Incastellamento e signorie rurali

Nb: sezione in costruzione...

Immagini di vari castelli e rocche del territorio

 
 
 
 
 

Il Castello di Civitella: veduta frontale

Giovanna Benni, ricercatrice e docente umbertidese nel 2002 realizzò uno studio su “Incastellamento e signorie rurali nell’Alta valle del Tevere tra Alto e Basso Medioevo. Il territorio di Umbertide (Perugia, Italia)”. Lavoro edito in NOTEBOOKS ON MEDIEVAL TOPOGRAPHY (Documentary and field research) Edited by Stefano Del Lungo N. 7, 2006.

Proponiamo una sintesi rielaborata del suo lavoro, con diverse foto degli insediamenti realizzate al tempo da Giovanna, ma senza l’apparato più scientifico, ovvero i riferimenti delle note e i riferimenti bibliografici nel rispetto della pubblicazione editata.

Lo scopo di questa ricerca era rivolta al rafforzamento delle ipotesi di una precoce incastellamento nell’area altotiberina.

Giovanna ha utilizzato i dati archeologici e documentari a riguardo del territorio storico corrispondente sostanzialmente al Comune di Umbertide, per mettere in evidenza i processi insediativi dell’incastellamento e gli stanziamenti sulle sommità delle colline e dei monti durante il VI e VIII secolo d. C.. 

Indagine che ha utilizzato materiali, fonti storico-letterarie e documenti (d’archivio e non): sono state valutate mappe, planimetrie, piante e carte topografiche per ricostruire l’esistenza dei siti, la loro persistenza toponomastica, nei casi di scomparsa degli abitati, o loro trasformazione odierna.

Sono stati individuati trenta siti, il cui sviluppo è avvenuto in momenti cronologici diversi compresi fra Alto e Basso Medioevo nel complesso processo di incastellamento; l’analisi di tali siti comprende varie tipologie, classificate come torri con principale scopo difensivo, castra (che univano necessità difensiva ed organizzazione economica, con precipuo aspetto demico, ovvero di popolamento) e villae, nelle quali il carattere demico è preponderante, in mancanza di elementi fortificativi.  

Infatti nel capitolo “Linee di ricerca per un repertorio degli insediamenti fortificati” ci indica questi siti: 

1 – Rasina (castrum Rasine)

2 – Monte Castelli (Mons Castelli, Montis Castelli)

3 – Montemigiano (Monte Mixano)

4 – Verna (castrum de Verna)

5 – Migianella dei Marchesi (castrum Megiane Marchionum, castrum Megiane Marchionis)

6 – Civitella dei Marchesi e Sant’Anna (Civitella Guasta)

7 – Bastia Creti (Bastia Crete, Bastia di Croce)

8 – Pieve di Cicaleto (villa Plebis Cicaleti, villa Plebis Cecaleti, villa Plebis Cicalleti)

9 – Montalto (castrum Mons Altus, castrum Montis Alti)

10 – Certalto (castrum Certalti)

11 – Serra Partucci (castrum Serre, Serre Comitum, Serre super Assinum, Serre Partucci, castrum Serre Partutii) 

12 – Civitella Ranieri (castrum Civitelle Comitum, Civitella Comitum)

13– Umbertide (castrum Fracte filiorum Uberti)

14 – Poggio Manente (castrum Podio Manentis)

15 – San Paterniano (S. Patrignani, vila S. Patrignani supra S. Iohannem de Asino, S. Paterniani)

16 – Polgeto (villa Pulgeti)

17 – Castiglione dell’Abbate (castrum Castiglionis Abbatis, castrum Castilionis Abbatis)

18 – Sportacciano (villa Sportaçane, villa Sportaçani, villa Sportazani, villa Sportaciani)

19 – Santa Giuliana (castrum Sancti Iuliani, castrum Sancte Iuliane)

20 – San Giuliano delle Pignatte (villa S. Iuliani, Sancti Iuliani de Collinis, vila S. Iuliani)

21 – Fratticiola di Monte Acuto (v. Fratteçole Montis Aguti, v. Fractizole Montis Acuti) 

22 – Montacuto (Mons Acuti)

23 – Galera (villa Galere)

24 – Monestevole (castrum Monesteoli)

25 – Piano del Nese (Piano de Anese)

26 – Preggio (castrum Pregii, castrum Preçe, castrum Preggii)

27 – Bisciaro e Racchiusole (Bisciajo, Solbicciaio; Raclustioli)

28 – Castellaccio e Castelvecchio (Castel Pretino) (castrum Preytinum, castrum Peritini, castrum Preitini)

29 – Valenzino (villa Valensine, Vallistina, Valecina, Valle Ensena)

30 – Le pendici di Monte Acuto: ipotesi sull’incastellamento

( a cura di Giovanna Benni)

La nostra zona nel Tardo-Antico ed Alto Medioevo era compresa per buona parte nel Corridoio bizantino. Il corridoio univa il centro della penisola con Roma e Ravenna, grazie ad un sistema difensivo di fortificazioni poste in modo strategico su rilievi ed alture visivamente collegate tra loro. Queste caratteristiche sono ben visibili nell’Alta valle del Tevere, con particolare riguardo al territorio rispondente agli odierni confini comunali di Umbertide, città posta sul limes diocesano di tre centri maggiori, quali Perugia, Gubbio e Città di Castello. 

Fig. 1: Carta generale del territorio comunale di Umbertide con distinzione delle tipologie insediative (elaborazione creata sul modello realizzato dall’Associazione Pro Loco di Umbertide). I toponimi ivi riportati si riferiscono a quelli degli insediamenti trattati nella ricerca. 

  1. RASINA

la Rocca di Rasina è un imponente sito castrense di poggio in prossimità dell’odierno confine regionale con la Toscana, a nordovest della Valle del Niccone, prospiciente alle fortificazioni d’altura di Civitella dei Marchesi e Sant’Anna.

La struttura visibile

Probabilmente la prima tipologia fortificata di Rasina era differente dall’attuale. Oggi si mostra come una fortezza di fattura trecentesca molto imponente, con pianta quadrilatera piuttosto regolare e due torrioni (anch’essi quadrangolari) sulla parte posteriore. La loro esecuzione assieme al resto della fortezza ha modificato la fattura originaria e lo scopo della prima fortificazione realizzata. 

Ciò è ipotizzabile poiché, giunti a Rasina, ci si trova di fronte a una struttura composita, data da più elementi: centrale si staglia un torrione a pianta quadrata leggermente irregolare, con basamento a scarpata e totalmente chiuso all’esterno, anche se nel lato destro presenta alcune tamponature e una porta serrata apposta molto in alto, probabilmente ricavata da una feritoia in epoca più recente.

Fig. 2: Visione di entrata del Castello di Rasina

La tessitura muraria è piuttosto irregolare e costituita da conci di varie dimensioni e materiali. Ai lati della torre coperta con tetto sono presenti due edifici più bassi di piccole dimensioni: uno, a  sinistra, si mostra come un vano continuo con la cortina muraria dell’edificio di destinazione però diversa da quella originaria. Il lato destro mostra lo stesso una costruzione unita alla torre non direttamente ma da un breve tratto di muratura su cui si innesta il portale d’ingresso al cortile interno della fortificazione. 

 L’edificio sulla destra non presenta aperture esterne, ma nella parte più alta sono posti tre oculi consequenziali mentre una piccola feritoia nella parte frontale presente in basso, potrebbe far pensare a un diverso, originario livello del piano di calpestio rispetto all’odierno, poiché il lato frontale sembrerebbe più elevato rispetto al retrostante. 

Il torrione, nel quale si può accedere tramite una piccola scalinata esterna, contiene le opere prelevate dalla vicina chiesa di Maria Assunta, così che venne ad assumere la funzione di cappella gentilizia. Questo ulteriore elemento potrebbe riproporre l’idea di un riadattamento della primitiva fortificazione presente vale a dire solo la torre, la cui altezza oggi non corrisponderebbe a quella reale e un eventuale corpo laterale ad essa annesso. 

Anche la torre quindi, nel momento in cui il sito si sarebbe evoluto da fortificazione posta a presidio di un confine territoriale per divenire residenza signorile già nel ‘300 (di proprietà del marchesato del Monte), avrebbe cambiato la sua utilizzazione per essere incorporata al resto dell’abitato. Esso si mostra piuttosto unitario con le due torri nella parte posteriore che sporgono angolarmente ai lati con basamento poco aggettante e diviso da una mensola di pietra dalla parte superiore, unico elemento che costituisce parziale variazione alla generale omogeneità dell’edificio. 

Fig. 3: Il Torrione laterale principale ad ovest. Si noti la porta in alto.

Le fortificazione di Rasina vanno viste in funzione del suo ruolo di confine, per la sua posizione di «frontiera», posizione che si è mantenuta anche oggi con la Toscana. Alcuni di questi vocaboli appaiono collegati alla presenza di postazioni di vedetta o fortilizi. 

