Incastellamento e signorie rurali

 
 
 
 
 
 
 
 
CASTELLO DI CIVITELLA RANIERI - 1917Stor

Il Castello di Civitella: veduta frontale

Giovanna Benni, ricercatrice e docente umbertidese nel 2002 realizzò uno studio su “Incastellamento e signorie rurali nell’Alta valle del Tevere tra Alto e Basso Medioevo. Il territorio di Umbertide (Perugia, Italia)”. Lavoro edito in NOTEBOOKS ON MEDIEVAL TOPOGRAPHY (Documentary and field research) Edited by Stefano Del Lungo N. 7, 2006.

Proponiamo una sintesi rielaborata del suo lavoro, con diverse foto degli insediamenti realizzate al tempo da Giovanna, ma senza l’apparato più scientifico, ovvero i riferimenti delle note e i riferimenti bibliografici nel rispetto della pubblicazione editata.

Lo scopo di questa ricerca era rivolta al rafforzamento delle ipotesi di una precoce incastellamento nell’area altotiberina.

Giovanna ha utilizzato i dati archeologici e documentari a riguardo del territorio storico corrispondente sostanzialmente al Comune di Umbertide, per mettere in evidenza i processi insediativi dell’incastellamento e gli stanziamenti sulle sommità delle colline e dei monti durante il VI e VIII secolo d. C.. 

Indagine che ha utilizzato materiali, fonti storico-letterarie e documenti (d’archivio e non): sono state valutate mappe, planimetrie, piante e carte topografiche per ricostruire l’esistenza dei siti, la loro persistenza toponomastica, nei casi di scomparsa degli abitati, o loro trasformazione odierna.

Sono stati individuati trenta siti, il cui sviluppo è avvenuto in momenti cronologici diversi compresi fra Alto e Basso Medioevo nel complesso processo di incastellamento; l’analisi di tali siti comprende varie tipologie, classificate come torri con principale scopo difensivo, castra (che univano necessità difensiva ed organizzazione economica, con precipuo aspetto demico, ovvero di popolamento) e villae, nelle quali il carattere demico è preponderante, in mancanza di elementi fortificativi.  

Immagini di vari castelli e rocche del territorio

Infatti nel capitolo “Linee di ricerca per un repertorio degli insediamenti fortificati” ci indica questi siti: 

1 – Rasina (castrum Rasine)

2 – Monte Castelli (Mons Castelli, Montis Castelli)

3 – Montemigiano (Monte Mixano)

4 – Verna (castrum de Verna)

5 – Migianella dei Marchesi (castrum Megiane Marchionum, castrum Megiane Marchionis)

6 – Civitella dei Marchesi e Sant’Anna (Civitella Guasta)

7 – Bastia Creti (Bastia Crete, Bastia di Croce)

8 – Pieve di Cicaleto (villa Plebis Cicaleti, villa Plebis Cecaleti, villa Plebis Cicalleti)

9 – Montalto (castrum Mons Altus, castrum Montis Alti)

10 – Certalto (castrum Certalti)

11 – Serra Partucci (castrum Serre, Serre Comitum, Serre super Assinum, Serre Partucci, castrum Serre Partutii) 

12 – Civitella Ranieri (castrum Civitelle Comitum, Civitella Comitum)

13– Umbertide (castrum Fracte filiorum Uberti)

14 – Poggio Manente (castrum Podio Manentis)

15 – San Paterniano (S. Patrignani, vila S. Patrignani supra S. Iohannem de Asino, S. Paterniani)

16 – Polgeto (villa Pulgeti)

17 – Castiglione dell’Abbate (castrum Castiglionis Abbatis, castrum Castilionis Abbatis)

18 – Sportacciano (villa Sportaçane, villa Sportaçani, villa Sportazani, villa Sportaciani)

19 – Santa Giuliana (castrum Sancti Iuliani, castrum Sancte Iuliane)

20 – San Giuliano delle Pignatte (villa S. Iuliani, Sancti Iuliani de Collinis, vila S. Iuliani)

21 – Fratticiola di Monte Acuto (v. Fratteçole Montis Aguti, v. Fractizole Montis Acuti) 

22 – Montacuto (Mons Acuti)

23 – Galera (villa Galere)

24 – Monestevole (castrum Monesteoli)

25 – Piano del Nese (Piano de Anese)

26 – Preggio (castrum Pregii, castrum Preçe, castrum Preggii)

27 – Bisciaro e Racchiusole (Bisciajo, Solbicciaio; Raclustioli)

28 – Castellaccio e Castelvecchio (Castel Pretino) (castrum Preytinum, castrum Peritini, castrum Preitini)

29 – Valenzino (villa Valensine, Vallistina, Valecina, Valle Ensena)

30 – Le pendici di Monte Acuto: ipotesi sull’incastellamento

( a cura di Giovanna Benni)

La nostra zona nel Tardo-Antico ed Alto Medioevo era compresa per buona parte nel Corridoio bizantino. Il corridoio univa il centro della penisola con Roma e Ravenna, grazie ad un sistema difensivo di fortificazioni poste in modo strategico su rilievi ed alture visivamente collegate tra loro. Queste caratteristiche sono ben visibili nell’Alta valle del Tevere, con particolare riguardo al territorio rispondente agli odierni confini comunali di Umbertide, città posta sul limes diocesano di tre centri maggiori, quali Perugia, Gubbio e Città di Castello. 

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Fig. 1: Carta generale del territorio comunale di Umbertide con distinzione delle tipologie insediative (elaborazione creata sul modello realizzato dall’Associazione Pro Loco di Umbertide). I toponimi ivi riportati si riferiscono a quelli degli insediamenti trattati nella ricerca. 

  1. RASINA

la Rocca di Rasina è un imponente sito castrense di poggio in prossimità dell’odierno confine regionale con la Toscana, a nordovest della Valle del Niccone, prospiciente alle fortificazioni d’altura di Civitella dei Marchesi e Sant’Anna.

La struttura visibile

Probabilmente la prima tipologia fortificata di Rasina era differente dall’attuale. Oggi si mostra come una fortezza di fattura trecentesca molto imponente, con pianta quadrilatera piuttosto regolare e due torrioni (anch’essi quadrangolari) sulla parte posteriore. La loro esecuzione assieme al resto della fortezza ha modificato la fattura originaria e lo scopo della prima fortificazione realizzata. 

Ciò è ipotizzabile poiché, giunti a Rasina, ci si trova di fronte a una struttura composita, data da più elementi: centrale si staglia un torrione a pianta quadrata leggermente irregolare, con basamento a scarpata e totalmente chiuso all’esterno, anche se nel lato destro presenta alcune tamponature e una porta serrata apposta molto in alto, probabilmente ricavata da una feritoia in epoca più recente.

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Fig. 2: Visione di entrata del Castello di Rasina

La tessitura muraria è piuttosto irregolare e costituita da conci di varie dimensioni e materiali. Ai lati della torre coperta con tetto sono presenti due edifici più bassi di piccole dimensioni: uno, a  sinistra, si mostra come un vano continuo con la cortina muraria dell’edificio di destinazione però diversa da quella originaria. Il lato destro mostra lo stesso una costruzione unita alla torre non direttamente ma da un breve tratto di muratura su cui si innesta il portale d’ingresso al cortile interno della fortificazione. 

 L’edificio sulla destra non presenta aperture esterne, ma nella parte più alta sono posti tre oculi consequenziali mentre una piccola feritoia nella parte frontale presente in basso, potrebbe far pensare a un diverso, originario livello del piano di calpestio rispetto all’odierno, poiché il lato frontale sembrerebbe più elevato rispetto al retrostante. 

Il torrione, nel quale si può accedere tramite una piccola scalinata esterna, contiene le opere prelevate dalla vicina chiesa di Maria Assunta, così che venne ad assumere la funzione di cappella gentilizia. Questo ulteriore elemento potrebbe riproporre l’idea di un riadattamento della primitiva fortificazione presente vale a dire solo la torre, la cui altezza oggi non corrisponderebbe a quella reale e un eventuale corpo laterale ad essa annesso. 

Anche la torre quindi, nel momento in cui il sito si sarebbe evoluto da fortificazione posta a presidio di un confine territoriale per divenire residenza signorile già nel ‘300 (di proprietà del marchesato del Monte), avrebbe cambiato la sua utilizzazione per essere incorporata al resto dell’abitato. Esso si mostra piuttosto unitario con le due torri nella parte posteriore che sporgono angolarmente ai lati con basamento poco aggettante e diviso da una mensola di pietra dalla parte superiore, unico elemento che costituisce parziale variazione alla generale omogeneità dell’edificio. 

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Fig. 3: Il Torrione laterale principale ad ovest. Si noti la porta in alto.

Le fortificazione di Rasina vanno viste in funzione del suo ruolo di confine, per la sua posizione di «frontiera», posizione che si è mantenuta anche oggi con la Toscana. Alcuni di questi vocaboli appaiono collegati alla presenza di postazioni di vedetta o fortilizi. 

Questo è visibile grazie alla toponomastica per alcuni insediamenti posti a poca distanza da la Rocca: dalle carte IGM emergono proprio nei pressi del confine provinciale toponimi “Antria” e “Casa Antria”, posti rispettivamente a SO e SE di Rasina. I due termini sono riferibili alla presenza di elementi greci proprio al limite del Corridoio bizantino che comprendeva queste zone, derivando da <<ad andréia>>  ‘valore’ relativo a punti fortificati. Scendendo a SE di Rasina troviamo inoltre il toponimo “Casa Pagana” che rientra nella casistica dei termini con elementi goti o longobardi. 

Questi elementi dunque potrebbero permettere di identificare nel castello di Rasina non solo la fortificazione imponente visibile oggi, ma una torre come primitivo insediamento nel territorio, il cui scopo principale era la difesa e l’avvistamento sul confine per poi in seguito venire consolidata e riadattata a un uso residenziale.

 

La storia conosciuta

Le notizie sull’origine sono frammentarie ma la presenza della Rocca sembra fosse già attestata nel XII-XIII secolo. Probabile è l’appartenenza ai possedimenti dei marchesi di Colle, che in quest’area disponevano di grande controllo per i numerosi beni detenuti (tra i quali vanno ricordati i castra di Montemigiano, Civitella Guasta, Migianella dei Marchesi. Si consideri che il capostipite del lignaggio, Ranieri I di Toscana (1014- 1027) del casato di Colle, ricevette la fregiatura di marchese «di tutti i possedimenti, soprattutto degli [...] infrascriptis oppidis»  che sono nominati e quei caeteris castris ab eorum dominio [...] solius Montis S. Marie; si può dunque pensare che, almeno nell’XI secolo, anche Rasina fosse compresa tra questi “caeteris castri”. 

Nel ‘200, però, il settore di appartenenza di castrum Rasine si caratterizzava per i conflitti intercorrenti tra vescovato tifernate e comune di Città di Castello per il possesso di castra e villae presenti nella diocesi che costituivano, per entrambi, il mezzo di affermazione del rispettivo dominato. Di questo scontro inoltre faceva parte anche il lignaggio di Colle, i cui discendenti più volte si trovarono in accordo con il Comune castellano concedendo, con “sottomissioni”,  i propri possedimenti, come nel caso di Civitella Guasta (o dei Marchesi), Montemigiano e Monte Castelli già dagli inizi del XII secolo, ottenendo perciò di rimando un aspro confronto con l’episcopio (principalmente durante il vescovato di Giovanni II, agli inizi del XIII secolo). 

All’inizio del ‘200 Città di Castello fu divisa tra tendenza all’espansionismo territoriale e contenimento della molto più potente Perugia e il dominio di Rasina subì questa situazione politica. Questo “conflitto” si risolse solo diplomaticamente con la sottomissione dei Tifernati a Perugia (1220) e più tardi con la stipula di un trattato (1223). A seguito di ciò, è possibile dunque comprendere perché anche Rasina, in quella stessa data, rientrasse nei domini tifernati arbitrati dai Perugini. Tuttavia Rasina rimase feudo tifernate nel 1223, così come nel 1230 quando venne affidata a Città di Castello. 

Le vicende di Rasina continuano nel rapporto con Città di Castello: un ramo del casato di Colle divenne marchesato di Rasina con Pietro del Monte che nel 1378 parteggiò per i Tifernati che tentavano la presa di Civitella Guasta «anche a costo di attirarsi l’odio dei marchesi consorti». Poco più tardi l’intervento combinato delle magistrature perugina ed eugubina portò a definire una conciliazione nel casato. 

Nel 1386 Pietro cominciò a scorrazzare nel contado tifernate per il possesso di Lippiano, a causa di ciò Città di Castello mosse d’assedio contro Rasina, ma dopo gli scontri le due parti convennero in accordo nel 1387, proprio su pressione del Consiglio di Città di Castello. Certamente questi continui scontri provocarono vere rotture all’interno del lignaggio, condizionando anche ulteriori suddivisioni del casato e portando nuovamente al confronto Guido II di Civitella contro Piero di Rasina cui sottrasse l’omonimo castrum nel 1391 «suscitando allo stesso tempo le ire di Città di Castello la quale inviò truppe alla riconquista». Perpetrate nel tempo le lotte tra marchesi del Colle, fu solo con il ricorrente intervento dei Tifernati che gli equilibri vennero malapena mantenuti. 

Molto più tardi (1435) il castello fu ceduto al marchese di Monte Cerbone che lo unì ai suoi possedimenti. 

A fine ‘400 la potente famiglia tifernate dei Vitelli approfittando dei disordini politici occorsi a Perugia per lo scontro tra famiglie signorili degli Oddi e dei Baglioni tentò di entrare in possesso di castrum Rasine ma senza successo. L’antico legame che univa i marchesi di Colle alle signorie fiorentine costituì un difficile ostacolo. I fatti politici del 1490 testimoniano il rapporto: sottoposta alla protezione della Firenze medicea e ottenuta la conferma in quell’anno, veniva ceduta una metà del dominio di Rasina dal marchese Ugolino mentre l’altra parte venne accorpata nuovamente allo stesso casato di Rasina grazie a un’abile politica matrimoniale. 

​2. MONTE CASTELLI

 

A Nord Ovest di Umbertide, inserito nella Diocesi di Città di Castello, è visibile il castrum Mons Castelli, organizzato con altre strutture fortificate in questo ambito territoriale. Una posizione anche difensiva che gli permetteva un attento controllo sulla pianura sottostante, in cui successivamente si venne impiantando l’insediamento di Montecastelli. 

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Fig. 4: Il castrum di Monte Castelli

La struttura visibile 

Una strada vicinale costeggia e gira attorno all’insediamento, fino a richiudersi. Così si può individuare il castrum che nella mappa catastale si presenta come una fortificazione di media altitudine la cui struttura in sezione appare piuttosto irregolare, costituita da un corpo principale quasi parallelepipedo e uno frontale minore, divisi  da un ampio cortile.

Il corpo principale della fortificazione è posto nel versante nord dell’insediamento, in modo tale da potere controllare la viabilità sottostante della vallata e risultare ben difendibile in caso di attacchi. L’insediamento era racchiuso dalle mura perimetrali che però risultano parzialmente alterate e quasi inesistenti nei due versanti di Sud Ovest e Nord Est. 

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Fig. 5: Monte Castelli: stralcio della pianta catastale del centro abitato (Agenzia del Territorio, Perugia, fog. n° 12).

Oggi la struttura si presenta comunque massiccia e presenta una sezione con un basamento irregolare provvista di contrafforti in aggetto, così da rendere difficoltoso ogni possibile attacco. Ipotizziamo che la fortificazione doveva essere attorniata da un fossato a scarpata, vista la tipologia fortificata del castrum con la sua posizione da un colle di media altitudine, benché non si individuino tracce di elementi di collegamento tra il suolo e la muratura come ponti levatoi o barbacani. 

In base alla planimetria risaltano due elementi: una prima parte verso Est di bassa muratura, terminante nella parte sommitale con una merlatura piatta e ampia che, successivamente, potrebbe essere stata utilizzata come ingresso al castrum, area che, sia internamente, sia esternamente, mostra una certa irregolarità della tessitura muraria realizzata per l’apposizione di pietre di misura variabile. 

Questa parte è segnalata anche nelle mappe catastali come struttura frammentaria attorno alla quale si individuano resti di una ulteriore cortina perimetrale che fungeva da separazione tra insediamento e campagna circostante; si suppone che la parte centrale di tutta la struttura abitativa, per le mura angolate e alte, la profondità nel terreno e parziale aggetto, possa aver avuto un ruolo preponderante difensivo, prima della trasformazione residenziale. Trasformazione  iniziata già nel 1210 con la donazione di un terreno per la costruzione di un ospedale e di una chiesa. 

Al momento della ricognizione sono presenti dei lavori di ripristino che hanno puntato a sistemare l’abitato ricostruendolo internamente il più possibile in aderenza a una tipologia insediativa fortificata. 

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Fig. 6: Monte Castelli veduta anteriore delle fortificazioni

Il secondo elemento importante del corpo abitativo principale è il grande torrione posizionato ad ovest con sezione irregolare, ma verosimilmente quadrangolare, con ampio basamento a scarpata che la rende un’imponente struttura difensiva emergente dall’articolata muratura. Era separato, in base alla mappa catastale, dal resto della muratura per uno strettissimo passaggio. Nella parte sommitale il torrione è conchiuso regolarmente sebbene la struttura poteva essere chiusa in modo da non presentare le attuali aperture frontali che ne variano sensibilmente l’aspetto, similmente a molte di quelle presenti nel resto del corpo dell’insediamento fortificato.

 

La storia conosciuta

Le prime notizie sul castello di Monte Castelli si hanno già all’inizio dell’XI secolo, quando viene indicato tra le proprietà di Ranieri I di Toscana (1014-1027). Ranieri vi tornò come marchese di Colle; anche in seguito Montis Castelli rientrava tra i castra riconosciuti come propri possessi in un diploma imperiale emesso da Federico I, per i quali nominò ducem, marchionem et comitem  Uguccione di Filippo. 

Ebbe grande importanza ed influenza per le vicende riguardanti Montis Castelli, anche l’appartenenza alla diocesi di Città di Castello, soprattutto sotto il vescovo Giovanni II per il suo valore di zona al confine tra i due distinti contadi di Perugia e di Città di Castello. In effetti, le prime notizie riguardanti il castrum di Monte Castelli che si possono ricavare da fonti e documenti risalenti riguardano i rapporti tra vescovato tifernate e gli abitanti del castello, per ragioni giuridiche a causa di accordi contrattuali e pattuizioni di beni privati o della comunità. 

In un documento del 1172, redatto a colle Putei e conservato oggi presso l’archivio vescovile di Città di Castello, si apprende che Ugolino marchese del lignaggio di Colle (figlio di Uguccione) assieme a sua moglie Ymila (Emilia) decisero di concedere vescovo Pietro di Città di Castello la “capitantiam castri Montis Castelli”.  Tale clausola di “capitantiam” riguardava“ad faciendum quicquid episcopo placuerit scilicet pacem et guerram cuicumque voluerit”, ad esclusione degli stessi “Ugolino et Ymila suisque exceptis heredibus".  Con le disposizioni di “pacem et guerram” abbiamo un’indicazione precisa del potere di cui era protagonista il vescovo: aveva un proprio corpo militare e poteva decidere di fare pace e guerra.

Giovanni II era tuttavia interessato anche ad altre fondazioni religiose di vario genere comprese (e sparse) nel territorio diocesano tifernate; tra questi erano inclusi anche gli ospedali il cui controllo da parte del vescovo avrebbe permesso il dominio su homines e proprietà appartenenti a tali fondazioni. 

Come abbiamo detto in precedenza anche Monte Castelli fu interessato dalla costruzione di un ospedale e una chiesa nei primi anni del XII secolo; questi due edifici andavano disposti «al capo del ponte di Monte Castelli, dalla parte del Tevere, verso Montone e Promano» ma per la loro realizzazione furono donati al titolare della diocesi castellana dei terreni da parte di «Giburga vedova di Giacomo di Giovanni d’Ignolo» e dei suoi figli nel 1210. Nella donazione Giburga dispose di non pretendere nulla in cambio poiché tutto ciò che voleva ottenere era ibi servire et benefacere in manus episcopi, quindi adempire solo a bisogni chiesti dalla carità cristiana. 

Nel primo ‘300, durante le alterne vicende politiche scatenate dal confronto tra guelfi e ghibellini, il castrum era tornato ad appartenere ai marchesi di Colle (1312) che avevano ottenuto un diploma di investitura per vari castelli tra i quali era annoverato anche Montis Castelli perché concesso dall’imperatore Enrico VII, anch’esso ghibellino e appoggiato dai marchiones. 

Si ha  poi notizia del consolidamento delle mura del ponte a metà ‘300, soprattutto perché in quel periodo le prime compagnie di ventura cercavano di insediarsi a Città di Castello arrecando danni a molti nuclei abitati incontrati lungo la marcia. Infatti, una quasi totale distruzione interessò il castello di Monte Castelli nel 1398 da parte degli stessi castellani, in modo tale da non concedere le proprie piazzeforti ai nemici. 

Durante l’attacco il castrum subì molti danni soprattutto alla struttura difensiva, principalmente rappresentata dal torrione fortificato a sezione quadrangolare posto lateralmente. Nei primi anni del ‘400 anche Perugia s’interessò a Mons Castelli, attenta soprattutto alla sua posizione certamente strategica e difensiva; Città di Castello, allora, dispose il ripristino del castrum in modo da tornare direttamente a controllare quest’area per il pericolo di attacchi pressanti e ricorrenti, fino alla presa perugina nel 1438, sotto la quale restò lungamente per poi rientrare in mano tifernate nel 1482 riconquistato da Giovanni Vitelli. 

Collegato al Castello abbiamo il toponimo Monte Castelli  che richiama come termine, appunto, un oronimo derivante da «castell(um), diminutivo di castrum “fortezza”, “campo munito”» così come viene interpretato anche nei dizionari di toponomastica. 

Un riferimento significativo per il nucleo abitato di Monte Castelli è la ricostruzione del ponte avvenuta nel giugno 1347, che richiese «l’impiego di 1000 piedi di pietre». Questo ponte risultò funzionale non solo per gli abitanti di castrum Mons Castelli, ma anche per i pellegrini che, recandosi a Roma, percorsero l’Alta valle del Tevere. 

3. MONTEMIGIANO

Monte Mixano, oggi Montemigiano  presidiava l’ingresso verso la valle del Tevere nei pressi della confluenza tra Torrente Niccone, a sud, e lo stesso Tevere, ad est. Una zona aperta a commerci di terra e di fiume per la propria vicinanza alla strada di collegamento tra il comune tifernate e quello perugino. Mentre verso nordovest è posto in osservazione diretta di castrum Verne e Monte Castelli.

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Fig. 7: Montemigiano vista da sud del borgo fortificato.

La struttura visibile 

 

Arroccato su un colle, dall’evidente aspetto di castrum di altura, con amplissima vista circostante sul corso del Tevere fino al castrum di Verna, si trova l’insediamento di Montemigiano. Attualmente il piccolo borgo fortificato è stato ristrutturato come tipico insediamento rurale. E’ attraversato da una sola stretta stradina che si divincola nel nucleo abitato di casette di piccole dimensioni attaccate tra loro: esse formano due ali, con quella a destra molto corposa.

La mappa catastale mette in risalto odiernamente abitazioni di dimensioni tra loro variabili costruite in pietra locale, ma con molte immissioni di laterizi che non rispecchiano la facies originaria degli edifici perché più volte distrutti per le numerose  incursioni subite; tuttavia anche oggi l’atmosfera del piccolo è quella di un borgo medievale. 

Nella parte finale dell’abitato, attaccata alla chiesa, esiste ancora una porta con la struttura ad arco attaccata alle mura, sebbene prive di ponte o saracinesca, che ci fa comprendere la sua funzione, ovvero isolare la fortificazione dalla campagna circostante. Questo ci fa supporre che attorno al castrum assai vi fosse un fossato o una ripida scarpata per ostacolare ogni possibile attacco. Questo aspetto morfologico del territorio castrense è visibile di fatto ancora nella zona sottostante la porta del castrum, tuttora incolta e piuttosto impervia per la presenza di fitti castagneti.

Superate le prime casette che si fronteggiano tra loro, si giunge ad un cortile interno totalmente pavimentato con conci regolari, aperto su di una piazza con largo terrazzamento affacciato sulla vallata in  cui scorre il fiume Niccone e che permetteva di controllare attentamente i settori territoriali circostanti, in modo da garantire al nucleo castrense una difesa organizzata. 

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Fig. 8: Montemigiano: stralcio della pianta catastale del centro abitato (Agenzia del Territorio, Perugia, fog. n° 41)

Accanto alle abitazioni poste ancora sull’ala di destra, svetta il campanile di una delle due chiese presenti nel nucleo fortificato che è incassato tra la chiesa stessa e una casetta, mostrando largo basamento a sezione quadrilatera e tessitura muraria molto irregolare, per l’impiego di pietre di diversa tipologia. 

Nella sezione sommitale della parte frontale di questo campanile è ancora visibile un riquadro nella pietra dove era posta con probabilità una meridiana, da tempo non più utilizzata. Il coronamento del campanile a tetto spiovente è eseguito ancora in pietra, ma con i quattro lati aperti ad arcata. Attaccata al campanile si trova la chiesa, mentre a lato di quest’ultima si trova il portale di entrata del castrum che appare come una struttura molto ampia e massiccia a chiusura della parte retrostante di Montemigiano. 

Tra le strutture presenti, ha rilievo proprio il campanile perché è posto tra le abitazioni e il portale, come punto di contatto tra due opposte ‘sfere’, quella civile, rappresentata dalla piazzetta del nucleo castrense, e quella religiosa, ossia la chiesa stessa dell’insediamento.

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Fig. 9: Montemigiano: il campanile

A poca distanza dalla porta nella parte est è visibile una torre sporgente dalle mura, seppure poco più alta delle mura, con sezione basamentale irregolare; anch’essa era preposta al controllo e alla difesa della zona nord dell’insediamento perché  probabilmente, già in epoca medievale, era l’area più difficilmente controllabile dell’intera fortificazione. Si può pensare però che l’altezza attuale della torre non corrisponda a quella originaria, ma che sia invece il risultato più tardo dell’adattamento al resto degli abitati, nel momento in cui l’aspetto difensivo era cessato di essere la prerogativa principale dell’insediamento. 

Tutti gli edifici nel lato nord, comprese la torre e la porta con l’apposizione di ogni muratura corrispondente, costituiscono la medesima struttura perimetrale esterna dell’insediamento e creano una muratura continua e irregolare con ampio basamento a scarpata, come è tipico per gli insediamenti di poggio che dovevano tenere conto di terreni scoscesi con andamenti variabili, sia per tipologia sia per altitudine anche a breve distanza. Lo stesso Montemigiano nella parte sud che discende verso la vallata è organizzato, digradando, in un piano di livello inferiore.

La storia conosciuta

Montemigiano è stato un’ importante castrum di poggio già presente nell’XI visto che rientrava che tra i possedimenti dei marchesi di Colle, In un diploma sancito nel 1162 dall’Imperatore Federico I veniva eletto Uguccione di Filippo in qualità di ducem, marchionem et comitem di molte località della zona, è possibile ipotizzare che ne fosse  parte anche Montemigiano, dato che più volte nei documenti i marchesi di Colle comparivano fregiati anche del titolo di “Montemigiano”. Ma fu a partire dal ‘200 abbiamo più notizie a causa dei rapporti conflittuali tra il comune di Città di Castello e Giovanni II, vescovo della città. 

I legami tra il marchesato di Colle ed il Comune di città di Castello erano iniziati assai presto, con molte sottomissioni di pertinenze a favore della città tifernate in modo da mantenere l’autonomia del casato e ottenere tranquillità e stabilità per i propri beni. La situazione instauratasi tra i due domini laici fu complicata però dall’ingerenza del vescovo Giovanni II intenzionato ad acquisire anche quest’area territoriale per il vescovato. 

È probabile che, per questo motivo, Ranieri marchese di Montemigiano temendo la perdita di propri terreni a favore del vescovato o del comune tifernate, come già era accaduto per l marchesato di Montone, decise di sottomettere Montemigiano a Perugia nel 1216. Questa fase si concluse in un decennio per tornare stretti i rapporti di dipendenza con Città di Castello.

