comunità di Fratta l'approvvigionamento del vino. Era questo un genere di primaria importanza, secondo solo al grano. Introiti per il comune derivavano dalla tassa sui cereali che si dovevano macinare e sulla distribuzione del sale. Altre entrate erano quelle del macello (che tassava la macellazione e la vendita delle carni), della pizzicheria (che comprendeva pesci e salumi), della olieria, della raccolta delle legne del ponte, della raccolta dello stabbio del mercato (c'era una persona che raccoglieva lo stabbio che lasciavano le bestie nei mercati e pagava una tassa al comune), della pesca sul Tevere, della stadiera grossa (sui pesi e misure per grandi quantitativi), dell'apparecchio (nel senso di apparecchiare la tavola), degli osti e locandieri (colpiva la facoltà degli osti di servire il pranzo ai clienti).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 1803 ci fu una diminuzione delle entrate che scesero a 290 scudi nonostante l'introduzione di una nuova tassa, "dei quattro piedi", su ogni animale quadrupede che entrava in paese in ragione di baiocchi 5 per le bestie grosse e baiocchi 1 per le piccole.

Le spese annuali del comune erano quelle per la segreteria: legna per le stufe, due fiaschi di inchiostro, cannelli di ceralacca per mettere il sigillo del comune alle lettere, mazzi di penne d'oca e carta da scrivere marca Palomba (aveva nella filigrana visibile contro luce una piccola palomba - marchio di fabbrica), carta intestata che si faceva stampare a Città di Castello non essendoci ancora a Umbertide la tipografia. Alcuni stipendi pagati dal comune. Il mastro di posta, direttore dell'ufficio postale (e spacciatore di lettere), uno scudo al mese. I signori di magistrato ricevevano come salario onorifico dieci scudi a semestre. Il segretario, Giovambattista Burelli, dieci scudi a quadrimestre, mentre il commissario (di polizia) dott. Paolucci riceve tre scudi a trimestre. Il camerlengo (cassiere) riceve 18 Scudi l'anno pagati a trimestri. L'agente di Roma (cioè colui che residente a Roma sbriga gli affari della comunità in quella città) riceve a seconda della mole di lavoro sette o otto scudi l'anno. Ci sono poi due guardie campestri, Giambattista Fuochi e Silvestro Catalani: prendono quattro scudi al mese. Un'altra preoccupazione per il comune era quella della disoccupazione. Un timido tentativo per affrontare il problema fu fatto quando i casengoli (non possidenti) avanzarono richiesta per ottenere il posto di balivo. Se ne impiegarono due al mese, a turno.

Nel 1825 le entrate sono di 2.200 scudi e le uscite di 2.250. Nel 1826 il segretario comunale Giovambattista Burelli, sentendosi vecchio e stanco, chiedere di essere "giubilato", cioè di andare in pensione dopo 43 anni di continuo lavoro. Dice che accetterebbe anche una pensione ridotta purché al suo posto venga nominato il figlio Ruggero. Il passaggio da padre a figlio avvenne il 9 aprile 1928. Quando il custode del palazzo municipale, Gaetano Martinelli, chiede di andare in pensione. l'amministrazione comunale non è d'accordo per il fatto che egli svolge anche il lavoro di falegname e la pensione non gli viene accordata pur se "da 40 anni ha l'onore di servire questo comune" e perché "quantunque avanti con l'età si mantiene in buona salute".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel dicembre 1843 vennero riconfermati per altri due anni tutti gli impiegati comunali: il segretario Ruggero Burelli, il medico dott. Paolo Bertanzi, il chirurgo dott. Michele Belforti, il moderatore dell'orologio Gaetano Gigli, il postino Nicola Castori, il difensore dei poveri Costantino Magi Spinetti, un famiglio Pietro Caracchini, l'altro famiglio Costantino Beatini, il distributore delle lettere Costantino Magi Spinetti, il bollatore delle carni Gioacchino Pucci, il custode del palazzo comunale Marino Romitelli, il becchino per gli uomini Pietro Paolo Vico, la becchina per le donne Camilla Bartolini, il commesso di polizia urbana Domenico Porrini. Ci fu indecisione se riconfermare Camilla Bartolini, la becchina delle donne, perché il parroco arciprete Cecchetti aveva segnalato che questa andava solo dalle persone ricche e quando si trattava di povere per le quali era ricompensata dal comune "si ricusa di fare il suo dovere".

Il 12 settembre 1860, giorno del transito delle truppe piemontesi. i frattigiani formarono un comitato provvisorio di quattro cittadini: Costantino Magi Spinetti, Raffaele Santini, Giuseppe Agostini (facente funzione di priore) e Luigi Igi. Il 14 settembre arrivò in Fratta il Commissario Regio che nominò la commissione municipale definitiva con il compito di preparare l'elezione del consiglio.

I1 4 e 5 novembre si svolse il plebiscito a favore o contro Vittorio Emanuele II. Fratta ed i suoi appodiati andarono alle urne con 2.946 iscritti nelle liste; i votanti furono 2.568, con 2.565 sì e 1 no. L' 11 novembre fu eletto il nuovo e primo consiglio comunale dell'epoca. Nella riunione successiva del 22 novembre vennero nominati quattro assessori e due supplenti, che formavano la giunta: Luigi Santini, Mauro Mavarelli, Quintilio Magnanini e il conte Gianantonio Ranieri. Supplenti, Giovambattista Ticchioni e Paolo Paolucci, proprietari terrieri di Fratta. Fu sindaco il dott. Mauro Mavarelli, direttamente nominato dal re d'Italia. Il consiglio comunale di Fratta era formato da venti consiglieri i quali erano stati eletti tenendo conto del "censo". Fratta nel 1860 aveva diecimila abitanti e solamente 71 di questi furono chiamati alle urne.

 

 

 

 

 

 

 

 

A partire dall'anno 1869 il consiglio comunale passò da venti a trenta membri.

In quest'anno alle amministrative gli elettori furono 181, contro i 71 del 1860. Intorno ai 1870 la situazione finanziaria era abbastanza difficile. Fu istituita una tassa sulle carrozze (ce n'erano tante in giro) a cui si unì una tassa sui camerieri e le donne di servizio. Nel 1891 si parla per la prima volta del 1° maggio quale festa dei lavoratori. Se ne parla nella riunione consiliare del 30 aprile in quanto, in questo giorno, l'onorevole Grilli vuole ricordare i1 30 aprile 1849 e la difesa di Roma contro i francesi. Alla fine del suo discorso manda "un saluto affettuoso a coloro che domani affermeranno i diritti degli operai, preludio al rinnovamento politico del mondo".

 

 

La Pubblica Sicurezza

Ai primi del secolo ci troviamo sotto il governo della Imperiale Reggenza di Perugia e l'esercito austriaco, fin dal secondo semestre del 1799, aveva riportato al potere lo stato pontificio, dopo la parentesi della repubblica romana. La restaurazione aveva trovato un popolo che i princìpi della rivoluzione francese avevano svegliato e ora, più attento, si faceva sentire. Brutti tempi quindi per il gonfaloniere, Lorenzo Vibi. A carnevale il popolo sente il bisogno di fare feste da ballo, però il gonfaloniere vede in ciò un pericolo e le vieta. Il 27 febbraio 1800 scrive a Perugia comunicando che ai piedi della croce collocata ove stava "l'infame" albero della libertà hanno trovato una bandiera tricolore.

Nei primi di luglio il papa torna a Roma e nomina capo della delegazione apostolica di Perugia mons. Rivarola che ebbe verso Fratta una mano molto pesante nella regolamentazione della vita pubblica.

Il 25 novembre un editto papale deliberò l'espulsione di tutti i mercanti, artigiani e chiunque non avesse domicilio nel territorio da prima del 1797, esclusi gli ecclesiastici dei conventi e delle parrocchie, i medici condotti e i pubblici impiegati. A dicembre c'è il problema del bandito Luigi Rossi, di Sorbello, che aveva costituito un gruppetto di briganti ed operava spesso anche in Fratta, con grassazioni ed accoltellamenti.

A fine febbraio il commissario, visti i tempi, chiede a Perugia di poter costituire una truppa cittadina. Il Rivarola accetta di buon grado, considerata la delinquenza in giro. Piccole bande che non avevano paura di fare "crassazioni" (cioè rapine a mano armata) anche in pieno giorno.

Altri interventi nel campo della pubblica sicurezza si ebbero in occasione di gravi scandali sorti alla Fratta perché in un caffè si organizzavano giochi proibiti di giorno e di notte "in grave pregiudizione delle famiglie e del buon ordine sociale". Il Rivarola stabilisce inoltre che gli Ebrei in Fratta, venditori di maioliche, cessino tale commercio: "Fate loro precetto di andarsene subito".

Il 4 gennaio 1804 ancora Rivarola abolisce la vendita del vino a teatro dove è anche proibito l'ingresso a chi porta armi o bastoni. Nonostante ciò, il 1° marzo, durante uno spettacolo Giovambattista Franchi accoltellò gravemente un certo Antimi: il chirurgo riferì "essere le ferite con pericolo di vita". Nel 1809 arriva un ordine da Perugia che vieta le maschere e in occasione del carnevale anche le corse, i festini e ogni altro spettacolo.

Il 7 agosto fu organizzata una grande festa in Fratta in occasione dell'innalzamento del nuovo stemma francese. Si chiamò la banda militare di Perugia, i capifamiglia furono invitati a illuminare le case; lo stesso si fece per il palazzo comunale e la Rocca con fiaccole e fanali.

La polizia pontificia era abbastanza organizzata: aveva informatori pagati e persone come il frattigiano Pietro Scagnetti che prestavano la loro opera non richiesta. Dalle sue lettere emergono i nomi dei frattigiani che propendevano per la repubblica: Luigi Santini, Domenico Pecchioli, Francesco Paolucci, Innocenzo Lazzarini e Agostino Cambiotti. Comincia una vita difficile per questi patrioti di Fratta, guardati a vista e braccati.

Nel 1817 a Fratta sono di stanza i carabinieri pontifici che svolgono attività di pubblica sicurezza: la brigata è composta da un brigadiere e sette carabinieri, che operano a cavallo. Non esiste ancora la caserma e sono alloggiati nella casa di un privato, Domenico Porrini, al quale il comune paga l'affitto. Oltre ai carabinieri c'è un reparto di "truppa provinciale". Due guardie di finanza, invece, girano il comune per prevenire e stroncare il contrabbando ma non agiscono in modo del tutto irreprensibile se nella riunione consiliare del 2 agosto 1817 se ne parla negativamente e con rammarico perché durante i mercati cercano mance dai vari proprietari terrieri, vanno nelle case dei contadini dove si fanno servire il pranzo senza pagare. I1 14 febbraio 1831 cade il governo pontificio di Perugia. Il movimento insurrezionale termina i1 25 marzo, i1 31 esce l'editto papale relativo alla consegna delle armi da taglio e da fuoco. Il 24 novembre 1848 Pio IX fuggì da Roma e si rifugiò a Gaeta. I1 9 febbraio fu proclamata la repubblica romana. Ci furono grandi feste anche in Fratta, con l'innalzamento dell'albero della libertà.

In questo breve periodo è un fiorire di "Cìrcoli Popolari", associazioni volte a completare la nuova dimensione di vita da tempo cercata e per la quale molte persone avevano svolto la loro attività più nobile.