Questo è visibile grazie alla toponomastica per alcuni insediamenti posti a poca distanza da la Rocca: dalle carte IGM emergono proprio nei pressi del confine provinciale toponimi “Antria” e “Casa Antria”, posti rispettivamente a SO e SE di Rasina. I due termini sono riferibili alla presenza di elementi greci proprio al limite del Corridoio bizantino che comprendeva queste zone, derivando da <<ad andréia>>  ‘valore’ relativo a punti fortificati. Scendendo a SE di Rasina troviamo inoltre il toponimo “Casa Pagana” che rientra nella casistica dei termini con elementi goti o longobardi. 

Questi elementi dunque potrebbero permettere di identificare nel castello di Rasina non solo la fortificazione imponente visibile oggi, ma una torre come primitivo insediamento nel territorio, il cui scopo principale era la difesa e l’avvistamento sul confine per poi in seguito venire consolidata e riadattata a un uso residenziale.

 

La storia conosciuta

Le notizie sull’origine sono frammentarie ma la presenza della Rocca sembra fosse già attestata nel XII-XIII secolo. Probabile è l’appartenenza ai possedimenti dei marchesi di Colle, che in quest’area disponevano di grande controllo per i numerosi beni detenuti (tra i quali vanno ricordati i castra di Montemigiano, Civitella Guasta, Migianella dei Marchesi. Si consideri che il capostipite del lignaggio, Ranieri I di Toscana (1014- 1027) del casato di Colle, ricevette la fregiatura di marchese «di tutti i possedimenti, soprattutto degli [...] infrascriptis oppidis»  che sono nominati e quei caeteris castris ab eorum dominio [...] solius Montis S. Marie; si può dunque pensare che, almeno nell’XI secolo, anche Rasina fosse compresa tra questi “caeteris castri”. 

Nel ‘200, però, il settore di appartenenza di castrum Rasine si caratterizzava per i conflitti intercorrenti tra vescovato tifernate e comune di Città di Castello per il possesso di castra e villae presenti nella diocesi che costituivano, per entrambi, il mezzo di affermazione del rispettivo dominato. Di questo scontro inoltre faceva parte anche il lignaggio di Colle, i cui discendenti più volte si trovarono in accordo con il Comune castellano concedendo, con “sottomissioni”,  i propri possedimenti, come nel caso di Civitella Guasta (o dei Marchesi), Montemigiano e Monte Castelli già dagli inizi del XII secolo, ottenendo perciò di rimando un aspro confronto con l’episcopio (principalmente durante il vescovato di Giovanni II, agli inizi del XIII secolo). 

All’inizio del ‘200 Città di Castello fu divisa tra tendenza all’espansionismo territoriale e contenimento della molto più potente Perugia e il dominio di Rasina subì questa situazione politica. Questo “conflitto” si risolse solo diplomaticamente con la sottomissione dei Tifernati a Perugia (1220) e più tardi con la stipula di un trattato (1223). A seguito di ciò, è possibile dunque comprendere perché anche Rasina, in quella stessa data, rientrasse nei domini tifernati arbitrati dai Perugini. Tuttavia Rasina rimase feudo tifernate nel 1223, così come nel 1230 quando venne affidata a Città di Castello. 

Le vicende di Rasina continuano nel rapporto con Città di Castello: un ramo del casato di Colle divenne marchesato di Rasina con Pietro del Monte che nel 1378 parteggiò per i Tifernati che tentavano la presa di Civitella Guasta «anche a costo di attirarsi l’odio dei marchesi consorti». Poco più tardi l’intervento combinato delle magistrature perugina ed eugubina portò a definire una conciliazione nel casato. 

Nel 1386 Pietro cominciò a scorrazzare nel contado tifernate per il possesso di Lippiano, a causa di ciò Città di Castello mosse d’assedio contro Rasina, ma dopo gli scontri le due parti convennero in accordo nel 1387, proprio su pressione del Consiglio di Città di Castello. Certamente questi continui scontri provocarono vere rotture all’interno del lignaggio, condizionando anche ulteriori suddivisioni del casato e portando nuovamente al confronto Guido II di Civitella contro Piero di Rasina cui sottrasse l’omonimo castrum nel 1391 «suscitando allo stesso tempo le ire di Città di Castello la quale inviò truppe alla riconquista». Perpetrate nel tempo le lotte tra marchesi del Colle, fu solo con il ricorrente intervento dei Tifernati che gli equilibri vennero malapena mantenuti. 

Molto più tardi (1435) il castello fu ceduto al marchese di Monte Cerbone che lo unì ai suoi possedimenti. 

A fine ‘400 la potente famiglia tifernate dei Vitelli approfittando dei disordini politici occorsi a Perugia per lo scontro tra famiglie signorili degli Oddi e dei Baglioni tentò di entrare in possesso di castrum Rasine ma senza successo. L’antico legame che univa i marchesi di Colle alle signorie fiorentine costituì un difficile ostacolo. I fatti politici del 1490 testimoniano il rapporto: sottoposta alla protezione della Firenze medicea e ottenuta la conferma in quell’anno, veniva ceduta una metà del dominio di Rasina dal marchese Ugolino mentre l’altra parte venne accorpata nuovamente allo stesso casato di Rasina grazie a un’abile politica matrimoniale. 

​2. MONTE CASTELLI

 

A Nord Ovest di Umbertide, inserito nella Diocesi di Città di Castello, è visibile il castrum Mons Castelli, organizzato con altre strutture fortificate in questo ambito territoriale. Una posizione anche difensiva che gli permetteva un attento controllo sulla pianura sottostante, in cui successivamente si venne impiantando l’insediamento di Montecastelli. 

Fig. 4: Il castrum di Monte Castelli

La struttura visibile 

Una strada vicinale costeggia e gira attorno all’insediamento, fino a richiudersi. Così si può individuare il castrum che nella mappa catastale si presenta come una fortificazione di media altitudine la cui struttura in sezione appare piuttosto irregolare, costituita da un corpo principale quasi parallelepipedo e uno frontale minore, divisi  da un ampio cortile.

Il corpo principale della fortificazione è posto nel versante nord dell’insediamento, in modo tale da potere controllare la viabilità sottostante della vallata e risultare ben difendibile in caso di attacchi. L’insediamento era racchiuso dalle mura perimetrali che però risultano parzialmente alterate e quasi inesistenti nei due versanti di Sud Ovest e Nord Est. 

Fig. 5: Monte Castelli: stralcio della pianta catastale del centro abitato (Agenzia del Territorio, Perugia, fog. n° 12).

Oggi la struttura si presenta comunque massiccia e presenta una sezione con un basamento irregolare provvista di contrafforti in aggetto, così da rendere difficoltoso ogni possibile attacco. Ipotizziamo che la fortificazione doveva essere attorniata da un fossato a scarpata, vista la tipologia fortificata del castrum con la sua posizione da un colle di media altitudine, benché non si individuino tracce di elementi di collegamento tra il suolo e la muratura come ponti levatoi o barbacani. 

In base alla planimetria risaltano due elementi: una prima parte verso Est di bassa muratura, terminante nella parte sommitale con una merlatura piatta e ampia che, successivamente, potrebbe essere stata utilizzata come ingresso al castrum, area che, sia internamente, sia esternamente, mostra una certa irregolarità della tessitura muraria realizzata per l’apposizione di pietre di misura variabile. 

Questa parte è segnalata anche nelle mappe catastali come struttura frammentaria attorno alla quale si individuano resti di una ulteriore cortina perimetrale che fungeva da separazione tra insediamento e campagna circostante; si suppone che la parte centrale di tutta la struttura abitativa, per le mura angolate e alte, la profondità nel terreno e parziale aggetto, possa aver avuto un ruolo preponderante difensivo, prima della trasformazione residenziale. Trasformazione  iniziata già nel 1210 con la donazione di un terreno per la costruzione di un ospedale e di una chiesa. 

Al momento della ricognizione sono presenti dei lavori di ripristino che hanno puntato a sistemare l’abitato ricostruendolo internamente il più possibile in aderenza a una tipologia insediativa fortificata. 

Fig. 6: Monte Castelli veduta anteriore delle fortificazioni

Il secondo elemento importante del corpo abitativo principale è il grande torrione posizionato ad ovest con sezione irregolare, ma verosimilmente quadrangolare, con ampio basamento a scarpata che la rende un’imponente struttura difensiva emergente dall’articolata muratura. Era separato, in base alla mappa catastale, dal resto della muratura per uno strettissimo passaggio. Nella parte sommitale il torrione è conchiuso regolarmente sebbene la struttura poteva essere chiusa in modo da non presentare le attuali aperture frontali che ne variano sensibilmente l’aspetto, similmente a molte di quelle presenti nel resto del corpo dell’insediamento fortificato.

 

La storia conosciuta

Le prime notizie sul castello di Monte Castelli si hanno già all’inizio dell’XI secolo, quando viene indicato tra le proprietà di Ranieri I di Toscana (1014-1027). Ranieri vi tornò come marchese di Colle; anche in seguito Montis Castelli rientrava tra i castra riconosciuti come propri possessi in un diploma imperiale emesso da Federico I, per i quali nominò ducem, marchionem et comitem  Uguccione di Filippo. 