Nel periodo successivo, Montemigiano “seguì” la divisione in fazioni identificabili con i generici nomi di guelfi e ghibellini che si ebbero nel centro-nord d’Italia, all’interno dei centri abitati e nei rapporti con i loro contadi. Dopo che Guido del Monte, figlio di Ranieri divenne marchese di Montemigiano nel 1248-1249, la vicinanza del marchese ai guelfi portò allo scontro con i ghibellini che appoggiavano il comune di Città di Castello negli anni cinquanta e sessanta del Duecento. 

Non restano notizie di questo periodo relativamente a scontri e conflitti di cui fu protagonista Montemigiano contro altre località, ma è probabile che vi fosse comunque coinvolto, considerando che un accenno ad un provvedimento a favore di Montemigiano su proposta dei domini di Corrorano dell’Alto Chiascio viene riportato nelle delibere del Consiglio delle Riformanze. 

La loro influenza doveva essere molto ingente se, nel 1288, «D. Iacobus di d. Ugolino [di Coccorano], con una lettera chiede al Consiglio speciale e generale del comune di Perugia di sospendere la cavalcata contro i marchesi di Montemigiano. Il Consiglio accoglie la richiesta «propter potentiam ipsius [Iacobi] et confederationem quam habet cum comune Perusii. Si elencano particolareggiatamente i «meriti» verso i perugini di alcuni congiunti di Iacobus, tra cui quelli di Ugolino di Albertino che aiutò Perugia nelle guerre contro Gubbio del 1217 e del 1258. 

Alla fine del 1200 si rafforzarono gli scontri tra i marchesi di Montemigiano e il vescovato di Città di Castello che giunse però ad un accordo. 

Le complesse vicende che riguardarono Montemigiano nella prima metà del Trecento erano condizionate dallo scontro tra guelfi e ghibellini e del loro ruolo nei Comuni di  Perugia e Città di Castello. Nel 1306 Montemigiano divenne parte del contado perugino a seguito della sottomissione voluta da Oddo II Fortebracci che era potestà del castrum. Quest’azione fu sicuramente prodotta dal fatto che Montemigiano (come Perugia) era capeggiata da guelfi, mentre in quel periodo a Città di Castello erano in carica i ghibellini. 

 

Tornò momentaneamente sotto il controllo di Città di Castello nel decennio successivo al 1333 sotto il dominio di Carlo, come da accordo con il Comune di Perugia. Dopo una fase momentanea di giurisdizione tifernate, nel 1351 Montemigiano venne ripreso da Perugia e rimase in suo possesso per lungo tempo, finché nel 1368 anche Pietro di Guido per i marchesi del Monte prese il castrum «e lo tenne fino al 1371, anno in cui tramite il legato pontificio Enrico vescovo Cumano, lo restituì “ad honorem” S. Rom. Ecclesiae». 

Quest’azione permise ai marchesi di venire protetti dal papato e di appartenere ancora a Perugia seppur per pochissimo tempo, perché continuò ad essere conteso tra le due istituzioni. Nel 1371 Montemigiano fu ceduto ai Tifernati, sebbene la giurisdizione rimase a Perugia, che concesse agli abitanti di essere dispensati dalle tasse per un determinato periodo e di rafforzare il nucleo castrense. 

Tra XIV e XV secolo i conflitti che interessarono Montemigiano furono effettivamente sempre più frequenti perciò, anche a seguito del cresciuto interesse da parte dello Stato della Chiesa nell’area centrale della penisola, ricorse la necessità di consolidare e rafforzare Montemigiano a distanza di brevi periodi (già nel 1382) attenendosi sempre alla giurisdizione di Città di Castello, pur mantenendo la propria autonomia politica grazie alla presenza di magistrature interne, elette localmente con lo scopo di organizzare le vicende politiche. Gli stretti rapporti tra papato e nobili tifernati condizionarono il secolo XV con numerose e vicendevoli incursioni fino a che Montemigiano rientrò, in qualità di feudo, tra i possessi della famiglia Vitelli di Città di Castello, come testimoniano la presenza di stemmi corrispondenti a questo casato nella canonica del nucleo castrense. 

4.  VERNA

Il Castrum Verne si erge a circa 500 metri di altitudine vicino alla confluenza del Tevere con il Torrente Nestore. Per posizione e struttura questo  fortilizio richiama la tipologia degli insediamenti di altura. La posizione di castrum Verne permette di ipotizzare che la fortificazione fosse posta a presidio della via fluviale lungo il Tevere e di quella commerciale grazie alla viabilità stradale che portava direttamente a Città di Castello, continuando a nord fino a Ravenna. 

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Fig. 1: Ingresso ovest con il portale posteriore del castrum. L’insediamento era al momento della ricerca interessato da lavori di ristrutturazione

La struttura visibile 

Il castrum presenta uno schema centralizzato che conciliano le capacità economiche,  basate su attività silvo-pastorali, con possibilità difensive supportate da visibilità sulle aree circostanti con un  controllo simultaneo delle vie terrestri e fluviali: può controllare, infatti, Montemigiano, Monte Castelli e la Pieve di Comunaglia.

Il castello presenta una possente struttura fortificata a sezione rettangolare e regolare, collocata verticalmente lungo l’asse N-S nel territorio. E’ raggiungibile tramite un tracciato sterrato piuttosto tortuoso e una salita ripida; in questa maniera la prima facciata della struttura visibile è in realtà quella retrostante (ovest). La facciata è organizzata con vaste aperture e un portale, sicuramente alterata rispetto alla facies originaria in rapporto ai cambiamenti subiti nel tempo.

Presenta un largo basamento a contrafforti ed è contornato da una profonda scarpata. La struttura fortificata è sostenuta da un terrapieno contenuto in una spessa muratura che avrebbe avuto funzione di sostegno e protezione della fortificazione. Il Castrum era probabilmente preceduto da un fossato, visto il livello del terreno piuttosto rialzato su cui si trova.  Nella parte rivolta verso la valle del Nestore scende, invece, su di un piano inferiore. 

L’entrata principale della struttura si trova, invece, sul lato sud. Da qui ci si immette in un ampio salone con volte a crociera rette da grosse colonne in muratura; tenendo conto delle moderne modificazioni subite dall’edificio, questo grande ambiente potrebbe considerarsi come stanza principale di tutto l’edificio seppure sia posto nel livello inferiore, proprio perché il castrum è costruito su un piano più alto e uno scosceso. Dal salone è possibile raggiungere tutte le altre, perfettamente collegate tra loro.

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Fig. 2: Verna: prospetto complessivo della facciata ovest. L’insediamento era al momento della ricerca interessato da lavori di ristrutturazione. 

Dal piano più basso della fortificazione si risale verso quelli superiori tramite una lunga e stretta scalinata interna che conduce direttamente all’entrata sud con percorso piuttosto ripido; giunti al primo piano dell’insediamento è possibile attraversare un vano dove si trova un grande camino. Da qui però è possibile accedere all’altro lato del castello, che si affaccia su un terrapieno simile a un terrazzamento proprio sopra il muraglione di contenimento del versante nord rivolto verso il Nestore. Dall’angolo creato dalla muratura spunta qui un grosso torrione a sezione pentagonale che rivela una possente struttura impiantata nel suolo, ora però elevata alla stessa altezza delle mura della fortificazione. Dato che il torrione è posto strategicamente da questo lato della struttura è anche ipotizzabile che in origine l’altezza fosse maggiore, per assolvere probabilmente a funzioni di difesa, visto che così come si mostra attualmente non avrebbe garantito una favorevole visuale d’insieme. 

La tessitura muraria esterna appare attualmente ben definita e regolare, seppure siano impiegate delle pietre locali. La muratura non denota elementi esteriormente rilevanti: si possono notare delle piccole correzioni apportate alle pareti con l’apposizione di archetti anche tamponati. Nella parte sommitale dell’edificio, però, va evidenziata la presenza di piccole aperture poste sulla muratura ad intervalli regolari come se recassero tracce di una preesistente merlatura piatta, utilizzata come cortina muraria con scopo più difensivo che decorativo, anch’essa tamponata e riassettata con finestre, presenti sui due versanti più lunghi dell’edificio e oggi celata dal tetto di copertura. 

A breve distanza dalle sole mura perimetrali insiste un edificio religioso diruto, che viene solitamente ricondotto alla chiesa di San Pietro, seppure, in realtà, la chiesa con questa intitolazione era posta più a ovest di Verna, dove tuttora è individuabile su carta topografica il toponimo S. Pietro. L’area interna dell’edificio mostra il completo disfacimento della struttura , senza pareti e tetto, di cui rimangono lacerti, inserti e mensole di pietra ai lati dell’altare maggiore posto frontalmente nella zona absidale, dove si possono notare solo minime tracce di decorazioni ad affresco. La chiesa poteva essere utilizzata come cappella gentilizia magari realizzata su un preesistente edificio di culto con funzione di chiesa interna alla cerchia muraria. 

Poco più a lato dell’insediamento fortificato si trovano delle abitazioni rurali, anch’esse comprese con probabilità nella cerchia muraria dell’insediamento,  abbandonate e completamente avvolte da vegetazione; ciò impedisce una precisa analisi tipologica delle murature. 

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Fig. 3 – Verna: sommità del torrione esagonale posto nel settore nord del castrum. 

Una simile struttura si staglia poco sopra questo nucleo rivelando simile impianto con posizione di rilievo ancora maggiore perché posta su una collinetta più alta, lo stesso coperta da sterpaglie. Probabile l’impiego di queste abitazioni durante il periodo di conduzione a regime mezzadrile, poiché anche questa zona era caratterizzata da un’economia prevalentemente agricola. 

La storia conosciuta

La storia di Castrum Verne si muove sulla caratteristica di essere diventato a lungo centro attrattivo del potere signorile laico ed ecclesiastico. Probabilmente il potere attrattivo di Verna dipese dal fatto che rientrava nel distretto della pieve rurale di Comunaglia posta a ovest del castrum. Il Plebatu de Cuminallie comprendeva il castrum di Verna e la sua chiesa intitolata a San Pietro oltre a molti altri enti religiosi diffusi nel territorio circostante e fu un vero polo di aggregazione già nell’alto Medioevo. Il toponimo Comunaglia è un riferimento a una delle varie fasi che portarono alla formazione del comune rurale e, in modo specifico, indica l’affermazione delle terre comuni3.  Questo avvenne in una sorta di continuità con il vicus romano (che era una circoscrizione territoriale) con questo altomedievale; tale continuità si affermò nelle terre comuni che vengono definite communia, communalia, comunitas e communantia, termini latini che dimostrerebbero anche la derivazione del toponimo locale Comunaglia con il significato di «beni comuni».

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Fig. 4 – Verna: ruderi della Chiesa di S. Pietro

Prima del XIII secolo non si hanno notizie precise ma sembra che il castrum di Verna facesse parte già nel 917 d.C. dei possessi dei marchesi di Colle confermati da Berengario. 

Nel 1162, tra le varie località del contado tifernate, anche Verne aveva come "ducem, marchionem et comitem" Uguccione di Filippo, eletto dall’imperatore Federico I. Probabilmente il distretto rientrava nell’egida del potere signorile laico con la triplice carica di potere militare, politico e amministrativo.

In posizione strategica rispetto a Montemigiano, Monte Castelli e la Pieve di Comunaglia ad inizio duecento divenne, però, uno dei distretti tra i più ambiti dal vescovo castellano Giovanni II, perché costituivano anche un’area cuscinetto aperta verso il confine con il contado perugino.

Nell’XI secolo le proprietà del vescovato castellano avevano cominciato ad incrementarsi, pur mancando la consapevolezza dell’ente stesso del processo «economico» in via di attuazione, come accadeva o era accaduto in precedenza anche per altri enti ecclesiastici dell’Umbria settentrionale. Questo incremento spesso  era dovuto a delle donazioni di signori laici del contado, pro rimedio anime, che rappresentarono tra fine XII ed inizio XIII secolo una delle forme più comuni di accrescimento dei patrimoni ecclesiastici. Dal XII secolo (e più ancora dal ‘200) le acquisizioni di beni e proprietà erano divenute per la canonica di Città di Castello una vera e propria linea politica perseguita in modo particolare proprio dal vescovo Giovanni II. Egli puntava a consolidare il proprio dominio territoriale ed economico, consapevole delle possibilità di rafforzare la diocesi incrementandone le pertinenze, garantendo così a questo organismo religioso preciso rilievo politico nei confronti di altri enti religiosi simili e di signorie rurali locali di antica tradizione. Per fare questo entrò in competizione con il monastero di San Bartolomeo di Camporeggiano, nei cui possessi rientrava appunto il piviere di Comunaglia, e con il comune di Città di Castello, che stava progressivamente costituendosi grazie all’acquisizione di proprietà territoriali su cui si trovavano spesso castra, curtes o villae.

Nel conflitto con l’ente eugubino, il vescovo tifernate ottenne risultato positivo poiché Giovanni II riuscì a soppiantare completamente dal punto di vista patrimoniale il monastero di Camporeggiano che aveva possedimenti nel distretto castellano di Verna. 

Al contrario, lo scontro diplomatico con Città di Castello, condotto lo stesso per il possesso di castrum Verne rivendicato dal vescovo, mentre il comune non intendeva cedere per l’evidente vicinanza con la città, fu forte e duraturo, persistendo fino agli anni trenta del XIII secolo, quindi almeno fino alla durata della reggenza del vescovato da parte di Giovanni II (1226), soprattutto perché i conflitti erano causati da molteplici possessi contesi dalle due parti.

In base ai documenti rimasti si cominciò a stabilire il dominio della diocesi nel 1208 quando homines di Verna e Civitella Guasta (cioè Civitella dei Marchesi) vennero in contrasto a causa di alcuni terreni che entrambe le parti rivendicavano nella Pieve di Comunaglia. Il vescovo Giovanni II, però, per sanare il conflitto stabilì che gli appezzamenti fossero sottoposti ai diritti vescovili e dispose anche, secondo le parti spettanti, che gli stessi comitatini dovevano occuparsi dei terreni pro episcopatu

Nel 1216 si ebbe il diretto passaggio alla giurisdizione dell’episcopato: ci fu una compravendita tra Giovanni II e Federico di Ugolino, uno dei rami dei marchiones di Monte Santa Maria, di castrum Verne, burgis et pertinentiis et districtu. Acquistatò il castello di Verna per un ammontare di 310 libbre di denari pisani: con questa azione Giovanni II dimostrò la capacità del vescovato di affermare il suo dominatus su uno dei più importanti nuclei signorili del contado. Ma allo stesso tempo questo acquisto mette in risalto quale rilievo doveva dare il vescovo a castrum Verne per pagarlo una quota così ingente e, per di più, ottenendo prestiti ai quali lungamente dovette rispondere a potenti cittadini perugini: Suppolino di Ugolino e Senese gli concessero parti consistenti di denaro necessarie all’acquisizione del castello.

Dall’atto di cessione stipulato il 20 settembre a Città di Castello in presenza di ambo le parti, si apprende con minuzia di particolari che l’attore del documento, figlio del marchese Ugolino, dichiarava: «Ego [...] Federicus marchio [...] vendo et trado do et concedo, dono inter vivos38 et offero [...] vobis domino Iohannis [...] omnia que habeo sive habere videor seu mihi competunt [...] res mobiles, immobiles, actiones, iura realia, personalia, mixta» intendendo, quindi, tutti i beni che «[...] sunt in castro Verne, burgis, curte, pertinentiis et districtu et inter hos fines», quindi quelli compresi nella circoscrizione territoriale castrense (districtus) di cui erano definiti con precisione i confini39. 

Si scoprì successivamente che Federico di Ugolino dei Marchesi del Monte aveva venduto totalmente la sua giurisdizione nel castrum a Giovanni II, pur non godendo interamente (a livello personale) del dominatus, che invece in parte spettava ai domini di Sioli. Nel settembre del 1223 Rinaldo e Brunamonte figli di Suppo dei domini di Sioli avanzavano al vescovo una richiesta di pagamento per i propri possessi ceduti nel castello di Verna, rivendicando il possesso di castro "Verne, famulis, terris, vineis et super plebe de Runte bonis et rebus ad eam spectantibus et rebus aliis positis in plebatu plebis eiusdem". Erano pronti a cedere queste pertinenze a Giovanni II dietro pagamento da parte sua di "CLX. libras bonorum denariorum pisanorum". Il vescovo fu costretto a pagare fino al 1224. 

Trascorsa la prima metà del XIII secolo Verna fu occupata dai ghibellini per un nuovo contrasto con il vescovo Niccolò da Orvieto e i guelfi che lo appoggiavano; di questo periodo abbiamo però solo informazioni sommarie. 

Nel 1250, Guido marchese del lignaggio di Colle prese possesso del Monte e nel 1265 entrò in possesso del castello di Verna e del suo districtus contravvenendo alle disposizioni del vescovo Niccolò da Orvieto. Tornati l’anno successivo (1266) sotto la giurisdizione vescovile conseguentemente alla decisione presa dal potestà tifernate, gli abitanti di Verna fecero «giuramento di fedeltà e di vassallaggio, promettendo di mantenere il castello in obbedienza al vescovo e di non arrecare offesa agli abitanti di Città di Castello e Montemigiano». 

Il XIV secolo si contraddistinse nuovamente per le lotte tra comuni, poiché Perugia e Città di Castello puntavano contemporaneamente a ottenere la zona di confine in cui castrum de Verne godeva di un ruolo di spicco. Già nel 1382 i Marchesi di Civitella Guasta si erano mossi alla presa del nucleo castrense di Verna che aveva riportato molti danni per l’incursione proprio dei perugini. La mossa diplomatica di un accordo tra Tifernati e Perugini fece si che Città di Castello riottenesse Verna e provvedesse a ricostruirla aumentando gli elementi fortificati della struttura per lungo tempo, fino almeno all’inizio ‘400, quando il secolo XV propose nuovi scontri soprattutto a causa della posizione dello Stato Pontificio, che puntava a organizzare nel centro della penisola un ambito territoriale completamente sottoposto alle proprie dipendenze. 

Alla fine del XV secolo, nel 1482, si ebbero gli ultimi scontri che interessarono il castello e il distretto di Verna. Si scontrarono i Tifernati guidati dalla famiglia Vitelli contro le truppe pontificie. Il castello ne uscì ampiamente, castrum de Verne ottenne l’esenzione per i suoi abitanti dalle tasse per molto tempo, per cercare di rendere possibile la sua ricostruzione autonomamente. 

Ultime notizie di questo periodo vengono dal registro delle decime, le Rationes Decimarum, dove non si parla della chiesa, ma gli storici locali ricordano la presenza di un ospedale sito nel castello di Verna e annotato nel 1504: «essendo vacante l’ospitario o il ministro delle entrate dello spedale di Verna da dirigersi in soccorso dei poveri, il vicario vescovile D. Lucantonio costituì a tale ufficio D. Giulio di Domenico da Verna». 

5. MIGIANELLA DEI MARCHESI

A nord ovest di Umbertide sorge il castrum Megiane Marchionis. Un castello di poggio costituito da un corpo principale indistinto nella parte sud-ovest e tre corpi minori attorni all’edificio religioso di Sant’Angelo. Migianella dei Marchesi si avvicina alla tipologia di castello feudale e presenta mura e alloggi signorili, un fossato ed è isolato parzialmente da un profondo dirupo per larga parte del perimetro. 

Il toponimo potrebbe essere ricondotto a un’attestazione di nome prediale, di derivazione dal proprietario in epoca "romana", la cui radice, Migiana, deriva probabilmente da Misius.

La struttura visibile

Dalla strada che sale verso Migianella si scorge subito la parte sud-est dell’insediamento e si nota una frazione delle alte mura di cinta ancora stabili che si chiudono all’angolo con un torrione semi-rettangolare pressoché integro. Da qua un viottolo sale verso un’apertura  delle mura che probabilmente era l’entrata posteriore del castrum. 

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Fig. 1: stralcio della carta catastale (Agenzia del Territorio, fog. n° 77)

Da qui ci si immette immediatamente nell’ampia corte: si incontra una prima casa rurale nella zona più centrale, forse appartenente alla fase più recente di costruzione (per un diffuso utilizzo della muratura) con evidente recupero del basamento antico leggermente in aggetto. 

Il nucleo abitato si presenta ora costituito da cinque case, due in un unico corpo, e dalla chiesa con il campanile annesso e ora pericolante. che mostra, però, il rifacimento del coronamento con mattoncini e arcate al posto di un precedente tetto a spiovente successivo alla fondazione originaria. 

L’interno del primo edificio mostra chiaramente l’impiego degli spazi tipico delle case rurali,  cantina, erbaio, stalla tutti al primo piano, sulle cui mura si scorge una interessante epigrafe di pietra incisa e datata A. D. 1769 con le iniziali G. (oppure C, la lettera è corrotta) M. F. F..

Di fronte alla prima casa se ne trova una seconda ampia, collegata tramite un ballatoio in muratura al piano superiore e una terza posta di fronte, che ospita la chiesa di Sant’Angelo con il campanile. È probabile che il ballatoio sia un tardo rifacimento di una preesistente struttura in legno. 

Sotto il ballatoio insiste una stretta via che permette il passaggio centrale tra le facciate laterali delle abitazioni: due case rurali a sinistra, la chiesa con caratteri barocchi che è in disuso e un’altra casa colonica. Seguendo la piccola strada che conduce verso ovest, si arriva nel largo spiazzo retrostante gli edifici, consistente nell’ingresso principale dell’insediamento con a sinistra il portale di entrata e a destra una zona verde, che conduce a una piccola abitazione dietro la chiesa.  

Questa parte del castrum è molto suggestiva presentando un portale d’entrata sovrastato da un arco a sesto ribassato, che la tradizione vuole ricondurre a una matrice etrusca; sicuramente l’arco é piuttosto antico, realizzato con rocce sedimentarie. Sembra infatti che da un lato sia sospeso e dall’altro conficcato nelle mura di cinta, in realtà è sorretto da due grossi muretti a secco di pietre arenarie di ampio spessore. 

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Fig. 2: Portale di accesso sul lato nord del complesso

 Attraversando l’arco in direzione sud, si passa proprio sotto la cortina muraria ripercorrendo evidentemente il tracciato, forse quello originario, del fossato, mentre la parte nord del castrum presenta mura perimetrali più basse rispetto al livello di quelle ovest, quasi scese sotto il piano di calpestio. 

Migianella è costruita su uno scoglio roccioso, le stesse fondamenta ben visibili nel lato sudest vi poggiano sopra e sono ricavate dalla pietra che mostra la sua originale frastagliatura (fig. VII.5). Le mura corrono tutte intorno al castello. E’ evidente che le trasformazioni apportate all’insediamento nel tempo possano averne variato l’andamento, causandone un rimaneggiamento nel segmento circolare che, con andamento ovest-nord, parte dall’arco fino alla porta di entrata secondaria. Sotto questa zona si apre infatti un ripido pendio che costituiva un valido ostacolo naturale alla presa del castrum. La cinta muraria nella parte basamentale evidenza un modesto aggetto che, unitamente alla pietra sporgente da cui si staglia la fortificazione, rappresentava una barriera per gli attacchi nemici. 

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Fig. 3: Mura perimetrali del lato sud-est innestate direttamente sullo sperone roccioso.

La storia conosciuta

Prima del ‘300 sono pochissime le notizie che ci tramandano l’esistenza di Migianella. Si hanno principalmente solo dati demografici riguardanti la presenza quantitativa dei fuochi.  Si ha testimonianza dell’esistenza di una chiesa parrocchiale intitolata a Sant’Angelo e appartenente alla Pieve di Marciano.

I primi documenti che ne riportano notizie risalgono a metà ‘200: nel "Liber impositionis bladi", nel 1260, la fonte catastale annotava Migianella come castrum e nell’estimo del 1282 era considerato villa, con una presenza di 20-28 fuochi circa. Tuttavia, negli anni seguenti era definito «castello». 

Questa fortezza, che a sud scorge l’eremo di Monte Corona e non distante “osserva” Monestevole, apparteneva alle proprietà di un ramo dei signori del Monte Santa Maria Tiberina, cioè i marchesi di San Giovanni di Marzano. 

La sua posizione confinaria tra Umbria e Toscana ne determinò le vicende storiche, poiché gli scontri con le truppe nemiche causarono notevoli danni alle strutture in molteplici circostanze.

Dopo un rifacimento delle mura nel 1297, «nella prima metà del secolo XIV» Migianella «fu munito di torri e baluardi a servizio di artiglieria», ricorda il Guerrini. Infatti nel 1350 il castello venne «cinto di mura e fortificato».  Nel 1408 Migianella subì interventi di restauro per espressa volontà del Consiglio dei priori di Perugia viste le condizioni in cui era stata ridotta, ma ancora nel 1415 il castrum necessitò la riparazione delle mura. Per provvedere a questo problema, la popolazione fu dispensata dal pagamento delle imposizioni fiscali per circa tre anni con la clausola, però, di garantire a Migianella una struttura difensiva adeguata e funzionante. Ciò si ripeté anche nel 1444 e nel 1482. 

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Fig. 4: Torrione angolare sul lato sud-est 

La relativa tranquillità goduta da questo insediamento di confine entrò in crisi nel 1479, quando Migianella fu colpita trasversalmente dai conflitti politici a seguito della congiura ordita dai Pazzi insieme con Papa Sisto IV contro Lorenzo e Giuliano dei Medici. La morte di quest’ultimo indusse il fratello a invadere per rivalsa i territori pontifici fino a nordest del Lago Trasimeno con lo scopo di distruggere Perugia. Anche Migianella dei Marchesi fu attaccata, saccheggiata e danneggiata profondamente: subì non solo devastazioni, ma anche deportazioni e molti abitanti furono uccisi. 

Circa due secoli dopo tornarono i fiorentini a irrompere nel castrum. Le fonti discordano la datazione, ma esaminando le vicende storiche è possibile sostenere che la distruzione di Migianella avvenne nel 1643, durante l’assedio posto a Fratta dei figli di Uberto, cioè Umbertide. 

Le truppe si stanziarono nelle vicinanze di Migianella per cinque giorni, per poi invadere depredando e rovinando il castello e la chiesa di San Michele Arcangelo. 

Giovanni Riganelli nel 1994, in “Da Totila a Rachi: Perugia e il suo territorio nei primi secoli del Medioevo” cerca di tracciare un ipotetico confine tra territorio di influenza bizantina e longobarda nella zona nord del territorio perugino, convinto che il confine tra Longobardi e Bizantini aderiva a quello diocesano dei territori di Gubbio, Città di Castello e Perugia.  Analizzò così le proprietà vescovili elencate nei documenti papali di conferma dei beni, emesse da Innocenzo II nel 1136 e da Eugenio III nel 1145. Nel 1136 venivano considerate le proprietà estese dal corso del Niccone fino al punto di incontro con il Tevere. Nella conferma del 1136, che interessò la zona sud del torrente Niccone, erano citate alcune chiese che dipendevano da Perugia. Tra queste si trovava la “plebem Sancti Petri in Martiano cum ecclesia de Meiana et reliquis capellis suis” che l’autore associa con la “plebs Marciani” nel territorio di Migianella, sostenendo la presenza nel periodo odierno del toponimo Marciano a nord di Monte Migianella, mentre la chiesa de Mediana si riferiva alla chiesa di Sant’Angelo presente proprio all’interno dell’insediamento di Migianella dei Marchesi e dipendente dalla pieve di Marciano nel XIV secolo. 

6. CIVITELLA DEI MARCHESI, detta "GUASTA"

Civitella dei Marchesi si trova su un territorio collinare a nordovest di Umbertide a circa tredici chilometri nei pressi del Monte Bastiola.

La struttura visibile

 

Civitella è denominata “Guasta”, ossia devastata, definizione che, oggi, si adatta all’insediamento a causa delle turbolentissime vicende storiche che ne provocarono la  distruzione. 

Civitella rappresenta una fortezza di altura posta ad una altitudine superiore a 500 metri, quindi, di alta collina. Il ruolo del nucleo fortificato è in questo caso principalmente difensivo, basandosi sulle favorevoli possibilità di avvistamento. Raggiungibile tramite un’agevole strada vicinale che sale fino alla cima del Monte Bastiola, si incontra per primo l’insediamento di Civitella Guasta. 