Capo di Magistrato di Fratta in quel periodo repubblicano del 1849 fu Luigi Santini, proprietario terriero, che poi ricoprirà la stessa carica anche negli anni dal 1854 al 1856, a restaurazione avvenuta. C'era la capacità dei magistrati di Fratta di allora di cavalcare qualsiasi cavalcatura: ritroviamo al potere sempre gli stessi cognomi, guarda un po', ed erano sempre proprietari terrieri.

Terminato l'assedio di Roma delle truppe francesi, il 31 luglio 1849 tornò il potere del papa.

Mille erano i problemi presenti dopo il 1860, cui l'amministrazione civica doveva provvedere. Il principale era l'ordine pubblico, sia interno, sia legato alla malavita organizzata nel territorio della provincia.

In Fratta era stato ricostituito il corpo della guardia nazionale formato da un centinaio di militi, soppresso nel 1874. Il primo comandante di questa rinnovata guardia nazionale fu Raffaele Santini.

Nell'ordine pubblico rientrava anche la tutela della pubblica moralità. Il 17 ottobre 1861 il sindaco scrive al delegato di pubblica sicurezza sulla "debosciatezza alla quale si abbandonano le giovani, specialmente di bassa condizione molte delle quali sono si già sgravate, e molte altre incinte. Non è a ribadirsi la di costoro sfacciataggine; non avendo rossore di girare per le pubbliche piazze e strade a pieno meriggio, sebbene giunte al nono mese di gravidanza...". Il sindaco dà la colpa ai genitori, forse non considerando che la "bassa condizione" delle giovani, cioè la misera vita che erano costrette a condurre, rappresentava la principale causa del loro degrado.

Durante la guerra 1860/1861 furono 24 i giovani di Fratta che andarono a combattere volontari tra i garibaldini. Nel 1866 numeroso fu il gruppo (54) che si raccolse intorno alla bandiera italiana, specie nel corpo dei garibaldini. Il 22 maggio 1866 ci fu la partenza. Le donne del paese vollero regalare loro una bandiera di seta, tricolore, finissima (che la locale società dei reduci conserva) già usata nel 1849 nel periodo repubblicano, alla quale nel lato bianco aggiunsero la dicitura "Le donne umbertidesi ai loro volontari. 1866".

Tra gli episodi delittuosi del 1882 spiccano furti campestri, ferimenti, spaccio di monete false, oltraggi a pubblico ufficiale, arresti di meretrici, violenze fisiche e stupri. Quindi il nostro carcere, mandamentale, aveva molti reclusi: nel quarto trimestre 1882 erano ben 36, per un soggiorno di 344 presenze. Nel 1894 l'ufficiale di pubblica sicurezza avverte il sindaco che ci sono in giro dei truffatori spagnoli. Estorcono denaro alla gente nei giorni di mercato raccontando una storia di un tesoro nascosto: si trova in un luogo conosciuto da persone che sono in Spagna ma per averlo occorre denaro. "Dia il Sindaco ordine alle guardie comunali che controllino i forestieri, specie nei giorni di mercato e fiera". Nel paese allora c'erano una sola guardia, Tommaso Tognaccini, ed il capo guardia, Adamo Simonucci.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Viabilità e comunicazioni

Guardando la carta topografica del castello di Fratta, disegnata da don Bartolomeo Borghi nel 1805, è facile vedere due appendici: una, il Borgo di Sopra lungo la direttrice della strada per Montone, verso nord; l'altra verso sud, il Borgo di Sotto, sulla la vecchia strada per Perugia. Con l'apertura, nel 1807, del nuovo ponte sul torrente Reggia, che apriva l'accesso al castello vecchio dal lato est in direzione della Collegiata, ha inizio un certo sviluppo lungo la strada che portava al territorio di Civitella Ranieri e che poi sarà chiamata via delle Case Nuove (via Bremizia, quindi via Roma). Sarà però zona di civili abitazioni che non riuscirà mai, nel corso del secolo, a spostare l'importanza, economica, dell'asse originario nord-sud. Dal lato ovest, però, si snodava il percorso della strada per Città di Castello, che rivestiva una certa importanza negli scambi commerciali intercomunali. Ma era fonte di continue preoccupazioni perché, specie nel tratto sotto Montalto, passava molto vicino al Tevere: nel gennaio del 1802 una grossa piena "ha strappato la strada provinciale a Montalto", come disse il gonfaloniere scrivendo a Perugia per avere soccorsi. A Niccone, la strada per Città di Castello subiva una diramazione verso il marchesato di Sorbello, in terra toscana, ed assumeva una certa importanza anche dal lato economico, se non altro per il commercio di castagne. Subito dopo il ponte sul Tevere si apriva invece la strada che conduceva alla Badia di Camaldoli (Montecorona). Da qui iniziava la mulattiera verso Perugia che, arrampicandosi fino alle case di Ferranti, piegava a sud-est, costeggiando la base nord di Montacuto per scendere verso il Nese.

Nel 1814, primo anno dell'avvenuta restaurazione, l'amministrazione comunale, pur "provvisoria", si preoccupò di riassettare le strade e redigere norme per il loro mantenimento.

Una prima decisione fu presa nella riunione consiliare del 30 novembre 1814: il divieto di far sostare i maiali in branco sulle massicciate e imbrecciate delle strade recentemente sistemate e specialmente sul marciapiedi contiguo alla casa Mavarelli che era adiacente alla chiesa di S. Erasmo (ora Gnoni), sulla strada dall'odierna piazza Marconi alla Collegiata. Nel 1819 si discusse su riparazioni d'urgenza da farsi ad alcune strade comunali: - per Montone, identica al percorso odierno tranne che nei primi trecento metri.

- delle Case Nuove, che porta a Gubbio. Seguiva, da principio, il tracciato ancora esistente. Dall'odierna pineta, attraverso il vallone, saliva direttamente al castello di Civitella.

- quella "del Molinello, che porta a Città di Castello per la via più breve".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le strade di grande comunicazione esterne a Fratta avevano il fondo in terra battuta e nella stagione invernale si deterioravano molto: di qui il continuo pensiero per il comune di dover imbrecciare lo strato superiore. Venivano usati semplici sassi del Tevere che alcuni operai spezzavano, uno ad uno. con il martello, seduti a cavalcioni del cumulo che si andava formando. La prima notizia riguardante la manutenzione di queste strade risale al 1832, quando il consiglio comunale, il 1° febbraio, decide di "imbrecciare la strada del Mercato dalla Porta alla Fonte dei cavalli" (odierno tratto da piazza Marconi all'inizio di piazza Caduti del Lavoro); ... di imbrecciare di fondo la strada delle Case Nuove (via Roma) incominciando dalla chiesa Collegiata, ... la strada del Molinello .... E quindi la strada del mercato, incominciando dalla porta fino alla croce dei Padri Osservanti. Da questo punto fino al fosso Rio (confine con Montone) imbrecciando di tratto in tratto ove c'è più bisogno. Nel 1860 la situazione viaria del nostro comune non è delle migliori. La costruzione delle strade era viziata dall'economicità, l'imbrecciamento veniva fatto solo vicino al paese, mancavano i ponti. Il turista inglese Adolfo Trollope descrive una situazione estremamente disagevole. Ci dice che non era preoccupato solamente della strada, ma anche di quei "luridi uffici papali di frontiera", con comandanti insolenti e servili che facevano prima gli smargiassi, poi si facevano corrompere. Il Trollope, andando a Gubbio, racconta ciò che vedeva dal finestrino della diligenza. Arrivato alla Fratta aveva chiesto lo stato della strada per Gubbio e al caffè di piazza gli risposero che a un certo punto, paludoso, sarebbe stato necessario il "trapelo", la "stroppa' di un'altra bestia.

 

 

 

 

 

 

 

Per migliorare la viabilità della zona sud del paese ed il servizio della propria azienda agricola di Montecorona il marchese Filippo Marignoli fece domanda nell'anno 1878 di poter costruire un ponte di legno sul fiume Tevere. In data 27 ottobre il prefetto inviò il decreto di autorizzazione. Ma il ponte in quel tempo e in quel luogo non fu più costruito. Il progetto venne ripreso negli Anni Venti del secolo scorso e fu costruito poi nel 1927 dirimpetto alla badia di Montecorona.

Nel 1899 si costruì la strada per la Badia, primo tratto del collegamento fra Umbertide e Ponte Nese, in base al tracciato odierno.

Sempre nel 1899 terminò la costruzione dei giardini pubblici dietro la Collegiata, con la collocazione di sedili che costarono 126 lire in totale.

Nel 1890 si sistemò la piazza del foro boario per renderla più funzionale al mercato delle bestie del mercoledì. Nel 1861 fu aperto il servizio telegrafico.

Nel 1886 fu inaugurata la Ferrovia dell'Appennino Centrale.

 

 

 

 

 

 

Fonti:

- Renato Codovini - "Storia di Umbertide - Vol. VII - Sec. XIX" . Dattiloscritto inedito.

- Calendario di Umbertide 2000 - Ed. Comune di Umbertide - 2000.

Testi a cura di Adriano Bottaccioli, Walter Rondoni, Amedeo Massetti e Fabio Mariotti.

 

 

 

 

Tronchi appoggiati ad un pilone del ponte dopo le piene. Nell''800 esisteva ancora la tassa per la raccolta delle legne del ponte.
1905. La corriera a cavalli Città di Castello - Perugia (Foto Luigi Codovini)
Dal libro "Umbertide nelle immagini - dal '500 ai giorni nostri", a cura di B. Porrozzi
Pàrise, uno degli ultimi "ciaccabreccie"
Vecchia immagine dell'azienda agricola di Montecorona (Foto famiglia Pacifici)
1890. Il personale del deposito posa sulla locomotiva Couillet
(Fototeca Tacchini - Città di Castello)
Copertina del Calendario di Umbertide 2000
 
Mauro Mavarelli
Diritti di segreteria comunale nel 1881
 

LE ATTIVITA’ ECONOMICHE E PRODUTTIVE

 

 

L'agricoltura

Dalla statistica del 1870 si può rilevare che l'agricoltura umbra era, intorno a quegli anni, del tutto primitiva. L'attività dei contadini era la stessa di tre secoli prima, scarsamente produttiva. Il rapporto grano seminato/grano raccolto era 1 a 3 e l’allevamento era prevalentemente ovino.