Ebbe grande importanza ed influenza per le vicende riguardanti Montis Castelli, anche l’appartenenza alla diocesi di Città di Castello, soprattutto sotto il vescovo Giovanni II per il suo valore di zona al confine tra i due distinti contadi di Perugia e di Città di Castello. In effetti, le prime notizie riguardanti il castrum di Monte Castelli che si possono ricavare da fonti e documenti risalenti riguardano i rapporti tra vescovato tifernate e gli abitanti del castello, per ragioni giuridiche a causa di accordi contrattuali e pattuizioni di beni privati o della comunità. 

In un documento del 1172, redatto a colle Putei e conservato oggi presso l’archivio vescovile di Città di Castello, si apprende che Ugolino marchese del lignaggio di Colle (figlio di Uguccione) assieme a sua moglie Ymila (Emilia) decisero di concedere vescovo Pietro di Città di Castello la “capitantiam castri Montis Castelli”.  Tale clausola di “capitantiam” riguardava“ad faciendum quicquid episcopo placuerit scilicet pacem et guerram cuicumque voluerit”, ad esclusione degli stessi “Ugolino et Ymila suisque exceptis heredibus".  Con le disposizioni di “pacem et guerram” abbiamo un’indicazione precisa del potere di cui era protagonista il vescovo: aveva un proprio corpo militare e poteva decidere di fare pace e guerra.

Giovanni II era tuttavia interessato anche ad altre fondazioni religiose di vario genere comprese (e sparse) nel territorio diocesano tifernate; tra questi erano inclusi anche gli ospedali il cui controllo da parte del vescovo avrebbe permesso il dominio su homines e proprietà appartenenti a tali fondazioni. 

Come abbiamo detto in precedenza anche Monte Castelli fu interessato dalla costruzione di un ospedale e una chiesa nei primi anni del XII secolo; questi due edifici andavano disposti «al capo del ponte di Monte Castelli, dalla parte del Tevere, verso Montone e Promano» ma per la loro realizzazione furono donati al titolare della diocesi castellana dei terreni da parte di «Giburga vedova di Giacomo di Giovanni d’Ignolo» e dei suoi figli nel 1210. Nella donazione Giburga dispose di non pretendere nulla in cambio poiché tutto ciò che voleva ottenere era ibi servire et benefacere in manus episcopi, quindi adempire solo a bisogni chiesti dalla carità cristiana. 

Nel primo ‘300, durante le alterne vicende politiche scatenate dal confronto tra guelfi e ghibellini, il castrum era tornato ad appartenere ai marchesi di Colle (1312) che avevano ottenuto un diploma di investitura per vari castelli tra i quali era annoverato anche Montis Castelli perché concesso dall’imperatore Enrico VII, anch’esso ghibellino e appoggiato dai marchiones. 

Si ha  poi notizia del consolidamento delle mura del ponte a metà ‘300, soprattutto perché in quel periodo le prime compagnie di ventura cercavano di insediarsi a Città di Castello arrecando danni a molti nuclei abitati incontrati lungo la marcia. Infatti, una quasi totale distruzione interessò il castello di Monte Castelli nel 1398 da parte degli stessi castellani, in modo tale da non concedere le proprie piazzeforti ai nemici. 

Durante l’attacco il castrum subì molti danni soprattutto alla struttura difensiva, principalmente rappresentata dal torrione fortificato a sezione quadrangolare posto lateralmente. Nei primi anni del ‘400 anche Perugia s’interessò a Mons Castelli, attenta soprattutto alla sua posizione certamente strategica e difensiva; Città di Castello, allora, dispose il ripristino del castrum in modo da tornare direttamente a controllare quest’area per il pericolo di attacchi pressanti e ricorrenti, fino alla presa perugina nel 1438, sotto la quale restò lungamente per poi rientrare in mano tifernate nel 1482 riconquistato da Giovanni Vitelli. 

Collegato al Castello abbiamo il toponimo Monte Castelli  che richiama come termine, appunto, un oronimo derivante da «castell(um), diminutivo di castrum “fortezza”, “campo munito”» così come viene interpretato anche nei dizionari di toponomastica. 

Un riferimento significativo per il nucleo abitato di Monte Castelli è la ricostruzione del ponte avvenuta nel giugno 1347, che richiese «l’impiego di 1000 piedi di pietre». Questo ponte risultò funzionale non solo per gli abitanti di castrum Mons Castelli, ma anche per i pellegrini che, recandosi a Roma, percorsero l’Alta valle del Tevere. 

3. MONTEMIGIANO

Monte Mixano, oggi Montemigiano  presidiava l’ingresso verso la valle del Tevere nei pressi della confluenza tra Torrente Niccone, a sud, e lo stesso Tevere, ad est. Una zona aperta a commerci di terra e di fiume per la propria vicinanza alla strada di collegamento tra il comune tifernate e quello perugino. Mentre verso nordovest è posto in osservazione diretta di castrum Verne e Monte Castelli.

Fig. 7: Montemigiano vista da sud del borgo fortificato.

La struttura visibile 

 

Arroccato su un colle, dall’evidente aspetto di castrum di altura, con amplissima vista circostante sul corso del Tevere fino al castrum di Verna, si trova l’insediamento di Montemigiano. Attualmente il piccolo borgo fortificato è stato ristrutturato come tipico insediamento rurale. E’ attraversato da una sola stretta stradina che si divincola nel nucleo abitato di casette di piccole dimensioni attaccate tra loro: esse formano due ali, con quella a destra molto corposa.

La mappa catastale mette in risalto odiernamente abitazioni di dimensioni tra loro variabili costruite in pietra locale, ma con molte immissioni di laterizi che non rispecchiano la facies originaria degli edifici perché più volte distrutti per le numerose  incursioni subite; tuttavia anche oggi l’atmosfera del piccolo è quella di un borgo medievale. 

Nella parte finale dell’abitato, attaccata alla chiesa, esiste ancora una porta con la struttura ad arco attaccata alle mura, sebbene prive di ponte o saracinesca, che ci fa comprendere la sua funzione, ovvero isolare la fortificazione dalla campagna circostante. Questo ci fa supporre che attorno al castrum assai vi fosse un fossato o una ripida scarpata per ostacolare ogni possibile attacco. Questo aspetto morfologico del territorio castrense è visibile di fatto ancora nella zona sottostante la porta del castrum, tuttora incolta e piuttosto impervia per la presenza di fitti castagneti.

Superate le prime casette che si fronteggiano tra loro, si giunge ad un cortile interno totalmente pavimentato con conci regolari, aperto su di una piazza con largo terrazzamento affacciato sulla vallata in  cui scorre il fiume Niccone e che permetteva di controllare attentamente i settori territoriali circostanti, in modo da garantire al nucleo castrense una difesa organizzata. 

Fig. 8: Montemigiano: stralcio della pianta catastale del centro abitato (Agenzia del Territorio, Perugia, fog. n° 41)

Accanto alle abitazioni poste ancora sull’ala di destra, svetta il campanile di una delle due chiese presenti nel nucleo fortificato che è incassato tra la chiesa stessa e una casetta, mostrando largo basamento a sezione quadrilatera e tessitura muraria molto irregolare, per l’impiego di pietre di diversa tipologia. 

Nella sezione sommitale della parte frontale di questo campanile è ancora visibile un riquadro nella pietra dove era posta con probabilità una meridiana, da tempo non più utilizzata. Il coronamento del campanile a tetto spiovente è eseguito ancora in pietra, ma con i quattro lati aperti ad arcata. Attaccata al campanile si trova la chiesa, mentre a lato di quest’ultima si trova il portale di entrata del castrum che appare come una struttura molto ampia e massiccia a chiusura della parte retrostante di Montemigiano. 

Tra le strutture presenti, ha rilievo proprio il campanile perché è posto tra le abitazioni e il portale, come punto di contatto tra due opposte ‘sfere’, quella civile, rappresentata dalla piazzetta del nucleo castrense, e quella religiosa, ossia la chiesa stessa dell’insediamento.

Fig. 9: Montemigiano: il campanile

A poca distanza dalla porta nella parte est è visibile una torre sporgente dalle mura, seppure poco più alta delle mura, con sezione basamentale irregolare; anch’essa era preposta al controllo e alla difesa della zona nord dell’insediamento perché  probabilmente, già in epoca medievale, era l’area più difficilmente controllabile dell’intera fortificazione. Si può pensare però che l’altezza attuale della torre non corrisponda a quella originaria, ma che sia invece il risultato più tardo dell’adattamento al resto degli abitati, nel momento in cui l’aspetto difensivo era cessato di essere la prerogativa principale dell’insediamento. 