 

L’insediamento è ora ristrutturato e trasformato in residenza estiva per più nuclei familiari, la struttura insediativa sembrerebbe mantenere, seppure non pienamente, visti i numerosi rifacimenti di cui è stata protagonista, l’aspetto di un nucleo fortificato sorto ai lati della strada stessa e presenta un insieme di corpose strutture fortificate che almeno alla base rendono parzialmente l’idea della loro imponenza.

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Fig. 1: Struttura visibile di Civitella Guasta, edificio principale, lato sud - 2002 

Al lato sinistro della strada vicinale è possibile individuare il corpo principale di tutto l’insediamento orientato in direzione E-O. Ha un ampio basamento aggettante a scarpata  che è tipico delle strutture fortificate di alta collina, ma oggi l’edificio è elevato e ripartito in due sezioni principali, che costituiscono due abitazioni diversificate, mostrando le trasformazioni subite per il consolidamento di epoca contemporanea, pur nel rispetto di una confacente ambientazione rurale. A destra della strada vicinale, poco più in alto del nucleo principale, si trovano altri edifici di solido impianto murario, anch’essi utilizzati come residenze; il cambiamento subito da questi edifici lascia comunque comprendere l’organizzazione  spaziale che li riguardava. 

 

Civitella dei Marchesi, seppure oggi manchi totalmente di cinta muraria che indichi con precisione le dimensioni della fortificazione, grazie anche all’organizzazione sul territorio del nucleo abitato, può permetterci di ipotizzare quella che avrebbe potuto essere l’ampia estensione dell’insediamento. 

In effetti il “castrum” doveva rispondere a una modalità insediativa sul territorio confacente a un marchesato e comunque adatto all’antico lignaggio del Colle. 

Proseguendo per la strada vicinale, quasi giungendo sulla cima del Monte Bestiola, si trova l’insediamento di Sant’Anna che reca evidentissime tracce di una struttura fortificata, non solo nelle mura perimetrali ma anche nei  principali elementi architettonici costituenti un esempio di “castrum”. Per la maggior parte il nucleo fortificato risulta interrato e, ciò che si può effettivamente analizzare, sono mura che si erigono da grande profondità ed emergono permettendo una visione piuttosto frastagliata della struttura  globale; sorprendentemente queste si organizzano su più livelli di terreno. 

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Fig. 2: . lato nord-est ruderi delle mura della fortezza, prossima alla chiesa di Sant’Anna.

Al lato sinistro della strada vicinale è possibile individuare il corpo principale di tutto l’insediamento orientato in direzione E-O. Ha un ampio basamento aggettante a scarpata  che è tipico delle strutture fortificate di alta collina, ma oggi l’edificio è elevato e ripartito in due sezioni principali, che costituiscono due abitazioni diversificate, mostrando le trasformazioni subite per il consolidamento di epoca contemporanea, pur nel rispetto di una confacente ambientazione rurale. A destra della strada vicinale, poco più in alto del nucleo principale, si trovano altri edifici di solido impianto murario, anch’essi utilizzati come residenze; il cambiamento subito da questi edifici lascia comunque comprendere l’organizzazione  spaziale che li riguardava. 

 

Civitella dei Marchesi, seppure oggi manchi totalmente di cinta muraria che indichi con precisione le dimensioni della fortificazione, grazie anche all’organizzazione sul territorio del nucleo abitato, può permetterci di ipotizzare quella che avrebbe potuto essere l’ampia estensione dell’insediamento. 

In effetti il “castrum” doveva rispondere a una modalità insediativa sul territorio confacente a un marchesato e comunque adatto all’antico lignaggio del Colle. 

Proseguendo per la strada vicinale, quasi giungendo sulla cima del Monte Bestiola, si trova l’insediamento di Sant’Anna che reca evidentissime tracce di una struttura fortificata, non solo nelle mura perimetrali ma anche nei  principali elementi architettonici costituenti un esempio di “castrum”. Per la maggior parte il nucleo fortificato risulta interrato e, ciò che si può effettivamente analizzare, sono mura che si erigono da grande profondità ed emergono permettendo una visione piuttosto frastagliata della struttura  globale; sorprendentemente queste si organizzano su più livelli di terreno. 

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Fig. 3: ruderi delle mura sul lato ovest.

 Attorno a ciò che resta della fortificazione sono evidenti sezioni di mura crollate, mentre il corpo centrale mozzato, costituito probabilmente da un cassero, è posto a un livello più basso del piano di calpestio tanto da recare chiare tracce di materiali da riempimento, depositatisi internamente  nel tempo. A un livello più alto rispetto a questa parte della fortificazione, è presente a sinistra una cisterna anche oggi piena d’acqua, invece nel lato destro, che scende a un livello di terreno inferiore, si apre una grande sezione di muratura. 

È visibile un grande arco rampante che si interra e crea un profondo corridoio, anch’esso coperto di terra, che scende sotto il piano di calpestio più basso. A causa dei crolli della muratura interna e della folta vegetazione che avvolge tutta la struttura non vi si può accedere. Ancora a un livello inferiore (come se tutto il “castrum” fosse posto su tre livelli di terrazzamento del terreno) si notano parti di spessissima muratura, costituenti probabilmente la cinta muraria presente fino al periodo più recente, che per gran parte risulta crollata.

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Fig. 4: Ben visibile l'antica apertura al di sotto dell’attuale livello di calpestio. in questa porzione di muratura sul lato sud-est dell’abitato.

Riguardo la toponomastica, la voce Civitella richiama “civita” che «deriva dal latino “civitas” […], astratto da “civis”, “cittadino”»; Civita o Civitella specie nella toponomastica italiana centrale si riferisce spesso ad abitati sorti su monti e colli. Il passaggio dal toponimo “castrum” a “civita” solitamente viene ricondotto al momento della dominazione longobarda con un uso differente dei  siti a partire dai secoli VI-VIII. Non è al momento possibile, però, trovare riscontri di una esistenza così antica per questo sito; per di più è difficile in generale stabilire il come e quando questo possa essere avvenuto. Gli studiosi infatti sostengono che per  l’Altomedioevo, è difficile stabilire a quando risalga l’appellativo di  “civitas”, vale a dire di centro amministrativo-giudiziario, governato da un duca o da un gastaldo, con giurisdizione su un distretto dipendente, che alcuni di questi castra assumono. È infatti ben possibile che sia stata acquisita per due motivi concomitanti: la concentrazione di popolazione favorita dalle dimensioni (tre-cinque ettari) e l’esser divenuti, assieme a molte città di antica fondazione, sedi privilegiate dell’insediamento longobardo.

La storia conosciuta 

 

La fortezza di Civitella dei Marchesi faceva parte del marchesato dei signori del Colle divenuti poi Bourbon del Monte Santa Maria Tiberina, importanti feudatari dell’area settentrionale dell’Alta valle Tiberina, i cui possedimenti erano estesi in un’ampia zona territoriale compresa tra la Toscana e le terre pontificie e tra più diocesi. Il possesso di Civitella nel tempo suscitò una lunga contesa tra i Marchesi ed il Comune Tifernate ed in parte fu coinvolto anche quello perugino. 

 

I marchesi del Monte figuravano tra i pochi gruppi signorili che nell’XI-XII secolo non si limitavano a un radicamento locale, ma riuscivano a imporsi anche su altri territori circostanti: nell’aretino, nel perugino e nel tifernate.

 

Tra le peculiarità del casato vi era anche la possibilità di emettere conio: la moneta battuta era chiamata “montesca”, proprio in relazione agli omonimi marchesi del Monte. La vicenda è significativa del rilievo assunto dal lignaggio nel tempo.

 

In un testamento del 1098 di Enrico figlio di Ugone, emerge la  creazione e il consolidamento di «una nascente signoria  territoriale, nella quale il possesso dei “castra” costituiva il  fulcro da cui il “Dominatus loci" si sarebbe irradiato su tutti coloro che a tali centri fortificati facevano riferimento. 

Il testatore includeva nelle disposizioni anche la sua curtis di Colle (probabilmente nei pressi di Città di Castello) , considerata come un complesso di beni fondiari di sua pertinenza, che egli precisa essere distinti in “mansos et domnicatos […]". In seguito, nella seconda metà dell’XI secolo, la famiglia compì una precisa riorganizzazione del patrimonio per la 

volontà di creare «un incipiente districtus» basato «sul controllo del “castrum", di cui si irradiava il potere di comando del “dominus”. 

 

Tra le pertinenze del casato dell’inizio dell’XI secolo, dovrebbe esserci parte del territorio di Preggio, infatti si ha notizia  di possessi non  meglio identificati “non longe a castro Predii" nel 1010-16,  dove si era fermato anche San Romualdo nel viaggio di ritorno dalla Pannonia. Ancora due secoli dopo infatti i discendenti di Rainerio avrebbero esercitato diritti signorili sugli uomini di questa comunità. 

Il ramo di Civitella, in continuo conflitto col resto del casato, si distanziò dal marchesato e Ugolino di Rigone ne stabilì la nuova posizione nei pressi di Comunaglia, in sostituzione del 

loro primo castrum di Colle distrutto negli scontri da Città di Castello. In effetti, i Tifernati già nel 1225 entrarono in possesso dell’insediamento di Civitella dei Marchesi a scapito del vescovo castellano Giovanni II. 

 

Dalle Rationes Decimarum, nelle decime dell’anno 1349 apprendiamo che il castrum apparteneva alla Pieve di Comunaglia, “Plebatu de Cuminallie”, e che nell’insediamento era presente la “Ecclesia S. Christofori de Civitella”, allibrata per XVI libre. Civitella si trovò suo malgrado ad essere un punto di penetrazione sia per i Tifernati che per i più distanti Fiorentini, i primi interessati soprattutto al controllo del territorio locale, gli altri proiettati su ampio raggio verso le «terre di San Pietro» e quindi agli scontri con Roma. 

Tuttavia, la recessione demografica del ‘300 avviò un processo di abbandono del castello, che assunse quasi del tutto l’aspetto di nucleo fortificato, atto puramente a compiti militari e difensivi dei marchesi.

 

Molte delle lotte che interessarono il castrum agli inizi del ‘300 furono ingaggiate per ottenere questa piazzaforte posta in modo strategico verso la vallata del Torrente Niccone. 

Prima nel 1315, i Guelfucci di Città di Castello si impossessarono di Civitella scacciandone i Marchesi, poi nel 1351 i Perugini conquistarono Civitella e la concessero ai castellani. 

Civitella subì le sorti causate dalla sua posizione confinaria tra contado appartenente a Perugia (zona di porta Sant’Angelo) e Città di Castello (rione di porta Santa Maria), perciò venne continuamente contesa da diversi comuni. 

Furono gli stessi Perugini ad acquistare la fortezza nel 1368 dal marchese Ugolino , detto Ghino, al costo di cinquemila fiorini. 

Nel 1369 Perugia, in conflitto con Papa Urbano V, ricevette la scomunica e simile destino toccò anche a Civitella. Non solo esterne erano le dispute che causavano instabilità alla località di Civitella dei Marchesi ma anche quelle interne: nel 1370, quando ancora gravavano i danni causati dalla precedente conquista perugina, il marchese Ugolino elargì al figlio Uguccione la sua parte di eredità e ne causò l’allontanamento dal marchesato. Uguccione organizzò allora la conquista del “castrum” e con un piccolo gruppo di soldati entrò facilmente in possesso di Civitella imprigionando il padre. 

Con il riconoscimento di Urbano V, avverso a Perugia e ai suoi alleati, Uguccione si stabilì come “dominus” a Civitella sotto la protezione del pontefice. I conflitti si rinnovarono nel 1379 durante lo scontro con Città di Castello per la conquista di Civitella, poiché parte dei marchesi del “castrum”non accettarono di appartenere alla giurisdizione tifernate. 

Appoggiati dal marchese del Monte Taddeo di Angelo, cercarono di ribellarsi e, a tal fine, costruirono una «fortezza» come avamposto a difesa del castrum. I Tifernati stanziati presso la vicina Rasina tentarono di assediare Civitella per conquistarla su ordine del marchese del Monte, Ugolino di Piero. Vinto Taddeo di Angelo, Civitella venne conquistata da Città di Castello, ma per sedare le controversie fu necessaria l’intercessione non solo del Consiglio di magistrati perugini, ma anche del vescovo eugubino. Civitella dei Marchesi nel 1379 fu affidata alla giurisdizione di Città di Castello con la promessa dei marchesi «di mantenere la fortezza per il comune» tifernate. 

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Fig. 5: ciò che resta della chiesa di S. Anna.

 Le ostilità con Città di Castello erano in questo momento tanto forti da spingere i Tifernati a provvedere alla difesa del territorio con l’edificazione di una piccola struttura difensiva posta nella zona frontale di Civitella poco più a nord-ovest  (punto dove nel ‘600 venne poi eretta la chiesetta di Sant’Anna ) e sfruttata come postazione militare per muovere attacchi al “castrum" avversario. Dopo i numerosi assedi a cui fu sottoposta, venne infine conquistata dai Castellani nel 1415 e distrutta riducendola ad ammasso di ruderi; catturata, la famiglia dei Marchesi di Civitella venne mandata a morte pubblicamente a Città di Castello, ponendo fine a questo ramo del casato. 

 

Nel 1634, nei pressi di Civitella, venne avviata la costruzione di una chiesa dedicata a Sant’Anna per volere di Melchiorre Tarragoni, frate che aspirava alla spiritualità nel rispetto degli ideali eremitici. Seguito da altri confratelli, si rese necessario variare la prima costruzione per renderla efficiente ad accogliere un numero maggiore di persone; restarono nella chiesa fino al 1718, quando poi essa fu riunita alla parrocchia di Comunaglia, di più antica  fondazione.

7. BASTIA CRETI

 

Bastia Creti, nominata nei documenti anche come “Bastia Crete” e “Bastia di Croce”, è una fortezza quattrocentesca che si trova ad 8 Km a sud-ovest di Umbertide, presso Niccone.

 

La Struttura visibile

 

Bastia Creti nel tempo ha subito la trasformazione da villa a castrum ed oggi è una struttura privata residenziale. Presenta l’aspetto di una fortificazione di poggio eretta come piazzaforte per la sicurezza, in prossimità della direttrice stradale sul confine umbro nel versante a contatto con quello toscano. Nella mappa catastale si presenta come un edificio con struttura semicircolare da dove traspaiono caratteristiche particolari della facies originaria, soprattutto di quella prima del ‘400. Le mura di abitati diversi uniti tra loro costituiscono una cinta difensiva esterna unitaria, aspetto molto frequente anche in altri insediamenti.

La planimetria evidenzia la completa trasformazione interna per l’adattamento a struttura abitativa e residenziale. La parte più antica che resta del complesso risulta essere quella costituita dalle mura perimetrali piuttosto in aggetto, mentre il resto dell’abitato, come detto sopra, è incorso in successive modificazioni per adattarlo all’uso abitativo stravolgendo l’aspetto originario per avvicinarlo alle necessità tipiche di un’abitazione moderna.

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Fig. 1: mappa catastale di Bastia Creti, stralcio mappa catastale (Agenzia del Territorio di Perugia tav.64.)

La Storia conosciuta

L’analisi del nome del luogo permetterebbe di ipotizzare effettivamente il ruolo difensivo ricoperto dalla fortificazione.

La toponomastica considera il termine “Bastia” come spia della presenza di una fortezza. Per Del Lungo, in “Il corridoio Bizantino e la via Amerina: indagine toponomastica”, opera del 1999, forse deriva d a l francese

bastille, “fortezza”, o dall’equivalente latino per costruzione, casa rurale che risale ai secoli XIII- XIV. In generale indicano posizioni geograficamente favorevoli per erigere una fortificazione, che possono essere state viste a scopo simile anche in precedenza. Per Belforti G., Mariotti A. in “Illustrazioni storiche e topografiche della città e del contado di Perugia. Contado di porta Sant’Angelo”, riferita al 1421, probabilmente riprese il nome da qualche militare fortificazione la quale fu chiamata in questa maniera. In modo però piuttosto sommario viene di seguito proposto che l’aggiunta poi “Creti” o “Crete” [...] può essere derivato dall’essere stata questa fortificazione composta in gran parte di “creta".

È difficile stabilire quanto la definizione possa essere attendibile in riferimento all’insediamento e aderente alla reale tipologia del suolo. Piuttosto, il termine «Creti» potrebbe essere una contrazione del fitotoponimo “cerretum”, derivante dalla forma latina “cerquetum", denominazione consueta che nel periodo medievale, indica la presenza di vegetazione conservata in epoca bizantina a scopo difensivo, il disboscamento è più intenso infatti soprattutto nel basso medioevo. A poca distanza da questo insediamento, inoltre, esiste il toponimo “Cerretino”, altro probabile richiamo alla vegetazione del luogo.

Mancano però documenti di archivio che permettano di collocare Bastia Creti prima del XV secolo. Sicuramente venne costruita nel 1433 per volere di Perugia che la ritenne snodo difensivo importante per la vicinanza con la terra toscana.

Nei documenti più antichi Bastia Creti veniva comunque citata anche come Badia di Croce, vocabolo che utilizza il simbolo cristiano della croce come elemento confinario.

Alcuni elementi potrebbero dimostrare una sua precedente fondazione. L’attestazione più antica dell’abitato di Bastia Creti è la fondazione della chiesa di Santa Lucia (anche oggi unico elemento rimanente più datato) e della sua canonica nel 1218, dipendente dai possessi del monastero di San Bartolomeo di Camporeggiano, il cui dominatus loci si estendeva anche nella valle del fiume Niccone fino a Preggio.

Questa zona però era compresa in un atto di donazione stipulato da «Ugo del q. Lamberto e di sua madre Keiza» che nel «1104 [...] cedettero un castellum in loco qui dicitur l’Elciole in comitato perugino»; probabilmente si trattava di Arcelle, località sopra la Valle del Niccone presso Bastia Creti.

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Fig. 2: particolare della mappa di Ignazio Danti del 1584

Perdipiù, l’Abate di Camporeggiano concesse in enfiteusi nel 1193 «terreni ed homines in Creti, in Pagana e in Vubiana», forse proprio intendendo il territorio di Bastia Creti, dato che si possono individuare molti riferimenti geografici alla zona in questione. La presenza del termine «Pagana» potrebbe essere un riferimento all’insediamento definito odiernamente Chiesa Pagana, che si trova non solo molto vicino a Rasina, ma anche alla stessa Bastia Creti nel versante opposto della valle quasi in posizione speculare.

Se effettivamente questi terreni dati in enfiteusi rientravano nelle pertinenze del territorio di Bastia Creti, ciò potrebbe dimostrare la consistenza del nucleo di abitanti della zona vista la cessione di homines provenienti in questo caso anche da Creti.

Inoltre la presenza del termine castellum nella formula di donazione del 1104 proporrebbe un indizio per l’avvio del precoce processo di incastellamento nella zona nordovest del contado perugino e del Tevere. Incastellamento che è invece generalmente attestato attorno alla metà del XII secolo. L’ipotesi potrebbe essere avvalorata anche dalla costruzione della chiesa di Santa Lucia (1218) a testimonianza di un insediamento castrale demico che si sarebbe dotato di chiesa parrocchiale.

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Bastia Creti veniva comunque presentata inizialmente come villa nel repertorio di insediamenti abitati del XIII secolo, con il passaggio poi nel XV secolo a castello.

Gli avvenimenti più importanti per la storia di Bastia Creti si hanno pertanto proprio nel momento in cui assunse la denominazione di castrum (XV secolo). Accettata la richiesta della sua fondazione nel 1433 dal Consiglio dei priori, già nel 1439 fu soggetta alle incursioni delle truppe di Città di Castello, che intendevano rivalersi delle conquiste subite nei loro territori, catturando così anche dei prigionieri.

Gli scontri furono tanto distruttivi per Bastia Creti che il castrum richiese nel 1484 l’ingerenza di Perugia per interventi di ricostruzione. Il comune cittadino concesse l’esenzione dallo sborso della tassa del fuoco e nel 1485 contribuì alla ricostruzione delle mura urbiche con l’elargizione di trenta fiorini d’oro. Bastia Creti è oggi un abitato appartenente a privati.

Fonti iconografiche aggiunte:

-Particolare della mappa di Ignazio "Danti Perusinus ager". "Cum privilegio Imperatoris, Regis, et cancellarie Brabantie, ad decennium 1584": https://texashistory.unt.edu/ark:/ 67531/metapth187370/m1/1/zoom/?resolution=6&lat=4964.5&lon=4844

 
 
 
 

8. PIEVE DI CICALETO

Pieve di Cicaleto può essere considerato un insediamento murato di altura posto al confine territoriale del contado. Insediamento che assolveva sia funzioni economico-amministrative, sia difensive.

La Struttura visibile

Il toponimo Pieve di Cicalato è individuabile nel versante destro del Tevere, a sud-ovest del centro abitato di Umbertide, in un’area di media collina nei pressi di Monte Acuto. 

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Pieve di Cicaleto ha subito un’evoluzione passando dall’originale aspetto di “castrum” impiantato sulla pieve preesistente, a “villa” restando tale fino all’epoca odierna, con il radicamento di case coloniche ed edilizia rurale e conseguente divisione in due vocaboli: Cicaleto di sopra e Cicaleto di sotto. 

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Stralcio della Tav. dell’IGMI (1:25.000) Foglio 122 della Carta d’Italia, n. I, N.O., rilievo del 1941. (Niccone)

La Storia conosciuta

Si ha notizia nel “Liber bailitorum” del 1258 di una “Villa Plebis Cicalleti”, un elenco ville e castelli del contado perugino “appartenenti” a Porta S. Angelo.

Nel “Liber impositionis bladi” era citata ancora come villa “Plebis Cecaleti, per il pagamento di un’imposizione di trenta “corbe”.

Denominata pieve probabilmente per la presenza in età più risalente di «un’antica pieve poi scomparsa», veniva però considerata come castello del contado perugino localizzato nell’area a sud-ovest dell’abitato di Umbertide e ricordata nel 1282 nell’elenco di ville e castelli del contado, per la presenza di un numero di fuochi variabili nell’arco dell’anno tra 31 e 34. 

In epoca più risalente Cicaleto (com’era tipico per un ente plebanale) era isolato rispetto all’insediamento sparso e, per le caratteristiche di diffusione in una vasta area territoriale, identificava questo stanziamento proprio come suo nucleo aggregativo, quindi fulcro degli abitati circostanti. In effetti, solo nel periodo bassomedievale, in certi casi, un ente plebanale poteva diventare un polo attrattivo per un centro demico, mentre Cicaleto testimonierebbe la persistenza odierna dell’assetto più antico come insediamento sparso di effettiva importanza per la sua posizione e struttura. 

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Immagine doppia a confronto. 

Stralcio della Tavoletta dell’IGMI (1:25.000) Foglio 122 della Carta d’Italia, n. I, N.O.

e immagine da Google maps  (2020): Longitudine 43,28° e Latitudine 12,32°

Una spinta verso il cambiamento dell’impianto insediativo di Cicaleto si nota in modo particolare durante la seconda metà del XIII secolo, allorché parte del territorio perugino gravitante sul contado era coinvolto nel fenomeno delle affrancazioni, che interessavano persone singole o intere comunità organizzate (soprattutto nel XIII secolo), al fine di sciogliere, anche se in modo molto graduale, i vincoli di subordinazione da qualsiasi signoria, per avviare così un lento processo di urbanizzazione dovuto al progressivo abbandono delle campagne. 

Il caso di affrancazione che interessò Cicaleto rientra nel genere di azioni che il Riganelli, in “Rivolte contadine e borghi franchi in area perugina nel Duecento, in Protesta e rivolta contadina nell’Italia medievale.” Del 1995, definisce «affrancazioni “pacifiche” di insediamenti e singoli soggetti dietro richiesta degli stessi e con la corresponsione di indennizzi al “dominus”>>.

L’episodio riportato dallo studioso mette in risalto solo una delle due parti protagoniste, vale a dire il monastero di San Salvatore di Monte Acuto, contro due fratelli non bene specificati. In una lite tra il monastero di San Salvatore di Monte Acuto e due fratelli de villa Cicaleti, che aveva come “oggetto della contesa l’essere o meno <<homines et manentes>> del monastero, si risolse amichevolmente il 4 settembre 1295 con un accordo tra le parti. I fratelli, in forza dell’accordo, erano affrancati insieme a tutti i loro beni mobili ed immobili “ ma in cambio dovevano “corrispondere la somma di 14 libbre da spendersi pro opere qualcherie et molendini ipsius monasterii.” 

L’atto di affrancazione permette di definire degli aspetti importanti di questo processo attraverso l’analisi dei termini utilizzati, cioè homines et manentes. Il Riganelli specifica che, con il termine homines, nel territorio perugino erano intesi generalmente i servi appartenenti a un signore, indicandone il predicato territoriale, mentre «le definizioni relative alla condizione giuridica di dipendenza o di marcato stato servile degli uomini» sono quelli con riferimenti a «manentes, vasalli, fideles [...], di uomini soggetti all’hominitium. [...] a queste deve aggiungersi l’espressione di homines per capitantiam [...], tipica dell’area umbra». Ottenuta l’affrancazione dietro pagamento di un tributo destinato a essere utilizzato per le opere del monastero, almeno uno dei fratelli doveva provvedere alla loro esecuzione. 

Cicaleto fu protagonista ancora nel 1295 di un altro atto, con il quale l’abate di San Salvatore di Monte Acuto concesse all’arciprete della pieve la possibilità di contrarre un mutuo. Questo episodio è rilevante al fine di evidenziare lo sviluppo della Terra S. Salvatoris come dominato territoriale in piena evoluzione nel XIII secolo e di definire quali fossero le vaste facoltà godute dall’abate (sottolineando i suoi molteplici diritti). 

Per la maggior parte, Pieve di Cicaleto veniva definita villa negli elenchi catastali del ‘400: nel 1410 erano presenti nella pieve novantatre persone e solo nel 1469 si ebbe la prima indicazione «di un insediamento murato», che probabilmente esisteva però anche in precedenza.

Abbiamo notizia di un’imposizione stabilita per Cicaleto nel 1447 dal Consiglio perugino, con la quale si obbligava la villa al concorso di pagamento delle spese per la ricostruzione di Castiglione dell’Abbate (sempre pertinenza di Monte Acuto) assieme alla villa di San Savino. Tale provvedimento può significare che la comunità avesse in Castiglioncello un punto di riferimento economico e difensivo e che, quindi, fosse necessariamente tenuta a concorrere elargendo dei contributi. 

È solo 30 anni dopo, nel 1477, che si hanno di nuovo notizie del tentativo di aggregazione delle comunità: infatti, sia San Savino che Pieve di Cicaleto avevano ricevuto il consenso dei priori perugini a unirsi a castrum Castiglione dell’Abbate. costituendo un unico nucleo, benché separati in zone diverse. 

Presso la Pieve di Cicaleto era presente anche una chiesa già attestata nelle fonti di inizio ‘300 e dedicata a San Michele Arcangelo, allibrata per 15 libre, mentre il Grohmann in “Città e territorio tra Medioevo ed età moderna (Perugia, sec. XIII-XIV)” del 1981, ricorda che nel Liber beneficiorum, un elenco che comprendeva chiese, monasteri e pievi del contado presenti nei secoli XIV e XV, «la chiesa della pieve di S. Angelo di Cicaleto, dipendente dal monastero di S. Salvatore di Monte Acuto, è iscritta per 45 libre». A proposito della fondazione ritenuta risalente della chiesa di Sant’Angelo, il Guerrini in “Storia della terra di Fratta” dice «la Chiesa è antichissima. Nel giro di una sua campana trovasi scolpito il 1201, ed in altra 1273». 

Questo insediamento, dunque, mostra lo scontro tra due "poteri”: il potere laico, rappresentato da "homines et manentes" che avevano ottenuto l’affrancazione, e il potere religioso , la T"erra S. Salvatoris ". 

 

Immagini aggiunte:

- Stralcio della Tav. dell’IGMI (1:25.000) Foglio 122 della Carta d’Italia, n. I, N.O (Niccone). 

- Immagine da Google maps  (2020): Longitudine 43,28° e Latitudine 12,32°

9). MONTALTO (Castrum Mons Altus, castrum Montis Alti)

Montalto è un insediamento di poggio situato su un colle all’imbocco di Umbertide a nord-ovest nei pressi di Niccone.