Fra i pochi documenti del periodo, due inventari della più grande azienda del tempo, quella dei frati Camaldolesi di Montecorona. Sono del 1805 e del 1832. La lettura fa capire che qualcosa di importante è avvenuto nella prima metà del secolo. Nel 1805 troviamo l'esistenza di 197 bovini, il che sottintende una certa produzione cerealicola. Nel 1832 invece i bovini sono ridotti a una dozzina, indice di una produzione cerealicola ridotta quasi a zero; troviamo invece l'esistenza di centinaia e centinaia di pecore e suini, testimoni di un totale cambiamento nella conduzione agricola. Se consideriamo che la maggior parte delle terre coltivabili era, nei primi anni del secolo, in mano agli enti ecclesiastici e che nel 1810 i francesi abolirono tutte le comunità religiose incamerandone i beni, rimane da pensare che lo sbandamento subìto da quella grande azienda, estendibile alle altre simili, sia per lo meno conseguenza della soppressione. Ci dice anche che il lungo periodo della restaurazione pontificia non seppe porre rimedio a quello stato di cose. lasciando i contadini in balìa di se stessi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con l'inizio del secolo, a quanto risulta dal nostro archivio comunale, si comincia a coltivare il tabacco. La prima notizia risale al 10 maggio 1802. E' una disposizione del delegato apostolico di Perugia: rende noto che il coltivatore di questa pianta deve far saper "in quale terreno la vuol lavorare" e pagare un'imposta detta della "foglia del tabacco". Un altro cenno lo troviamo nell'anno 1814: una lettera che il Maire di Fratta, Domenico Reggiani, scrive all'amministrazione provvisoria pontificia di Perugia per chiedere l'autorizzazione a coltivare il tabacco anche avendo una superficie minore delle quaranta are richieste, altrimenti "le piante di tabacco non potranno essere quivi in alcun modo coltivate". La richiesta ci lascia capire che, molto probabilmente, negli anni precedenti, questa coltivazione non era iniziata.

 

 

 

 

 

 

 

 

Altra coltura nuova, avviata forse all'epoca, è quella del "guado" (pianta erbacea, alta circa un metro, a fiori gialli, dalle cui foglie si ricava una sostanza di colore azzurro usata nell'arte della tintoria) e Perugia consiglia di iniziarla scrivendo al Maire il 25 aprile 1812 e dandogli accurate istruzioni in merito. I terreni, lavorati da una famiglia, sono divisi in poderi composti da tre o quattro "rubbia" fino a quindici e sedici. Ciascun podere ha un paio o due di "bovi" da lavoro, una o due vacche, una ventina di pecore e al monte una ventina o una trentina di capre ed anche una porzione di quattro, sei, otto "rubbia" di macchia acerrata o cerquata per nutrire i maiali. Di questi se ne tiene qualcuno anche nei poderi al piano, allevandoli con le ghiande delle querce sparse sui terreni lavorativi. Il valore di ogni podere è dai cinquecento ai tremila scudi. Il fruttato si desume dalla rendita a grano, vino, olio, bestiame, canapa. Il rimanente, cioè granturco e legumi, si trascura perché serve alle spese di amministrazione, bonifica e mantenimento delle piantate e delle case del podere, dato in affitto, enfiteusi o colonia.

Si lavora il terreno con l'aratro e col perticale. Nel piano si usa più il perticale che l'aratro. Si adopera anche la vanga, ma solo per i campi da canapa e per "ripurgare" i fossi. Sui monti si ricorre alla zappa quando il terreno è troppo in pendio e non è accessibile ai buoi con l'aratro. Gli affittuari hanno la libertà di stare dove vogliono. I coloni non possono lasciare il podere senza una disdetta fatta almeno dieci mesi prima. Per le sementi di grano il terreno viene lavorato tre o quattro volte; sul finire dell'inverno si piantano nelle maggesi granturco e legumi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A settembre si fanno altri due interventi, quindi si semina il grano ricoprendolo di terra con zappe o con rastrelli. I concimi sono gli escrementi del bestiame mescolati a paglie e strami infradiciati, usati in precedenza da lettiere per gli animali. Gli escrementi migliori sono quelli di pecora, dei buoi e delle bestie da soma.

Dal censimento del 1818:

- bestiame vaccino o cavallino ......... capi 1.820

- maiali, pecore e capre ......…......... capi 22.160

- valore catastale del territorio ......... scudi 600.000

Nei totali sono comprese le aliquote di Preggio. Un'altra statistica, molto dettagliata, la troviamo nell'anno 1826. Fornisce le quantità prodotte, consumate, i prezzi, l'esportato e, soprattutto, dà l'elenco dei generi più diffusi: grano, granturco, farro, fava, fagioli, ceci e cicerchie, lenticchie, orzo, biada e avena, riso, lupini, patate, castagne, olio, fieno, lana, lino, canapa, seta in bozzoli, vino, miele grezzo, frutta diversa. Animali: buoi, vacche, vitelli, muli e somari, animali neri (i maiali), pecore e agnelli, capre e castrati.

Nei primi di giugno del 1837 ci fu pericolo che mancasse il grano e il gonfaloniere chiese ai "migliori possidenti di terreno del paese" un loro contributo. I proprietari più ricchi erano Giambattista Gnoni, Domenico Mavarelli, Giovanni Vibi. Giuseppe Rampagni, Giuseppe Ferranti, Giovanni Giovannoni. Francesco Crosti, Luigi Santini, Francesco Santini, Lorenzo Casilli, Domenico Giulianelli, Andrea Ticchioni, Agostino Bettoni, Sebastiano Bebi, Dionisio Squartini.

La produzione dell'uva (si piantano 160 viti ogni 100 metri) aveva anch'essa il suo punto debole nella precoce vendemmia, contro cui si fece tanto nel secolo. Dal 1860 comunque l’uva gode di maggiore protezione, grazie all'uso di una polvere anticrittogamica da dare alle viti. La pubblicità del tempo la reclamizza a livello di miracolo, è venduta da una ditta di Milano, costa venti lire al quintale, come un quintale di grano tenero. Sul finire degli Anni Sessanta si continuano a piantare mori-gelsi per le foglie, richieste dai produttori dei bachi da seta.

 

L'industria

L'attività rivolta alla trasformazione dei beni, che va sotto il nome di industria, ha da noi agli inizi del secolo una consistenza artigianale. Il lavoro si svolge facendo perno sul nucleo familiare, aiutato al massimo da due o tre garzoni o operai. Di alcuni opifici abbiamo documenti solo dopo il 1820, riguardanti esclusivamente l'arte molitoria.

Le lavorazioni artigianali esistenti in Fratta in questo periodo erano inoltre quelle dei vasai, dei fornaciai, dei fabbri ferrai. Ce n'erano tre diverse specie: il fabbro ferraio che aveva la bottega ed eseguiva grandi opere di ferramenta; il magnano, che ha l'officina ma esegue piccoli lavori come chiavi, serrature, gàngheni - allora detti scàncani - catorci, stanghereccie; il marescalco gira per la campagna con i suoi arnesi, esegue lavori da fabbro, come il magnano, e mette i ferri agli zoccoli delle bestie. Fornaciai e vasai avevano i loro laboratori nel Borgo di Sopra; i fabbri nel Borgo di Sotto (piazza San Francesco). Dei nove molini esistenti nel comune solo due si trovavano in paese: uno quasi a ridosso delle mura castellane, in località Molinaccio, lungo le rive del Tevere; un altro circa ad un chilometro di distanza, in località "il Molinello". Erano entrambi di proprietà di Agostino Cambiotti.

Altra produzione di media importanza era quella delle due o tre fornaci di laterizi. A Santa Maria ne è esistita una fino a non molti anni indietro e svolgeva una discreta mole di lavoro. Le fornaci fabbricano articoli classici quali mattoni, pianelle da tetto, coppi e tegole. Lavoravano la calce e soprattutto molte specie di quei mattoni "scorniciati" con i quali si usava fare le linee di rifinitura delle case più modeste.

Una fabbrica di vasellame vario era gestita da Serafino Martinelli, che troviamo fino dal 1802, ma la sua è la più antica famiglia di vasai di Fratta, risalendo al XV secolo.

Nel settore della lavorazione del ferro prosegue l'attività della famiglia Gigli, mentre troviamo per la prima volta il nome dei Mazzanti che andranno avanti fino agli Anni Trenta del Novecento.

E’ dell'anno 1827 la prima statistica sulle industrie di Fratta, commissionata dall'autorità di governo di Perugia.

 

Manifattura dei drappi di lana

Non vi è in questo Comune una regolare fabbricazione dei drappi di lo lana; si lavorano soltanto da varie tessitrici le saie e le mezzolane; parte dei quali servono per proprio uso e parte ne vendono agli agricoltori, nelle fiere e nei mercati.

 

Fabbrica di vasi di terra di Girolamo Chimenti

Vi lavorano tre uomini e due ragazzi. Ogni uomo prende baiocchi 14 e mezzo al giorno. I ragazzi baiocchi 4 al giorno. Si pagano a giornata e a volte anche a settimana. Si adopera terra di cava, di fiume e piombo bruciato.

 

Fabbrica di vasi di terra di Serafino Martinelli

Impiega uomini 6 che prendono baiocchi quindici al giorno. Impiega ragazzi 3 che prendono baiocchi 4.

 

Fabbrica di pettini d'osso di Luigi Cerulli

Impiegano due uomini, uno prende baiocchi 30 al giorno; l'altro baiocchi 10. Impiegano un ragazzo al quale si da uno scudo all'anno. Produzione: pettini per “pulizzare” la testa, pezzi 6.650; pettini da donna, di moda, pezzi 70; pettini da parrucchiere, pezzi 300. Totale pettini 7.050. Si vendono nelle città vicine e si "esportano" in Romagna.

 

Fabbrica di seta di Luigi Santini

Si impiegano due uomini che prendono baiocchi 15 al giorno; ci sono poi 12 donne pagate le maestre baiocchi 22 al giorno e le altre baiocchi 15 al giorno. Lavorano 4.000 libre di bozzoli all'anno, comperati tutti nel paese di Fratta.

Producono seta di ottima qualità, che va sotto il nome di seta di Fossombrone.

 

Fabbrica di seta di Antonio Igi

Vi lavorano un solo uomo e otto donne. Compra libbre 2.000 di bozzoli e produce seta in trama d'organzino per libbre 166 l'anno, per un importo di scudi 415 l'anno.

 

Fabbrica di cappelli di Mattia Codovini

Impiega tre uomini che prendono uno baiocchi 25 il giorno, altri due baiocchi 18 il giorno; le due donne baiocchi 12 al giorno e due ragazzi che prendono la spesa mediocre in cibo. Si usa lana di pecora nostrale libbre 1.500 e n. 100 pelli di lepre ogni anno. Si producono 1.800 cappelli "ordinari " e 24 cappelli "fini ". Si "spacciano" a Perugia, Assisi e Città della Pieve.

 

A partire dagli Anni Quaranta del secolo si ha notizia della piccola fabbrica a conduzione familiare dei fratelli Martinelli, che produceva organi da chiesa, sorta nel 1845. Era proprietà di Antonio e Francesco.

Nel 1848 il governo pontificio introdusse il libretto di lavoro per i giovani, riguardante tutti gli operai al di sopra quindici anni.

Molte famiglie di Fratta, soprattutto i casenghi, si adoperavano nella produzione della seta. L'allevamento dei bozzoli durò fino agli Anni Trenta del Novecento, quando le fibre artificiali non lo resero antieconomico.

Nel 1861 troviamo un elenco degli artigiani quale risulta dai libretti di lavoro (istituiti alcuni anni prima): vasai 12, operai - garzoni di vasai 3, calzolari 2, fabbri 7, falegnami 3, sarti 3, garzoni e giovani d bottega 8.

La categoria artigiana più importante e consistente è sempre quella dei vasai e fornaciai.

La statistica del 1871 ci dice che in quell'anno gli addetti all'industria erano in tutta la provincia il dieci per cento della popolazione.

Negli Anni Ottanta (del 1800) troviamo ad Umbertide uno stabilimento tipografico, proprietà di Agostini e Tommasi.