Tutti gli edifici nel lato nord, comprese la torre e la porta con l’apposizione di ogni muratura corrispondente, costituiscono la medesima struttura perimetrale esterna dell’insediamento e creano una muratura continua e irregolare con ampio basamento a scarpata, come è tipico per gli insediamenti di poggio che dovevano tenere conto di terreni scoscesi con andamenti variabili, sia per tipologia sia per altitudine anche a breve distanza. Lo stesso Montemigiano nella parte sud che discende verso la vallata è organizzato, digradando, in un piano di livello inferiore.

La storia conosciuta

Montemigiano è stato un’ importante castrum di poggio già presente nell’XI visto che rientrava che tra i possedimenti dei marchesi di Colle, In un diploma sancito nel 1162 dall’Imperatore Federico I veniva eletto Uguccione di Filippo in qualità di ducem, marchionem et comitem di molte località della zona, è possibile ipotizzare che ne fosse  parte anche Montemigiano, dato che più volte nei documenti i marchesi di Colle comparivano fregiati anche del titolo di “Montemigiano”. Ma fu a partire dal ‘200 abbiamo più notizie a causa dei rapporti conflittuali tra il comune di Città di Castello e Giovanni II, vescovo della città. 

I legami tra il marchesato di Colle ed il Comune di città di Castello erano iniziati assai presto, con molte sottomissioni di pertinenze a favore della città tifernate in modo da mantenere l’autonomia del casato e ottenere tranquillità e stabilità per i propri beni. La situazione instauratasi tra i due domini laici fu complicata però dall’ingerenza del vescovo Giovanni II intenzionato ad acquisire anche quest’area territoriale per il vescovato. 

È probabile che, per questo motivo, Ranieri marchese di Montemigiano temendo la perdita di propri terreni a favore del vescovato o del comune tifernate, come già era accaduto per l marchesato di Montone, decise di sottomettere Montemigiano a Perugia nel 1216. Questa fase si concluse in un decennio per tornare stretti i rapporti di dipendenza con Città di Castello.

Nel periodo successivo, Montemigiano “seguì” la divisione in fazioni identificabili con i generici nomi di guelfi e ghibellini che si ebbero nel centro-nord d’Italia, all’interno dei centri abitati e nei rapporti con i loro contadi. Dopo che Guido del Monte, figlio di Ranieri divenne marchese di Montemigiano nel 1248-1249, la vicinanza del marchese ai guelfi portò allo scontro con i ghibellini che appoggiavano il comune di Città di Castello negli anni cinquanta e sessanta del Duecento. 

Non restano notizie di questo periodo relativamente a scontri e conflitti di cui fu protagonista Montemigiano contro altre località, ma è probabile che vi fosse comunque coinvolto, considerando che un accenno ad un provvedimento a favore di Montemigiano su proposta dei domini di Corrorano dell’Alto Chiascio viene riportato nelle delibere del Consiglio delle Riformanze. 

La loro influenza doveva essere molto ingente se, nel 1288, «D. Iacobus di d. Ugolino [di Coccorano], con una lettera chiede al Consiglio speciale e generale del comune di Perugia di sospendere la cavalcata contro i marchesi di Montemigiano. Il Consiglio accoglie la richiesta «propter potentiam ipsius [Iacobi] et confederationem quam habet cum comune Perusii. Si elencano particolareggiatamente i «meriti» verso i perugini di alcuni congiunti di Iacobus, tra cui quelli di Ugolino di Albertino che aiutò Perugia nelle guerre contro Gubbio del 1217 e del 1258. 

Alla fine del 1200 si rafforzarono gli scontri tra i marchesi di Montemigiano e il vescovato di Città di Castello che giunse però ad un accordo. 

Le complesse vicende che riguardarono Montemigiano nella prima metà del Trecento erano condizionate dallo scontro tra guelfi e ghibellini e del loro ruolo nei Comuni di  Perugia e Città di Castello. Nel 1306 Montemigiano divenne parte del contado perugino a seguito della sottomissione voluta da Oddo II Fortebracci che era potestà del castrum. Quest’azione fu sicuramente prodotta dal fatto che Montemigiano (come Perugia) era capeggiata da guelfi, mentre in quel periodo a Città di Castello erano in carica i ghibellini. 

 

Tornò momentaneamente sotto il controllo di Città di Castello nel decennio successivo al 1333 sotto il dominio di Carlo, come da accordo con il Comune di Perugia. Dopo una fase momentanea di giurisdizione tifernate, nel 1351 Montemigiano venne ripreso da Perugia e rimase in suo possesso per lungo tempo, finché nel 1368 anche Pietro di Guido per i marchesi del Monte prese il castrum «e lo tenne fino al 1371, anno in cui tramite il legato pontificio Enrico vescovo Cumano, lo restituì “ad honorem” S. Rom. Ecclesiae». 

Quest’azione permise ai marchesi di venire protetti dal papato e di appartenere ancora a Perugia seppur per pochissimo tempo, perché continuò ad essere conteso tra le due istituzioni. Nel 1371 Montemigiano fu ceduto ai Tifernati, sebbene la giurisdizione rimase a Perugia, che concesse agli abitanti di essere dispensati dalle tasse per un determinato periodo e di rafforzare il nucleo castrense. 

Tra XIV e XV secolo i conflitti che interessarono Montemigiano furono effettivamente sempre più frequenti perciò, anche a seguito del cresciuto interesse da parte dello Stato della Chiesa nell’area centrale della penisola, ricorse la necessità di consolidare e rafforzare Montemigiano a distanza di brevi periodi (già nel 1382) attenendosi sempre alla giurisdizione di Città di Castello, pur mantenendo la propria autonomia politica grazie alla presenza di magistrature interne, elette localmente con lo scopo di organizzare le vicende politiche. Gli stretti rapporti tra papato e nobili tifernati condizionarono il secolo XV con numerose e vicendevoli incursioni fino a che Montemigiano rientrò, in qualità di feudo, tra i possessi della famiglia Vitelli di Città di Castello, come testimoniano la presenza di stemmi corrispondenti a questo casato nella canonica del nucleo castrense. 

4.  VERNA

Il Castrum Verne si erge a circa 500 metri di altitudine vicino alla confluenza del Tevere con il Torrente Nestore. Per posizione e struttura questo  fortilizio richiama la tipologia degli insediamenti di altura. La posizione di castrum Verne permette di ipotizzare che la fortificazione fosse posta a presidio della via fluviale lungo il Tevere e di quella commerciale grazie alla viabilità stradale che portava direttamente a Città di Castello, continuando a nord fino a Ravenna. 

Fig. 1: Ingresso ovest con il portale posteriore del castrum. L’insediamento era al momento della ricerca interessato da lavori di ristrutturazione

La struttura visibile 

Il castrum presenta uno schema centralizzato che conciliano le capacità economiche,  basate su attività silvo-pastorali, con possibilità difensive supportate da visibilità sulle aree circostanti con un  controllo simultaneo delle vie terrestri e fluviali: può controllare, infatti, Montemigiano, Monte Castelli e la Pieve di Comunaglia.

Il castello presenta una possente struttura fortificata a sezione rettangolare e regolare, collocata verticalmente lungo l’asse N-S nel territorio. E’ raggiungibile tramite un tracciato sterrato piuttosto tortuoso e una salita ripida; in questa maniera la prima facciata della struttura visibile è in realtà quella retrostante (ovest). La facciata è organizzata con vaste aperture e un portale, sicuramente alterata rispetto alla facies originaria in rapporto ai cambiamenti subiti nel tempo.

Presenta un largo basamento a contrafforti ed è contornato da una profonda scarpata. La struttura fortificata è sostenuta da un terrapieno contenuto in una spessa muratura che avrebbe avuto funzione di sostegno e protezione della fortificazione. Il Castrum era probabilmente preceduto da un fossato, visto il livello del terreno piuttosto rialzato su cui si trova.  Nella parte rivolta verso la valle del Nestore scende, invece, su di un piano inferiore. 

L’entrata principale della struttura si trova, invece, sul lato sud. Da qui ci si immette in un ampio salone con volte a crociera rette da grosse colonne in muratura; tenendo conto delle moderne modificazioni subite dall’edificio, questo grande ambiente potrebbe considerarsi come stanza principale di tutto l’edificio seppure sia posto nel livello inferiore, proprio perché il castrum è costruito su un piano più alto e uno scosceso. Dal salone è possibile raggiungere tutte le altre, perfettamente collegate tra loro.

Fig. 2: Verna: prospetto complessivo della facciata ovest. L’insediamento era al momento della ricerca interessato da lavori di ristrutturazione. 

Dal piano più basso della fortificazione si risale verso quelli superiori tramite una lunga e stretta scalinata interna che conduce direttamente all’entrata sud con percorso piuttosto ripido; giunti al primo piano dell’insediamento è possibile attraversare un vano dove si trova un grande camino. Da qui però è possibile accedere all’altro lato del castello, che si affaccia su un terrapieno simile a un terrazzamento proprio sopra il muraglione di contenimento del versante nord rivolto verso il Nestore. Dall’angolo creato dalla muratura spunta qui un grosso torrione a sezione pentagonale che rivela una possente struttura impiantata nel suolo, ora però elevata alla stessa altezza delle mura della fortificazione. Dato che il torrione è posto strategicamente da questo lato della struttura è anche ipotizzabile che in origine l’altezza fosse maggiore, per assolvere probabilmente a funzioni di difesa, visto che così come si mostra attualmente non avrebbe garantito una favorevole visuale d’insieme. 