La Struttura visibile

La facies esterna del “castrum” ha subito modifiche nel tempo per l’adattamento sempre maggiore della struttura in veste di residenza con il passaggio alla denominazione di villa nel ‘500.

In lontananza è visibile soltanto la sommità della torre di guardia, dato che tutto il resto del "castrum" è avvolto da fitta boscaglia. L’aspetto più antico è rappresentato proprio dall’alta torre della fine del ‘300, anch’essa probabilmente trasformata nei secoli per renderla più simile al resto della fortificazione.

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Fig: 1. Montalto: stralcio della mappa catastale (Agenzia del Territorio di Perugia, fog. n°56

L’insediamento è circondato da una strada vicinale e da un sentiero che conduce direttamente alla sommità del colle su cui si staglia Montalto. 

La mappa catastale urbana mette in risalto un nucleo fortificato accentrato di forma quasi ellittica, strutturato come corpo unico leggermente concavo nella parte centrale. Di fronte vi è posto un ampio cortile, al centro del quale svetta il corpo della torre che si erige possente. Attorno si è venuto poi formando il resto degli edifici, impiegati come abitazioni a testimonianza del cambiamento di ruolo fino ad allora prettamente difensivo per evolversi come nucleo abitato e, in genere, insediamento più allargato.

La Storia Conosciuta

Montalto è posto a ovest dello scorrimento del Fiume Tevere ed è strategicamente collocato al passaggio della strada che conduce verso Città di Castello. Acquisì di fatto la funzione di controllo delle frequenti incursioni dei Tifernati sul territorio frattigiano, estremo baluardo perugino del contado di porta Sant’Angelo.

Nel Liber bailitorum seu sindicorum et procuratorum castrorum del 1258, elenco di ville e castelli perugini, era presente "Mons Altus", che, nel "Liber impositionis bladi" di due anni dopo era tenuto a corrispondere al comune perugino un’imposta di “trenta corbe”.

Nel 1282 nel censimento sulla distribuzione degli abitanti delle comunità contadine "castrum" di Montalto registrava 17 fuochi, ma la sua estensione territoriale doveva essere piuttosto vasta come dimostrano le “corbe” corrisposte.

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Fig: 2. Torre di Montalto: Archivio Giuseppe Severi, 1970.

Le notizie più risalenti riconducibili al nucleo sono quelle, invece, relative alla presenza di un monastero Camaldolese di monaci intitolato a San Bartolomeo e fondato nei pressi del castello di Montalto da San Pier Damiani nell’XI secolo, sebbene non si può individuare la sua precisa ubicazione dalle notizie che si evincono dagli Annali Camaldolesi.

San Bartolomeo in origine apparteneva alle pertinenze del monastero di Camporeggiano, poi unito nel 1366 all’Eremo di San Pietro di Gubbio.

Dopo la sua soppressione come monastero per volere di Martino V, nel primo trentennio divenne chiesa allibrata nel Liber beneficiorum come «Chiesa di S. Bartolomeo de Monte Alto, dipendente dal monastero de Campo Regio» e «iscritta per 60 libre. Nel catasto del 1489 [...] la chiesa di San Bartolomeo de castro Montis Alti, è allibrata tra i rusticali, per 55 libre, ed ha una proprietà frazionata in 7 appezzamenti».

 

Nel 1495  San Bartolomeo rientrava poi tra le chiese soggette all’Abbazia di San Salvatore di Monte Acuto.

Per quanto riguarda la data di nascita del “castrum”, si può ipotizzare un periodo tra il XII- XIII secolo. "Castrum Montalto" rientrò nel progetto difensivo elaborato da Perugia per sottoporre al proprio controllo le parti interne e mantenere con stabilità quelle più periferiche del contado. Lo scopo era limitare l’affondo incalzante sul territorio da parte di Città di Castello.

“Montis Alti”, posto all’estremo nord del reticolato viario pertinente al contado di porta Sant’Angelo viene nominato in un documento del 1332, scritto per mano del notaio “Franciscus Cagnoli”, su indicazione dei priori di Perugia. Qui il castello, come molti altri insediamenti importanti della zona, era tenuto a partecipare al ripristino e alla manutenzione della strada di collegamento tra Città di Castello e Perugia. Il tratto di strada a cui doveva provvedere la comunità di Montalto comprendeva «340 canne» corrispondenti all’incirca a due chilometri lineari. La strada era utilizzata a scopo commerciale per il trasporto di merci e prodotti come fondamentale direttrice interna di transito.

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Fig: 3.  Montalto: Archivio Giuseppe Severi, 1970.

Un altro provvedimento risaliva al 1342. Negli statuti perugini redatti in volgare si sanciva la propria giurisdizione su Montalto deliberando che all’interno del castello si riunissero i residenti esterni alla fortificazione provenienti da "villae" limitrofe. Questo per  avere maggiore controllo sul nucleo sia in funzione difensiva che per aumentare la resa economica del castrum.

All’incirca negli anni ‘80 del ‘300 venne eretta nel castello una torre centrale all’insediamento che il Comitato perugino riteneva necessaria a scopo difensivo. Il Guerrini sostiene che fu costruita su progetto delle stesse maestranze esecutrici della Rocca di Fratta, ossia Alberto di Nino dei Guidalotti e Angelo di Cecco. In questo periodo, in effetti, le incursioni sul territorio di Fratta stavano diventando sempre più pressanti; venne dunque fortificato anche Montalto nel 1385.

L’intento dei magistrati perugini era quello di rendere le fortificazioni del contado luoghi difficili da attaccare in previsione di ogni possibile sommossa. In effetti, in quel periodo Perugia si trovava coinvolta e divisa da lotte interne che vedevano protagoniste due principali fazioni, cioè le componenti sociali della società comunale sviluppatesi dal contrasto originario tra guelfi e ghibellini: i cosiddetti «Beccherini», vale a dire i signori che nella seconda metà del ‘300 governavano Perugia, a cui erano avversi i «Raspanti»,

popolani e fuoriusciti interessati alla conquista di città limitrofe al comune per creare una specie di coalizione e rivoltare il potere perugino.

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Fig: 3.  Montalto: Fabio Mariotti

Anche Montalto era rientrato nell’interesse dei fuoriusciti e tale situazione spinse Biordo Michelotti nel 1394 a tentare, in nome di Perugia, la riconquista del castrum insieme ad altri castelli che erano stati presi negli scontri. Papa Bonifacio IX, interessato a portare questi territori sotto il controllo della Chiesa, puntò a opporre le azioni del Michelotti inviando soldati capitanati da Ugolino III Trinci, ma non riuscì nelle sue intenzioni. Preoccupati per la possibilità di successivi attacchi e scontri finalizzati alla conquista, i priori perugini nel 1395 ordinarono una nuova fortificazione di Montalto, ormai largamente distrutto.

A questo proposito il 1° luglio del 1395 il Consiglio dei priori deliberò che nel "castrum" si insediasse un castellano, così da porre a presidio costante Montalto e renderlo maggiormente controllabile.

Poco dopo, gli Oddi tentarono l’assalto al "castrum" ma senza successo e la situazione cambiò nel 1398 con la morte del Michelotti perché Montalto rientrò alle dipendenze dei guelfi sotto il controllo degli Oddi.

Conquistato ancora nel 1407 dai nobili perugini, Montalto fu presidiato a lungo e la successione di questi attacchi ne causò un lento declino seppure nel 1478 gli abitanti vollero confermare la loro appartenenza e fedeltà a Perugia, che nel 1482 concesse alla comunità una somma di sessanta fiorini da utilizzare per sostituire la campana del castello.

Nel 1518 Montalto ricevette venticinque fiorini come contributo per il consolidamento delle mura. Dall’originale denominazione di "castrum", nel XIV secolo Montalto divenne "villa", per tornare ancora "castello" nei catasti del 1501.

Montalto era più volte citato anche nelle "Rationes Decimarum", generalmente a proposito delle imposte versate dal "rectore" della chiesa di San Bartolomeo nelle decime perugine degli anni 1332-1334.  Dalle decime del ‘300 si può notare una tendenziale stabilità nel valore dell’imposta versata, all’incirca di sessanta libre.

Concludiamo con un accenno alla toponomastica: Il toponimo “Montem Altum”, trova motivazioni nella posizione dell’antico insediamento. Inoltre le attestazioni medievali in parte estese come Montealto, Monte Alto, in parte sincopate come Montalto, sono affiancate da varianti ipercorrettive come Montaldo e l’ancor più antico Montaldi. In questi ultimi casi si può intravedere l’influsso del personale germanico Aldus.

Foto aggiunte:
 

  • Foto Archivio Giuseppe Severi

  • Foto Fabio Mariotti

10). ROMEGGIO (Castrum Romegii, castrum Romeçii)

Castrum Romegii, indicato nel tempo anche come Castrum Romeçii si trova ad ovest di Umbertide, su una collina e può rientrare nella tipologia fortificazione di Poggio. Infatti dalla sua posizione presidia la pianura sottostante. Romeggio era una fortificazione decisiva del confine nord del contado perugino: vigilava il settore settentrionale, attorniata da altre fortezze: Montalto a nord, Polgeto verso sud-ovest e Fracta nella pianura ai suoi piedi.

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Fig. 1: Stralcio della mappa catastale - Agenzia del Territorio di Perugia, fog. N°72. Romeggio

La struttura visibile

Il ruolo difensivo rappresentato dalla fortificazione è evidenziato ancora oggi dalla presenza della torre, laterale all’insediamento odierno e posta su di un colle con un’ampia visibilità sulle fortezze dell’area circostante. La torre di Roreggio svetta dal nucleo con un largo basamento emergente dal terreno e rappresenta la parte più antica del castrum. Seppure oggi appaia rimaneggiata per i danni subiti e le integrazioni sezionali applicate nel corso del tempo, essa mantiene l’originale struttura a sezione quadrata regolare con cinque piani interni, di cui il Guerrini, in “Storia della Terra di Fratta” del 1883, ricorda «è completamente vuota [...] si entra da una piccola porta e si sale fino in cima con una scala di legno».

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Fig. 2: Particolare del corpo centrale della torre di Romeggio. Arco falcato in primo piano e tessitura muraria di croma diversa.

Le pietre squadrate ben conservate (grazie anche a rifacimenti successivi) sono inserite in una tessitura muraria molto regolare e interrotte solo nelle parti in cui sono apposte sezioni arcate a volta, ossia aperture simili a finestre (create più tardi), feritoie nei quattro lati e piccoli fori quadrati simili a buche pontaie utilizzate probabilmente per inserire ballatoi lignei o per strutture difensive occasionali applicate al prospetto esterno.

In generale, però, la costruzione risulta chiusa fino alla parte più alta terminante nel coronamento. La torre presenta una merlatura molto regolare, utilizzata probabilmente per ripararsi dai colpi durante gli attacchi, così come la muratura con una variazione nel colore dei conci murari usati, grigi alla base e sulla sommità, più bianchi nella zona centrale. Alcuni storici hanno proposto che questa variazione fosse il prodotto di stratificazioni causate da rifacimenti eseguiti in epoche successive.

L’ipotesi potrebbe essere valida, visti i numerosi interventi occorsi al castrum soprattutto nel XIV secolo, seppure documentati limitatamente dalle fonti. È possibile anche che la variabilità sia derivata dall’impiego di elementi materici di diversa costituzione, ossia pietre più o meno calcaree, applicate con altre modalità costruttive. Gli unici lacerti originari di muratura sono quelli della sezione alla base della torre e i piccoli segmenti ruderali delle mura perimetrali, per la maggior parte non più esistente. Per questo motivo i tentativi di ricostruire oggi la struttura muraria originale dell’insediamento che possano spiegare i motivi delle denominazioni ricorrenti di Romeggio in modo alternativo, come castrum, villa e loco, è piuttosto complicato.

Attorno al nucleo fortificato centrale sorgono ora delle abitazioni rurali che evidenziano lo sviluppo dell’insediamento in una ulteriore varietà tipologica.

La Storia conosciuta

Possiamo ipotizzare che nel nucleo conosciuto oggi come Romeggio, prima della costruzione della torre, fossero presenti semplicemente abitazioni sparse, e solo in seguito queste vennero raccolte da una struttura simile a mura. Ancora più tardi fu inserito l’innesto di un torrione centrale. Altrettanto possibile è che le distruzioni causate da incursioni esterne abbiano influito sull’aspetto dell’abitato.

E’ ancora sconosciuta la data di prima costruzione del castrum. Abbiamo però le prime notizie con il Liber bailitorum del 1258, visto che nell’elenco di ville e castelli lo troviamo iscritto come Castrum Romeçii. Nel 1260 Romeggio poi, nel Liber impositionis bladi, risulta gravato da un tributo di sessanta corbe . Per quanto riguarda la popolazione raccolta attorno ad esso risultavano trentuno fuochi dal censimento del 1282, momento nel quale l’insediamento venne classificato come castrum. Molte altre volte venne considerato in modo poco chiaro, come castrum, villa e locus, evidenziando così vicende insediative piuttosto complesse.

È certo però che la locazione strategica dell’insediamento avesse richiamato l’interesse di Perugia per la fortezza, vista anche la vicinanza a Città di Castello. Interesse che si concretizzò con la concessione da parte di Perugia di sussidi per consolidamenti e ricostruzioni.

Gli abitanti di Romeggio operarono comunque anche in maniera autonoma. In un atto notarile del 1332, viene menzionata la disposizione stabilita dal comune perugino di provvedere alla cura di parte del reticolato viario del contado, relativo alla locazione della fortificazione, insieme ad altre esistenti nella stessa zona. Questo al fine di mantenere agevoli i tracciati presenti, dato il loro utilizzo a scopo principalmente commerciale ed economico in direzione delle aree a nord della penisola. Infatti castra come Romeggio necessitavano di particolare attenzione per la manutenzione viaria, visto che erano posti in posizione chiave rispetto alle grandi direttrici di transito o su linee di confine.

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Fig. 3: Esterno della torre di Romeggio con annessi edifici rurali.

Nel 1394 il Consiglio dei Priori accordò l’esenzione della comunità dalle varie tassazioni a cui era sottoposta, in modo da potere occuparsi autonomamente delle riparazioni.

Il Guerrini afferma inoltre che «nella stessa epoca venne accordata al castello di Romeggio la esenzione dalle Tasse per un Anno, perché nelle passate guerre avea molto sofferto, e ridotta la maggior parte de’ suoi abitanti a rimingare».

Probabilmente i castellani non risiedessero a Romeggio o che, comunque, vi svolgessero solo temporaneamente i loro compiti se già nel 1395, cresciuti i conflitti in ambito politico soprattutto nel contado, fu avvertita la necessità di dotare il castrum di Romeggio di un castellano in modo definitivo.

Per alcuni anni le fonti storiche conosciute tacciono a proposito delle vicende che interessarono Romeggio fino a quando, nel 1439, il Consiglio perugino dei Priori concesse agli abitanti l’esonero dal pagamento del sussidio del focatico per far si che da soli provvedessero a riparare le mura del castrum, e forse la torre stessa, evitando loro il pagamento di ingenti tasse da pagare entro l’anno successivo.

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Fig. 4: Esterno della struttura con la torre di Romeggio.

Questo intervento fu disposto probabilmente per provvedere al consolidamento del castello occorso nel difficile periodo politico perugino, caratterizzato dallo scontro tra popolani intenzionati a prendere in mano il potere cittadino, e signorie locali. Spesso si arrivò allo scontro armato coinvolgendo molti settori del contado, dato che i fuoriusciti cercavano rifugio nei castra più lontani dal comune. Il pericolo comunque giungeva anche da Tifernati ed Eugubini che puntavano al rafforzamento del potere territoriale per giungere al confronto con Perugia. Proprio i perugini Baglioni si stabilirono nel castrum nel 1494 suscitando il disappunto degli avversari Oddi, i quali vi mossero d’attacco fino a voler prendere la vicina Fratta.

Per quanto riguardo gli insediamenti religiosi appartenenti alle pertinenze della fortificazione vengono ricordati nel Liber beneficiorum, le chiese di San Biagio e San Pietro allibrate nel XIV secolo. Nel catasto del 1489 la chiesa di San Biagio della villa di Romeggio è iscritta, tra i rusticali, per 25 libre ed è proprietaria di 12 pezzi di terra stimati complessivamente 160 libre di denari. Nel medesimo catasto compare anche la chiesa di S. Pietro de villa Romeggio, anch’essa per 25 libre che è proprietaria di 3 pezzi di terra.

Nell’elenco del 1495, che riportava le chiese sottoposte all’Abbazia di San Salvatore di Monte Acuto, erano presenti quelle di San Biagio e San Pietro di Metola, che si riferiva alla denominazione data proprio al colle Metole su cui è costruito il castrum. La chiesa di San Biagio è però ricordata questa volta per la collocazione nel distretto castellano fuori dal fortilizio.

Infine per quello che riguarda l’origine del nome, possiamo usare la toponomastica che associa “Romeggio” al significato di pellegrino e, a tale proposito, spiega il Guerrin che il nome di questo Castello potesse derivasse dalla strada che facevano i Pellegrini, chiamati Romei. Infatti “Romeus", “Romitius”, “Romeorum Via”, “Romeorum Strata” sono denominazioni che sovente si ritrovano nei testi. Sembra pertanto che i pellegrini, i “Romei”, percorressero questa strada per giungere ai luoghi sacri presenti verso il confine toscano, come La Verna e Camaldoli.

11). Certalto ("Castrum Certalti")

Nell’area nord-est dell’odierno territorio comunale umbertidese è localizzabile il toponimo "Torre Certalta" con i resti del suo “castrum”. Situato nei pressi del crocevia in cui si congiungono le confinanti diocesi di Gubbio e Città di Castello; a est si trova Camporeggiano, a nord-ovest la valle del Carpina e più a sud, vicino Umbertide, la valle dell’Assino. Oggi è zona di confine amministrativo vicino anche ai Comuni di Montone e Gubbio. 

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Fig: 1. Veduta del “castrum” dal lato del versante nord del colle. (Foto di Giovanna Benni)

La struttura visibile

La lunga vicenda storica che ha riguardato il processo di fortificazione di castrum Certalti è oggi difficile da ricostruire, per lungo tempo venne contesa tra Città di Castello e Gubbio, subì per questo attacchi e distruzioni. Se si considerano e analizzano gli elementi strutturali evidenti sia dalla mappa catastale che, direttamente, dalla stessa fortificazione. Ciò che resta non rende merito al castrum del passato, sebbene la facies odierna testimoni i conflitti che lo interessarono. 

E’ possibile raggiungere Torre Certalta con un percorso piuttosto irto tra alte colline e pendii. All’arrivo il castrum si presenta purtroppo nella sua totalità come un cumulo di pietrame, attorno a una torre diruta a sezione quadrangolare con evidenti crepature sulla 

sommità, fino almeno la metà della stessa. La torre è mozza ma comunque alta e si può pensare che dovesse essere una struttura piuttosto imponente, questo anche considerando la prima richiesta inoltrata nel 1243 dalla comunità, per poter dotare il castrum di una torre alta 60 piedi.  Sappiamo dalle fonti fosse composto da una corte, una torre o un cassero e altre dipendenze. Quindi, era forse previsto all’interno un cortile e una solida cinta muraria circondata da fossati (e ostacoli naturali) come primi elementi difensivi. 

La torre mostra ancora oggi una tessitura muraria piuttosto irregolare, resa ancora meno compatta perché pericolante e sfaldata centralmente. È difficile avvicinarsi ad essa. È presente qualche feritoia che, in periodo moderno, venne adattata come finestra. Il materiale impiegato è la pietra locale, arenarie, e non si notano reimpieghi di altri materiali (neppure laterizi) o utilizzi successivi particolarmente accentuati. La torre è una struttura chiusa lateralmente, per cui si può escludere una sua originale utilizzazione come abitazione a favore di una funzione prettamente difensiva come torre di avvistamento. 

L’intero castrum in effetti doveva rispondere a questa esigenza, seppure la sua posizione potrebbe richiamare anche funzioni di postazione collocata sul crocevia tra i diversi settori diocesani. 

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Fig: 2. “Torre Certalta” visibile dalla strada che sale da Umbertide (Foto di Francesco Deplanu)

Per ciò che riguarda il riferimento toponomastico dell’insediamento fortificato di Certalto possiamo in questo caso addurre più ipotesi. 

Si può pensare al termine come un composto con “Cerreto” (da cerrus, “cerro” con suffisso fitonimico collettivo -etum) attraverso cert-, mentre la seconda parte resta di derivazione incerta.  

Per quanto riguarda la seconda parte potrebbe trattarsi «di un suffisso con funzione toponomastica, a sua volta tratto dall’onomastica germanica, analogo al suffisso -aldo». 

Ma non si può escludere che il suffisso -alto o -aldo possa essere anche una contrazione del termine latino altus, derivato dalla denominazione completa cerrus altus, richiamando così quegli elementi che ponendoli in relazione, soprattutto in questo caso, con la località in cui si trova Torre Certalta, possono essere considerati come “confinari” tra diverse pertinenze del Regno Longobardo e del Corridoio bizantino, utilizzando non solo luoghi di altura, edifici o simboli particolari, ma anche semplicemente alberi come testimonianza, pure naturalistica, di un paesaggio diversificato che ha conservato nel tempo le ripartizioni definite già in antichità. 

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Fig: 3 “Torre Certalta”,  foto di Amedeo Massetti.

Comunque anche la prima parte del composto non è esente da ulteriori possibili ipotesi di derivazione in epoche diverse. Infatti potrebbe essere anche il riferimento diretto al fitonimico “Cerro” che, insieme ad altri, quali ad esempio “Olmo”, “Leccio” ecc., dimostra la continuità con aree rurali di tradizione romana non insediate da termini longobardi e diffuse maggiormente proprio sul confine delle due diverse entità politiche di rispettivo riferimento. 

Inoltre questo toponimo potrebbe indicare la presenza di fitte distese boschive largamente presenti nel periodo medievale legate a zone di insediamento sparso, che nel tempo portò al disboscamento (selvaggio) delle aree collinari. «Cerreto» e «cerro» indicherebbero quest’aspetto insediativo correlato alla distruzione di settori forestali che, comunque, parallelamente a volte i Bizantini non rinunciarono a lasciarle volutamente pantanose e folte di una vegetazione boschiva piuttosto intricata per scopi difensivi. 

Per concludere si può mettere in evidenza come la caratteristica dominante dell’aspetto difensivo del “castrum” sia riferibile alla zona intera. Infatti questa caratteristica può essere confermata anche dalla presenza, in epoca medievale, di altri fortilizi attorno castrum Certalti forse di minore grandezza, ma lo stesso concorrenti a creare un’organizzata rete castrense: Bagnoli e Poggio di S. Agata. 

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Fig: 4. “Torre Certalta”,  foto di Fabio Mariotti.

Bagnoli

La tradizione locale ricorda l’esistenza anche di altre fortificazioni nel territorio limitrofo, delle quali ora resta testimonianza principalmente nella toponomastica. 

Si ricorda il castello di Bagnolo, che però fu raso al suolo poiché sembra sorgesse troppo vicino a Certalto. Di questo nucleo castrense resta il toponimo Bagnoli a nord-est di Torre Certalta, che però rientra nel territorio eugubino, a sud del Monte S. Faustino sopra i 700 metri di altitudine.  Dalle carte topografiche si evince che attualmente dell’insediamento rimangono principalmente ruderi. 

Abbiamo notizie a proposito del castello di Bagnolo (Bagnoli) anche dalla “Storia di Città di Castello” di Magherini Graziani. N el 1243, nel pieno del conflitto tra i Comuni eugubino e castellano per ottenere la giurisdizione di “castrum Certalti,” anche Bagnoli era interessato da rivalità tra nobili. Venne allora eletto un sindaco, in modo da concordare e stabilire un periodo di pace fra Gentile di Bernardino e Armanno, signori del castello di Bagnolo sottoposto al comune tifernate e appartenente al contado di porta Santa Maria, dato che risultava allibrato presso questo rione in un libro catastale del 1257. 

Questo insediamento fortificato era considerato dai Tifernati come ulteriore importante punto di riferimento per la posizione nel settore di confine, direttamente aperto alla conquista verso i territori di influenza eugubina. Quindi probabilmente, considerando il periodo di generale agitazione nei rapporti tra i comuni, non per casualità «nel mese di marzo, il consiglio speciale dei 24 adunato insieme coi Consoli delle Arti nella casa del potestà, presente Uguccione da Cortona capitano del popolo, decise di [...] provvedere altresì alla difesa [...] dei castelli [...] a cagione dei ribelli che predavano di giorno e di notte». 

Nella delibera menzionata dal Magherini Graziani, si precisa “Castra vero anno preterito [1262] custodita per Comune sunt infrascripta: In districtu Porte S. Marie: [...] castrum Bagnoli per quatuor custodes." Anche Bagnoli aveva una sua curia accatastata nel 1271, che rientrava assieme alle altre pertinenze del castrum tra i possessi del comune di Città di Castello. 

Ricordiamo inoltre il castello di San Leo (m 601 s.l.m.) a nord-ovest di Certalto (F° 115 II SE) che venne trasformato in abitazione  tipicamente rispondente all’ambiente rurale, simile alla tipologia delle case-torri. Ne rimane un caratteristico loggiato ad archi coperto che evidenzia sia le trasformazioni subite che l’uso a dimora residenziale per cui venne adattato, seppure mostri largo basamento aggettante nel rispetto della tipologia di abitazioni fortificate. 

Poggio S. Agata

Poco più a nord di Torre Certalta si trova Poggio di S. Agata, località di alta collina  a 620 metri di altitudine, che richiama la presenza di elementi goti piuttosto diffusi in Umbria settentrionale, dimostrando così il transito della popolazione su questo settore territoriale, benché non vi restarono molto a lungo, sia per la brevità del dominio Goto che per le difficoltà incontrate nel rapporto con le popolazioni locali. 

Al di là di toponimi in cui si presenta l’etnico goto nascosto in forme particolari, anche le intitolazioni di chiese e gli agiotoponimi ne indicano la presenza. Nel caso di Poggio di Sant’Agata, che richiama l’intitolazione alla santa di origini siciliane con «carattere esaugurale attribuitole per precedenti culti», si può individuare un elemento importante per la localizzazione di «colonie gote o [...] nuclei germanici [...] sulla frontiera occidentale del corridoio all’altezza di Montone». In effetti questo settore condiviso odiernamente nei confini da comuni diversi (Montone, Umbertide, Gubbio) «sancisce il transito della frontiera del Regno [Longobardo] con il corridoio nella fascia compresa tra questo rilievo, il Poggio di S. Agata [...] e il Monte S. Faustino». 

La Storia conosciuta

“Castrum Certalti” sorgeva dove oggi è Torre Certalta, la cui fondazione risale almeno al XII secolo. La sua posizione estremamente interessante per l’elevato aspetto strategico di confine espose il castello ad essere centro di conflitti fra dominati diversi per ottenerne l’appartenenza. 

Il castrum risultava già nel XII secolo alle dipendenze del monastero di San Salvatore di Monte Acuto ma più tardi, nel gennaio 1203, con il permesso concesso dall’Abate dello stesso ente, gli abitanti di Certalto decisero di sottomettersi al comune di Gubbio ritenendo in questo modo di essere maggiormente salvaguardati, sia per i diritti eventualmente concessi in cambio, sia per i possibili attacchi condotti da “homines” confinanti e rivali. 

Il potere sul castello di Certalto spettava alla famiglia dei “Domini” di Clesci di cui si hanno poche notizie. Nell’anno della sottomissione a Gubbio (1203) gli uomini affermano di porsi “sicuti est terra d. Ugolini Guglielmini da Cliesci”. Da fonti diplomatiche dell’archivio di Gubbio si apprende che i signori, prima del 1203, sottomisero allo stesso comune beni generalmente definiti “terra”, senza però unirvi ulteriori impegni e doveri da compiere per Gubbio. 

Nell’atto di sottomissione era scritto, infatti, “Ego [...] Bernardinus consul Certalti [...], nos insimul bona nostra voluntate, nostro nomine et toto populo Certalti, et per mandatum abbatis Sti Salvatori Montis Acuti noster dominus, et pro sua parabola et voluntate et per eiusdem preceptum [...] submittimus nos Ugolino Frontini Eug. potest. [...] stare sub vestra custodia et donatione in perpetuum et nostri castri quod vocatur Certalti cum tota sua iurisdictione et districto”. 