 

Risale al 1880 una seconda statistica:

- Molino in Umbertide di proprietà Luigi Santini. Ha tre macine, è mosso dall'acqua, macina otto mesi all'anno grano, granturco, olive.

- Molino detto "il Molinello" di proprietà Ciucci, in situazione di fallimento. Dista un chilometro da Umbertide, ha tre macine, è mosso dall'acqua, macina otto mesi all'anno grano. granturco e olive.

- Molino detto "Vitelli" di proprietà del Marchese Rondinelli. distante da Umbertide quattro chilometri. Ha tre macine, è mosso dall'acqua, macina sette mesi l'anno per mancanza di acqua.

- Molino detto "di Casa Nuova" alla Badia, di proprietà Marignoli. Ha cinque macine e macina cereali tutto l'anno. Molino all'interno della Badia di proprietà Marignoli. Ha una sola macina e macina sette mesi l'anno per mancanza di acqua.

- Molino detto "dell'Assino" di proprietà di Anacleto Natali. Dista dal paese due chilometri. Ha tre macine e macina tutto l'anno.

- Molino di Pierantonio di proprietà Florenzi (il marchese, marito di Marianna Florenzi, di Ascagnano). Ha due macine. Macina sette mesi l'anno.

- Molino di proprietà Florenzi (altro). Ha due macine. Sette mesi all'anno.

- Molino di Paolo Sarti a Montecastelli. Dista dal paese quattro chilometri. Ha due macine, macina sette mesi l'anno, solo cereali.

- Molino della Serra. Proprietà della Cassa Ecclesiastica. Dista cinque chilometri dal paese. Ha tre macine. Macina cereali tutto l'anno.

Tutti questi molini macinano 33.400 ettolitri di farina di grano, granturco e pochi cereali.

 

 

Il commercio

Punto principale di ritrovo, nei giorni di mercato e di fiera, era il "campo bovario" ove si svolgeva la compravendita degli animali da lavoro, bovini ed altri. I mercati settimanali del mercoledì hanno inizio fin dalla metà del XVI secolo. Le fiere, in Fratta, si svolgevano il 1° di giugno, vigilia della festa di S. Erasmo, e nei giorni 6 e 7 settembre, vigilia della ricorrenza dell'8, la festa della Madonna. Fiere si tenevano a Sorbello il 20 giugno; a Reschio il 22 luglio (era importante per le bestie minute); a Montalto l’11 luglio (rinomata per i bovini). Luogo di commerci era una località chiamata fin dal XIV secolo, "il prato del comune", lo spiazzo alla fine del ponte sul Tevere (odierna zona del distributore di benzina) che arrivava all'inizio della strada per la Badia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo mercato delle bestie bovine resterà ancora lì fin verso il 1818-1820, quando, allargata la piazza, si spostò sotto la Rocca, dove rimase fino al 1940 circa. Il cambio fu reso necessario per garantire scorrevolezza del traffico verso la Toscana e Città di Castello, in sviluppo crescente. Le località interne dove si svolgeva il mercato settimanale, per rutti gli altri generi, erano le strade del paese e la piazza davanti alla chiesa di S. Erasmo chiamata, fin dal XIV secolo, "il Mercatale".

Altri beni erano venduti in piazza S. Francesco, nella piazzetta centrale (piazza Matteotti) detta "del grano" e in qualche altra via. Erano comunque località che ogni tanto venivano cambiate, a seconda degli interessi contingenti del comune e delle richieste della popolazione.

Si potevano trovare, oltre ai cereali, prodotti dei campi ora non più coltivati, come il lino e la canapa che servivano per la biancheria; il canapone, usato per grossi telami e per le corde; cordami di ogni genere, prodotti in paese; grandi quantità di vasellame e brocche in terracotta (allora non c'erano industrie che producevano tegami in metallo).

All'inizio del 1800 la vendita dell'olio commestibile aveva una diversificazione nei prezzi: otto baiocchi la libbra per i poveri e dieci baiocchi per "gli abitanti comodi". In quale maniera si era arrivati a stabilire tale diversificazione non lo sappiamo, ma è certo che veniva attuato un discreto controllo. Si era stabilito che dovevano esserci due "spacci di olio", che questo fosse "sempre chiaro, purgato e che non puzzi", venduto a due quattrini in più che a Perugia. Gli spacci dovevano restare aperti fino a un'ora di notte. Era libero il commercio delle castagne fin dal 1802, dei generi di pizzicheria e di macello, ma le disposizioni potevano variare di anno in anno.

La vendita del pane (il cosidetto "spiano del grano") era soggetta a privativa, cioè era una vendita controllata dal comune, nel proprio forno, e riguardava sia il "pan venale", comune, sia quello "bianco" per uno scopo calmieratore, perché non costasse troppo, visto che era il genere di maggior consumo. Una certa regolamentazione riguardava anche la carne di pecora, da vendersi al "macello della carne bassa". Si vendeva a baiocchi tre la libbra, solamente da giugno a dicembre, rispettando quindi il periodo di riproduzione dell'animale. Molto diffuso era il commercio degli stracci e quello alimentato dalla produzione dei bachi da seta. Questi mangiavano la foglia dei mori (gelsi) e quindi in Fratta era sviluppato il relativo traffico. Anche il comune, che possedeva diversi gelsi situati sotto le mura castellane, ne vendeva le foglie in blocco, con asta pubblica.

La ricezione dei forestieri era assicurata da alcune locande che avevano anche qualche camera per la notte. Nel 1810 una era tenuta da Antonio Beacci, un'altra da Carlo Tancredi. La migliore però sembra fosse quella di Pietro Romitelli che (quando all'inizio del secolo ci fu quel gran passaggio di soldati) riusciva a dare da dormire anche a quindici persone per le quali era aperto perfino il servizio di ristorante.

Dal 1806 troviamo notizia del servizio del postiglione, cioè del servizio di corriera, per Perugia, che doveva varcare a guado il Tevere a Ponte Pattoli. Il postiglione, detto anche "il posta", si chiamava Bernardino Lisi, faceva il viaggio due volte la settimana con passeggeri, pacchi e corrispondenza. Lo ritroviamo in questo suo lavoro nel 1809 ed è pagato dal comune con otto scudi l'anno, corrispostigli a trimestri. Nei patti ha l'obbligo di portare gratuitamente la cassetta con i denari che il comune versava a Perugia, come pure le lettere e i plichi della comunità.

Nel 1818 venne introdotta la regolamentazione del commercio all'ingrosso e al minuto.

Dal 1824 fu disciplinato il trasporto merci con un documento accompagnatorio che si chiamava "bolletta di circolazione", emessa dalla dogana della città di partenza e comprovante l'avvenuto pagamento del dazio.

Nel 1834 troviamo la prima notizia relativa allo "spacciatore" di sali e tabacchi, allora compresi tra i "generi regali" in quanto di saldo monopolio statale. In Fratta lo "spacciatore" era Giuseppe Perugini e il suo ufficio dipendeva dall'amministrazione dei sali e tabacchi di Ancona. In quest'anno viene fatta un'altra richiesta per l'apertura di un secondo spaccio: da Ancona chiedono informazioni al priore di Fratta, Giovanbattista Gnoni, ma questi, che conosce bene il Perugini, non dà l'assenso, perché, dice nella risposta, "non si può fare un torto simile allo spacciatore sig. Perugini".

 

Durante i mercati settimanali i venditori ambulanti mettevano i loro banchi nella piccola piazza centrale e nelle vie adiacenti senza rispettare alcun ordine. Ciò era causa di continue risse sulla precedenza relativa alla posizione migliore, per cui, nella riunione del 21 agosto 1848, l'amministrazione comunale decise di porre rimedio, stabilendo i posti nelle varie piazze del paese e facendo raggruppamenti a seconda della natura merceologica dei prodotti in vendita. Piazza S. Francesco per grano, granturco e legumi; piazza della Rocca per le castagne fresche, secche ed i vasi di terracotta di territorio estero; le scarpe e i cappelli nei punti più spaziosi delle contrade di Castel Nuovo (dalla Piaggiola a piazza Marconi) e del Boccaiolo; ortaggi, frutta, canapa, corda e banchetti di ballottari (venditori di caldarroste) nella piazza dell'orologio lungo il caseggiato, lasciando libera la linea della strada provinciale; l'erba fresca e secca per i bestiami nella piazzetta davanti casa Giovannoni (era posta alla fine della discesa che conduce a piazza S. Francesco; ce n'è ancora una piccola parte, ma prima della ferrovia a linea elettrica era più grande) senza intralciare la strada. Il pesce di mare e di lago nel vecchio macello pubblico (all'inizio del ponte sul Tevere e del ponticello sulla Reggia, per andare a S. Francesco). I polli e le uova, nonché i banchi di merceria nei soliti locali senza innovazione (strada interna del paese).

Il ghiaccio, sempre venduto durante il secolo, veniva adoperato nei locali pubblici, ma anche all'ospedale. Non essendoci ancora frigoriferi per la sua produzione (ad Umbertide la prima macchina di questo tipo arriva agli inizi del `900), in inverno pressavano la neve caduta in buche del terreno di solito in montagna. Il ghiaccio veniva poi portato in paese con i carri, confezionato m piccoli blocchi irregolari. Nell'anno 1878 un venditore di Città di Castello si offrì di vendere il ghiaccio a Umbertide. Non c'era ancora la ferrovia e quindi per arrivare in tempo avrebbe dovuto viaggiare tutta la notte. Chiese un compenso al comune, ma ciò gli fu negato.

Fonti:

- Renato Codovini - "Storia di Umbertide - Vol. VII - Sec. XIX" . Dattiloscritto inedito.

- Calendario di Umbertide 2000 - Ed. Comune di Umbertide - 2000.

Testi a cura di Adriano Bottaccioli, Walter Rondoni, Amedeo Massetti e Fabio Mariotti.

Buoi in un'azienda agricola (Foto Giulioni Alfiero)
Heading 6
Al lavoro sul tabacco (Foto Beppe Cecchetti)
Lavoratori agricoli con la vanga (Foto Archivio fotografico Comune di Umbertide) 
1894. Marchio della fornace situata nella zona di Santa Maria
(Dal libro "Umbertide nelle immagini . dal '500 ai giorni nostri -
a cura di Bruno Porrozzi).
Foto aerea della zona dove oggi c'è il parco Lido Tevere.  Fino al 1820 in questa zona si svolgeva il mercato del bestiame prima che fosse spostato sotto la Rocca
1872. Genesio Perugini. Progetto del nuovo mercato coperto dei cereali in piazza San Francesco
(Dal libro "Umbertide nelle immagini - dal '500 ai giorni nostri" - a cura di Bruno Porrozzi) 
 

POPOLAZIONE, SANITA’ E SERVIZIO POSTALE

 

La popolazione

Agli inizi del secolo Fratta era un piccolo paese che, fra il nucleo centrale ed i borghi Inferiore e Superiore, contava circa novecento abitanti, divisi nelle parrocchie di S. Erasmo e S. Croce unite (cioè i due borghi esterni) e quella di S. Giovanni Battista, che era la Cura del castello entro la cerchia delle mura. Al giro di boa del secolo quasi tutte le persone hanno un cognome; probabilmente solo due o tre su cento non l'avevano ed erano chiamate, com'era costume, con un soprannome che di solito faceva riferimento al patronimico, al luogo di provenienza, a difetti fisici, alle qualità.