La tessitura muraria esterna appare attualmente ben definita e regolare, seppure siano impiegate delle pietre locali. La muratura non denota elementi esteriormente rilevanti: si possono notare delle piccole correzioni apportate alle pareti con l’apposizione di archetti anche tamponati. Nella parte sommitale dell’edificio, però, va evidenziata la presenza di piccole aperture poste sulla muratura ad intervalli regolari come se recassero tracce di una preesistente merlatura piatta, utilizzata come cortina muraria con scopo più difensivo che decorativo, anch’essa tamponata e riassettata con finestre, presenti sui due versanti più lunghi dell’edificio e oggi celata dal tetto di copertura. 

A breve distanza dalle sole mura perimetrali insiste un edificio religioso diruto, che viene solitamente ricondotto alla chiesa di San Pietro, seppure, in realtà, la chiesa con questa intitolazione era posta più a ovest di Verna, dove tuttora è individuabile su carta topografica il toponimo S. Pietro. L’area interna dell’edificio mostra il completo disfacimento della struttura , senza pareti e tetto, di cui rimangono lacerti, inserti e mensole di pietra ai lati dell’altare maggiore posto frontalmente nella zona absidale, dove si possono notare solo minime tracce di decorazioni ad affresco. La chiesa poteva essere utilizzata come cappella gentilizia magari realizzata su un preesistente edificio di culto con funzione di chiesa interna alla cerchia muraria. 

Poco più a lato dell’insediamento fortificato si trovano delle abitazioni rurali, anch’esse comprese con probabilità nella cerchia muraria dell’insediamento,  abbandonate e completamente avvolte da vegetazione; ciò impedisce una precisa analisi tipologica delle murature. 

Fig. 3 – Verna: sommità del torrione esagonale posto nel settore nord del castrum. 

Una simile struttura si staglia poco sopra questo nucleo rivelando simile impianto con posizione di rilievo ancora maggiore perché posta su una collinetta più alta, lo stesso coperta da sterpaglie. Probabile l’impiego di queste abitazioni durante il periodo di conduzione a regime mezzadrile, poiché anche questa zona era caratterizzata da un’economia prevalentemente agricola. 

La storia conosciuta

La storia di Castrum Verne si muove sulla caratteristica di essere diventato a lungo centro attrattivo del potere signorile laico ed ecclesiastico. Probabilmente il potere attrattivo di Verna dipese dal fatto che rientrava nel distretto della pieve rurale di Comunaglia posta a ovest del castrum. Il Plebatu de Cuminallie comprendeva il castrum di Verna e la sua chiesa intitolata a San Pietro oltre a molti altri enti religiosi diffusi nel territorio circostante e fu un vero polo di aggregazione già nell’alto Medioevo. Il toponimo Comunaglia è un riferimento a una delle varie fasi che portarono alla formazione del comune rurale e, in modo specifico, indica l’affermazione delle terre comuni3.  Questo avvenne in una sorta di continuità con il vicus romano (che era una circoscrizione territoriale) con questo altomedievale; tale continuità si affermò nelle terre comuni che vengono definite communia, communalia, comunitas e communantia, termini latini che dimostrerebbero anche la derivazione del toponimo locale Comunaglia con il significato di «beni comuni».

 

Fig. 4 – Verna: ruderi della Chiesa di S. Pietro

Prima del XIII secolo non si hanno notizie precise ma sembra che il castrum di Verna facesse parte già nel 917 d.C. dei possessi dei marchesi di Colle confermati da Berengario. 

Nel 1162, tra le varie località del contado tifernate, anche Verne aveva come "ducem, marchionem et comitem" Uguccione di Filippo, eletto dall’imperatore Federico I. Probabilmente il distretto rientrava nell’egida del potere signorile laico con la triplice carica di potere militare, politico e amministrativo.

In posizione strategica rispetto a Montemigiano, Monte Castelli e la Pieve di Comunaglia ad inizio duecento divenne, però, uno dei distretti tra i più ambiti dal vescovo castellano Giovanni II, perché costituivano anche un’area cuscinetto aperta verso il confine con il contado perugino.

Nell’XI secolo le proprietà del vescovato castellano avevano cominciato ad incrementarsi, pur mancando la consapevolezza dell’ente stesso del processo «economico» in via di attuazione, come accadeva o era accaduto in precedenza anche per altri enti ecclesiastici dell’Umbria settentrionale. Questo incremento spesso  era dovuto a delle donazioni di signori laici del contado, pro rimedio anime, che rappresentarono tra fine XII ed inizio XIII secolo una delle forme più comuni di accrescimento dei patrimoni ecclesiastici. Dal XII secolo (e più ancora dal ‘200) le acquisizioni di beni e proprietà erano divenute per la canonica di Città di Castello una vera e propria linea politica perseguita in modo particolare proprio dal vescovo Giovanni II. Egli puntava a consolidare il proprio dominio territoriale ed economico, consapevole delle possibilità di rafforzare la diocesi incrementandone le pertinenze, garantendo così a questo organismo religioso preciso rilievo politico nei confronti di altri enti religiosi simili e di signorie rurali locali di antica tradizione. Per fare questo entrò in competizione con il monastero di San Bartolomeo di Camporeggiano, nei cui possessi rientrava appunto il piviere di Comunaglia, e con il comune di Città di Castello, che stava progressivamente costituendosi grazie all’acquisizione di proprietà territoriali su cui si trovavano spesso castra, curtes o villae.

Nel conflitto con l’ente eugubino, il vescovo tifernate ottenne risultato positivo poiché Giovanni II riuscì a soppiantare completamente dal punto di vista patrimoniale il monastero di Camporeggiano che aveva possedimenti nel distretto castellano di Verna. 

Al contrario, lo scontro diplomatico con Città di Castello, condotto lo stesso per il possesso di castrum Verne rivendicato dal vescovo, mentre il comune non intendeva cedere per l’evidente vicinanza con la città, fu forte e duraturo, persistendo fino agli anni trenta del XIII secolo, quindi almeno fino alla durata della reggenza del vescovato da parte di Giovanni II (1226), soprattutto perché i conflitti erano causati da molteplici possessi contesi dalle due parti.

In base ai documenti rimasti si cominciò a stabilire il dominio della diocesi nel 1208 quando homines di Verna e Civitella Guasta (cioè Civitella dei Marchesi) vennero in contrasto a causa di alcuni terreni che entrambe le parti rivendicavano nella Pieve di Comunaglia. Il vescovo Giovanni II, però, per sanare il conflitto stabilì che gli appezzamenti fossero sottoposti ai diritti vescovili e dispose anche, secondo le parti spettanti, che gli stessi comitatini dovevano occuparsi dei terreni pro episcopatu

Nel 1216 si ebbe il diretto passaggio alla giurisdizione dell’episcopato: ci fu una compravendita tra Giovanni II e Federico di Ugolino, uno dei rami dei marchiones di Monte Santa Maria, di castrum Verne, burgis et pertinentiis et districtu. Acquistatò il castello di Verna per un ammontare di 310 libbre di denari pisani: con questa azione Giovanni II dimostrò la capacità del vescovato di affermare il suo dominatus su uno dei più importanti nuclei signorili del contado. Ma allo stesso tempo questo acquisto mette in risalto quale rilievo doveva dare il vescovo a castrum Verne per pagarlo una quota così ingente e, per di più, ottenendo prestiti ai quali lungamente dovette rispondere a potenti cittadini perugini: Suppolino di Ugolino e Senese gli concessero parti consistenti di denaro necessarie all’acquisizione del castello.

Dall’atto di cessione stipulato il 20 settembre a Città di Castello in presenza di ambo le parti, si apprende con minuzia di particolari che l’attore del documento, figlio del marchese Ugolino, dichiarava: «Ego [...] Federicus marchio [...] vendo et trado do et concedo, dono inter vivos38 et offero [...] vobis domino Iohannis [...] omnia que habeo sive habere videor seu mihi competunt [...] res mobiles, immobiles, actiones, iura realia, personalia, mixta» intendendo, quindi, tutti i beni che «[...] sunt in castro Verne, burgis, curte, pertinentiis et districtu et inter hos fines», quindi quelli compresi nella circoscrizione territoriale castrense (districtus) di cui erano definiti con precisione i confini39. 