Ad inizio ‘200 i rapporti tra Gubbio e Città di Castello si fecero più tesi, perciò ognuno provvide a rafforzare maggiormente i propri possessi, in special modo quegli insediamenti posti su confini territoriali particolari. Nel 1208 “Certalti” venne occupato da truppe eugubine che, fortificarono il castello ponendovi stabilmente dei soldati, nonostante fosse ancora proprietà del monastero di San Salvatore di Monte Acuto, visto che l’Abate camaldolese era di fatto ancora il suo signore. 

Lo schieramento difensivo eugubino comunque non dovette essere sufficiente dato che il “castrum” venne conquistato nel 1232 da Città di Castello, interessato ad annettere nuovi castra per rafforzare il proprio potere territoriale. 

Certalto cadde così in mano tifernate, venne occupato da militi che resero simbolicamente all’Abate di San Salvatore le chiavi del castello, pur trattenendosi ogni diritto di esazione 

delle tasse e aggiungendovi ulteriori impegni, tra cui la possibilità di convocare gli abitanti del castrum secondo gli obblighi cosiddetti “ad hostem et parlamentum”, quindi contro i nemici del comune. 

Il dominio di Città di Castello su Certalto sancito successivamente nell’anno 1233, dalla piena giurisdizione sul castello e un sussidio di soldati dipendenti dal conte di Sioli,  cominciò a vacillare, fino poi crollare definitivamente nel 1238. In quella data gli Eugubini approfittarono dell’assenza del potestà tifernate Suppolino di Ugolino di Prete, per riappropriarsi della fortificazione. Dopo averla conquistata intentarono la distruzione, riconoscendo quale causa della precarietà della situazione tra i due comuni la contesa di Certalto, un presidio che lungamente aveva suscitato le mire espansionistiche castellane. 

I priori perugini intervennero nel conflitto, sostenendo la necessità della conservazione del castrum, considerandolo una fortezza posta su un particolare settore di confine tra contadi, e si opposero alla sua distruzione cercando accordi con gli Eugubini, al fine di preservarlo e mantenere in questo modo anche l’ordine politico. Nella stessa data in cui si decise di serbare Certalto (14 giugno 1239)  Gubbio, Città di Castello e i signori di Sioli (nelle persone di Rainaldus ed Abrunamonte) giunsero in ostilità tramite vertenza, per stabilire il possesso dell’insediamento. Seppure richiamata da Perugia, però, la città di Gubbio persisteva nella decisione di radere al suolo Certalto. 

Perciò fu necessario l’intervento di “Deotisalve Massarie”, procuratore del comune perugino che, con fedeltà alla Chiesa, garantì al rettore del Patrimonio e del Ducato la stipula di una tregua, di almeno due mesi, tra Gubbio e Città di Castello, evitando la distruzione del castrum e preservando i diritti reclamati dalle tre parti sul castello stesso. 

Nonostante il deciso intervento di Perugia, Città di Castello continuò le asperità per la rivalsa della giurisdizione su Certalto. Solo le pesanti sanzioni stabilite dall’Imperatore Federico II nel 1240 contro i trasgressori degli accordi di pace, limitarono gli scontri. Comunque ben presto i Tifernati mossero di nuovo all’assedio di Certalto, occupandolo violentemente e danneggiando ampliamente sia la struttura muraria esterna, sia le parti più interne, la corte e il nucleo di abitazioni, per una somma considerevole in caso di risarcimento al castello, che però non fu mai corrisposta. 

In seguito a ciò, contro il Comune castellano i “Domini” di Sioli esposero un ricorso al tribunale imperiale per l’assedio ed il saccheggio subito dal castrum dichiarando «di averlo avuto in enfiteusi dal monastero», ma nulla gli venne accordato trovando anzi l’opposizione dello stesso imperatore Federico II. 

Il Magherini Graziani interpreta l’episodio, ovvero il pronunciato dalla curia imperiale con una sentenza del 1243, come chiaro appoggio del sovrano ai Tifernati e racconta: «i Castellani [...] avevano mandato a distruggere il Castello di Certalto, minacciando gli abitanti, e per cinque anni di seguito avevano preso tutte le raccolte delle sue dipendenze,  

violando così i diritti di pieno dominio e di potestà di reggimento che in quel castello avevano i fratelli Brunamonte e Rinaldo e Mascio abate di San Salvatore di Monteacuto». 

In effetti, la vicenda signorile dei Domini di Sioli nei rapporti con il comune di Città di Castello era piuttosto complessa a causa dei diffusi possedimenti della signoria con diritti gravitanti anche su pertinenze presenti in territorio tifernate. Tali diritti furono tra le maggiori cause scatenanti i contrasti, coinvolgendo gli stessi comuni di Gubbio e Città di Castello per la definizione delle rispettive influenze territoriali. 

Il rapporto di opposizione costante era dunque evidente nelle contese per il castello di Certalto, più volte sottratto reciprocamente per la posizione confinaria tra le due diocesi. 

Proprio dopo la distruzione avvenuta nel 1243 a opera di Città di Castello, Certalto venne ricostruito nel 1246 per volere del Comune eugubino con la sottomissione dei signori Rinaldo e Filippo di Sioli. Infatti Rainaldo di Suppo di Sioli assicurò al Comune eugubino non solo la sottomissione del “castrum”, ma anche la sua ricostruzione e il suo mantenimento “ad pacem et guerram”. 

Se si nota il nuovo atto di sottomissione stipulato dai signori di Sioli per Certalto con Gubbio si nota che l’attore, oltre all’oggetto (ovvero il castrum), contrasse ulteriori impegni. Si è accennato all’obbligo di fare pace e guerra, ma vanno ricordati anche la clausola “ad hostem et parlamentum”, ovvero un vincolo che obbligava a prendere parte con proprie truppe a spedizioni militari, e l’impegno di adunanza in città se richiesto dal comune, mantenendo il castello con divieto di cederlo ad altri o venderlo. Questo allo scopo di evitare di farvi entrare coloro che il comune stesso considerava propri avversari. Nell’atto veniva poi concessa la costruzione di una torre e il consolidamento delle mura demolite dai Tifernati nel 1243. 

La torre avrebbe dovuto essere alta sessanta piedi, in base ai documenti dell’epoca, mentre il “mastio” andava consolidato «con muri spessi dodici piedi ad pedem S. Martini». Le opere di fortificazione applicate al castello lo resero ancora più rilevante dal punto di vista strategico, per cui Eugubini e Tifernati tornarono molto presto a contenderselo, perché rappresentava un vero baluardo aperto su un’importante fascia territoriale i cui confini diocesani erano rilevanti tanto quanto quelli politico-amministrativi. Non va poi dimenticato l’aspetto economico, che aveva come riferimento la direttrice stradale del Corridoio bizantino, tra Gubbio e i territori prima appartenenti alla Pentapoli fino Ravenna. 

La precaria situazione spinse gli abitanti di Certalto a dotarsi di una magistratura in grado di costituire sicurezza per i castellani, controllo del potere del castrum e soprattutto mantenere un rapporto più diretto con i rappresentanti del Comune a cui il fortilizio era stato sottomesso. Nel luglio 1326, sempre a seguito dell’autorizzazione concessa da Gubbio, venne eletto il sindaco di Certalto per volere degli abitanti stessi che ritenevano necessaria una più diretta organizzazione della difesa del “castrum”. 

A metà del XIV secolo il Comune eugubino procedette alla nomina di 8 “prudentes viri” che avevano la libertà di dar vita e sistemare le difese, tra gli altri, anche del castello di Certalto. 

Al di là della mediazione giuridica proposta per limitare gli scontri tra comuni, solo pochi mesi dopo, nel maggio dello stesso anno 1350, fu stabilito da un’altra personalità giuridica, “Francischus Oddonis de Montone”, che i comuni eugubino e castellano dividessero le rispettive giurisdizioni per metà “castrum” ciascuno, comprendendovi «Castello, cassero, curia di Certalto». 

L’area territoriale del “castrum” sottoposta al controllo di Città di Castello, seppure appartenente a porta Santa Maria dell’ambito tifernate di sud-est, rimaneva alle dipendenze dell’Abbazia di San Salvatore di Monte Acuto, ma a Certalto nel 1378 vennero inviati rappresentanti del comune castellano, il capitano Giovanni Vivoli e un ambasciatore, Nerio di Stefano de Rosellis. In uno scambio epistolare del maggio dell’anno precedente, i consoli Eugubini e i priori tifernati ribadirono vicendevolmente la volontà di continuare a condividere la giurisdizione del castrum nello stesso momento come sancito nel 1350 “pro quiete contrate et comodo utriusque", in modo da superare i rapporti conflittuali creati dai loro “antecessores”. 

Nonostante questi intendimenti positivi proposti reciproci, però, Città di Castello mostrò sempre un interesse particolare per Certalto con il preciso obiettivo di entrarne in possesso totalmente. 

Nel 1401 i Tifernati dovettero risolvere varie contese con abitanti eugubini che detenevano propri beni nel “castrum” (rivendicando certi diritti), come ad esempio i diritti rivendicati dalla contessa “Cia”, che più volte nell’arco di un decennio si mostrò interessata a voler fare riconoscere i propri beni, e, più tardi nel 1413, Bartolomea e i figli di “Berardellus Johanni de Eugubio”, che erano intenzionati a riprendere il possesso della curia, del castello e del cassero. 

Il Comune tifernate per controllare questa problematica situazione, inviò nel 1407 Bonora di Niccolò con il ruolo di “castellano”, dimostrando sempre più la volontà di fare del castrum un proprio dominio a tutti gli effetti. Anche gli abitanti sentirono la necessità di aumentare la propria sicurezza, per cui inoltrarono nel 1503 al Comune la richiesta, che fu poi accolta, di potere erigere all’interno del castrum una torre. 

La struttura fortificata sarebbe, forse, stata costruita sulle mura «in luogo detto Campanile». Toponimo che forse indicava la sopravvivenza di un edificio religioso. Tutto ciò dimostrerebbe così la persistenza in toponomastica di nomi di insediamenti mutuati dai termini “cloccarium” e «campanile» (termine celtico) diffusi in area rurale. 

Gubbio intentò nel 1409 la conquista di Certalto, preparandosi all’occupazione del castello, ma la manovra non riuscì. Probabilmente era necessaria una chiara presa di posizione dell’ente religioso dominante sul castrum, ovvero San Salvatore di Monte Acuto, per definire l’incerta situazione. Al contrario, nel 1414, venne emessa una conferma di enfiteusi su Certalto per opera dell’abate di Monte Acuto in favore di Città di Castello, che in questo modo riceveva il “castrum” unitamente a tutte le sue pertinenze.

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Fig.5.  Particolare dalla carta di Filippo Titi del 1697, dove è ancora ben visibile la caratteristica del “castrum” di “Certalto” come zona di confine tra Città di castello e Gubbio: “Legatione del Ducato d'Urbino con la Diocesi, e Governo di Città di Castello et altri Governi, e Stati Confinanti” del 1697.

Davvero particolari dovevano essere le condizioni strutturali del castrum, per il quale furono stabiliti vari provvedimenti: consolidamento della torre e vendita di un terreno nella curia del castrum per ricavare il denaro sufficiente a saldare le richieste di denaro impiegato per i ripristini. Perciò il Comune eugubino, emulando le consuete delibere del Consiglio dei priori di Perugia, concesse l’esenzione della comunità da tassazioni per un certo periodo, al fine di provvedere autonomamente alle riparazioni del nucleo castrense e per ampliarne le parti esistenti (anno 1448). 

Tuttavia Certalto era ancora presente negli atti di privati che tentavano di ottenerne il territorio, perciò solo le riconferme promulgate da San Salvatore di Monte Acuto nel 1473 e nel 1534 ribadirono a Città di Castello le enfiteusi del cassero, delle mura, della torre e dei restanti elementi interni dell’abitato. 

Abbiamo detto che Certalto fu concesso, prevalentemente, in enfiteusi dal monastero di Monte Acuto. In questi casi non vi rientrava solo la struttura fortificata, ma verosimilmente anche la curia, così da poter individuare la presenza di enti religiosi legati al “castrum” e di effettiva importanza per questo territorio. 

In effetti, nel patrimonio del monastero elencato in una bolla papale emessa da Eugenio III nel 1145 era presente anche la chiesa di Sant’Andrea in castro a Certalto, che rientrava dunque nel territorio confinario delle due diocesi e ricordata molto più tardi nel 1495 tra le chiese sottoposte a San Salvatore di Monte Acuto insieme alla chiesa di San Giovanni di Certalto. 

Quest’ultimo ente, lo stesso pertinente al cenobio camaldolese di San Salvatore, era individuabile nel “piviere” di Montone e veniva elencato anche nel 1267, ma non era confermato dal vescovo all’abate di San Salvatore nel 1294, anno in cui sembra che gli fosse annessa la chiesa di San Silvestro. Inoltre, l’intitolazione completa della Chiesa era San Giovanni e Andrea di Certalto, collocata però nella diocesi di Gubbio. Infatti nelle “Rationes Decimarum possiamo ritrovare tra le decime spettanti a Gubbio nel 1333 le chiese della curia di “castrum Certalti: Item habui a dompno Matheo rectore ecclesiarum Ss. Iohannis et Andree de Sertalto pro dicto termino XL sol. III den…” ed altre indicazioni simili.

Un’altra chiesa di cui oggi non si hanno notizie era quella di “San Benedetto di Casseto, o Certalto”, che esisteva lungo il confine comunale tra Umbertide e Montone, oggi  con probabilità individuabile nei due toponimi di San Benedetto e Caseto a poca distanza verso Ovest dall’odierno toponimo di Torre Certalta. 

Fotografie: Giovanna Benni, Amedeo Massetti, Fabio Mariotti, Francesco Deplanu

 
 

12). SERRA PARTUCCI (Castrum Serre, Serre Comitum, Serre super Assinum, Serre Partucci, Castrum Serre Partutii)

Castrum Serre è un castrum di poggio che si erige a nordest del territorio umbertidese. Venne interessato dalle vicende nel XIII secolo dalle rivalità dei comuni di Gubbio, Città di Castello e Perugia. Questo perché la sua posizione, assieme al castello di Certalto e a Civitella Ranieri lo poneva a presidio di quest’area della rete castrense locale al confine con il comune eugubino.

La struttura Visibile

“Castrum Serre Partutii”, data la sua posizione dominante, risponde alla tipologia di castello di poggio, la cui funzione principale era quella difensiva. Questo lo si può notare già da una prima analisi della struttura castrense dell’insediamento, nonostante la distruzione occorsa nel ‘400 per opera di Braccio Fortebracci. 

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Fig. 1 – Serra Partucci: stralcio della mappa catastale - Agenzia del Territorio di Perugia, fog. n° 31.

La struttura presenta una torre posta a controllare il versante ovest del territorio circostante, e da un torrione minore accorpato. Serra Partucci mostra chiaramente il carattere di salvaguardia del nucleo castrense stesso, ma anche dei circostanti abitati sparsi, i cui residenti probabilmente vi trovavano riparo nei momenti politici particolarmente pericolosi. 

La mappa catastale mette in evidenza una struttura piuttosto regolare che dispone esternamente di un’ampia corte. Non è facile ricostruire l’ipotetica struttura originaria di età medievale del castrum, ma è possibile che fosse disponibile uno spazio circostante maggiore; e vista la tipologia di castrum di poggio, fosse provvista anche di mura. 

Il castello oggi presenta un corpo unico con forma pressoché rettangolare, dalla quale sporgono due torri irregolari; Il Castello di Serra ha una sezione quadrangolare e domina sulle colline la cui altitudine è minore rispetto a quella su cui spicca il castrum, sia sulla pianura, in prossimità della quale scorre il Torrente Assino. Il Castello presenta anche una struttura più bassa con sezione semicircolare che venne aggiunta nel ‘400. In quel periodo, infatti,  Serra cominciava una lenta evoluzione verso un uso rispondente alla dimora signorile, aspetto tipico di molti castra della zona dove prevalente era l’economia silvo-pastorale e, soprattutto, nei casi in cui si era affermata una egemone signoria rurale sul territorio. 

Il nucleo castrense è costeggiato da una strada vicinale che serve da collegamento tra i centri abitati di pianura verso sud, tra i quali l’antica Fratta oggi Umbertide, e quelli posti a nord di Serra, verso i confinanti, di oggi, comuni di Montone e Gubbio. Uno sguardo all’ambiente circostante alla fortificazione permette di evidenziare l’isolamento di Serra che probabilmente, oltre gli ostacoli naturali, era circondata da un fossato, terminante nella parte retrostante il castrum in modo particolarmente scosceso. Tale sistema creava una controscarpata per rendere difficile l’assedio di “Serre Partutii,” seppure il castello subì nel tempo numerosi attacchi. 

La torre quadrangolare ha un ampio basamento aggettante in funzione di contrafforte e una prima sezione della torre è delimitata da una mensola in pietra di medio spessore che separa la parte soprastante della fortificazione. Quest’ultima si erige in perfetta forma quadrangolare con coronamento arricchito da merlatura piana aggiunta nel 1422, quando il castrum fu totalmente rifatto. La torre nel suo insieme mostra, oggi, grande regolarità nella tessitura muraria eseguita in pietra squadrata locale, di piccolo taglio. Si può sostenere che, dell’intera struttura fortificata, essa rappresenti verosimilmente un cassero, anche se nel nostro caso non è protetta da alcuna cinta, a differenza della composizione tipologicamente più diffusa. 

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Fig. 2 – Serra Partucci: Facciata ovest del castrum con torre quadrangolare e torrione semicircolare saldati.

Sul lato di facciata della torre sono presenti tre piccole fessure e due piccole aperture dello stesso tipo anche lateralmente a sinistra e destra. In più quest’ultimo lato mostra anche una porta posta a mezz’altezza aggiunta in epoca recentissima, che ha interrotto l’unitarietà del corpo castrense. Ci sono delle feritoie anche in alcuni dei merli che coronano la sommità di quest’ala. 

Si può presumere che, originariamente, la torre non avesse realmente quest’altezza e fosse stata progettata per una maggiore elevazione, ma il successivo adattamento ad abitazione ne avesse comportato una modificazione per renderla maggiormente confacente alla struttura d’insieme. 

Il torrione semicircolare, innestato in epoca rinascimentale lateralmente a destra della torre, mostra delle modificazioni recenti con apposizione di terrazzini sia frontalmente che di lato. 

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Fig. 3 – Serra Partucci: lato sud-ovest con veduta del complesso abitativo.

Anche il torrione mostra un certo particolare aggetto basamentale e, alla stessa altezza in cui è posta nella torre quadrangolare, è prevista un’altra mensola di spessa pietra che sorregge la parete soprastante. La parete rispetta l’andamento semicircolare del torrione, ma ha un coronamento piatto e chiuso con inserimento di beccatelli di gusto rinascimentale, sopra i quali emergono con intervallo regolare feritoie a tipologia composita che permettevano di utilizzare insieme più armi. Non è possibile individuare la presenza o meno di buche pontaie per gli interventi subiti dall’intera struttura. 

La struttura abitativa, con il suo corpo rettangolare, è il risultato di molteplici lavori condotti in epoche diverse per questo, oltre i due grandi portali posti uno di fronte all’altro dal lato destro e sinistro, pochi altri sono gli elementi particolarmente interessanti. Tra questi sicuramente degne di nota sono due bertesche, poste rispettivamente sui lati destro e sinistro dell’edificio nella parte retrostante, impiegate in funzione di torrette di avvistamento. 

Le bertesche sono realizzate in muratura ma hanno anche inserti in legno, con delicate finiture adattate alla struttura rinascimentale. Anch’esse, però, come il torrione semicircolare rivelano una copertura a tetto che ne sminuisce lo scopo originario: le bertesche oltre a facilitare l’avvistamento, sebbene non appaiono munite di feritoie, erano chiaramente impiegate per eseguire la «difesa piombante». 

Entrando da uno dei due portali è visibile sul soffitto a volta a botte lo stemma familiare, probabilmente l’emblema araldico dei “Domini di Serra”, ovvero uno scudo celeste con sbarra dentellata trasversale. Ci si trova subito di fronte una grande scalinata ai lati della quale sono presenti sei alte colonne in marmo nero variegato. In alcune delle stanze del piano superiore sono presenti affreschi, mentre in molte delle stanze del piano terreno sono visibili alterazioni dei livelli di murature. 

Esternamente dal piano terreno si può accedere ad un vano dove si trovano delle scale di piccole dimensioni ripartite in due ali laterali simmetriche e terminanti in altrettanti loggiati aperti sulla parte sottostante della stanza. Sotto le due piccole scalinate disposte ad ali si sviluppano delle arcate a tutto sesto, poste però a un livello di terreno molto più basso rispetto al pavimento. La fattura e la pietra grezza utilizzata come materiale, fanno pensare a una scala di servizio tramite la quale potere accedere al piano superiore. 

A sinistra del castello di Serra si trova una cappella gentilizia intitolata a San Giovanni, che venne ricostruita alla fine del XVIII secolo riprendendo la pertinenza di una precedente chiesa interna alle mura del castrum. 

Complessivamente l’odierna struttura di “castrum Serre Partutii" dà il senso di imponente fortificazione che, nella parte immediatamente frontale, assolve lo scopo difensivo per cui è stata strategicamente posta sul colle, come presidio del confine territoriale fra diverse pertinenze amministrative e diocesane.  Nella parte posteriore, invece, rivolta a nord-est, nasconde un’ampia corte signorile che nel corso del tempo ha subito adattamenti secondo l’uso confacente ai diversi proprietari, senza però mai alienare totalmente lo scopo simboleggiato con la sua imponenza.

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Fig. 4 – Serra Partucci: prospetto dei torrioni sul lato di sud-ovest.

La Storia conosciuta

Le prime notizie sul castello di Serra si evincono da un documento del 1072. Qui, i signori del castrum, dimostrando di essere domini già affermati sul territorio, donarono alcune terre alla canonica di San Mariano, principale ente religioso cittadino di 

Infatti per comprendere il processo di incastellamento riguardante Serra Partucci è necessario considerare le vicende relative ai Domini di Serra.  Un antico lignaggio marchionale proprietario di ampi possessi territoriali in diverse aree sia del contado perugino, sia di quello eugubino. Alla famiglia appartenevano più gruppi parentali ma con probabilità essi si svilupparono dal casato dei conti Panfili di Gubbio, di cui sappiamo che i primi esponenti vissero precedentemente alla prima metà dell’XI secolo. 

Gli attori di questo documento del 1072,  erano “Suppo del q. Azzone di Azo” conte e la moglie “Berta”, a favore della pieve di San Veriano. È presumibile da ciò che, in quell’epoca, il castello avesse già importanza grazie a questo antico lignaggio e che, quindi, avesse possedimenti territoriali più vasti. 

Altra testimonianza del vigoroso processo di affermazione sul territorio che riguardò Serra e il settore della sua posizione, nel 1139 Lodolfino figlio di Albertino dei signori Panfili, sancì una donazione ancora a favore della canonica di San Mariano, con clausola pro anima (quindi con intenzione salvifica) della parte in suo possesso. Il padre lasciò quindi ai due figli una parte del castello nel caso in cui essi al suo interno avessero voluto costruirvi una chiesa. 

La donazione venne riconfermata nel 1173 da Tornamparte e Suppolino figli di Panfilino, che rappresentavano il ramo Panfili dei Domini e capostipiti di quelli di Serra, dei quali però già nel ‘200 non si ebbero più notizie.

Le fonti inoltre ci comunicano una serie di possessi spettanti ai Domini di Serra, seppure non ben definito fosse il casato a cui erano destinati. Nel 1177 i Domini detenevano castra in zone diverse d’influenza a contatto con più comuni, ma anche possessi di homines e diritti consuetudinari nel XIII secolo (1202-1222).  Anche i Domini di Serra, come si è accennato, annoveravano quindi tra i propri possessi gli homines con i quali, spesso, dovevano regolare contese e ulteriori uffici. 

Proprio il possesso di homines era divenuto uno degli elementi per dimostrare il proprio potere, come avveniva nei casi in cui un possessore di castrum richiamava gli abitanti di vicini insediamenti sparsi rendendoli volontariamente “homines per capitantiam”, quindi sottoposti al suo dominio, in cambio di sicurezza e difesa. 

I rami del casato di Serra riuscirono a mantenere inalterati nel tempo in una stessa sostanza i propri possedimenti originari ricevuti in eredità, senza cioè che vi si interponessero suddivisioni. Panfili, Suppolini e Domini di Serra rafforzarono la loro potenza territoriale e si affermarono per tutto il XII secolo grazie proprio al fatto che i fratelli riuscirono a compattare le proprietà. 

Il lignaggio riuscì a mantenere il potere la nascita e l’affermazione del Comune, probabilmente perché era appoggiato da esponenti del ceto signorile cittadino: alcune personalità del casato ricoprirono anche importanti incarichi di magistratura persino nel XII secolo. Difatti Rainaldo e Alberto di Serra furono nel 1163 consoli di Gubbio come “consul et rector”, carica, seppure per compiti piuttosto ristretti, non accessibile a tutti ma privilegio di poche famiglie, seppure per compiti piuttosto ristretti. 

Nel 1217, le dispute tra Perugia e Gubbio, segnarono un notevole cambiamento. Con provvedimento stabilito dal potestà perugino “Pandolfus de Sigura”, per risolvere la controversia tra i comuni nata dalla conquista della Val di Marcola, venne sancito il passaggio di castrum Serre, assieme ad altre fortificazioni eugubine, a Perugia. 

Nel Codice Diplomatico del Comune perugino si legge che potestas Eugubii, consilium et comunantia ipsius civitatis et homines ipsius communantie tam clerici quam laici per se et suos successores et heredes dent et concedant, finiant et refutent, in perpetuum transactent et quietent comuni Perusino [...] castrum Serre [...] Civitella Comitum, Podium Manentis [...] cum omnibus eorum curiis et tenutis et districtibus; et quidquid comune Eugubii habet et tenet ab his finibus infra versus Perusium. 

La situazione complessa del periodo portò diversi “domini”, tra i quali i signori di Serra a cercare appoggio, tra sommissioni obbligate, conflitti e arbitrati, a circostanti signorie e anche direttamente ad altri comuni. Infatti, negli anni ‘30 del ‘200, periodo di crisi del consolidamento delle signorie territoriali per il conflitto tra diverse componenti sociali e per gli screzi tra comuni che produssero scontri militari, si avviarono contatti tra comuni e signori dominanti. Notevole rilievo ebbero in questo caso anche quelli di Poggio Manente, Ascagnano e Antognolla. 

Nel 1223 cominciarono le pattuizioni con Città di Castello alla presenza di due nobili di Serra, ossia Rainaldo di Serra e Tornamparte dell’olim Rudolfino. «I signori di Serra, vengono menzionati all’interno degli accordi con Città di Castello sicuramente come i più direttamente interessati, per contiguità territoriale, a procurarsi l’appoggio del Comune tifernate in cambio di sostanziose concessioni in termini di ampliamento dell’area di influenza». 

Allo stesso modo però, per contro, anche i comuni erano interessati a ottenere compravendite di nuclei fortificati, pur senza giurisdizione, così da evitare qualsiasi pericolo causato dalla concorrenza di poteri minori ma lo stesso cospicui anch’essi in possesso di fortificazioni e castra. Non a caso nel 1257 i Suppolini di Serra vendettero a Gubbio e Perugia due castra propri comprandone diritti, possessi e uomini. 

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Fig. 5 – La bertesca è inserita nella muratura del lato sinistro di Serra. Si noti che un elemento della stessa fattura è presente anche nel lato destro della fortificazione.

Sicuramente i contratti furono incentivati dai conflitti tra i due Comuni per una politica ormai gravata e condizionata dagli scontri degli anni 1257-1258. Data la situazione anche Serra ovviamente rientrava nelle disposizioni post-belliche perciò, rispettando la sommissione stipulata, il feudatario e attore dell’atto Venciulis Abrunamontis continuò a mantenere sotto il dominio di Perugia anche Serra Comitum dopo essere tornata a Gubbio solo nel 1251. 