Fra i cognomi che girano il XVII secolo ed entrano nel 1800 troviamo Anticoli, Agostini, Bruni, Burelli, Bertanzi, Brischi, Ciceroni, Caneschi, Caracchini, Ciangottini, Cambiotti, Dell'Uomo, Franzi, Fornaci, Gigli, Igi, Manzini, Majoli, Mazzaforti, Martinelli, Mancini, Moriconi, Magnanini, Mavarelli, Mulinari, Magi Spinetti, Natali, Paolucci, Passalboni, Pucci, Perugini, Pasquali, Reggiani, Santini, Savelli, Scarpini, Scagnetti, Vespucci, Wagner.

Nei decenni successivi si passerà dai novecento abitanti ai 1.100/1.200: questi aumenti non dipendono da una costante progressione, ma da spostamenti casuali oppure da errati accertamenti legati a tassazioni o a riparti di spese. Casi questi in cui a volte avveniva che certe famiglie del centro non erano considerate nel conteggio, mentre potevano figurare famiglie della campagna.

Nel 1811 ritroviamo novecento abitanti; nel 1812 il Maire Magnanini dice "circa 1.000 abitanti" e dopo qualche giorno corregge a 790. Nel 1814 ne sono registrati 993, divisi in 196 nuclei, con una media di cinque persone a famiglia. Nel 1833 abbiamo un primo "stato delle anime", rilevazione statistica voluta dal vescovo, fatta dai parroci casa per casa e quindi abbastanza attendibile. Da questa veniamo a sapere che gli abitanti del paese sono 825 riuniti in 205 famiglie, con una media di 4 persone a famiglia. Di queste, 140 appartengono alla parrocchia di S. Erasmo e S. Croce unite e 65 famiglie a quella di S. Giovanni Battista. Altra statistica è relativa alle cresime che si facevano ogni tre o quattro anni, di solito in Collegiata. Nell'anno 1848 il vescovo di Gubbio, mons. Giuseppe dei conti Pecci, si trova a cresimare 105 ragazzi, 53 maschi e 52 femmine. Dieci anni dopo, nel 1858, saranno 60 maschi e 62 femmine, il numero maggiore di cresimandi trovato a metà secolo. Quanto alla popolazione dobbiamo distinguere fra il comune vero e proprio e lo stesso aumentato degli appodiati. Trovare il numero degli abitanti è cosa un po' complessa. Nei primi anni del secolo infatti non abbiamo Civitella Ranieri che apparteneva a Gubbio; poi c'è uno scambio di ville (frazioni) con Città di Castello. Nel 1812, nei primi mesi, non abbiamo Preggio, oggetto di uno scambio con Perugia, per cui questi dati sono riferiti a superfici del nostro comune diverse in vari momenti e quindi impossibili da confrontare. I dati comunque ci dicono che nel 1810 il comune ha 8.720 abitanti; nel 1812 ci sono, in febbraio, 7.277 abitanti, in maggio 8.630 e in luglio 7.480. Nel 1818 vengono riportati 4.000 abitanti per il comune e 9.000 per gli appodiati Preggio e Poggio Manente, portando così il totale a 6.000 unità. Nell'anno 1833 abbiamo inoltre settanta unità poderali, nei due Piani, di Sopra e di Sotto, mentre nello "stato delle anime" del 1860 troviamo che le unità poderali sono salite a 95.

Arriviamo così all'anno 1860, quando termina il periodo della restaurazione e Fratta rientra sotto la giurisdizione piemontese. Ora conta 1.300 abitanti. Ci sono poi le università appodiate (frazioni), Preggio, Civitella Ranieri e Poggio Manente (quest'ultima comprendeva anche la villa di Pierantonio), dove abitavano altre 2.900 persone, divise in 15 parrocchie. La superficie totale del comune è di 19.070 ettari, con una densità di una persona ogni due ettari circa. Di questa popolazione la più numerosa (ottanta per cento) è in campagna, mentre il venti per cento vive nei centri urbani. Ciò contrasta con la media della regione da cui risulta che la popolazione accentrata è il 51 per cento, quella sparsa (contadini) il 49.

Dai successivi censimenti si nota un leggero aumento della popolazione. Dai 9.400 abitanti del 1860 ai 10.170 del 1861, crescendo via via fino a raggiungere le 10.838 unità del 1865 (con 1.615 famiglie), le 10.983 del 1871 e le 11.537 del 1896. La media degli abitanti per famiglia è, verso i1 1870, di 6,70. La differenza numerica fra i sessi è opposta all'odierna: nel 1861 i maschi sono 537 più delle femmine e la differenza va via via diminuendo fino al 1865, quando gli uomini sono 402 più delle donne.

Per la provincia il censimento del 1871 segna un aumento della popolazione nei centri urbani e quindi, in parallelo, uno spopolamento della campagna, mentre nel nostro comune la crescita nei primi dieci anni (1861-1871) è proporzionata, mantenendo il rapporto di uno a quattro fra paese e campagna. Come conseguenza il rapporto terreno/abitanti è ora sceso, per Umbertide, a ettari 1,73 per abitante. Corrisponde ad una media di 57 abitanti per chilometro quadrato, leggermente più alta della corrispondente densità della regione, che è di 55 abitanti, ma inferiore alla densità del regno, 84 abitanti per chilometro quadrato. Ulteriori cifre ci dicono che, nel 1878, gli abitanti del solo paese erano 2.396; nel 1880, 2.500; nel 1898 tutto il comune contava 13.683 abitanti.

Visto che i contadini seguirono la tendenza di lasciare la campagna, il paese forse aveva poco da offrire a causa di un'economia alquanto povera. Da ciò agricoltura come attività principale, artigianato e terziario del paese come occupazioni secondarie.

La sanità

All'inizio del 1800 è medico condotto in Fratta il dott. Domenico Reggiani ma, a fine giugno, rinuncia perché il comune lo paga con gli "assegnati" (era una carta moneta emessa dal governo francese fin dal 1790, una specie di buono del tesoro, con un valore nominale da mille franchi, al tasso del cinque per cento), mentre lui vorrebbe essere pagato in denaro "cantante". Viene per questo emesso dal comune, il 1° luglio, un bando pubblico per coprire il posto vacante. I quattro concorrenti (i dottori Rossi, Carleschi, Santicchi e Bacocchi) ebbero dal consiglio comunale lo stesso numero di voti, 14 favorevoli e sei contrari, per cui si dovette fare un ballottaggio che vide eletto il dott. Rossi. Questi tuttavia non accettò e tutto rimase sulle spalle del dott. Giuseppe Magnanini, medico condotto della campagna intorno al paese, il Piano “di Sopra” e quello "di Sotto". Lo ritroviamo fino al 1808, riconfermato più volte, per periodi di due o tre anni.

Intanto, nel 1801 si cominciò a parlare di "morbo epizootico bovino", malattia infettiva che veniva dalle Marche. Nel 1804 il vaiolo, patologia epidemica che trovava un tessuto umano non attrezzato per sostenere i suoi violenti attacchi ed una scienza impreparata, fece molte vittime, specie fra i più poveri.

E' un continuo succedersi di malattie, "1'idrofobia dei cani" fino al 1808, la "schiavina dei lanuti" fino al 1811, un rincorrersi ed accavallarsi delle stesse che non dava respiro e teneva in agitazione la popolazione.

Nel 1811 esisteva in Fratta, voluto dall'amministrazione francese di Perugia, un servizio gratuito per le donne partorienti chiamato la "Società materna".

Nel 1812 erano già iniziate le vaccinazioni anti-vaiolo, ma la loro introduzione era difficilmente accettata dalla popolazione, che, in maggioranza indigente, voleva in casa solo il "medico dei poveri", le cui visite erano gratuite. Ma anche lui aveva difficoltà ad imporre le nuove tecniche. Nel 1815 il medico condotto di Fratta è ancora il dott. Giuseppe Magnanini, aiutato dal dott. Sensi, ma il primo a mettersi all'erta è il veterinario Pietro Crosti, mandato a fare ispezioni nelle campagne per un nuovo sospetto di epidemia degli animali neri, cioè dei suini. L'anno successivo (1816) anche Magnanini e Sensi vengono chiamati a svolgere opera straordinaria in quanto c'è un risveglio delle malattie comuni quali "le febbri gastriche e nervose, il tifo petecchiale e altre". Il comune si decide a fare un manifesto al pubblico consigliando di lavarsi bene e tenere le mani pulite.

All'inizio della primavera del 1817 infierisce il tifo in tutta la provincia, specialmente in Perugia. A luglio il tifo c'è ancora in Fratta e solo in settembre si avrà una diminuzione dei casi. Legato alla malattia compare sempre un altro "male" che si chiama fame: in un anno miete sei persone e probabilmente, stante la disinformazione, non sono le sole.

Altro grattacapo è provocato dalla "rabbia dei cani". Ci sono molti randagi e il comune notifica a tutti i barbieri e calzolai di tenere fuori della loro bottega una ciotola di legno piena d'acqua pulita, da cambiare ogni giorno, per dissetare queste bestie (forse pensavano che fosse legata alla mancanza d'acqua da bere).

 

Nel 1820 chirurgo condotto di Fratta era il dott. Giuseppe Giannini, di Città di Castello. Sia lui che gli altri sanitari di Fratta non erano però soddisfatti né dello stipendio né del troppo lavoro; preferivano visitare i malati più danarosi e trascuravano le categorie meno abbienti.

Nel 1823 il chirurgo condotto scrive al comune di volersene andare perché ha trovato "una condotta di maggior lucro". Per farlo restare i magistrati di Fratta gli aumentano lo stipendio da ottanta a cento scudi l'anno. Il medico condotto passerà da 120 a 150 scudi l'anno.

Nel 1831 arrivò il colera. Nel 1835, dalla Toscana e dallo stato di Urbino, imperversò di nuovo, spezzò il cordone sanitario e giunse a Fratta ove infierì fino al 1836. Fu istituita una nuova commissione sanitaria, presieduta da Domenico Mavarelli, che andava per le case a verificare l'esistenza di un "luogo commodo" (cioè la latrina) e se avevano "lo sciacquatore". Da un rapporto dei medici del paese, del 1849, si ha notizia che le malattie più diffuse erano reumatiche e gastriche; inoltre difterite, diarree, infiammazioni. Casi di scarlattina nei fanciulli. Altre persone che operavano nel campo della sanità erano i farmacisti che confezionavano le medicine vendute. Nel 1860 l'unica farmacia apparteneva a Domenico Mavarelli, proprietario terriero e del palazzo già dei marchesi di Sorbello (palazzo comunale). La farmacia si trovava in piazza, in un locale a piano terra ed era arredata in maniera molto modesta. La tirava avanti il dott. Pietro Chiocci. Verrà poi venduta alla Congregazione di carità ai primi del `900 (diventerà farmacia dell'ospedale). Nel nostro comune c'era poi la "famigerata" farmacia di Montecorona, una vecchia erboristeria voluta e gestita dai frati Camaldolesi. La sua fondazione risaliva a diversi secoli prima, ma nell'’800 si era anche specializzata secondo la moderna farmacologia. Non era condotta in economia produttiva, in quanto vendeva a prezzi molto bassi e dava le medicine gratis ai poveri. Nel 1872 esisteva ancora, era di proprietà del marchese Marignoli, farmacista il dott. Alessandro Burelli. Il quale ottenne, il 14 agosto 1876, l'autorizzazione ad aprire una quarta farmacia ad Umbertide (la terza era a Preggio, aperta nel 1870) e quella di Montecorona rimase senza gestore.