Si scoprì successivamente che Federico di Ugolino dei Marchesi del Monte aveva venduto totalmente la sua giurisdizione nel castrum a Giovanni II, pur non godendo interamente (a livello personale) del dominatus, che invece in parte spettava ai domini di Sioli. Nel settembre del 1223 Rinaldo e Brunamonte figli di Suppo dei domini di Sioli avanzavano al vescovo una richiesta di pagamento per i propri possessi ceduti nel castello di Verna, rivendicando il possesso di castro "Verne, famulis, terris, vineis et super plebe de Runte bonis et rebus ad eam spectantibus et rebus aliis positis in plebatu plebis eiusdem". Erano pronti a cedere queste pertinenze a Giovanni II dietro pagamento da parte sua di "CLX. libras bonorum denariorum pisanorum". Il vescovo fu costretto a pagare fino al 1224. 

Trascorsa la prima metà del XIII secolo Verna fu occupata dai ghibellini per un nuovo contrasto con il vescovo Niccolò da Orvieto e i guelfi che lo appoggiavano; di questo periodo abbiamo però solo informazioni sommarie. 

Nel 1250, Guido marchese del lignaggio di Colle prese possesso del Monte e nel 1265 entrò in possesso del castello di Verna e del suo districtus contravvenendo alle disposizioni del vescovo Niccolò da Orvieto. Tornati l’anno successivo (1266) sotto la giurisdizione vescovile conseguentemente alla decisione presa dal potestà tifernate, gli abitanti di Verna fecero «giuramento di fedeltà e di vassallaggio, promettendo di mantenere il castello in obbedienza al vescovo e di non arrecare offesa agli abitanti di Città di Castello e Montemigiano». 

Il XIV secolo si contraddistinse nuovamente per le lotte tra comuni, poiché Perugia e Città di Castello puntavano contemporaneamente a ottenere la zona di confine in cui castrum de Verne godeva di un ruolo di spicco. Già nel 1382 i Marchesi di Civitella Guasta si erano mossi alla presa del nucleo castrense di Verna che aveva riportato molti danni per l’incursione proprio dei perugini. La mossa diplomatica di un accordo tra Tifernati e Perugini fece si che Città di Castello riottenesse Verna e provvedesse a ricostruirla aumentando gli elementi fortificati della struttura per lungo tempo, fino almeno all’inizio ‘400, quando il secolo XV propose nuovi scontri soprattutto a causa della posizione dello Stato Pontificio, che puntava a organizzare nel centro della penisola un ambito territoriale completamente sottoposto alle proprie dipendenze. 

Alla fine del XV secolo, nel 1482, si ebbero gli ultimi scontri che interessarono il castello e il distretto di Verna. Si scontrarono i Tifernati guidati dalla famiglia Vitelli contro le truppe pontificie. Il castello ne uscì ampiamente, castrum de Verne ottenne l’esenzione per i suoi abitanti dalle tasse per molto tempo, per cercare di rendere possibile la sua ricostruzione autonomamente. 

Ultime notizie di questo periodo vengono dal registro delle decime, le Rationes Decimarum, dove non si parla della chiesa, ma gli storici locali ricordano la presenza di un ospedale sito nel castello di Verna e annotato nel 1504: «essendo vacante l’ospitario o il ministro delle entrate dello spedale di Verna da dirigersi in soccorso dei poveri, il vicario vescovile D. Lucantonio costituì a tale ufficio D. Giulio di Domenico da Verna». 

5. MIGIANELLA DEI MARCHESI

A nord ovest di Umbertide sorge il castrum Megiane Marchionis. Un castello di poggio costituito da un corpo principale indistinto nella parte sud-ovest e tre corpi minori attorni all’edificio religioso di Sant’Angelo. Migianella dei Marchesi si avvicina alla tipologia di castello feudale e presenta mura e alloggi signorili, un fossato ed è isolato parzialmente da un profondo dirupo per larga parte del perimetro. 

Il toponimo potrebbe essere ricondotto a un’attestazione di nome prediale, di derivazione dal proprietario in epoca "romana", la cui radice, Migiana, deriva probabilmente da Misius.

La struttura visibile

Dalla strada che sale verso Migianella si scorge subito la parte sud-est dell’insediamento e si nota una frazione delle alte mura di cinta ancora stabili che si chiudono all’angolo con un torrione semi-rettangolare pressoché integro. Da qua un viottolo sale verso un’apertura  delle mura che probabilmente era l’entrata posteriore del castrum. 

Fig. 1: stralcio della carta catastale (Agenzia del Territorio, fog. n° 77)

Da qui ci si immette immediatamente nell’ampia corte: si incontra una prima casa rurale nella zona più centrale, forse appartenente alla fase più recente di costruzione (per un diffuso utilizzo della muratura) con evidente recupero del basamento antico leggermente in aggetto. 

Il nucleo abitato si presenta ora costituito da cinque case, due in un unico corpo, e dalla chiesa con il campanile annesso e ora pericolante. che mostra, però, il rifacimento del coronamento con mattoncini e arcate al posto di un precedente tetto a spiovente successivo alla fondazione originaria. 

L’interno del primo edificio mostra chiaramente l’impiego degli spazi tipico delle case rurali,  cantina, erbaio, stalla tutti al primo piano, sulle cui mura si scorge una interessante epigrafe di pietra incisa e datata A. D. 1769 con le iniziali G. (oppure C, la lettera è corrotta) M. F. F..

Di fronte alla prima casa se ne trova una seconda ampia, collegata tramite un ballatoio in muratura al piano superiore e una terza posta di fronte, che ospita la chiesa di Sant’Angelo con il campanile. È probabile che il ballatoio sia un tardo rifacimento di una preesistente struttura in legno. 

Sotto il ballatoio insiste una stretta via che permette il passaggio centrale tra le facciate laterali delle abitazioni: due case rurali a sinistra, la chiesa con caratteri barocchi che è in disuso e un’altra casa colonica. Seguendo la piccola strada che conduce verso ovest, si arriva nel largo spiazzo retrostante gli edifici, consistente nell’ingresso principale dell’insediamento con a sinistra il portale di entrata e a destra una zona verde, che conduce a una piccola abitazione dietro la chiesa.  

Questa parte del castrum è molto suggestiva presentando un portale d’entrata sovrastato da un arco a sesto ribassato, che la tradizione vuole ricondurre a una matrice etrusca; sicuramente l’arco é piuttosto antico, realizzato con rocce sedimentarie. Sembra infatti che da un lato sia sospeso e dall’altro conficcato nelle mura di cinta, in realtà è sorretto da due grossi muretti a secco di pietre arenarie di ampio spessore. 

Fig. 2: Portale di accesso sul lato nord del complesso

 Attraversando l’arco in direzione sud, si passa proprio sotto la cortina muraria ripercorrendo evidentemente il tracciato, forse quello originario, del fossato, mentre la parte nord del castrum presenta mura perimetrali più basse rispetto al livello di quelle ovest, quasi scese sotto il piano di calpestio. 

Migianella è costruita su uno scoglio roccioso, le stesse fondamenta ben visibili nel lato sudest vi poggiano sopra e sono ricavate dalla pietra che mostra la sua originale frastagliatura (fig. VII.5). Le mura corrono tutte intorno al castello. E’ evidente che le trasformazioni apportate all’insediamento nel tempo possano averne variato l’andamento, causandone un rimaneggiamento nel segmento circolare che, con andamento ovest-nord, parte dall’arco fino alla porta di entrata secondaria. Sotto questa zona si apre infatti un ripido pendio che costituiva un valido ostacolo naturale alla presa del castrum. La cinta muraria nella parte basamentale evidenza un modesto aggetto che, unitamente alla pietra sporgente da cui si staglia la fortificazione, rappresentava una barriera per gli attacchi nemici. 

Fig. 3: Mura perimetrali del lato sud-est innestate direttamente sullo sperone roccioso.

La storia conosciuta

Prima del ‘300 sono pochissime le notizie che ci tramandano l’esistenza di Migianella. Si hanno principalmente solo dati demografici riguardanti la presenza quantitativa dei fuochi.  Si ha testimonianza dell’esistenza di una chiesa parrocchiale intitolata a Sant’Angelo e appartenente alla Pieve di Marciano.

I primi documenti che ne riportano notizie risalgono a metà ‘200: nel "Liber impositionis bladi", nel 1260, la fonte catastale annotava Migianella come castrum e nell’estimo del 1282 era considerato villa, con una presenza di 20-28 fuochi circa. Tuttavia, negli anni seguenti era definito «castello». 

Questa fortezza, che a sud scorge l’eremo di Monte Corona e non distante “osserva” Monestevole, apparteneva alle proprietà di un ramo dei signori del Monte Santa Maria Tiberina, cioè i marchesi di San Giovanni di Marzano. 

La sua posizione confinaria tra Umbria e Toscana ne determinò le vicende storiche, poiché gli scontri con le truppe nemiche causarono notevoli danni alle strutture in molteplici circostanze.

Dopo un rifacimento delle mura nel 1297, «nella prima metà del secolo XIV» Migianella «fu munito di torri e baluardi a servizio di artiglieria», ricorda il Guerrini. Infatti nel 1350 il castello venne «cinto di mura e fortificato».  Nel 1408 Migianella subì interventi di restauro per espressa volontà del Consiglio dei priori di Perugia viste le condizioni in cui era stata ridotta, ma ancora nel 1415 il castrum necessitò la riparazione delle mura. Per provvedere a questo problema, la popolazione fu dispensata dal pagamento delle imposizioni fiscali per circa tre anni con la clausola, però, di garantire a Migianella una struttura difensiva adeguata e funzionante. Ciò si ripeté anche nel 1444 e nel 1482. 