Le prime testimonianze dell’attuale toponimo Serra Partutii si presentarono nelle fonti del settembre 1295 quando venne stipulato un atto di vendita a favore di Accurandolo Bernardi il cui attore era “Patrutius d(omi)ni Ranutii comes Serrae supra Assinum” per un lotto di terreno in località San Filippo, facente parte della curia del castello di Serra. L’atto venne stipulato “in castro Serrae iuxta Palatium Partutii dni Ranutii comitis Serrae supra Assinum”. 

Un elemento assai importante riscontrabile dall’atto è l’utilizzo del termine “iuxta” che è indicativo di una forma di incastellamento ben precisa, opposta a quello definito “circa” e molto diffusa principalmente nei diplomi imperiali dal X secolo, proprio quando l’incastellamento stava diffondendosi in Italia settentrionale in un momento politico difficile. 

La tipologia castrense detta “iuxta” richiama la presenza di una struttura fortificata nelle immediate vicinanze di un abitato o di un centro curtense o plebano,  probabilmente perché la posizione topografica ne ha determinato le modalità insediative, secondo anche la tipologia del nucleo abitato e la presenza di specifiche attività economiche che richiedevano una precisa scelta del luogo. 

Per maggiore praticità, piuttosto che recingere villaggi nelle valli o a mezza costa, il sito su cui porre la fortificazione veniva individuato in aree collinari o pedemontane in base alla posizione strategica rispetto alle zone intorno. 

Si può sostenere che per Serra Partucci l’espressione volesse identificare un insediamento di altura la cui posizione dominante richiese la fortificazione del castello posto al di sopra dei villaggi sparsi. 

È a seguito di quest’atto che “Patrutiius dni Ranutii “venne riconosciuto come conte di “Serrae supra Assinum”, stabilendo la denominazione attuale del “castrum”. Nel frattempo, però, il lignaggio dei “comites di Serra" si mostrava molto attivo nella cessione e acquisizione di terreni non solo pertinenti al castrum o esterni allo stesso, ma anche in sua prossimità, in modo da costituire un ampio dominato anche lontano dalla sede del castrum. 

Nella prima metà del ‘300 numerosi atti testimoniavano gli spostamenti di beni del nucleo familiare. Donazioni, vendite, acquisizioni di appezzamenti di terreno i cosiddetti «campi» o anche di abitazioni, sia con enti religiosi che privati laici a cui cedevano in enfiteusi terreni con le proprietà annesse, relative ai precedenti proprietari che spesso erano altri importanti lignaggi parentali: infatti, ricorrono alcuni termini negli atti, come ad esempio “campo roncato”, che stanno ad indicare particolari tipi di regime agricolo impiegati. 

Nel nostro caso richiamerebbe la presenza di distese boschive piuttosto diffuse nel settore territoriale settentrionale. Spesso confinanti tra loro, questi terreni, agricoli e non, figuranti come oggetto degli atti, mostravano la presenza anche di determinate strutture abitate. 

La presenza di una struttura fortificata in “castro Serrae iuxta Palatium Partutii,” all’incirca un cinquantennio prima, rappresenterebbe l’essenza stessa del concetto di signoria rurale rappresentata dai domini di Serra che, per l’attaccamento al lignaggio, cercarono di rafforzare il proprio potere sugli uomini e sul territorio ricorrendo a opere di difesa militare. 

Ciò non è affatto casuale e, anzi, è da mettere in relazione alla fervente situazione politica rappresentata principalmente dallo scontro fra comuni e di questi con le potenti signorie ecclesiastiche, con l’obiettivo di affermarsi uno sull’altro. 

L’aspetto difensivo non poteva certo venire meno in questi casi, per cui anche il “castrum” di Serra doveva sempre trovarsi pronto a reagire. Una simile situazione si presentò in effetti nel 1350 quando a Gubbio la presenza di Giovanni di Cantuccio Gabrielli, con i suoi modi duri di espletare le cariche politiche, cominciò a divenire un difficile ostacolo per l’esistenza di molti castelli del contado. 

I castra posti al confine con i Tifernati, vale a dire quelli della rete fortificata a ovest nel comune di Gubbio, tra i quali vi era anche Serra Partucci, tentarono la rivolta contro il Gabrielli ma non riuscirono ad evertere il nuovo dominio, che tuttavia durò ben poco26. 

Riconquistato il castello e restituito all’egida del Comune eugubino, furono gli stessi abitanti che su concessione dei consoli richiesero la presenza di magistrature interne al castrum ed elette, come si evince dagli atti, con cadenza variabile, due a sei mesi, dal 1377 in poi, per cariche di «capitano castri Serre Comitum supra Assinum» e custode, cioè «turregiano di Serre Partutii» , fino alla metà del secolo XV. 

Ricordiamo fra questi uomini Ser Franciscus Ser Marini in carica dal maggio al luglio del 1377; Angelinus Lelli nel novembre 1377; Ser Silvester de Cantiana detenne più a lungo il ruolo di capitano, da gennaio al novembre 1378,  e Ser Angelus nel giugno 1385. 

Nella rivolta contro Giovanni di Cantuccio Gabrielli, Serra riportò danni in particolare modo soprattutto alle strutture fortificate interne, questo si evince dalle fonti che ricordano i compiti assunti nel castrum: nell’anno 1389 per quanto riguarda la torre si evince che “Nicola Ceccoli Boni pro operibus per eum datis in reactando turrim Serre Partitii”. 

Scorrendo sempre i registri comunali si scopre che nel 1419 delle truppe perugine capeggiate da Filippo di Giacomo Baglioni, in carica come militare assoldato da Braccio Fortebracci, si diressero a Gubbio perché vi erano stati accolti fuoriusciti perugini e di altre città rivali. Giunte in prossimità del Comune eugubino, le truppe cinsero d’assedio Serra Partucci allo stesso modo di altri castra, per ottenere un baluardo verso il comune nemico. Raggiunta l’occupazione, il castello ne uscì distrutto, oltretutto per avere subito notevoli saccheggi, favoriti dal tradimento del perugino Giovanni di Ceccolo Gabrielli. 

In effetti la conquista di Serra fu in un certo qual modo una vendetta mossa contro Gubbio, che teneva particolarmente al controllo di questo settore del contado posto in contatto con più comuni e dunque conteso. Da qui, i Perugini si diressero minacciosi contro Assisi. Conseguenza ne fu un immediato processo di ricostruzione col quale il castrum assunse l’aspetto pressoché attuale per l’impiego di una torre e un cassero. 

Ma le disposizioni prese puntavano anche a sostegno del riequilibrio dell’economia del castrum, perciò coloro che avevano possessi a Serra o nella sua curia dovevano rispettare il pagamento degli oneri spettanti. 

Infine erano stabiliti i tributi che dovevano corrispondere questi proprietari “qui possessiones et bona in districtu sive curia dicti castri Serre possident” al nuovo capitano e castellano di Serra, “Bondomandus ser Luce de Callio”, in carica dall’anno 1422 fino al 1431, per le stesse motivazioni proposte alla medesima circostanza: pro publica utilitate et defensione, pro reparatione et rehedificatione dicti Castri". 

Il castrum richiedeva costanti e progressive opere di consolidamento che le fonti riportano minuziosamente. Nonostante tutti gli interventi atti a fortificare Serra per dotarlo di una corposa struttura difensiva, in modo tale da ostacolare gli attacchi e dimostrarsi sicura residenza per le magistrature ivi dimoranti (soprattutto castellani o capitani), il 1432 si mostrò come un altro periodo difficoltoso per la storia del castrum a causa della nuova insidia rappresentata da Nicholaus Stelle (Fortebracci), che in quell’anno tentò con successo un nuovo assalto al castello, riuscendo a stabilirvisi fino al 1435 e rappresentando un nuovo fattore di declino, tanto da indurre molti degli abitanti a fare richiesta alle autorità del Comune di ottenere come indennizzo alcune abitazioni rurali (casalini) in prossimità del castello, segno che attorno allo stesso era ancora presente l’insediamento sparso a conduzione agraria, infatti, ancora nel 1444, annoverava la presenza di cinquanta bocche. 

A metà del XV secolo Serra, con i beni posseduti anche dalla curia, era tornata a essere feudo dei conti Gabrielli, per averla ereditata nel 1459 dal padre insieme ad altre fortificazioni poco distanti, con tutte le pertinenze del castello e, su invito dei duchi di Montefeltro, provvidero a fortificare i castra di propria dipendenza, tra i quali anche Serra. 

Passato a metà ‘500 ai conti Bentivoglio in qualità di feudo, nel 1564 essi vendettero una parte sostanziosa dei beni posseduti presso Serra Partucci al monastero eugubino di San Pietro, potente dominatus loci in età medievale. 

13). CIVITELLA RANIERI  (Castrum Civitelle Comitum, Civitella Comitum)

A poca distanza dal centro abitato di  Umbertide sorge “Castrum Civitelle Comitum” lungo la strada provinciale che lo collega a Gubbio. Il “Castrum”, dominava sul territorio di un’antica contea umbra. Un’ area di confine territoriale molto funzionale alla difesa, così come all’economia, la cui posizione era influente per i comuni limitrofi di Gubbio e Perugia, che puntavano a ottenerla come area di confine territoriale. 

La struttura Visibile

"Castrum Civitelle Comitum" spunta dal colle, immerso nel suo parco, mostrando l’imponenza del maniero. Ben poche sono le caratteristiche originarie del "castrum" seppure la cinta muraria esterna ripercorra il tracciato di quella trecentesca, infatti l’aspetto odierno è il risultato della ricostruzione quattro-cinquecentesca voluta dai Ranieri dopo la distruzione causata dall’assalto dei Baglioni.

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Fig. 1. Veduta generale Civitella Ranieri da Serra Partucci.

L’insediamento è facilmente raggiungibile tramite la strada provinciale divisa in prossimità del maniero in un percorso minore, che ricalca il tracciato del fossato tutto intorno al castello e conduce direttamente al portale principale, di epoca rinascimentale, dove sono evidenti le tracce della presenza di un ponte levatoio e, nella parte sommitale, lo stemma in pietra dei conti Ranieri. 

Il portale ha una merlatura coperta da un  tetto, di epoca moderna, e varie feritoie comprese tra i beccatelli a caditoia. L’andito di ingresso forma una specie di cassero, dimostrando lo scopo difensivo che doveva assolvere, come piccola fortezza rettangolare a protezione dell’entrata del castello. Inoltre, il portale è collegato con continuità a due piccole torri quadrate merlate, poste angolarmente con funzione di cortina muraria, usata come camminamento prima di giungere alle due torri.

Infatti, le due ali laterali di mura mostrano una cadenza regolare di aperture, ora adattate come finestre, che in origine potevano essere feritoie.  E’ possibile che non fossero presenti nella cortina muraria originaria chiusa, ma applicate in seguito, in modo da evitare qualsiasi appoggio per l’attacco nemico, in effetti anche le due torrette laterali presentano pareti totalmente chiuse, buie. Questa cortina ha un andamento regolare e gira attorno al castello, fino a chiudersi sul settore retrostante dell’edificio con un altro portale secondario, minore, ma lo stesso previsto di ponte levatoio. Le mura, invece, terminano nella parte del basamento a scarpata circondate da un ampio fossato. 

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Fig. 2. Il portale di accesso al fortilizio. Con lo stemma in pietra del casato sull’arco.

Superato il portale principale, si accede al cortile interno su cui si affaccia il mastio; quest’ultimo mostra i caratteri tipici di un complesso fortificato cinquecentesco. È formato da un unico corpo centrale ai lati del quale sono presenti due torrioni rotondi simmetrici con basamento a scarpata in aggetto e tamburo da entrambe le parti, che è sostenuto da beccatelli impiegati come elementi ornamentali presenti anche nella facciata centrale, dove si trovano finestre ricavate nella muratura. Sopra, la mensola in pietra percorre tutto il perimetro della fortezza per delimitare la parte inferiore, a scarpata, del torrione da quella superiore. 

Nella parte più alta del mastio si notano piccole finestrelle che rappresenterebbero la merlatura sommitale piatta del mastio, presente in origine ma ora coperta da tetto, proprio come i torrioni.

 

All’interno del cortile si articolano due piccoli sentieri che permettono di girare attorno al corpo centrale, rivelando mura perimetrali di grande spessore con basamento a scarpata e beccatelli ricorrenti ancora sul coronamento, ma non continui per tutto l’edificio. Dal lato destro si accede all’interno del castello tramite un ampio portale che immette in un ulteriore cortile interno. La corte attorno si articola in un ristretto spazio chiuso, ma per mezzo di una scalinata si possono raggiungere i due piani del castello destinati ad abitazioni. 

Grandi camini lapidei cinquecenteschi lavorati si trovano nelle molteplici stanze con volte molto ampie. Alcune di queste, nei punti in cui raccordano soffitto e pareti, formano dei singolari motivi decorativi, costituiti da piccoli stemmi in stucco e a rilievo, riferibili non solo al casato Ranieri, ma anche a quelli di altri feudi ad esso sottoposti. 

Interessante è il locale adibito a biblioteca dove un ballatoio molto stretto in legno corre a mezza altezza nella stanza e continua per tutta la superficie della stessa, si può raggiungere con una piccola scala, anch’essa lignea. Oltre i due piani sovrapposti impiegati come residenza signorile, nella parte più alta del mastio si accede a un terzo, costituito verosimilmente soltanto da un camminamento che segue il perimetro della fortezza tutto attorno all’edificio, dove sono ancora presenti pertugi e botole usate per la difesa di Civitella in caso di avvicinamento nemico. Negli appunti personali del Conte Emanuele Ranieri: Civitella Ranieri, Castello medioevale; appunti storici del Conte Emanuele Ranieri. I pertugi venivano probabilmente impiegati per il cosiddetto «tiro verticale». Da appunti riportati nelle carte di famiglia apprendiamo, inoltre, che i torrioni erano adibiti a prigioni e che vi sono tuttora presenti gabbie mobili e girevoli con punte di ferro.

Entro il castello, nel lato destro dell’edificio, e compresa nel cortile più interno, è presente una chiesa intitolata a San Cristoforo, consacrata il 1556 e retta principalmente da parroci del casato dei Ranieri.

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Fig. 3. Prospetto della facciata principale della fortificazione.

La storia Conosciuta

 

Sono scarse le notizie che riguardano Civitella nei primi secoli dalla sua fondazione. Almeno fino agli avvenimenti duecenteschi condizionati dai rapporti conflittuali tra Comuni, primi fra tutti Perugia e Gubbio.

Le prime notizie del castrum risalgono,  però, al 1078 , anno in cui ne venne iniziata la costruzione, voluta da Raniero di Monferrato, fratello del Duca Guglielmo. Tuttavia, informazioni sul castrum si possono evincere anche dall’elenco delle chiese dipendenti dalla parrocchia di San Bartolomeo di Campo Reggiano del 10532. 

Sebbene alcuni storici sostengano che Raniero scese in Italia nell’800 d.C. al seguito di una delle spedizioni di Carlo Magno, altri sostengono che questo lignaggio era originario della Sassonia e venne in Italia nel 970 d.C. dopo l’affermazione dell’imperatore Ottone III. Quest’ultima ipotesi è avvalorata dall’investitura concessa dallo stesso Ottone III alla famiglia Ranieri con elargizione di terre e feudi in Umbria e nella Marchia, in modo da rafforzarne il potere costituendo le basi per un successivo sviluppo come signoria rurale3, soprattutto dopo la realizzazione del castrum; castrum continuato con l’opera dei discendenti di Raniero. 

Il “Castrum” fu coinvolto nei rapporti conflittuali tra Perugia e Gubbio, in guerra già nel 1216. Entrambi i comuni puntavano alla conquista di luoghi fortificati e retti da signorie, al fine di stabilire un maglia difensiva con struttura insediativa regolare per un efficiente controllo preventivo sul territorio di rispettiva pertinenza. Alla fine degli scontri tra i due comuni fu sancita dalla vittoria di Perugia che, tramite il proprio potestà, stabilì condizioni davvero dure per il Comune eugubino puntando alla concessione di beni e terreni, e alla sottrazione di nuclei castrensi rilevanti affidati alla giurisdizione perugina. 

Tra questi rientrava anche Civitelle Comitum, sicuramente considerato di grande interesse politico per la propria posizione di confine e di controllo di vie fluviali e terrestri, caratteri simili a quelli delle fortificazioni sorte in questo settore est e vicine a Civitella. 

Le alterne vicende che coinvolsero il castello nel XIII secolo dipesero dalle continue lotte tra comuni rivali e confinanti, Città di Castello, Perugia e Gubbio, per i quali il controllo territoriale era l’unico strumento di affermazione del proprio potere, ma con le difficoltà incontrate nei confronti delle signorie locali che rappresentavano con i loro feudi un ostacolo per l’autonomia comunale e che, come nel caso di Civitella, intendevano avere una forte presenza per poter garantire la continuità del proprio lignaggio, nonostante le sottomissioni a cui erano sottoposte. 

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Fig. 4. Qua si vede l’ala destra delle mura collegate al portale. Sullo sfondo si intravede la torretta quadrata e merlata che forma un angolo. Anche nell’ala sinistra della cortina perimetrale si ha una struttura corrispondente.

Gli avvenimenti che interessarono nel ‘300 la vicenda di Civitella Comitum sembrano più significativi. Nel 1324 il “castrum” divenne possesso del feudatario Ghino di Petrella, appartenente al lignaggio dei “marchiones di Colle”, riconosciuto marchese con un privilegio concesso dall’Imperatore Enrico VII nel 1312. Il marchese provvide a consolidare il castrum danneggiato proprio durante gli attacchi delle città rivali. Gli storici riconducono a questo momento la ricostruzione in zona più elevata della fortificazione, comportando probabilmente lo spostamento anche della originale cerchia muraria. 

Pochi decenni dopo il conflitto tra popolani e nobili che nel ‘300 infuriava a Perugia, spesso confluito in scontri pesanti, coinvolse anche Civitella. Nel 1361 un gruppo di popolani capeggiati da Arlotto Michelotti tentò l’assedio al castrum riuscendo a conquistarlo con l’allontanamento dei rappresentanti dei “domini Ranieri”, cioè Vico di Tancreduccio e Costantino I. 

Arlotto Michelotti, come già avevano fatto suoi familiari per altri castra, rese la fortificazione un proprio feudo e le attribuì il nome di Civitella Michelotti. I Ranieri, dunque, ritennero necessario l’intervento di cariche giuridiche, quali la magistratura perugina, per tornare in possesso del proprio “castrum”, anche perché nel 1363 era stato confermato il feudo ai Michelotti dall’abate di Marzano. 

I “Ranieri” ricorsero alla curia romana per cercare di riportare Civitella entro i propri possessi. La Curia in quel momento, però, era gravata dalla spaccatura della sede per il trasferimento del papato ad Avignone. Si dovette attendere il 1385 quando il generale delle armate perugine Bartolomeo Carafa intervenne contro gli occupanti per riconsegnare Civitella ai “Ranieri”. 

L’ambizione che spingeva le truppe alla riconquista di Civitella era rafforzata dagli ampi possedimenti compresi nel “castrum” il che, in caso di vittoria, avrebbe significato ottenere una solida piazzaforte di confine. Possiamo comprendere, seppure parzialmente, quale fosse la consistenza di Civitella nel territorio ricorrendo a un atto di donazione del 1388 stipulato da “Karolus Ugucionis Marchio de Civitella” in favore di “Venciolus Roscioli”  comprendendo «una casa sita in castro Civitelle, fines cuius a I via, a II murum cassari Civitelle, a III porta ipsius castri Civitelle e la quarta parte del castello di Civitelle, della corte, del territorio, delle pertinenze ecc.». Da questa informazione si può concludere che il castrum avesse una sua viabilità interna, stradine che collegavano la porta al cassero e così via, ma poteva avere anche una corte e delle pertinenze laterali. La donazione, inoltre, potrebbe dimostare l’esistenza di più portali nella cinta muraria, rispetto ai due noti di cui si hanno testimonianze anche dalle fonti più tarde. 

Le vicende turbolente di Civitella, però ripresero già nel 1390 con l’assalto di Biordo Michelotti; solo due anni più tardi, ci fu l’assalto di Guido III del Monte, i cui possessi si trovavano ampiamente oltre il confine con il Comune tifernate. Egli, per ottenere la conquista del castello, causò notevoli danni alla struttura muraria. 

Ancora più complicato è ricostruire le vicende del 1407. La tradizione ricorda Ruggero II che,  dopo aver svolto compiti militari come soldato degli eserciti di Fortebracci e come capitano di truppe veneziane, sarebbe tornato a castrum Civitelle per riconquistare il castello con corpi armati, restituendolo al proprio lignaggio e adoperandosi fino a ottenere il riconoscimento della località come contea da parte di Martino V nel 1426, pur pagando in denaro tale privilegio, che fu poi lasciato in eredità ai discendenti. 

Un’altra versione degli accadimenti, però, darebbe a Ruggero II minor rilievo, visto che il marchese avrebbe patteggiato la riappropriazione del castrum con i monaci di Marzano. La loro intercessione presso Martino V, infatti, avrebbe permesso il ritorno di Civitella nelle mani dei marchesi Ranieri. Il riconoscimento al casato del possesso di Civitella tra i propri beni fu tuttavia confermato nel 1433, ancora a Ruggero II. La scarsa documentazione riguardo questa vicenda rende difficile definire con precisione molti aspetti e, allo stesso tempo, delineare il ruolo politico Ruggero II nell’episodio. 

Lo stretto rapporto dei Ranieri di Civitella con la famiglia perugina degli Oddi causò problemi al castrum, che nel 1491 subì un duro attacco per opera delle truppe capeggiate da Paolo II Orsini, assoldato dai rivali Baglioni al fine di conquistare tutte le fortificazioni politicamente vicine all’opposta fazione. Distrutta Civitella, i conti fuggirono verso il ducato di Urbino, da dove mosse nel 1498 il duca Guidubaldo per riportare i castelli conquistati dai Baglioni in mano agli Oddi, ristabilendo l’ordine politico che si era venuto alterando nel secondo ‘400 per i forti contrasti interni al contado perugino. 

L’intervento di Papa Alessandro VI riuscì infatti a ristabilire i rapporti tra le città e quando più tardi nel corso del ‘500 il potere della chiesa si venne saldamente affermando, molti furono i privilegi riconosciuti al casato dei Ranieri in ambito economico, politico e territoriale, soprattutto grazie al supporto di un’organizzata politica matrimoniale, che garantì stabilità nelle relazioni. 

 

14). POGGIO MANENTE (Castrum Podio Manentis)  

Poggio Manente è un castello che risponde alla tipologia di “poggio”, posto a sudest del centro abitato di Umbertide e a poca distanza dal castello di San Paterniano, con il quale in età preunitaria formava un “piccolo comune”, una “Università appodiata” poi unita a Fratta. Risulta posto a controllo del confine tra Gubbio e le diocesi di Perugia e Città di Castello, poiché il castrum di Poggio Manente rientrava storicamente nella rete difensiva eugubina stabilita nel settore ovest del contado. 

La struttura Visibile

L’abitato è costeggiato a nordovest dalla strada vicinale che, insieme ai terreni agricoli, cinge il castrum rendendolo un piccolo borgo fortificato. E’ raggiungibile mediante una strada che conduce direttamente al castrum e funge da collegamento con la vallata di Umbertide, la struttura esternamente appare imponente ma fatiscente, a causa dei numerosi crolli della cortina muraria.

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Fig: 1 Poggio Manente visione d’insieme della fortificazione del lato sud. Si noti il campanile a vela della chiesa di San Nicola

La struttura abitata di grande dimensione che si evince dalla mappa catastale crea un corpo unico a cui si può accedere tramite uno spazioso andito di ingresso. Di fronte ad esso si trova un piccolo cortile, oltre il quale si aprono ulteriori parti, quattro vani, adibite a residenza organizzate su piani diversi. Distaccata dal nucleo centrale, a sud dell’intero  abitato, si trova la suddetta chiesa quattrocentesca intitolata a San Nicola. La chiesa presenta un piccolo campanile a vela e pianta rettangolare, che in origine era compresa all’interno della cerchia muraria del castrum.

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 Fig: 2  Stralcio della mappa catastale (Agenzia del Territorio di Perugia, fog. n° 90).

Dalla tipologia della fortificazione è possibile “ricostruire” la presenza di un profondo fossato, sul cui percorso oggi si sviluppa probabilmente la strada. 

Mancano tracce di una probabile cinta esterna, probabilmente le pareti stesse delle case di Poggio Manente, che hanno andamento semicircolare, costituivano le mura di difesa. Mura che non creano veri e propri angoli ma appaiono piuttosto arrotondate, come a volere eliminare qualsiasi spigolatura che avrebbe potuto favorire assalti dall’esterno. 

Il perimetro delle mura permette di individuare chiaramente la presenza di quattro torrioni posti ai lati della cinta a munizione della fortezza.  Per quanto concerne questi torrioni sono ancora visibili, alla base, il profilo piombante e la pianta quadrangolare, seppure ne resti oggi in piedi soltanto uno che presenta un coronamento mozzato e privo di qualsiasi merlatura. 

Le pareti, costruite perlopiù in pietra locale, mostrano evidente irregolarità nella tessitura muraria con  inserimenti successivi di materiale di reintegro, sostanzialmente diverso da quello originario, sono visibili nella tessitura anche ciottoli di fiume. 

L’ingresso al castrum è costituito da una lunga scalinata in pietra apposta in periodo molto recente rispetto alla facies originaria del nucleo castrense. Dalla scalinata si può raggiungere uno stretto portale di particolare rilievo artistico e architettonico per la presenza dell’arco a sesto acuto, sormontato da una stretta feritoia e da una piccola bertesca; è probabile che proprio a questo portale fosse annesso un ponte levatoio, seppure molto stretto. 

Superato il portale si entra in un ampio andito di ingresso coperto dalla struttura di un cassero posto di guardia all’entrata al castrum; dall’andito si nota subito un voluminoso arco a tutto sesto che sostiene un ballatoio di pietra usato come collegamento tra  gli edifici del lato destro e sinistro; l’arco è posto a un livello piuttosto basso e occlude parzialmente la visuale sullo scorcio frontale dell’interno del castrum. Questo fa supporre che al livellò attuale sia un probabile livello rialzato del piano di calpestio, per molteplici riempimenti succedutisi nel tempo.

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Fig. 3 portale del complesso. La scalinata è stata  aggiunta in epoca recente modificando la preesistente rampa di accesso. Si può inoltre notare la volta a sesto acuto dell’arco d’ingresso

Le stratificazioni successive, e piani diversi quindi, erano una caratteristica di molti borghi e città medievali ed ben è ricostruibile attraverso scavi stratigrafici, che mettono in risalto le spesse stratificazioni derivate dall’accumulo di materiali di varia natura, come rifiuti organici, pietrame, legno di abitazioni esistenti precedentemente, a differenza della rigorosa sistemazione stradale eseguita periodicamente in età romana.  

Questa ipotesi può essere confermata anche dalla presenza di un ulteriore arco a tutto sesto posto precisamente dal lato opposto a questo, che risulta essere uno dei più datati elementi presenti nell’intera struttura fortificata. Internamente le mura sono molto spesse tanto da dare l’impressione di una stretta struttura fortificata dentro la quale si divincolano piccole vie di fattura medievale che percorrono interamente il cortile; all’interno, contrariamente a ciò che appare fuori, la struttura è molto unita e presenta continuità costruttiva. 

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 Fig. 4:  Particolare della viabilità interna al castrum di Poggio Manente.

Visitando un primo abitato, oggi impiegato come gran parte del castrum per uso residenziale, appaiono sostanzialmente mantenuti i caratteri principali della struttura, soprattutto nell’aspetto che le era stato dato a seguito dell’impiego nel periodo rinascimentale come residenza signorile. Dallo spessore delle mura vennero ricavate delle nicchie e un balconcino in pietra che “nasconde” la possibile trasformazione di una bertesca, data la sua posizione laterale poco più a fianco del portale di ingresso principale.

 

Molto interessante è, invece, il grande camino presente nella stanza dove si può vedere, inciso sulla mensola laterale destra, uno stemma in pietra apposto come decorazione costituito da cinque monti, che richiamano il casato di Podium dipendente dalla città di Gubbio. 