Nel 1889 venne istituita la figura dell'ufficiale sanitario per meglio controllare le varie attività di igiene e sanità. Il primo fu il dott. Augusto Agostini.

La mortalità infantile era molto alta. Nel 1870 nascevano nel nostro comune 357 bambini l'anno, ne morivano il quarantadue per cento con punte a luglio e agosto.

Ma la malattia più grave e sempre presente era la pellagra, che colpiva i contadini ed era causata dalla mancanza di vitamine nel granoturco di cui si cibavano. Nel 1880 ci furono nel nostro paese 576 malati di varie patologie. Di questi ben 124 erano i pellagrosi (42 uomini e 82 donne), con un'incidenza quindi del ventuno per cento. Il comune di Umbertide passava sessanta lire l'anno all'ospedale per la cura della malattia. Altre norme igieniche furono necessarie dopo il 1860 per eliminare l'antica usanza di gettare le acque sporche ed altro dalle finestre. L'abitudine si rivela dura a morire e per molti anni fioccano contravvenzioni, anche alle molte persone trovate "a liberarsi dei propri bisogni nel prato dietro la Collegiata", che sembrava il posto preferito. Il 20 maggio 1872 furono emanati i nuovi regolamenti di polizia urbana e di pubblica igiene. Al 14 dicembre 1877 risalgono le norme sulla macellazione pubblica; al maggio 1899 quelle sul servizio mortuario. L'art. 61 del settimo capitolo ci spiega che il "vespillone" riceve i compensi dalle famiglie non povere dei defunti ed ha questi obblighi: lavare e vestire ed assestare i cadaveri nelle case; trasportare i cadaveri dalle camere mortuarie al luogo di inumazione con l'aiuto dell'infossatore.

Nei primi decenni dell'’800 c'era ancora l'usanza di trasportare i cadaveri dalla casa alla chiesa in cui venivano sepolti su un "cataletto", qualcosa tra il letto e la barella, fatto di legno, frangiato a nero, portato a spalle. Il morto era avvolto in un lenzuolo e sopra il tutto si stendeva la coltre funerea: funerale a "cielo aperto", insomma.

 

 

Il servizio postale e i trasporti

Nei primi anni del secolo Fratta non aveva né un ufficio postale, né un autonomo servizio di posta per Perugia. Nel 1814, a restaurazione avvenuta, sappiamo che usufruiva del postino di Città di Castello perché questi, per andare a Perugia, era necessariamente di passaggio e quindi prelevava sia la posta, sia altri eventuali plichi e pacchi che Fratta mandava in quella città. Nella riunione consiliare del 22 dicembre 1814 1a pontificia amministrazione provvisoria della comunità di Fratta, considerato che non era comoda alla popolazione l'ora del passaggio del postino di Città di Castello, determinò che dal 1° gennaio 1815 i diciotto scudi annui pagati per il servizio postale andassero mensilmente al postino eletto dalla comunità di Montone. Il quale sarebbe transitato ad un ora più idonea, portando a Perugia la "bolzetta" delle lettere. Fu nominato Nicola Castori. Ora Fratta aveva un ufficio postale: direttore (ed anche unico impiegato) era Vincenzo Scarpini. Questi, chiamato "distributore delle lettere" o "spacciatore delle lettere", era il proprietario e gestore di una bottega di spezie situata nella via Diritta (via Cibo).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel retrobottega teneva la corrispondenza in partenza e in arrivo. Nel 1816 Scarpini viene confermato nel suo impiego di distributore delle lettere per altri due anni, con uno stipendio di dodici scudi l'anno pagati ogni mese. Nel 1820 l'ufficio postale di Fratta è considerato di seconda classe e il comune chiede al governo di Roma di passare di prima, adducendo vari motivi. Che Fratta è stato capoluogo di governo con 10.500 abitanti; comprende diversi castelli appodiati (frazioni); il solo capoluogo ha 6.500 abitanti (considerando i contadini del Piano di Sopra e del Piano di Sotto); vi fiorisce il commercio, vi sono fiere di bestiame nell'anno, mercati settimanali; ha botteghe di vari generi, manifatture e due filandre di seta; ha scuola di pubblica istruzione con cinque maestri. La richiesta ebbe però risposta negativa i1 23 agosto 1820. In quest'anno sappiamo che l’ufficio postale è sempre nel retrobottega dello Scarpini, ma vengono anche gli appodiati ad impostare e prelevare la corrispondenza. Lo stesso fa la comunità di Pietralunga. Le lettere venivano messe in un'apposita buca, all'esterno della porta della bottega, e andavano a cadere in una cassetta chiusa. Venivano poi smistate nel retro che sulla porta di comunicazione con la bottega aveva un cancello di legno in maniera che "non possano succedere disordini o irregolarità". Il postino, o “procaccia” era sempre Nicola Castori (di Montone) e si recava a Perugia due volte la settimana. Non essendoci ancora i francobolli, pagava il servizio colui che riceveva le lettere. Nel 1822 il postino Castori viene confermato per altri due anni, ma nell'occasione il governatore giudica cosa sconveniente che Fratta “abbia il suo postino separato da quello della Comune di Montone e non un solo individuo che serva ambedue le Comuni". Nel 1823 il distributore di lettere, Vincenzo Scarpini, si trova in difficoltà economiche e quindi il comune, che non gli aveva mai pagato nulla per l'affitto del locale ove teneva la corrispondenza, decide di dargli poi uno scudo l'anno per la pigione futura ed anche 22 scudi di arretrati. Nel 1824 il postino Castori chiede un aumento in quanto "è obbligato di portarsi a Perugia due volte la settimana, ma dal 1° aprile a questa parte, attesa la nuova organizzazione della posta, è costretto di stare un giorno di più in Perugia; producendo questo trattenimento un maggior dispendio al medesimo, supplica per avere un conveniente aumento...". Così fu deliberato un aumento di sei scudi l'anno.

Nel dicembre 1824 morì il distributore delle lettere Vincenzo Scarpini e nella riunione del 4 gennaio 1825 fu chiamato a rimpiazzarlo Procolo Reggiani, mentre il postino Castori venne riconfermato. Ma il Reggiani dopo pochi giorni rifiutò tale incarico ed il 25 febbraio venne eletto distributore delle lettere Costantino Magi Spinetti. Questi promette "di esercitare con tutta la fedeltà ed esattezza che si richiede e segnatamente di essere responsabile non tanto dell'importo delle lettere e plichi che si inviano dalla Direzione di Perugia, come di qualunque somma che venga al medesimo affidata per essere francata; obbligandosi all'osservanza di tutte le leggi ed istruzioni che sono state emanate...... E per sicurezza di quanto sopra accede in qualità di suo fideiussore il sig. Francesco, figlio del defunto sig. Bonaventura Magi Spinetti suo genitore...". Di Costantino Magi Spinetti è una lettera del 1829 con la quale chiede un aumento di stipendio. La notizia viene dal resoconto della riunione consiliare del 22 febbraio 1829, che parla di una certa difficoltà nel servizio di posta in quanto "con l'aumento della popolazione del paese, con l'accrescimento del territorio...... sonosi anche aumentate le incombenze e le fatiche.. Chiede pertanto che in proporzione aumentar dovesse anche l'annualità di paga che riceve portandola da scudi 12 a 18 annui... ".

Verso i1 1850 il servizio viaggiatori e merci nello stato pontificio era appaltato dal sig. Liborio Marignoli, "intraprendente" delle corse a lungo raggio in partenza da Roma. Le linee da lui gestite erano la Roma-Napoli, Roma-Firenze e la Roma-Ferrara (via Terni, Spoleto, Foligno, Ancona, Rimini, Bologna). Quanto ai piccoli percorsi, però, ogni città o grosso paese aveva propri servizi di diligenza che, con successivi cambi, potevano convogliare passeggeri e merci verso le grandi linee di comunicazione gestite dal Marignoli. Che cessò la propria attività nel 1865, quando lo ritroviamo marchese nella tenuta di Montecorona da lui acquistata con i risparmi di quell'attività. Delle diligenze si sapeva della partenza, non dell'arrivo, essendo questo affidato alla provvidenza.

Fonti:

- Renato Codovini - "Storia di Umbertide - Vol. VII - Sec. XIX" . Dattiloscritto inedito.

- Calendario di Umbertide 2000 - Ed. Comune di Umbertide - 2000.

Testi a cura di Adriano Bottaccioli, Walter Rondoni, Amedeo Massetti e Fabio Mariotti.

Disegno di G. Rossi. Fratta nella metà del secolo XIX
Una delle prime immagini dell'ospedale di Umbertide. I lavori di costruzione iniziarono nel 1858
Via Diritta (Cibo) alla fine dell''800
Corriera a cavalli (Foto Beppe Cecchetti)
 

L’ISTRUZIONE, LE ASSOCIAZIONI E IL TEMPO LIBERO

 

 

L'istruzione pubblica

Agli inizi del secolo esistevano in Fratta la

- Scuola di leggere, scrivere, numerica e principi di grammatica;

- Classe inferiore, unica (non meglio specificata);

- Scuola di grammatica inferiore e di nozioni scientifiche

- Scuola di grammatica superiore o di umanità, eloquenza e retorica;

- Scuola di filosofia e morale, scuola di teologia.

I ragazzi che le frequentavano nei primi Anni Sessanta erano molto pochi (35/40) e le femmine del tutto escluse. La “Scuola di leggere, scrivere, numerica e principi di grammatica” corrispondeva molto probabilmente alle elementari. Due i maestri, uno laico ed uno ecclesiastico. Il numero complessivo degli allievi, nei primi anni del secolo, era di 18, 20 ragazzi. Vi si accedeva all'età di sei anni. Uno dei due maestri, nel 1802, è don Giovanni De Michelis. La scuola si faceva in un solo locale (era una pluriclasse) del palazzo comunale in Borgo di Castelnuovo (odierna via Cavour). Il misero stipendio del maestro era, nel 1809, all'inizio della dominazione francese, di cento franchi all'anno. Dal 1810 fu portato a venticinque franchi al mese.

Altra scuola simile era a Preggio, nel 1808: il maestro prendeva ottanta franchi l'anno, ma gli venivano inoltre regalati tre rubbie di grano, 14 barili di vino e 60 libbre d'olio. La "Scuola di grammatica inferiore e di nozioni scientifiche" aveva come materia d'insegnamento anche l'aritmetica e, in seconda classe, la retorica. Vi insegnavano due ecclesiastici. Nel 1814 frequentano la prima classe Bonaventura Spinetti, Massimiliano Paolucci, Domenico Martinelli, Pietro Spinetti, Ferdinando Martinelli. La “scuola di grammatica superiore o di umanità, retorica ed eloquenza” aveva come materie d'insegnamento anche la geometria, la storia e la geografia. Se ne ha notizia a partire dal 4 dicembre 1800, quando viene confermato come insegnante don Pietro Testi. La "Scuola di filosofia e morale e scuola di teologia" era chiamata "superiore" ed era frequentata appena da due o tre allievi. Mentre le scuole elementari e di grammatica avevano sede in un locale del palazzo comunale, per questa scuola non c'era un'aula disponibile e i professori erano costretti a fare le lezioni nella propria abitazione.