Fig. 4: Torrione angolare sul lato sud-est 

La relativa tranquillità goduta da questo insediamento di confine entrò in crisi nel 1479, quando Migianella fu colpita trasversalmente dai conflitti politici a seguito della congiura ordita dai Pazzi insieme con Papa Sisto IV contro Lorenzo e Giuliano dei Medici. La morte di quest’ultimo indusse il fratello a invadere per rivalsa i territori pontifici fino a nordest del Lago Trasimeno con lo scopo di distruggere Perugia. Anche Migianella dei Marchesi fu attaccata, saccheggiata e danneggiata profondamente: subì non solo devastazioni, ma anche deportazioni e molti abitanti furono uccisi. 

Circa due secoli dopo tornarono i fiorentini a irrompere nel castrum. Le fonti discordano la datazione, ma esaminando le vicende storiche è possibile sostenere che la distruzione di Migianella avvenne nel 1643, durante l’assedio posto a Fratta dei figli di Uberto, cioè Umbertide. 

Le truppe si stanziarono nelle vicinanze di Migianella per cinque giorni, per poi invadere depredando e rovinando il castello e la chiesa di San Michele Arcangelo. 

Giovanni Riganelli nel 1994, in “Da Totila a Rachi: Perugia e il suo territorio nei primi secoli del Medioevo” cerca di tracciare un ipotetico confine tra territorio di influenza bizantina e longobarda nella zona nord del territorio perugino, convinto che il confine tra Longobardi e Bizantini aderiva a quello diocesano dei territori di Gubbio, Città di Castello e Perugia.  Analizzò così le proprietà vescovili elencate nei documenti papali di conferma dei beni, emesse da Innocenzo II nel 1136 e da Eugenio III nel 1145. Nel 1136 venivano considerate le proprietà estese dal corso del Niccone fino al punto di incontro con il Tevere. Nella conferma del 1136, che interessò la zona sud del torrente Niccone, erano citate alcune chiese che dipendevano da Perugia. Tra queste si trovava la “plebem Sancti Petri in Martiano cum ecclesia de Meiana et reliquis capellis suis” che l’autore associa con la “plebs Marciani” nel territorio di Migianella, sostenendo la presenza nel periodo odierno del toponimo Marciano a nord di Monte Migianella, mentre la chiesa de Mediana si riferiva alla chiesa di Sant’Angelo presente proprio all’interno dell’insediamento di Migianella dei Marchesi e dipendente dalla pieve di Marciano nel XIV secolo. 

6. CIVITELLA DEI MARCHESI, detta "GUASTA"

Civitella dei Marchesi si trova su un territorio collinare a nordovest di Umbertide a circa tredici chilometri nei pressi del Monte Bastiola.

La struttura visibile

 

Civitella è denominata “Guasta”, ossia devastata, definizione che, oggi, si adatta all’insediamento a causa delle turbolentissime vicende storiche che ne provocarono la  distruzione. 

Civitella rappresenta una fortezza di altura posta ad una altitudine superiore a 500 metri, quindi, di alta collina. Il ruolo del nucleo fortificato è in questo caso principalmente difensivo, basandosi sulle favorevoli possibilità di avvistamento. Raggiungibile tramite un’agevole strada vicinale che sale fino alla cima del Monte Bastiola, si incontra per primo l’insediamento di Civitella Guasta. 

 

L’insediamento è ora ristrutturato e trasformato in residenza estiva per più nuclei familiari, la struttura insediativa sembrerebbe mantenere, seppure non pienamente, visti i numerosi rifacimenti di cui è stata protagonista, l’aspetto di un nucleo fortificato sorto ai lati della strada stessa e presenta un insieme di corpose strutture fortificate che almeno alla base rendono parzialmente l’idea della loro imponenza.

Fig. 1: Struttura visibile di Civitella Guasta, edificio principale, lato sud - 2002 

Al lato sinistro della strada vicinale è possibile individuare il corpo principale di tutto l’insediamento orientato in direzione E-O. Ha un ampio basamento aggettante a scarpata  che è tipico delle strutture fortificate di alta collina, ma oggi l’edificio è elevato e ripartito in due sezioni principali, che costituiscono due abitazioni diversificate, mostrando le trasformazioni subite per il consolidamento di epoca contemporanea, pur nel rispetto di una confacente ambientazione rurale. A destra della strada vicinale, poco più in alto del nucleo principale, si trovano altri edifici di solido impianto murario, anch’essi utilizzati come residenze; il cambiamento subito da questi edifici lascia comunque comprendere l’organizzazione  spaziale che li riguardava. 

 

Civitella dei Marchesi, seppure oggi manchi totalmente di cinta muraria che indichi con precisione le dimensioni della fortificazione, grazie anche all’organizzazione sul territorio del nucleo abitato, può permetterci di ipotizzare quella che avrebbe potuto essere l’ampia estensione dell’insediamento. 

In effetti il “castrum” doveva rispondere a una modalità insediativa sul territorio confacente a un marchesato e comunque adatto all’antico lignaggio del Colle. 

Proseguendo per la strada vicinale, quasi giungendo sulla cima del Monte Bestiola, si trova l’insediamento di Sant’Anna che reca evidentissime tracce di una struttura fortificata, non solo nelle mura perimetrali ma anche nei  principali elementi architettonici costituenti un esempio di “castrum”. Per la maggior parte il nucleo fortificato risulta interrato e, ciò che si può effettivamente analizzare, sono mura che si erigono da grande profondità ed emergono permettendo una visione piuttosto frastagliata della struttura  globale; sorprendentemente queste si organizzano su più livelli di terreno. 

Fig. 2: . lato nord-est ruderi delle mura della fortezza, prossima alla chiesa di Sant’Anna.

Al lato sinistro della strada vicinale è possibile individuare il corpo principale di tutto l’insediamento orientato in direzione E-O. Ha un ampio basamento aggettante a scarpata  che è tipico delle strutture fortificate di alta collina, ma oggi l’edificio è elevato e ripartito in due sezioni principali, che costituiscono due abitazioni diversificate, mostrando le trasformazioni subite per il consolidamento di epoca contemporanea, pur nel rispetto di una confacente ambientazione rurale. A destra della strada vicinale, poco più in alto del nucleo principale, si trovano altri edifici di solido impianto murario, anch’essi utilizzati come residenze; il cambiamento subito da questi edifici lascia comunque comprendere l’organizzazione  spaziale che li riguardava. 

 

Civitella dei Marchesi, seppure oggi manchi totalmente di cinta muraria che indichi con precisione le dimensioni della fortificazione, grazie anche all’organizzazione sul territorio del nucleo abitato, può permetterci di ipotizzare quella che avrebbe potuto essere l’ampia estensione dell’insediamento. 

In effetti il “castrum” doveva rispondere a una modalità insediativa sul territorio confacente a un marchesato e comunque adatto all’antico lignaggio del Colle. 

Proseguendo per la strada vicinale, quasi giungendo sulla cima del Monte Bestiola, si trova l’insediamento di Sant’Anna che reca evidentissime tracce di una struttura fortificata, non solo nelle mura perimetrali ma anche nei  principali elementi architettonici costituenti un esempio di “castrum”. Per la maggior parte il nucleo fortificato risulta interrato e, ciò che si può effettivamente analizzare, sono mura che si erigono da grande profondità ed emergono permettendo una visione piuttosto frastagliata della struttura  globale; sorprendentemente queste si organizzano su più livelli di terreno. 

Fig. 3: ruderi delle mura sul lato ovest.

 Attorno a ciò che resta della fortificazione sono evidenti sezioni di mura crollate, mentre il corpo centrale mozzato, costituito probabilmente da un cassero, è posto a un livello più basso del piano di calpestio tanto da recare chiare tracce di materiali da riempimento, depositatisi internamente  nel tempo. A un livello più alto rispetto a questa parte della fortificazione, è presente a sinistra una cisterna anche oggi piena d’acqua, invece nel lato destro, che scende a un livello di terreno inferiore, si apre una grande sezione di muratura. 

È visibile un grande arco rampante che si interra e crea un profondo corridoio, anch’esso coperto di terra, che scende sotto il piano di calpestio più basso. A causa dei crolli della muratura interna e della folta vegetazione che avvolge tutta la struttura non vi si può accedere. Ancora a un livello inferiore (come se tutto il “castrum” fosse posto su tre livelli di terrazzamento del terreno) si notano parti di spessissima muratura, costituenti probabilmente la cinta muraria presente fino al periodo più recente, che per gran parte risulta crollata.

Fig. 4: Ben visibile l'antica apertura al di sotto dell’attuale livello di calpestio. in questa porzione di muratura sul lato sud-est dell’abitato.