Nello stesso vano si trova un profondo passaggio interrato che, sia da saggi condotti sulla muratura, sia percorrendo lo stesso, sembrerebbe scendere per circa tre metri sotto le  fondamenta del castrum, ma il parziale crollo della cortina costituisce un ostacolo a più specifiche indagini. Visto che nella parte sud il castrum risulta essere più alto rispetto a questo versante, è possibile che il passaggio fosse un lungo camminamento interno di ronda, per collegare in modo particolarmente sicuro per i residenti, tutta o gran parte le mura perimetrali. 

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 Fig. 5: Poggio Manente: particolare del lato ovest della fortificazione. La parte sommitale della muratura è crollata a seguito dello scoppio di ordigni durante il secondo conflitto mondiale.

 In parte le strutture del castrum erano impiegate come rimesse di merci, attrezzi e bestiame, mentre altre erano adibite a residenza. Sono tuttora presenti un ampio vano utilizzato un tempo dagli abitanti come forno della comunità e una profonda cisterna interrata garanzia essenziale di autonomia idrica per i residenti. 

Proseguendo in direzione nord verso la valle del Tevere (da qui si scorge Umbertide), si sale su una piccola ripida scala che conduce a un ampio loggiato posto al piano superiore della struttura a sud dell’entrata e aperto su un bel panorama della pianura sottostante. Emergono le ampie possibilità di visuale distesa sul territorio attorno al castrum, permettendogli di assolvere appieno lo scopo difensivo con una perfetta osservazione di almeno tre punti cardinali. Inoltre, da qui è possibile scorgere una parte del castello che presenta notevoli crolli, sebbene dall’esterno non siano rilevabili. 

Nessun pavimento è qui presente, neppure un piano che separi zone diverse. Il tempo trascorso unitamente agli ultimi conflitti bellici hanno portato lo sfacelo di quest’ala del castrum, che necessita di un profondo lavoro di ripristino della muratura. Il loggiato è evidentemente un elemento architettonico apposto più tardi, quando era già avviata la trasformazione in dimora signorile e ciò è ipotizzabile soprattutto dall’ampio utilizzo di laterizi e intonaci di colore diverso attorno alle imposte che coronano il paramento murario. 

Al piano inferiore della zona ivi descritta è presente un ulteriore portale privo di andito d’ingresso, considerato ingresso posteriore al castrum. È probabile che un tempo vi si potesse accedere tramite un passaggio rialzato, ad esempio un ponte levatoio, a causa del dislivello del terreno, mentre attualmente la scalinata presente si apre a scarpata. Il portale (al di sopra del quale era apposto uno stemma, ora trafugato, del casato di Poggio Manente e che metteva in risalto la dipendenza da Gubbio) è ampio, ma la struttura interna ha subito numerose trasformazioni, per cui ora risulta essere una semplice entrata secondaria. 

La storia conosciuta

Non ci sono fonti molto risalenti che testimonino la fondazione del castello di Poggio Manente, ma gli storici locali ritengono che, sia per il lignaggio comitale di lunga tradizione sia per la tipologia dell’insediamento, la fortificazione possa risalire all’XI secolo, ponendosi quindi tra i primissimi esempi nel settore settentrionale di un tardo processo di incastellamento.

Per quanto riguarda la posizione di Poggio Manente  risulta evidente che il castrum si è evoluto a controllo del confine tra Gubbio, la sua diocesi, e le diocesi di Perugia e Città di Castello. Per la sua posizione strategica, di controllo anche della vicina Fratta, il castrum nel XIII secolo passò anche sotto il controllo del Comune perugino.

La sua localizzazione si può spiegare con la volontà del Comune di Gubbio di costruire insediamenti fortificati a controllo dei confini del proprio comitato. In generale i castra, infatti, si trovavano su colli di media ed elevata altitudine, principalmente su aree che rappresentavano punti strategici in funzione di crocevia tra rete fluviale, viaria e di confine, in modo da realizzare una definita e organizzata struttura protettiva, assimilandosi, con tale aspetto, alla tipologia di cortina difensiva territoriale usata anche dagli altri comuni dell’Umbria settentrionale in base alla conformazione del suolo e dell’ambiente. 

Castrum Podii Manentis era proprietà dei domini omonimi, appartenenti al gruppo signorile di Poggio Manente- Ascagnano, che rappresentava un importante lignaggio dell’Umbria settentrionale, i cui possessi erano estesi oltre le alte colline del contado eugubino fino ad allargarsi verso sud, in prossimità del Tevere, a seguito di cessioni e concessioni enfiteutiche di terreni e castelli. 

Da questo gruppo signorile, però, si erano divise più famiglie nobiliari, tra cui i domini di Poggio Manente e Castiglione Aldobrando, e una di queste scelse come proprio dominato il castrum di Poggio Manente (così denominato per la loro presenza), rendendolo «il centro di un autonomo dominato». In effetti, il castrum assunse ben presto una sua indipendenza poiché i domini arricchivano i loro possedimenti di nuove terre circostanti (o distanti), spesso con nuclei abitati che permettevano di incrementare la presenza di homines alle proprie dipendenze. 

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 Fig. 6: particolare della Carta del Giorgi del 1573, si vede la rappresentazione delle mura del castrum “Il Poggio” e della chiesa di S. Nicolo... ovvero Nicolò.

L’albero genealogico che ricostruisce i vari rami dei nobili di Poggio Manente mostra che il lignaggio aveva un gruppo parentale piuttosto articolato, poiché la linea di discendenza si era formata da molteplici casati. 

I domini di Poggio Manente, che avevano la propria residenza nel castrum, derivavano da quelli di Ascagnano e tra i loro primi possessi di cui abbiamo notizie rientrava il castello di Penne, la cui posizione non è oggi localizzabile, concesso in enfiteusi nel 1157 dal monastero di Santa Maria di Val di Ponte insieme alla cessione dei diritti consuetudinari, mostrando così l’esistenza di rapporti antichi e regolari con l’ente monastico mantenuti nel tempo. 

Forse questi rapporti erano incentivati dal fatto che «il nome di alcuni abbati potrebbe far pensare alla parentela con certe famiglie, signorili: il nome di Armanno, abbate dal 1182 al 1204 [...], ritorna in due generazioni dei signori di Poggio Manente collocabili in quel lasso di tempo». 

In questo caso il monastero rappresentava un forte dominatus loci al quale i primi esponenti del casato concessero nel 1159 le proprie usariae, cioè l’insieme di uomini, fortificazioni e ricchezze possedute nei pressi del monastero per ottenere in enfiteusi il castello di Penne, riservandosi dalle usariae la riscossione di determinate tassazioni. 

La stessa concessione in enfiteusi venne rinnovata nel 1169. I loro possedimenti erano vasti e, dato che il casato era formato da numerosi appartenenti, essi detenevano insieme alcuni castra (fenomeno diffuso in Umbria settentrionale), tra cui anche il castello di Agello eugubino  notificato nel 1188 e nel 1203. Discendenti da un comune antenato (Rainaldo), i domini del castello di Poggio Manente appartenevano al ramo di Stefano di Armanno (1157-1184), il cui erede Spagliagrano (1215-1248) diede origine ai comes Stefano e Rainaldo di Spagliagrano signori del castello, con i quali raggiunse prestigio grazie agli ampi possessi ottenuti. 

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Fig. 7:  La chiesa di San Nicola a sud del "castrum" di Poggio Manente..

 Proprio sotto il dominio del lignaggio degli Spagliagrano legati a Gubbio, il castrum visse gli avvenimenti più importanti per l’appartenenza ad alterni comuni dominanti, che consideravano anche questa fortificazione come punto di contatto tra poteri opposti lungo uno stesso confine. 

Il castello fu colpito dai severi provvedimenti presi dal potestà di Perugia, a seguito della guerra del 1216 contro Gubbio: la sconfitta costò agli Eugubini la perdita di alcuni castra in favore di Perugia, cessione che comprese anche Podium Manentis, restando solidamente in mano della città fino al 1251. 

Anche i domini del castrum avvertirono comunque in questo periodo i conflitti sociali che coinvolgevano la variegata società perugina. Essi incassarono i colpi della crisi del quinquennio 1223-1227: oltre contenziosi disputati con enti religiosi (1222-1223), in qualità di affermata signoria rurale cercarono di stipulare accordi e patti con il comune di Città di Castello nel 1223, perché largamente «interessati, per contiguità territoriale, a procurarsi l’appoggio del comune tifernate, in cambio di sostanziose concessioni in termini di ampliamento dell’area di influenza». Riferimento diretto di queste posizioni erano gli accordi sanciti entro l’anno da Stefano di Spagliagrano, proprio il signore feudatario di Poggio Manente. 

Non è strano che il castrum, seppure in questo periodo fosse sottoposto alla giurisdizione perugina, si interessasse a concordare pattuizioni con i Tifernati. In effetti, ben consci della difficile situazione, la stessa incertezza nel potere politico spinse i signori di Poggio Manente a rafforzare il proprio lignaggio sotto ogni punto di vista, come unica possibilità di affermarsi e continuare a esistere in qualità di signoria rurale dell’area di appartenenza. 

È probabile che questa stessa instabilità fece sì che Poggio Manente dal 1251 al 1257 tornasse sotto la giurisdizione di Gubbio, insieme agli altri castelli sottomessi dai Perugini nel secondo decennio del ‘200, incalzante la guerra proprio contro Gubbio. 

Nel luglio 1258 «D.nus Stephanus dni Spalagrani de Podio Manentis anche a nome del fratello Ranaldo»  sancì con Gallus Norimbello (capitano del popolo) la sottomissione di parte del Castrum Podium Manentis al comune di Perugia, ottenendo in cambio la difesa del castello contro ogni possibile attacco mosso da cittadini e militi di Gubbio e l’obbligo di restituirlo ai suoi domini (cioè Stephano e Ranaldo) alla conclusione della guerra con il comune rivale. 

Poggio Manente tornava così alla giurisdizione perugina. Nell’atto di sottomissione, però, rientravano anche impegni ulteriori da assolvere sempre in favore di Perugia, quali l’obbligo di «far guerra e pace secondo gli ordini del Comune» e «promessa di tenere il castello a nome e per conto del Comune, di non alienarlo o sottometterlo ad altri, di non accogliervi nemici del comune stesso». 

Perugia, come gli altri comuni che puntavano al potere territoriale quanto maggiormente possibile nelle vaste aree del contado oltre che nelle zone più prossime al centro urbano, era principalmente interessata a sottomettere alla propria giurisdizione i castra, poiché dunque assolveva appieno a questo scopo, vista la sua prossimità con Gubbio e i rapporti stretti in passato con Città di Castello. 

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Fig. 8: particolare della mappa di Filippo Titi “Legazione del ducato di Urbino”, 1697, si vede la rappresentazione del territorio del “Il Poggio” del Marchese Orazio Bongiovanni, barone romano e marchese di Poggio Manente.

Particolare è anche la presenza dell’obbligo per il castrum nei confronti di Perugia di «tenere il castello ad honorem et status del comune ricevente» (elemento generalmente poco presente nei documenti di sottomissioni), però utilizzando «i propri castellani o capitanei», considerati non solo maggiormente fedeli al comune di appartenenza, ma anche «più sicuri e controllabili»  per la diretta dipendenza da Perugia. In tal modo, si cercava di evitare ogni possibilità di conflitto e di rafforzamento delle signorie considerate rivali, per il raggiungimento di potere. 

Poggio Manente, comunque, aveva dimostrato già precedentemente la sua dipendenza giurisdizionale dai Perugini, come evidenziano i rapporti del dominus Rainaldo di Spagliagrano (e dei suoi fratelli) con le magistrature della città. A seguito della conclusione della guerra contro Gubbio, Poggio Manente fu confermato come castrum dipendente da Perugia, nonostante l’avversione del sindaco tifernate Tiberio di Ranaldo de Valcellis che rivendicava le proprie pertinenze. 

Il ‘300 propose vicende meno movimentate per la storia di Poggio Manente, al di là di piccoli contenziosi e atti giudiziari che videro protagonisti la popolazione rurale o i signori del castrum. I fatti d’arme che nella seconda metà dello stesso secolo riguardarono Poggio Manente rientravano nel duraturo conflitto fra Gubbio e Perugia, tanto che le magistrature di quest’ultima città ipotizzarono la distruzione del castrum nel 1378, poi però non compiuta. 

Nella parte sud del castello è posta la chiesetta quattrocentesca intitolata a San Nicolò (eretta nel 1404), che doveva rientrare entro le mura del nucleo fortificato. Tuttavia, le decime della diocesi di Gubbio corrispondenti agli anni 1333-1334 riferiscono la presenza di una chiesa intitolata ai Santi Pietro e Paolo, appartenente al castrum (della quale però si hanno riferimenti solo dalle Rationes Decimarum): Item habuit a dompno Zintio rectore ecclesie Ss. Petri et Pauli de Podio Manentis XX sol. reven.. Dompnus Cintius rector ecclesie S. Petri de Podio XX sol. rav. . Dompnus Zintius rector S. Petri de Podiomanente XX sol. rav. . Queste informazioni permettono di stabilire l’esistenza di un ente religioso gravitante sul distretto di Poggio Manente o nel castrum stesso, preesistente alla chiesa di San Nicolò e, probabilmente, appartenente alla canonica di San Mariano di Gubbio, vista l’influenza dell’ente in questa zona e i rapporti con i domini di Poggio Manente per i possessi territoriali. 

Poggio Manente insomma, in qualità di castello di poggio, assolveva a una funzione prettamente difensiva, come importante avamposto sottoposto al Comune eugubino nel settore confinante con Perugia. In effetti, era coinvolto proprio per questo, nelle violente contese di castra che videro protagonisti Gubbio e il Comune perugino. 

Nb: la struttura è privata, sebbene in buona parte appaia fatiscente ed abbandonata mantiene ancora un settore abitato.

 

15). San Paterniano  (S. Patrignani, vila S. Patrignani supra S. Iohannem de Asino, S. Paterniani) )

Oggi del castello di San Paterniano restano solo poche parti delle mura perimetrali, dalle quali si può ipotizzare la ricostruzione della struttura originaria, seppure la sezione in alzato è poco attendibile perché appare mozzata.

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Fig. 1: residui delle mura del castello di San Paterniano, foto del 2021.

Nella planimetria catastale Urbana si notano due edifici di sezione regolare quadrangolare: uno con andito d’ingresso e un altro rettangolare vicino, che lasciano spazio per un piccolo cortile cinto dalla strada vicinale con cui San Paterniano è collegato a Poggio Manente.

 

Esternamente i lacerti, per ciò che rimane, mostrano una tessitura muraria non molto regolare per probabili inserimenti successivi con pietre squadrate, interrotte dalla presenza di feritoie strette e basamento parzialmente aggettante. 

Oggi in loco è presente un abitato privato.

Nb: la struttura oggi è privata.

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Fig. 2: residui delle mura del castello di San Paterniano, foto Porrozzi del 1984 in Bruno Porrozzi, “Umbertide ed il suo territorio. Storia ed immagini”. Ass. Pro Loco Umbertidese, Tipografia So.Gra.Te. Città di Castello, 1983

Esternamente i lacerti, per ciò che rimane, mostrano una tessitura muraria non molto regolare per probabili inserimenti successivi con pietre squadrate, interrotte dalla presenza di feritoie strette e basamento parzialmente aggettante. 

Oggi in loco è presente un abitato privato.

Poco più a nord di San Paterniano (a 523 m di altitudine) è presente una chiesa con intitolazione omonima, anch’essa in stato precario avvolta da fitta boscaglia, la cui struttura era piuttosto piccola. 

Non abbiamo però allibramenti di questa chiesa riportati dal Liber beneficiorum, che invece proponeva nella località di San Paterniano una chiesa intitolata a San Giovanni di Assino «[...], dipendente dal monastero di Petroia, [...] iscritta per 60 libre» e che «nel manoscritto Belforti-Mariotti [...], la si ubica nella villa di S. Paterniano del contado di porta Sole». Porrozzi in “Umbertide ed il suo territorio. Storia ed immagini” riporta, senza offrire alcun riferimento di riscontro, che la chiesa aveva internamente pregevoli affreschi, in cui erano ritratti la Vergine, il Bambino e Santi in varie scene, eseguite forse dal celebre artista Matteo da Gualdo (che operò nelle aree di influenza eugubina). 

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Fig. 3: La struttura principale del castello nelle mappe dell’IGMI, rilievo del 1942 è individuata come “il Castello” a 508 metri s.l.m.

 L’origine toponomastica dell’intitolazione del castrum a San Paterniano ha portato la tradizione a formulare spiegazioni elaborate, con le quali si voleva vedere nel termine Petrignano (a volte ricorrente nelle fonti) uno sviluppo dei termini petra ignis, cioè ‘pietra del fuoco’. 

San Paterniano potrebbe invece richiamare un agionimo o, più in particolare, un nome prediale con terminazione nel suffisso –anus di tradizione romana, che si è mantenuto, sviluppato e affermato nel tempo in quest’area. Nella zona di confine e in quella parzialmente interna tra diocesi perugina ed eugubina se ne contano tre. In effetti, anche il Serra riconduce a questa categoria il nome Paternianus, nel quale vede un’origine germanica molto aderente alla tipologia di cognomi di età tardo romana sulla scorta di esempi simili, individuati come calchi morfologici. 

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Fig. 4: La struttura del Castello di San Paterniano nel lato sud ovest lungo la strada adibita ad abitazione privata.

La storia conosciuta

San Paterniano si trovava nei pressi del confine tra pertinenze perugine ed eugubine, posto perciò a salvaguardia del territorio dalle incursioni reciproche dei due comuni, tra loro spesso in conflitto. 

Ma i numerosi toponimi che richiamano una intitolazione a San Paterniano, diffusi nell’area settentrionale del contado perugino compresa tra le diocesi di Perugia e Gubbio, non permettono di individuare con precisione le vicende storiche che interessarono il castello omonimo situato nel settore nordest di porta Sant’Angelo, poiché non ci sono specificazioni che lascino indagare distintamente i precisi processi evolutivi di ognuno di essi.

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Fig. 5: Particolare dalla carta di Filippo Titi del 1697: “Legatione del Ducato d'Urbino con la Diocesi, e Governo di Città di Castello et altri Governi, e Stati Confinanti” del 1697; qua il Castello viene indicato come San. Patrignano.

La storia conosciuta

Analizzando le fonti catastali di metà ‘200, si notano diverse diciture riguardanti San Paterniano. Nel contado di porta Sant’Angelo apparivano una vila S. Patrignani supra S. Iohannem de Asino e un’altra vila S. Patrignani ascrivibili a diverse località ed entrambe elencate nel Liber bailitorum del 1258 relativo al contado.

In questo caso, però eseguendo un rapido confronto tra le due ville per la loro posizione, è possibile ricondurre San Paterniano supra S. Iohannem de Asino2 alla località affrontata nella presente ricerca, dato che nei pressi dell’insediamento si trovava anche il toponimo San Giovanni di Assino, corrispondente con probabilità all’odierno Podere San Giovanni posto a 291 m di altitudine e poco distante dal tratto di scorrimento del Torrente Assino3. Villa S. Patrignani corrisponderebbe invece a un’altra località posta nei pressi di Colle del Cardinale, seppure sempre appartenente al contado relativo a porta Sant’Angelo.

 

In seguito, il Liber impositionis bladi del 1260 tra le ville e i castelli del contado non riportava tassazioni per questa villa, se si escludono le menzioni di San Giovanni di Assino5. La registrazione dei focolari stilata nel 1282 citava con maggiore precisione la diversificazione di questi insediamenti. San Giovanni di Assino era censito a parte, mentre comparivano due ville S. Paterniani, che mostravano una consistenza diversa nel numero di abitanti. 

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Fig: 6. Ruderi della zona centrale della chiesa di San Paterniano. Riportiamo qua la descrizione delle opere murarie perdute al suo interno: “Entrando sulla parete di sinistra, è dipinta la Vergine con il Bambino, che porta in mano una rondinella e S. Ubaldo. Più in fondo v’è un’altra figura rappresentante un santo con il berretto da doge, la spada in mano e un drago ai piedi del mare. Sotto di esso si legge: - Questa figura fé fare li monaci di… (forse della Badia). L’atteggiamento delle figure, il collo allungato della Vergine, la forma dell’aureola del Bambino, sono le caratteristiche di Matteo da Gualdo. A destra vi è un altro affresco rappresentante la Madonna col Bambino, S. Antonio ab. e S. Sebastiano (?). Questo affresco può riferirsi ad epoca posteriore, più tarda, forse ai primi del secolo XVI, ed essere attribuito a scuola umbra, che ricorda il Perugino.  Il volto della Vergine ed il Bambino, discretamente conservati, sono bellissimi. Molte remote ed incerte le origini della chiesa; un mattone murato porta scritto: Restaurata 1525.” (Riportato in Bruno Porrozzi, “Umbertide ed il suo territorio. Storia ed immagini”. Ass. Pro Loco Umbertidese, Tipografia So.Gra.Te. Città di Castello, 1983 -P.245-; testo proveniente dall’opera di Ballerini F., “Appunti storici della Terra di Pierantonio e dintorni”, Umbertide 1913.) 

Poiché l’insediamento di San Paterniano qui trattato veniva più volte presentato dagli studiosi come «castello» (seppure le fonti lo definissero villa), è possibile addurre una maggiore presenza di popolazione, dato che poco più a nord del nucleo fortificato era presente anche un ente religioso: a San Paterniano i focolari censiti oscillavano nell’arco del 1282 tra 8 e 11 nuclei. 

Le incerte vicende insediative di San Paterniano sono relazionate dalla storiografia locale con quelle che interessarono i vicini castelli di Poggio Manente e Serra Partucci, sottoposti alla giurisdizione eugubina per la loro posizione di confine. Inoltre, la vicinanza dell’insediamento allo scorrimento del Tevere lo poneva come castrum di controllo delle vie di terra e di fiume, seppure risultasse di piccole dimensioni; avrebbe potuto avere funzioni di avamposto al sovrastante castello di Poggio Manente, ma anche essere un caso di polarizzazione tra castrum e villa, dove quest’ultima si sarebbe costituita a seguito dell’abbandono del castrum da parte di alcuni rustici, sdoppiamento dato, dunque, da una decisione collettiva. 

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Fig: 7. Ruderi della Chiesa di San Paterniano con la parte superiore collassata probabilmente al suo interno. La tessitura muraria palesa diversi interventi. Qua in primo piano il muro più esterno verso sud ovest in pietra arenaria. Mentre è ben visibile lo stesso muro dal basso (nella foto precedente) che appare in buona parte in muratura, mentre la tessitura delle mure posteriori e più interne  (foto precedente) sembrano di fattura analoga ai resti delle mura del “Castello” sempre in arenaria.

Inoltre, poiché le fonti connotavano più volte San Paterniano come villa, è possibile ipotizzare che lo fosse realmente e che, caso non strano soprattutto nell’Alto Medioevo, potesse avere una parvenza di struttura difensiva, ad esempio un semplice fossato o una specie di muratura, dato che anche questo tipo di abitato poteva presentare un organismo molto saldo e accentrato

 

. È necessario precisare che nelle zone in cui veniva creata una fortificazione seppure già vi erano insediamenti preesistenti, essi mantenevano indipendenza e continuavano a chiamarsi villae (fenomeno che si verificò soprattutto nei secoli XII e XIII). 

Unica vicenda storica ad oggi conosciuta che riguarda il castello è l’occupazione occorsa a San Paterniano nell’anno 1439 da parte dei perugini Oddi, supportati da fuoriusciti intenzionati a conquistare le fortificazioni del territorio settentrionale, spinti dal conflitto contro Perugia e la famiglia rivale dei Michelotti. È in questo stesso anno che Bertoldo degli Oddi, tra gli altri castrum, tentò anche la conquista di Fratta e Castiglione dell’Abbate11. 

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Fig: 8. Panorama dalla Chiesa di San Paterniano verso sud ovest. In basso l’agglomerato di Poggio Manente e in più basso la valle dell’Assino con la sua confluenza con quella del Tevere, dove si estende l’attuale Umbertide, antica Fratta.

Foto: Francesco Deplanu e Bruno Porrozzi.

 

16). POLGETO  (villa Pulgeti)

Lungo la strada di collegamento tra Umbertide e Perugia sorge Polgeto. Il castello rientra nella tipologia di castello di pendio; sorge infatti su di un colle piuttosto scosceso. Tra i vari castelli e torri che da Monte Acuto guardano l’antica Fratta è quello più lontano dalla città. 

Le caratteristiche principali sono la sua elevazione e posizione di presidio di una via di comunicazione che era usata soprattutto come direttrice commerciale.

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Fig. 1: Polgeto, sullo sfondo l’Alta valle del Tevere.

La struttura visibile

La strada vicinale che conduce a Perugia passa lateralmente all’abitato mentre, distanziata, è evidente la presenza della chiesa parrocchiale di Santa Maria del Sasso. 

Tutto il nucleo di Polgeto appare gravitante attorno alla torre, che ha un’ottima visuale sulle aree circostanti: Fratta (Umbertide) verso sudovest, il castrum di Fratticiola di Monte Acuto e Castiglione dell’Abbate a sud mentre più in alto, a nordovest è vigilato dal castello di Migianella dei Marchesi. 

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Fig. 2: Polgeto: stralcio della mappa catastale - Agenzia del Territorio di Perugia, fog. n° 80

Per quanto riguardo l’aspetto architettonico, solitamente dagli storici viene in rilievo un solo aspetto della rocca, quello costituito dagli elementi di tipo difensivo-militari: le merlature tardo-trecentesche di tipo «guelfo» terminanti con sezione piatta, utilizzate come riparo dal tiro nemico e tre “finestre” verticali ricavate da feritoie presenti già in precedenza nella muratura, allo scopo di colpire il nemico senza mostrare la propria esposizione. 

L’aspetto più interessante della rocca è, invece, la sua stessa struttura possente, da cui si evince la funzione originale che ne spinse la costruzione. Essa rappresentava un punto di controllo del territorio e preventivo incastellamento del sito: un fuoriuscito si era insediato nel luogo determinando lo sviluppo di una signoria rurale che in seguito, con la spinta dei residenti in loco, era diventato centro fortificato dotato di mura di cinta. In seguito, le vennero applicate tutte le modifiche strutturali previste per una fortificazione dalla strategia militare del XIII-XIV secolo. 

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fig. 3: Polgeto: particolare della torre centrale merlata, versante nordest. 

L’accesso principale permette l’entrata al castrum con un portale, piuttosto imponente provvisto di un andito di ingresso chiuso. Tale struttura evidenzia nella parte interna un arco a sesto acuto di gusto trecentesco, poco al di sotto del quale si trovano due nicchie laterali proporzionalmente più piccole, ma dello stesso tipo. 

L’insediamento complessivamente si presenta come un circuito di edifici che, separati da strette vie, sono raccolti in un’ampia cinta muraria, gran parte della quale soprattutto nel versante sud di Polgeto è ancora presente e visibile, mentre in altre parti è praticamente inesistente. La grande rocca centrale mostra poche aperture e una merlatura sommitale; in origine il coronamento poteva essere più alto e con pareti totalmente cieche, così la cerchia muraria sarebbe stata più estesa ed elevata di come si presenta odiernamente, e congiunta a ogni angolo da tre torri di avvistamento. 

La continuità delle mura perimetrali contribuiva a rappresentare un valido elemento per la difesa del castrum, unitamente alla posizione elevata e alle caratteristiche ambientali. 

 

 

La storia conosciuta

Nei documenti catastali più antichi Polgeto era indicato in alternanza sia come castrum che villa, tranne per qualche eccezione quando dal 1438 i censimenti lo riportavano come castrum. L’avvicendamento dello stesso insediamento mostra la perdita del peculiare e predominante aspetto fortificato del nucleo con la conseguenza del suo allargamento al di fuori del districtus castrense, questo in periodi storici relativamente tranquilli. 

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Fig: 4.  Particolare dalla carta di Filippo Titi del 1697, dove è ancora ben visibile il Castello di Polgeto tra Monte Acuto e Fratta: “Legatione del Ducato d'Urbino con la Diocesi, e Governo di Città di Castello et altri Governi, e Stati Confinanti” del 1697.