Nel 1812 l'amministrazione francese introdusse in tutti i comuni i Collegi della Pubblica Istruzione. Ma in Fratta il locale per la sede non si trovò.

Ogni mattina gli scolari dovevano adunarsi per la messa. Il sabato pomeriggio, nelle scuole inferiori c'era "1'esercizio della dottrina" dopo il quale tutti si radunavano in chiesa per recitare le litanie di Maria Santissima. Quattro volte l'anno "sarà premura dei signori maestri che dai loro scolari si faccia la confessione e la comunione". Gli esami erano pubblici, ma non servivano - come avviene oggi - per verificare la preparazione dell'allievo. Alcuni ragazzi erano interrogati in una sola materia e altri, sempre della stessa classe, in altra. Elemento comune di questa diversificazione: tutti superavano la prova nel modo migliore ed erano anche premiati.

Nel 1826 è inoperosa la scuola di filosofia e morale a causa della mancanza di allievi. I ragazzi prendono posizione perché il frate che vi insegna filosofia ha ancora l'abitudine di dettare i suoi scritti e questi ragazzi lo ritengono un sistema antico e "di asiatico stile". La protesta degli studenti frattigiani è un vero è proprio sciopero, in un periodo in cui non si conosceva ancora il significato della parola. Infatti c'è un movente e coinvolge tutti, c'è la pubblicità del movente in quanto si fa sapere a tutti che non si va a scuola per quel motivo e c'è (non trascurabile per il tempo) l'accettazione di un possibile severo rimprovero dell'autorità ecclesiastica che presiedeva all'insegnamento. Il 15 giugno 1830 venne istituita una scuola per fanciulle povere. Maestre sono le sorelle Sestilia e Marina Savelli. Nel dicembre 1860 fu istituita la scuola elementare a Montecastelli (sette, otto alunni); nel 1861 riprende l'insegnamento a Preggio che aveva avuto le elementari fin dai primi anni del secolo (16 alunni). Nel 1868 questa frazione avrà anche la scuola elementare femminile. Nel 1862 si aprono elementari di Pierantonio, frequentate annualmente da 15 ragazzi.

Dopo l'unità d'Italia le elementari erano nel palazzo comunale; il ginnasio era sistemato alla meglio in un altro locale di proprietà del comune ed usufruiva di un solo ambiente. C'erano poi le elementari private, nove nel 1870, tenute da insegnanti anche senza diploma ma abbastanza preparate, le quali facevano scuola a casa loro.

Nel 1865 le elementari erano frequentate da circa settanta ragazzi, ma era ancora un numero basso (i genitori preferivano mandare a lavorare i figli). Si pensò quindi di istituire una scuola serale, che rientrava tra i vari sforzi fatti dal governo per combattere l'analfabetismo, ma non ebbe i risultati che ci si aspettava. C'erano state 85 iscrizioni, appena 35 frequenze. Il numero dei ragazzi delle elementari andò crescendo col passar degli anni. Nel 1880 erano 100 maschi e 110 femmine, mentre la scuola serale era ridotta a 25 unità e l'anno dopo fu soppressa.

Le scuole di campagna, tutte miste, erano a Banchetti. Caicocci, Montacuto, Montecastelli, Montecorona, Niccone. Spedalicchio, Pierantonio e Preggio. Oltre alle elementari c'era in Fratta anche un ginnasio, le cui origini risalivano alla fine del '700. Era articolato su tre classi; vi insegnavano ecclesiastici nominati dal vescovo ma dopo il 1860 ebbe vita alterna in conseguenza del nuovo tipo di istruzione perseguito dal governo. Nel 1880 si istituì una scuola agraria, articolata in due anni di insegnamento. Durò fino al 1885.

Quindi nel 1880 abbiamo, ginnasio a parte, una scuola complementare che ha in totale solo 15 iscritti e una scuola agraria che non ne aveva più. Si cercò di unificarle senza riuscirci a causa dei contrasti in consiglio comunale.

Nel novembre 1884 si nominò una commissione per studiare la situazione dell'istruzione pubblica in Umbertide, formata da Antonio Gnoni, sindaco di Città di Castello, l'ing. Cesare Mavarelli, l'ing. Giuseppe Natali e Giunio Guardabassi. La commissione fece una relazione nella primavera del 1885, consegnata al sindaco. Si esclusero i sussidi ai ragazzi meritevoli, il ripristino del ginnasio (“non porta frutto reale e pratico”), la complementare alla scuola elementare (“gli anni...che si passano in questa scuola sono perfettamente perduti”). Si fece quindi l'elogio delle scuole tecniche e si consigliò la loro istituzione iniziando con i primi due anni.

Il consiglio comunale, nella seduta del 7 agosto 1885. approvò l'apertura della scuola tecnica "Giuseppe Mazzini` che tuttavia fu abolita nel 1892 per decreto, non motivato, del commissario governativo che in quell'anno faceva le funzioni di sindaco. Nel 1893 fu inaugurata una scuola di “Arti e 'Mestieri”, specializzata nei mestieri di ebanista, falegname, scalpellino, muratore, fabbro ferraio, vasaio, soppressa nel 1897 e sostituita con la “Scuola Complementare Francesco Mavarelli” (poi Avviamento) .

 

 

Le associazioni e le istituzioni

Monte di Pietà

E' la più antica delle istituzioni di beneficenza, risalendo al XVIII secolo. All'inizio dell'’800 svolge la propria funzione come “Monte Frumentario” ed è proprietà della Confraternita di San Bernardino. All'inizio del secolo ha sede nella piazzetta centrale del paese, detta appunto "piazza del grano" perché suo scopo è immagazzinare il grano della confraternita e quello acquistato in tempi di disponibilità di cassa, per poi rivenderlo nei momenti di maggiore scarsità. Nel 1820 il "Monte Frumentario" cambia sede e si trasferisce in tre locali del palazzo comunale in via di Castel Nuovo (odierna via Grilli). Il 1824 è un anno importante per questa istituzione che cambiò in parte la propria natura, trasformando i cereali del capitale in denaro contante. Divenne “Monte dei Pegni” (o Monte di Pietà) o "Monte Pecuniario" per somministrare soldi ai richiedenti sopra un "pegno" di maggior valore, con l'obbligo di restituirlo o rifermarlo entro l anno, corrispondendone l'interesse del cinque per cento. Nel 1865 il Monte di Pietà è ancora operante, ha un proprio fondo cassa, disponibile in prestiti, di L. 4.315,88 ed un capitale totale di circa L. 6.000. In questo anno risultano beneficiati dal Monte di Pietà cinquecento cittadini di Umbertide.

 

La Congregazione di carità

Nel 1838 si istituì in Fratta la Congregazione di beneficenza, voluta dal vescovo di Gubbio, per raccogliere fondi per costruire il nuovo ospedale e per aiutare i più poveri nei casi di assoluto bisogno. Nel 1861 fu assorbita nella nuova "Congregazione di Carità".

Dal 1883 ebbe un sussidio annuale dal comune di Umbertide di quattrocento lire, che le rese più facile il compimento di opere benefiche come ad esempio intervenire nelle spese per seppellire i poveri del paese e, negli inverni più rigidi, distribuire loro generi alimentari. Dal 1896 il comune le cedette in proprietà l'ex convento di S. Maria.

 

 

 

 

 

La Società di Mutuo Soccorso

Si costituì nel primi di dicembre del 1860. Si prefiggeva la difesa degli interessi dei lavoratori del paese, cioè gli artigiani e gli operai, e di acquistare generi alimentari a basso costo. Ma l'azione dell'associazione era rivolta anche ai problemi delle classi meno abbienti, come ad esempio farsi carico delle spese degli ammalati poveri. Il comune, nel 1863, decise di darle una sovvenzione annua di 25 lire per dieci anni. Il Mutuo Soccorso si inseriva anche nella vita del paese con feste da ballo, spettacoli musicali e promuovendo la festa dell'8 settembre alla quale dava il proprio apporto in larga misura. Fu sua l'iniziativa di una corsa di bicicli (quelli con la ruota davanti grande e piccola dietro) e biciclette organizzata nel 1889 per festeggiare il 29º anniversario della fondazione.

Nel 1896 riuscì a fare una cooperativa di consumo con una rivendita al pubblico di generi alimentari, inclusa la macelleria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Cassa dei Risparmi

Nel 1862 si creò un'altra associazione privata, con intenti certamente produttivistici, ma anche indirettamente sociali, la Cassa dei Risparmi, che portò benefici per l'artigianato e il commercio locale che stavano in quegli anni cercando una propria attiva posizione nel nuovo contesto economico. Del comitato promotore facevano parte il dott. Giuseppe Bertanzi, il dott. Mauro Mavarelli, il dott. Paolo Bertanzi e il dott. Annibale Burelli. Il 1° giugno 1862 ci fu l'adunanza degli azionisti per l'inaugurazione della Cassa, invitati dal promotore dott. Giuseppe Savelli. I soci erano 89, ognuno dei quali aveva acquistato un'azione; il comune ne aveva cinque. Erano presidenti il dott. Paolo Bertanzi e il dott. Mauro Mavarelli; cassiere, Santini; segretario, Burelli.

Nel luglio 1885 cessò la sua attività. La riprese come Banca Popolare Cooperativa. Nell'estate 1892 cessò l'attività. La ritroviamo in vita come Banca di Umbertide, con un capitale sociale di L. 60.000 ed esisteva ancora nel 1905.

 

La Società dei muratori

Se ne ha notizia nel 1888 quando, il 16 giugno, chiede al sindaco la locazione di un fondo nell'ex convento di S. Maria specificando che si tratta del "fondo ove il comune tiene i cani accalappiati". Si trattava quindi di una vera cooperativa di lavoro fra i muratori del paese, riunitisi per poter più facilmente intraprendere lavori di grosso impegno che altrimenti non avrebbero potuto eseguire se isolati. Probabilmente fu la prima cooperativa del genere ad Umbertide. Si sciolse nel 1898.

 

La Società dei Reduci dalle Patrie Battaglie

Se ne ha traccia nell'aprile 1883. Era amministrata da un consiglio direttivo e si proponeva di "stringere la concordia fra i reduci e di riunire e consolidare le loro forze a pro della Patria perché essa sia libera, indipendente ed unita". Nel gennaio 1884 prende l'iniziativa di porre una lapide per onorare la memoria di Giuseppe Garibaldi. Apre una sottoscrizione fra i cittadini e chiede l'aiuto finanziario al comune. Tuttavia. per dissensi interni, la Società decide di procedere con propri mezzi e la lapide verrà apposta nell'atrio del palazzo comunale il 1 giugno 1884.