Riguardo la toponomastica, la voce Civitella richiama “civita” che «deriva dal latino “civitas” […], astratto da “civis”, “cittadino”»; Civita o Civitella specie nella toponomastica italiana centrale si riferisce spesso ad abitati sorti su monti e colli. Il passaggio dal toponimo “castrum” a “civita” solitamente viene ricondotto al momento della dominazione longobarda con un uso differente dei  siti a partire dai secoli VI-VIII. Non è al momento possibile, però, trovare riscontri di una esistenza così antica per questo sito; per di più è difficile in generale stabilire il come e quando questo possa essere avvenuto. Gli studiosi infatti sostengono che per  l’Altomedioevo, è difficile stabilire a quando risalga l’appellativo di  “civitas”, vale a dire di centro amministrativo-giudiziario, governato da un duca o da un gastaldo, con giurisdizione su un distretto dipendente, che alcuni di questi castra assumono. È infatti ben possibile che sia stata acquisita per due motivi concomitanti: la concentrazione di popolazione favorita dalle dimensioni (tre-cinque ettari) e l’esser divenuti, assieme a molte città di antica fondazione, sedi privilegiate dell’insediamento longobardo.

La storia conosciuta 

 

La fortezza di Civitella dei Marchesi faceva parte del marchesato dei signori del Colle divenuti poi Bourbon del Monte Santa Maria Tiberina, importanti feudatari dell’area settentrionale dell’Alta valle Tiberina, i cui possedimenti erano estesi in un’ampia zona territoriale compresa tra la Toscana e le terre pontificie e tra più diocesi. Il possesso di Civitella nel tempo suscitò una lunga contesa tra i Marchesi ed il Comune Tifernate ed in parte fu coinvolto anche quello perugino. 

 

I marchesi del Monte figuravano tra i pochi gruppi signorili che nell’XI-XII secolo non si limitavano a un radicamento locale, ma riuscivano a imporsi anche su altri territori circostanti: nell’aretino, nel perugino e nel tifernate.

 

Tra le peculiarità del casato vi era anche la possibilità di emettere conio: la moneta battuta era chiamata “montesca”, proprio in relazione agli omonimi marchesi del Monte. La vicenda è significativa del rilievo assunto dal lignaggio nel tempo.

 

In un testamento del 1098 di Enrico figlio di Ugone, emerge la  creazione e il consolidamento di «una nascente signoria  territoriale, nella quale il possesso dei “castra” costituiva il  fulcro da cui il “Dominatus loci" si sarebbe irradiato su tutti coloro che a tali centri fortificati facevano riferimento. 

Il testatore includeva nelle disposizioni anche la sua curtis di Colle (probabilmente nei pressi di Città di Castello) , considerata come un complesso di beni fondiari di sua pertinenza, che egli precisa essere distinti in “mansos et domnicatos […]". In seguito, nella seconda metà dell’XI secolo, la famiglia compì una precisa riorganizzazione del patrimonio per la 

volontà di creare «un incipiente districtus» basato «sul controllo del “castrum", di cui si irradiava il potere di comando del “dominus”. 

 

Tra le pertinenze del casato dell’inizio dell’XI secolo, dovrebbe esserci parte del territorio di Preggio, infatti si ha notizia  di possessi non  meglio identificati “non longe a castro Predii" nel 1010-16,  dove si era fermato anche San Romualdo nel viaggio di ritorno dalla Pannonia. Ancora due secoli dopo infatti i discendenti di Rainerio avrebbero esercitato diritti signorili sugli uomini di questa comunità. 

Il ramo di Civitella, in continuo conflitto col resto del casato, si distanziò dal marchesato e Ugolino di Rigone ne stabilì la nuova posizione nei pressi di Comunaglia, in sostituzione del 

loro primo castrum di Colle distrutto negli scontri da Città di Castello. In effetti, i Tifernati già nel 1225 entrarono in possesso dell’insediamento di Civitella dei Marchesi a scapito del vescovo castellano Giovanni II. 

 

Dalle Rationes Decimarum, nelle decime dell’anno 1349 apprendiamo che il castrum apparteneva alla Pieve di Comunaglia, “Plebatu de Cuminallie”, e che nell’insediamento era presente la “Ecclesia S. Christofori de Civitella”, allibrata per XVI libre. Civitella si trovò suo malgrado ad essere un punto di penetrazione sia per i Tifernati che per i più distanti Fiorentini, i primi interessati soprattutto al controllo del territorio locale, gli altri proiettati su ampio raggio verso le «terre di San Pietro» e quindi agli scontri con Roma. 

Tuttavia, la recessione demografica del ‘300 avviò un processo di abbandono del castello, che assunse quasi del tutto l’aspetto di nucleo fortificato, atto puramente a compiti militari e difensivi dei marchesi.

 

Molte delle lotte che interessarono il castrum agli inizi del ‘300 furono ingaggiate per ottenere questa piazzaforte posta in modo strategico verso la vallata del Torrente Niccone. 

Prima nel 1315, i Guelfucci di Città di Castello si impossessarono di Civitella scacciandone i Marchesi, poi nel 1351 i Perugini conquistarono Civitella e la concessero ai castellani. 

Civitella subì le sorti causate dalla sua posizione confinaria tra contado appartenente a Perugia (zona di porta Sant’Angelo) e Città di Castello (rione di porta Santa Maria), perciò venne continuamente contesa da diversi comuni. 

Furono gli stessi Perugini ad acquistare la fortezza nel 1368 dal marchese Ugolino , detto Ghino, al costo di cinquemila fiorini. 

Nel 1369 Perugia, in conflitto con Papa Urbano V, ricevette la scomunica e simile destino toccò anche a Civitella. Non solo esterne erano le dispute che causavano instabilità alla località di Civitella dei Marchesi ma anche quelle interne: nel 1370, quando ancora gravavano i danni causati dalla precedente conquista perugina, il marchese Ugolino elargì al figlio Uguccione la sua parte di eredità e ne causò l’allontanamento dal marchesato. Uguccione organizzò allora la conquista del “castrum” e con un piccolo gruppo di soldati entrò facilmente in possesso di Civitella imprigionando il padre. 

Con il riconoscimento di Urbano V, avverso a Perugia e ai suoi alleati, Uguccione si stabilì come “dominus” a Civitella sotto la protezione del pontefice. I conflitti si rinnovarono nel 1379 durante lo scontro con Città di Castello per la conquista di Civitella, poiché parte dei marchesi del “castrum”non accettarono di appartenere alla giurisdizione tifernate. 

Appoggiati dal marchese del Monte Taddeo di Angelo, cercarono di ribellarsi e, a tal fine, costruirono una «fortezza» come avamposto a difesa del castrum. I Tifernati stanziati presso la vicina Rasina tentarono di assediare Civitella per conquistarla su ordine del marchese del Monte, Ugolino di Piero. Vinto Taddeo di Angelo, Civitella venne conquistata da Città di Castello, ma per sedare le controversie fu necessaria l’intercessione non solo del Consiglio di magistrati perugini, ma anche del vescovo eugubino. Civitella dei Marchesi nel 1379 fu affidata alla giurisdizione di Città di Castello con la promessa dei marchesi «di mantenere la fortezza per il comune» tifernate. 

Fig. 5: ciò che resta della chiesa di S. Anna.

 Le ostilità con Città di Castello erano in questo momento tanto forti da spingere i Tifernati a provvedere alla difesa del territorio con l’edificazione di una piccola struttura difensiva posta nella zona frontale di Civitella poco più a nord-ovest  (punto dove nel ‘600 venne poi eretta la chiesetta di Sant’Anna ) e sfruttata come postazione militare per muovere attacchi al “castrum" avversario. Dopo i numerosi assedi a cui fu sottoposta, venne infine conquistata dai Castellani nel 1415 e distrutta riducendola ad ammasso di ruderi; catturata, la famiglia dei Marchesi di Civitella venne mandata a morte pubblicamente a Città di Castello, ponendo fine a questo ramo del casato. 

 

Nel 1634, nei pressi di Civitella, venne avviata la costruzione di una chiesa dedicata a Sant’Anna per volere di Melchiorre Tarragoni, frate che aspirava alla spiritualità nel rispetto degli ideali eremitici. Seguito da altri confratelli, si rese necessario variare la prima costruzione per renderla efficiente ad accogliere un numero maggiore di persone; restarono nella chiesa fino al 1718, quando poi essa fu riunita alla parrocchia di Comunaglia, di più antica  fondazione.

 

in costruzione....

La Rocca di Umbertide 1912

FONTI:

Giovanna Benni, ricercatrice e docente umbertidese in “Incastellamento e signorie rurali nell’Alta valle del Tevere tra Alto e Basso Medioevo. Il territorio di Umbertide (Perugia, Italia)” edito in NOTEBOOKS ON MEDIEVAL TOPOGRAPHY (Documentary and field research) Edited by Stefano Del Lungo N. 7, 2006.

- Foto di Giovanna Benni ed Anna Boldrini.

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