 

Il Circolo Mazzini

Nella seconda metà del secolo scorso c'era un gran fiorire di idee politiche che poi sfociarono nella costituzione dei vari partiti. Dopo il 1860 troviamo un "Circolo Mazzini" nato a fini culturali, ma senz'altro con evidenti risvolti politici. Nel luglio 1877 chiede al Comune la sala del consiglio per una riunione dei soci, ma la risposta è negativa. Nel 1899 l'ufficio delle guardie comunali avverte il sindaco con lettera datata 1° maggio che «questa notte, di mano ignota è stato scritto sui muri di questo palazzo municipale e in vari punti della via Cibo, le seguenti frasi "Viva il 1° maggio, abasso i sfruttatori, abasso il Delegato di pubblica sicurezza, viva i Lavoratori". I scritti erano stati fatti con negrofumo e acqua. Che fatto subito lavare dai scopini municipali».

 

La Società dei Canottieri

Pratica il canottaggio sul Tevere. Il mezzo però non era la canoa ma una semplice, grande barca a più remi, singoli o doppi. Ne abbiamo notizia nel 1890, anno in cui chiese al sindaco un maggiore spazio per poter svolgere l'attività dal momento che il tratto assegnato di cento metri circa a monte del ponte era decisamente insufficiente. La Società chiede pertanto di poter usufruire del tratto dalla "Salce" al "Corbatto". Il comune rifiuta la concessione perché quel pezzo era destinato alla "bagnatura delle donne", quindi non poteva essere utilizzato dai canottieri "per ragioni di decenza".

Nel 1893 la Società chiese al sindaco la sala consiliare per una riunione, dovendo ricevere i colleghi di Tuoro e gareggiare insieme. L'attività di questa associazione si protrasse fin verso il 1915 e probabilmente cessò con la guerra.

 

Il Tiro a segno

Le società del tiro a segno ebbero un grande sviluppo nel secolo scorso. Non se ne conosce la data della costituzione, ma probabilmente fu a seguito della grande attività svolta dalla consorella di Perugia. Il bisogno di tirare al bersaglio costrinse il comune a costruire un piccolo poligono munito di tutto l'occorrente. Era situato lungo l'attuale via Roma, a metà strada per la Pineta Ranieri, nel posto e nella direzione dell'odierna via Pachino. La sezione umbertidese prendeva parte anche alle competizioni regionali, di solito a Perugia dove nel 1899 (settembre) si svolse la quinta gara nazionale alla quale tuttavia la società umbertidese non partecipò in quanto era stata sciolta da poco tempo.

 

 

Musica, teatro e tempo libero

Agli inizi dell'’800 le confraternite e le varie congregazioni avevano una chiesa come sede della propria attività. Un cappellano, da loro pagato, celebrava gli uffici religiosi ed insegnava musica a qualche ragazzo. Semplici melodie accompagnavano i frattigiani nei primi anni del secolo. Modificò un poco le limitate espressioni musicali della nostra gente la forte personalità del grande cantante di Fratta, Domenico Bruni. Nel suo paese eseguì applaudite rappresentazioni, spesso si ritrovava a cantare in chiesa nelle maggiori feste religiose, insegnava musica e canto ai giovani.

All'inizio del secolo il teatro era al primo piano del vecchio palazzo municipale in piazza della Rocca. Era gestito da un' "Accademia dei Signori Riuniti", di cui il comune era socio, che faceva esibire compagnie di fuori. In cartellone opere di scarso valore artistico, ma comprensibili a un pubblico come quello della Fratta. Oltre alle commedie, di solito si davano "farse", rappresentate da giovani studenti del paese; le esibizioni dei giocolieri provenienti dagli stati confinanti; il gioco della tombola, praticato un po' dappertutto. Spesso alcune rappresentazioni venivano negate dall'autorità ecclesiastica di Perugia. Ad altre, per maggior sicurezza, assistevano quattro "miliziotti" di sorveglianza. Nel 1802 esisteva in Fratta una compagnia di dilettanti, della quale erano animatori Giovan Battista Spinetti e Alessio Magnanini.

In paese si svolgevano varie feste, agli inizi del secolo legate alle ricorrenze napoleoniche. Il 4 ottobre 1809 si celebrava la vittoria di Mosca. Quattro giorni a cadenza annuale in cui si facevano, durante le funzioni religiose, "cantate in musica", con l'intervento di professori d'orchestra da città vicine. C'era poi la processione, con la distribuzione di pane ai poveri, illuminazione del palazzo comunale e delle case del paese con candele. La sera, poi, sempre fuochi d'artificio, detti anche "raggi", e qualche rappresentazione a teatro cui interveniva il Maire (sindaco). Particolarità di queste feste era il dare ai poveri "pollami a guisa di cuccagna", termine che incontriamo per la prima volta nel 1809 e fa pensare al gioco arrivato fino a noi come "albero della cuccagna".

Nel 1811, per la nascita del figlio di Napoleone, si fece una "giostra" adoperando "due oche" e della rena: probabilmente il gioco delle "tre brocche" che vedeva appesi tre orci con acqua, rena ed altre cose, non escluse appunto delle oche. Festa grossa si ebbe anche in occasione del ritorno del papa a Roma (29 maggio 1814).

Altre fonti di svago erano le numerose feste paesane e per i ragazzi il gioco della palla, di gomma e gonfiata d'aria. La prima notizia risale al 1819 e riguarda i problemi, i danni, i rumori causati dalla mancanza di un luogo che l'ospitasse. Il comune sceglierà piazza San Francesco.

Altro passatempo è quello della "ruzzola", bisognoso di una strada apposita. Il priore, nel 1831, indicò per questo gioco, "come per quello del formaggio", la strada "detta di S. Maria", dal punto detto "le Fornaci" fino al "fiume Rio". Notevole la grande festa centenaria, svoltasi nel 1844, in concomitanza con 1'8 settembre. Si volevano rievocare i giorni in cui si fece maggiormente sentire la guerra "del Granduca", combattuta anche nel nostro paese nell'autunno del 1644 fra l'esercito di Urbano VIII (nel regno del quale Fratta era compresa) e la coalizione del Granduca di Toscana. La maggior parte delle spese fu sostenuta dalle confraternite e fin dal 1º gennaio vennero formate deputazioni con l'incarico di raccogliere fondi. Si stamparono inviti ai proprietari perché illuminassero le loro case con torce e il 6 settembre ci furono l'innalzamento del pallone volante ed una corsa di cavalli nel tratto diritto della strada per Città di Castello, subito dopo il ponte del Tevere. Si dovettero costruire staccionate di legno sui lati della strada per contenere la folla. Negli altri giorni si fecero fuochi artificiali comperati a Città di Castello; erano otre mille "mortari", sparati dall'unico frattigiano esperto, Pietro Barafano. Il comune venne illuminato da Antonio Carotini, furono lasciati accesi i fanali delle vie e le torce a vento alle porte per tutta la notte. Molte le funzioni religiose e, per la prima volta, un servizio della banda musicale. Si fecero venire anche suonatori da S. Angelo in Vado, Città di Castello, Gubbio, Perugia e Foligno (li andarono a prendere e li riportarono in carrozza). Manifestazioni del genere non vennero più ripetute. La banda musicale era un complesso del tutto cittadino. Nel 1849 un capitolato regolava i compiti del maestro, tra i quali la scuola di musica ai ragazzi "allo scopo di togliere la gioventù dall'ozio, causa prima di ogni vizio e di ingentilirne l'animo". Nel 1852 la banda è un gruppo musicale non religioso, ma eminentemente civile.

Nel 1871 fu istituita una scuola di violino, cui presiedeva ed insegnava l'umbertidese Francesco Agnolucci. Riceveva dal comune uno stipendio di novanta lire al mese.

Le feste erano molte, legate al calendario delle ricorrenze religiose. A febbraio, S. Brigida, Candelora, Carnevale; a maggio, S. Croce, Rogazioni (tre giorni), S. Bernardino; a giugno, Trinità, Pentecoste, S. Erasmo (due giorni); a luglio, S. Bonaventura; ad agosto, Assunzione; a settembre, Madonna (tre giorni), S. Croce di Settembre, S. Tommaso da Villanova; a novembre, presentazione di Maria; a dicembre, Madonna e Natale. Il costo gravava sulle confraternite che fornivano il necessario a partire dal grano per i dolci che, qualche giorno prima, veniva portato al molino. Ottenuta la farina si pensava subito alla sua trasformazione in pagnotte, da distribuire alla festa, ma se ne facevano anche dolci, semplici e graditi: "ciaramicole", "tarantelle" di piccolo formato perché se ne doveva dare una ciascuno. Si facevano poi anche "pancasciati" (forse pani caciati?) e torte al formaggio usando quintali di farina e centinaia di uova. Le autorità (priore, delegato di pubblica sicurezza, ecc.) usufruivano di un trattamento speciale ed avevano un tavolo apparecchiato a parte in cui gustavano dolci, ma anche cioccolate e fiaschi di vino.

La sera c'era sempre lo sparo dei "mortari" e accensione di girandole.

La festa principale era quella dell'8 settembre, considerata di ringraziamento alla Madonna per gli scampati pericoli della guerra del 1644, quando l'improvvisa piena del Tevere riuscì a fermare l'esercito toscano.

Molte le feste in campagna. La maggior parte ci andava a piedi, alcuni in carrozze a due ruote, altri con grandi calessi a quattro ruote tirati da un solo cavallo, chiamati "giardiniere". Avevano un telone per proteggere dal sole ed i fianchi ad archi frangiati. Si giocava anche alle "uova sode" o al tiro al piccione o alla "giostra delle oche".

Nella seconda metà del secolo si diffonde la lirica. Nel 1871 va in scena l'opera più impegnativa mai rappresentata ad Umbertide: "la Traviata" di Verdi.

Nel 1878 emerge a Umbertide un grande personalità canora, il baritono Giulio Santini. Nel 1872 abbiamo la prima notizia sulla sua carriera artistica: il 10 gennaio fu scritturato a Fermo come "primo baritono assoluto" e avrebbe dovuto cantare in tutti gli spettacoli del carnevale. Nel 1874 lo troviamo a Borgo Sansepolcro: aveva firmato il contratto con l'impresa Francesco Panari e compagni, appaltatore di quel teatro. I1 3 dicembre fu chiamato dal Teatro Nuovo di Firenze, dové cantò importanti opere musicali anche nella sala Bellincioni. Lasciata Firenze, il Santini andò a Siena, come primo baritono. Nel febbraio 1879 cantò "Luisa Miller" di Giuseppe Verdi a Città di Castello, ricevendo una pergamena di riconoscenza.

Fonti:

- Renato Codovini - "Storia di Umbertide - Vol. VII - Sec. XIX" . Dattiloscritto inedito.

- Calendario di Umbertide 2000 - Ed. Comune di Umbertide - 2000.

Testi a cura di Adriano Bottaccioli, Walter Rondoni, Amedeo Massetti e Fabio Mariotti.

In questo spazio verra costruito nel 1905 l'asilo "Regina Elena" e nel 1914 le scuole elementari
(Archivio fotografico storico del Comune di Umbertide)
La copertina e la prima pagina dello Statuto del 1893
Certificato d'ammissione e diploma rilasciati dalla
Società di Mutuo Soccorso "G. Garibaldi"
Immagine tratta dal "Calendario di Umbertide 2000"
Gara di ruzzolone alla Badia di Montecorona (Foto famiglia Pacifici)
Immagine tratta dal "Calendario di Umbertide 2000"
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