Il Liber impositionis bladi dell’anno 1260 (elenco di ville e castelli del contado di Perugia) riporta tra gli insediamenti di porta Sant’Angelo Villa Pulgeti, che era tenuta a corrispondere un’imposizione di XVIII corbe. 

Anche nel 1282 Pulgeti era definito villa ed erano presenti 23 fuochi, delimitando così un insediamento di modeste dimensioni la cui fondazione si fa storicamente risalire a un perugino, l’esule Biagio di Buto, che dal comune di Perugia si sarebbe rifugiato nei pressi di Polgeto erigendo un proprio castrum fortificato a scopo difensivo nella seconda metà del XII secolo, così da proteggersi aggirando eventuali condanne inflitte dai priori. 

Non si hanno notizie di Polgeto nel periodo intercorso dalla sua prima (probabile) fondazione fino al XIV secolo, se non le menzioni di carattere sociale, economico e amministrativo presenti nei catasti e nei censimenti, che tuttavia possono dimostrare l’evoluzione delle modalità insediative succedutesi nel castrum. Dall’originaria fortezza di proprietà, Polgeto aveva in seguito riunito altri fuochi adattandosi al sistema di accentramento e incastellamento, lento ma progressivo, diffuso in questo settore settentrionale nei secoli XII-XIII. 

Un elemento che conferma la nuova evoluzione dell’insediamento fu l’istanza promossa dalla comunità del castrum nel 1399 al Consiglio generale perugino, per potere costruire alcune abitazioni proprio attorno alla torre preesistente voluta da  Biagio, venendo così a costituire uno specifico nucleo insediativo fortificato. 

La storia locale non riporta scontri o attacchi riguardanti Polgeto in epoca medievale, ma è possibile ipotizzare che la sua posizione di presidio sommitale a controllo del territorio di Fratta e poco lontano da Migianella dei Marchesi, lo rendesse bersaglio di Perugini e Tifernati in lotta per assicurarsi i territori localizzati rispettivamente più a nord o a sud delle proprie pertinenze periferiche. È probabile che proprio tali incursioni avessero spinto gli abitanti di Polgeto a richiedere strutture abitative fortificate. 

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fig. 5: Visione frontale della chiesa poco prima del nucleo con la torre di Polgeto.

Nonostante ciò, Polgeto era riportato ancora come villa nel censimento del 1410. La situazione si evolse con il passaggio a castrum nel primo trentennio del ‘400. Nella località erano presenti già dal XIV secolo due chiese: San Lorenzo, che nel 1495 risultava tra quelle elencate come dipendenti dall’Abbazia di San Salvatore di Monte Acuto8 (ma ora non più esistente), e Santa Maria del Sasso. 

A proposito della chiesa parrocchiale di San Lorenzo, il Grohmann spiega che «nel Liber beneficiorum [...] la chiesa di S.Lorenzo de Puglieto, dipendente dal monastero di S. Salvatore di Monte Acuto, è iscritta per 35 libre. Nel catasto del 1489 [...] la chiesa che si specifica è de castro Polgeti, nel contado di porta S. Angelo, è iscritta tra i rusticali, per 25 libre; è proprietaria di 7 pezzi di terra, per una stima complessiva di 220 libre di denari». Anche nelle Rationes Decimarum veniva citata la chiesa: Item pro ecclesia S. Laurentii de Polgeto solvit dompnus Egidius rector dicte ecclesie pro dicto termino XVIII sol. cor.. Non abbiamo quindi nota nel XIV secolo dell’altra chiesa, quella della Madonna del Sasso. 

Foto: Francesco Deplanu

 
 
 

17) CASTIGLIONE DELL’ABBATE (Castrum Castiglionis Abbatis, castrum Castilionis Abbatis)

Castiglione dell’Abbate, denominato anche Castiglioncello o semplicemente Castiglione, sorge su di un colle a 416 metri sul livello del mare, lontano circa 3-4 chilometri da Umbertide.

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Foto 1: Castiglione dell’Abbate visto dalla costa di Monteacuto con la sua posizione di controllo sulla pianura destra e sinistra del Tevere (Foto Francesco Deplanu)

Oggi è ben visibile la torre, posta in posizione angolare rispetto a due strutture abitate ad essa accorpate, nel lato sudest. Isolato su uno sperone collinare, Castiglione era ragionevolmente conteso dai due maggiori comuni dell’Umbria settentrionale, Gubbio e Perugia, per la sua ubicazione a metà tra una importantissima via fluviale protagonista di scambi e commerci e una terrestre, di collegamento tra i centri a nord e sud dell’antico Corridoio bizantino (la via Tiberina).

LA STRUTTURA VISIBILE

Il Castrum con la sua torre, ed oggi due annessi abitati, apparteneva in origine al vasto dominatus loci della Terra S. Salvatoris, ovvero era un possesso del monastero di San Salvatore di Monte Acuto.

Castiglione dell’Abbate gode di un buon campo visivo sull’abitato di Fratta, oggi Umbertide, ma soprattutto può scorgere anche da molta distanza le fortificazioni di Fratticiola, Galera e Montacuto a ovest, Migianella dei Marchesi, Polgeto e Romeggio a nord, fino ai più lontani Civitella Ranieri e Poggio Manente verso destra. Questa disposizione lo colloca in quella cinta fortificata estesa della parte più settentrionale del contado perugino di porta Sant’Angelo.

In origine la torre venne eretta come struttura quadrangolare, fatta con piccole pietre squadrate di tessitura regolare; furono previste aperture laterali, ad esempio feritoie che sono ancora presenti presenti nel lato nord-ovest. Odiernamente però la parte sommitale risulta mozzata e, seppure siano stati intrapresi lavori di ripristino, gran parte delle sezioni della cortina muraria risultano crollate. La linearità del paramento murario odierno, comunque, fa apparire il complesso castrense di Castiglione dell’Abbate come una struttura molto semplice, seppure svetta sulla collina circondato da una fitta boscaglia di castagni e pioppi. Più volte nel tempo la cinta muraria ha subito ripristini, ma oggi la parte SE è per la maggior parte crollata, per cui ne sono visibili solo alcuni lacerti.

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Foto 2: Castiglione dell’Abbate: il complesso castrense (versante nord-ovest del colle) con la torre costruita nel 1389.

Al di là delle congetture ipotizzabili sugli agionimi, la toponomastica permette di confermare la funzione strategica ricoperta dall’insediamento anche nel periodo altomedievale. Considerando un settore più ampio del territorio intorno al presidio di Castiglione, benché non è possibile trovare riferimenti espliciti che indichino la presenza del Corridoio bizantino (il quale ripartiva idealmente questi luoghi in base alla loro appartenenza), possono emergere dei termini di origine longobarda che richiamano postazioni e presenze militari confinarie.

Il più significativo è Rio del Guardengo, corso d’acqua che sottende la parola Warda, cioè posto di guardia «con il soprastante fortilizio di Castiglione [...], a SE di Umbertide, dominante il passaggio della strada di valico da S. Giovanni del Pantano alla sponda destra del Tevere» che, secondo il Del Lungo, con la «terminazione -eng- del toponimo, è possibile si tratti di una postazione originariamente Gota ripresa poi dai Longobardi».

Queste affermazioni possono essere decisive per la fondazione del primitivo insediamento in un periodo molto più risalente rispetto a quello che possono lasciare riscontrare le fonti, anche se con una facies diversa da quella nota oggi. Inoltre, in questo senso è fondamentale rilevare che, nell’intitolazione della sottostante Abbazia al Salvatore, si può individuare una ulteriore presenza toponomastica di matrice gota-longobarda, elemento di rilievo a sostegno della possibile presenza nel sito di postazioni militari prima gote e poi longobarde.

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Foto 3: Il “Rio del Guardengo” nella Tavoletta IGM 1:25:000 “Umbertide” - F. 122 I. N. E. Rilievo del 1941.

Recentemente sono stati intrapresi lavori di restauro e consolidamento, che parzialmente hanno variato l’aspetto strutturale del castrum (soprattutto per ciò che riguarda le abitazioni laterali alla torre), mentre la torre mozzata sembra recare la presenza di merlatura sul coronamento rispondente al periodo (trecentesco) di costruzione: odiernamente, però, non ne resta traccia.

LA STORIA CONOSCIUTA

Le informazioni su “castrum” iniziano a metà del 1200. Come “Castrum Castilionis Abatis” viene indicato nel 1260 nelle “Reformationes Comunis Perusii “. Successivamente viene indicato con la presenza di 20 fuochi nel 1282 con il nome di “Castrum Castilionis Abbatis” nell’elenco della distribuzione dei focolari delle comunità rurali.

I documenti non ci aiutano a ricostruire prima del 1210 lo sviluppo di questo insediamento, ma considerando l’anno di morte dell’abate Savino (1190) e l’esistenza della chiesina omonima (1145), è possibile ipotizzare la presenza di un nucleo abitato, seppure non fortificato, almeno dall’inizio del XII secolo che, seguendo le tendenze del territorio umbro settentrionale, si sviluppò con maggiore vigore dalla metà del XII secolo.

Del castrum si sa da diverse fonti che faceva parte anche un ente religioso anche se con differenze nell’attribuzione fra gli agionimi Santa Maria e Santa Lucia; comunque nel Liber beneficiorum la chiesa, dipendente dal monastero di S. Salvatore di Monte Acuto, è iscritta per 18 libre; nel catasto del 1489, poi, le vengono segnati 7 pezzi di terreno, del valore di stima di 90 libre di denari, e la chiesa è iscritta per una libra di 25 libre grosse.

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Foto 4: Castiglione dell’Abbate: torre del castrum, vista da nord-ovest.

Un altro dato importante per l’aspetto agiotoponomastico moderno è quello fornito dal riferimento della denominazione di “Abbatis” del castrum. La tradizione vuole che presso questo insediamento fosse nato l’abate camaldolese Savino, eremita e poi rettore del sottostante San Salvatore, morto nel 1190 e in seguito proclamato santo.

Intitolazione del luogo e data sono utili per poter compiere un percorso inverso per risalire con più precisione all’originaria fondazione dell’insediamento, probabilmente in principio non fortificato. È possibile che qui, nel corso del tempo, il culto di San Savino sia stato sostituito a partire dal XIII secolo con quello mariano molto diffuso nella zona: si ricordano le chiese di Santa Maria di Monte Acuto; Madonna della Costa; l’ospedale di Santa Maria e San Giuliano, presso Galera, poiché la bolla emessa da Eugenio III nel 1145, che contiene un elenco di chiese alle quali sono confermati i relativi beni, presenta la «chiesina di San Savino situata tra l’Abbadia e Monte Corona». Inoltre il Briziarelli ricorda una tradizionale processione annuale, che si svolgeva nella ricorrenza del giorno dell’Ascensione e che procedeva dall’Abbazia di San Salvatore fino a Castiglione, per spiegare l’esistenza di un nucleo religioso.

È necessario precisare che, procedendo lungo la strada che conduce a Monte Corona, ad alcuni metri di altitudine più in alto rispetto alla fortificazione, si trova un piccolo edificio religioso, presso il quale risiedeva una comunità monastica maschile, ricordato nelle fonti come Chiesa di San Savino. Questo piccolo oratorio è attualmente recuperato interamente come abitazione, pur mantenendo pressoché inalterate le caratteristiche e gli elementi tipici dell’edificio di culto, come ad esempio l’area sacrale interna, dove era posto l’altare, strette monofore, oggi riutilizzate come finestre, e un oculo posto sulla facciata principale.

Presumibilmente, dunque, la processione aveva termine qui e non nella fortificazione, che comunque comprendeva nel proprio “districtus” castrense anche la chiesa di San Savino,

Il castello venne probabilmente costruito come sito strategico per la difesa della sottostante Abbazia di San Salvatore, pur rientrando nel progetto elaborato dal comune perugino di organizzare e controllare il contado per mezzo di fortificazioni che servivano a definirne la rete difensiva e a sostenere il popolamento della periferia, scelta politica principalmente usata per incrementare l’economia agraria.

Per questo il comune perugino ordinò con determinazione, a seconda dei casi, nuove fondazioni o il recupero di preesistenti cerchie murarie per gli insediamenti collocati nelle vicinanze del confine con altre città, concedendo il diritto alla difesa con strutture fortificate alle comunità rurali che ne avevano necessità. Non bisogna dimenticare che proprio la presenza di un castello con il suo distretto appartenente determinava l’importanza delle zone agricole. Anche Castiglione era parte di questo processo, per l’appoggio degli stessi abitanti dell’insediamento.

Nel 1297 le fonti attestano la ricostruzione delle mura del castello, a seguito della delibera del Consiglio dei priori perugini: la seconda metà del ‘200 vide l’inasprimento del conflitto fra Perugia e Gubbio, entrambi interessati alla conquista di nuove aree di influenza, per accrescere le proprie sottomissioni. Anche Castiglione venne coinvolto negli avvenimenti.

Dopo la sconfitta occorsa agli Eugubini nello scontro con Perugia, furono sicuramente intrapresi lavori di consolidamento delle mura. Dal consueto organismo urbano tipico degli insediamenti rurali collinari, che prevedevano una semplice cinta muraria e due porte con cui collegare l’impianto viario, più o meno rettilineo o circolare secondo la regolarità, Castiglione dell’Abbate passò ad avere una sola porta aperta con conseguente chiusura delle altre, probabilmente per limitare le incursioni e garantire l’assetto difensivo.

In base alla delibera, alle spese per queste variazioni dovevano contribuire anche le ville circostanti di Fratticiola di Monte Acuto e Galera, i cui abitanti avevano usato Castiglione come riparo. Questi stessi però, contrari al provvedimento, ne chiesero nel 1298 l’annullamento al Consiglio dei priori, sostenendo che la lontananza degli insediamenti non avrebbe favorito la loro fuga verso Castiglione.

Accertata la propria strategica importanza tra ‘200 e ‘300, sul castello si riversarono ancora le mire espansionistiche di Perugia e Gubbio, che nel loro continuo e duraturo conflitto tentarono vicendevolmente di recuperarlo. Nel dicembre del 1351 l’esercito del Comune perugino mosse d’assedio per riprendere il castrum controllato in quel momento dagli Eugubini. Per ristabilire la supremazia perugina furono causati ingenti danni alla fortificazione.

Solo a distanza di tempo, nel 1389, si avvertì la necessità di costruire una torre per l’avvistamento dentro le mura, al fine di limitare la conquista del nucleo nei frequenti attacchi. Furono gli stessi magistrati perugini che ne disposero la realizzazione, come si evince dal Libro degli Atti dei Conservatori della libertà di Perugia.

Da questo momento, e continuamente anche nel ‘400, gli abitanti di Castiglione furono obbligati a eseguire autonomamente la ricostruzione delle mura stanziando la somma necessaria, nel 1396 circa 60 fiorini, senza ottenere la compartecipazione del Comune di Perugia, che però concesse loro

l’esenzione dalle tasse pur di impegnarsi a munire il castello. Nel corso del XV secolo però gli abitanti ottennero spesso l’esenzione di metà della tassa del fuoco prevista per ogni nucleo familiare. Nel 1447 contribuirono ai pagamenti anche Pieve di Cicaleto e San Savino.

Anni cruciali furono quelli di fine ‘400 quando, tra 1488 e 1489, esplose nuovamente il confronto tra le opposte fazioni di nobili e popolani a Perugia: Oddi e Baglioni giunsero a scontri ripetuti, perciò gli sconfitti furono costretti a fuggire: Bertoldo degli Oddi arrivò a Castiglione con al seguito un numero di 300 fanti, occupò il castrum e tentò anche l’acquisizione di Fratta, l’odierna Umbertide. I Baglioni, però, ottennero la riconquista di Castiglione. Vennero imprigionati dodici uomini lì residenti accusati di tradimento nei confronti di Perugia (per avere appoggiato gli Oddi) e furono portati in città. I magistrati decretarono la distruzione delle mura di Castiglione dell’Abbate per opera del tifernate Camillo Vitelli, ingaggiato da Perugia, con l’obbligo però di preservare la torre, oggi visibile.

La mappa catastale mostra anche i resti di una struttura con perimetro rettangolare piuttosto regolare, lateralmente alla costruzione della torre.

Immagini: Giovanna Benni e Francesco Deplanu

18. SPORTACCIANO (villa Sportaçane, villa Sportaçani, villa Sportazani, villa Sportaciani) 

Il nucleo castrense di Sportacciano si mostra oggi piuttosto rimaneggiato per i notevoli crolli subiti nel tempo. Si tratta comunque  di un castello della tipologia di poggio, poiché spunta da un colle di modeste dimensioni, 435 metri s.l.m., nel versante est di Monte Corona, poco distante dall’antica Fratta, oggi Umbertide.
 
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Fig.1 – Sportacciano: stralcio della mappa catastale (Agenzia del Territorio di Perugia, fog. n° 123)

La struttura visibile

 

I ruderi del castrum si trovano su una collina della zona di Montecorona, a sud dell’Abbazia mentre a est, poco distante, scorre il fiume Tevere. 

Della struttura colpisce il notevole spessore delle murature, soprattutto quelle del cassero posto nel settore sudovest e costituenti un corpo unitario consistente. Le mura, inoltre, cingevano un’area piuttosto vasta e, a loro volta, erano conchiuse dalla strada vicinale che costeggiava l’abitato. 

 

 

La posizione del castrum era favorevole al controllo e all’avvistamento sulle aree circostanti; per adempiere questa 

funzione fu eretta una torre a sezione quadrangolare, che oggi risulta mozza nella parte sommitale.

 

I rimaneggiamenti subiti dal castrum lasciano pensare che, almeno fino all’utilizzo più tardo, esso poteva essere 

articolato e ampio. I vani erano compresi nelle mura che, anche dove si presentano rovinate, evidenziano l’esistenza di 

feritoie e altri pertugi, elementi questi tipici delle strutture militari o, comunque, fortificate. Le aperture interne 

dell’insediamento vennero probabilmente apposte in seguito, così come le volte a botte presenti sui muri divisori.

 

È probabile che internamente non fosse provvista di piani divisori, ma piuttosto che si presentasse fornita di ballatoi lignei, come potrebbero dimostrare le buche pontaie presenti all’esterno, più tardi riadattate come colombaie. 

 

Dallo studio dello spazio interno sembrerebbe emergere la presenza di due ulteriori torri minori a presidio difensivo 

della zona est, mentre l’area nord era controllata naturalmente dall’andamento del terreno piuttosto scosceso, 

con un dislivello dal castrum di almeno una trentina di metri lineari.  La posizione di Sportacciano va considerata in relazione agli altri castra dell’area attorno Monte Acuto:  questi insediamenti formano una specie di reticolo fortificato, considerando una ipotetica congiunzione su carta topografica tra quelli attualmente esistenti così che, nel caso di Sportacciano, lo si possa definire presidio dominante un settore del Tevere. 

 

La tipologia originaria del castrum, che presenta una tessitura muraria irregolare per l’uso di pietre non squadrate, è di difficile ricostruzione. L’insediamento nella sua conformazione risulterebbe essere una fortificazione appartenente alla fase più tarda del processo di incastellamento, sviluppatosi in questa zona all’incirca dal XIII secolo. 

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Fig.2 – Sportacciano: ruderi del castello (da Porrozzi 1983, p. 257)

La storia conosciuta

 

Le prime notizie su Sportacciano risalgono alla metà del XIII secolo prima come “Villa” e poi come “castrum”: “villa Sportaçani” veniva annoverata tra quelle presenti, insieme ai castelli, nel  “Liber bailitorum” del 1258 dal comune perugino. Anche le “Reformationes” e il “Liber impositionis bladi” del 1260 riportavano la presenza della “villa Sportaçane”, sottoposta ad una tassazione di 25 corbe. Nel 1282 risulta che la villa era costituita da 25 fuochi.

 

Alla metà del ‘300 la comunità che vive a Sportacciano è sicuramente vivace. Questo lo si deduce da diverse piccole controversie giuridiche che riguardano i suoi abitanti. Nel 1395 gli abitanti inviarono una richiesta al Consiglio dei priori di Perugia, accettata la quale essi  avrebbero potuto procedere alla ricostruzione degli edifici 

fortificati del castrum, in modo da creare un’appropriata 

struttura difensiva contro gli attacchi esterni probabilmente collegabili alle lotte tra opposte fazioni nel perugino. 

 

In questo periodo viene ricordato dalle fonti che per le  «passate turbolenze e per difendere lo Stato popolare il 

castello venne demolito e i suoi abitanti ridotti all’estrema miseria erano stati costretti a procurarsi altrove asilo». La comunità di Sportacciano così si mostrò rispettosa del dominio e fedele a Perugia. La sua richiesta fu accolta e ricevette l’esonero dal tributo delle tasse per un periodo di tre anni, così da potere provvedere autonomamente al consolidamento del nucleo castrense. 

 

La lenta ripresa fece sì che nel 1410 si contassero settantasei persone. Circa un secolo dopo, nel 1489, le scorrerie compiute nel contado perugino dai fuoriusciti, capeggiati da esponenti della famiglia Oddi, banditi da Perugia per volontà dei Baglioni, toccarono anche il castello di Sportacciano, tanto che venne occupato insieme ad altri nella zona.  Dopo la fuga a Gubbio per evitare i contrasti cittadini, la famiglia Oddi si mosse più volte contro i castelli del contado per riconquistarli, al fine di creare una propria rete insediativa sul territorio con l’aiuto di altri nobili famiglie del Comune. Queste ultime controllarono le fortificazioni fino alla primavera dello stesso anno, quando poi si accordarono formalmente con gli esponenti del casato dei Baglioni. 

 

Dell’insediamento castrense di Sportacciano facevano parte due enti religiosi: la chiesa di Sant’Andrea e quella di San 

Giovanni del Farneto, considerata dagli storici locali come chiesa “extra moenia”. Seppure la seconda risultava già 

allibrata nel XIV secolo, entrambe erano iscritte separatamente nell’elenco che annoverava le chiese sottoposte all’Abbazia di San Salvatore di Monte Acuto nel 1495. 

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Foto 3: Il nucleo di Sportacciano ad est del Convento di Monte Corona nella Tavoletta IGM 1:25:000 “Umbertide” - F. 122 I. N. E. Rilievo del 194

Informazioni più precise sui due enti si possono evincere dai valori delle stime catastali: Nel Liber beneficiorum la chiesa di S. Andrea, dipendente dal monastero di S. Salvatore di Monte Acuto, appare per 25 libre. Nel catasto del 1361, S. Andrea de castro Sportaciani è iscritta per 5 libre. 

 

Nel catasto del 1489  questa chiesa, detta “de castro Sportaciani” è allibrata per 42 libre e risulta proprietaria di 25 

pezzi di terra, dimostrando così la consistenza dei possessi fondiari. 

Sempre dal catasto del 1489 sappiamo che la chiesa di S. Giovanni de Sportaciano è allibrata per 25 libre. In tale documento l’ente risulta proprietario di 6 pezzi di terra. 

 

Si può dunque ipotizzare che Sportacciano fosse uno dei casi in cui, già nelle fonti, la distinzione della connotazione tra “castrum” e “villa” era poco chiara e, anzi, in simili abitati rurali era possibile confondere i due termini poiché, in entrambi i casi, potevano essere presenti strutture di fortificazione (un fossato, o case più periferiche). Si può inoltre considerare che il nome del “castrum” con terminazione del suffisso in -anus, declinabile e indicativo di toponimi prediali, fosse una prova della preesistenza della villa insieme con questi abitati rispetto al “castrum”, ripercorrendo l’area di un villaggio, ossia di un "vicus" originariamente localizzabile in questa zona.

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Foto 4: ruderi di Sportacciano. Archivio Fabio Maritotti

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Foto 5: ruderi di Sportacciano. Archivio Fabio Maritotti

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Foto 6: ruderi di Sportacciano. Archivio Fabio Maritotti

Immagini: Giovanna Benni, Bruno Porrozzi e Fabio Mariotti

19. SANTA GIULIANA  (castrum Sancti Iuliani, castrum Sancte Iuliane)

“Castrum Sancti Iuliani”, oggi Santa Giuliana è un solido castello di poggio costruito su un’area calcarea del settore meridionale di Monte Corona; il Castrum apparteneva al Contado di Porta Sant’Angelo di Perugia come la stessa Fratta, attorno all’insediamento si elevano le vette alto-collinari e montuose più importanti della zona: Monte Acuto e Monte Tezio, mentre a est scorre il fiume Tevere, nel cui corso confluisce il Torrente Nese. 
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Fig. 1: Santa Giuliana vista scendendo da Monte Corona (Foto di Francesco Deplanu)

La struttura visibile  
 

Santa Giuliana è un centro fortificato di media grandezza  con mura che seguono le curve di livello in maniera avvolgente intorno al cassero posto sulla sommità, la struttura del castrum di forma ellittica, con mura a E piuttosto alte che girano tutto attorno al nucleo per circa 320 metri di lunghezza, evidenzia l’aspetto prettamente difensivo: nella parte più a sud del nucleo verso la valle, esso ha l’estensione delle casette, la cui salvaguardia è garantita dalla conformazione del terreno, che vede in questa posizione la presenza di una ripida scarpata scoscesa fino alla piana del Torrente Nese.  A circa un km dal “castrum”, nel versante alto-collinare rivolto verso la località di Piano del Nese, si erige una struttura fortificata appartenente all’insediamento di Santa Giuliana: un’alta torre alla cui base vi è una chiesetta abbandonata, intitolata anche essa a Santa Giuliana e indicata come canonica del castrum

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Fig. 2: stralcio della mappa catastale di Santa Giuliana,  Agenzia del Territorio di Perugia, Fog. n. 162

La cinta perimetrale è continua anche attorno ai settori nord e ovest, e presenta tre torrioni anche se, originariamente, ne erano presenti ben cinque di tipologie diverse. I tre ancora esistenti sono collocati su un asse continuo: uno a forma poligonale, in parte nascosto dalla vegetazione e a cui probabilmente era attaccata anche una ulteriore struttura, ora non più presente, ma della quale rimangono lacerti delle mura perimetrali; una torre quasi circolare ora molto rimaneggiata, il cui basamento è in aggetto, perciò non rende la sua reale dimensione estesa in altezza. Un’ultima torre a sezione quadrangolare, di mole massiccia, posta all’estremità verso nordovest del “castrum”, dove crea con le mura un angolo di gola nato dal prolungamento delle due sezioni di questa e usato anche come angolo di tiro durante gli attacchi esterni.La “facies” esterna lascia intravedere mura di difesa molto alte costituite principalmente dalle pareti delle stesse strutture abitate che cingono il nucleo interno, anche se ognuna di queste mantiene la propria individualità e indipendenza, come si evince dal diverso andamento dei tetti. Esse si appoggiano sulla zona scoscesa verso la scarpata e si congiungono angolarmente.

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Fig. 3: Santa Giuliana nel 1982 da Bruno Porrozzi, “Umbertide e il suo territorio. Storia ed Immagini”, Pro Loco Umbertide 1982.

 Nella parte meridionale alla chiusura della cerchia muraria è posto un grande portale coronato da un arco ribassato in pietra, che crea un ampio andito di accesso, e da merlature che recano tracce di ponte levatoio, sollevabile in posizione verticale tramite il sistema di travi viste le profonde scanalature e le buche pontaie presenti. Dalla tessitura muraria fatta di blocchi di pietre di varie dimensioni si evince che, sia il portale, sia la torre poligonale sono di epoca posteriore al resto delle costruzioni  e all’impostazione originaria della fortificazione  dato che sono realizzate con piccole pietre squadrate.

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Fig. 4: Santa Giuliana portale con segni di ponte levatoio (Foto Fabio Mariotti 1990 circa).

 Superato il portale si accede in un piccolo spazio anticamerale che introduce ad una seconda porta aperta sullo spazio più grande semicircolare sorvegliato dalle merlature sovrastanti; è probabile che lo stesso ingresso fosse comprensivo di una torre innalzata sul massiccio basamento, al posto del piccolo campanile a vela innestato in un periodo più tardo. 

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Fig. 5: Santa Giuliana interno del portale  (Foto Fabio Mariotti 1990 circa).

 Il percorso murario internamente si presenta con un nucleo abitato costituito da una dozzina di abitazioni in perfette vestigia medievali, ancora in stile originario dopo i rispettosi restauri eseguiti a partire dagli anni ’70 dagli attuali proprietari. Attorno alle case si articola un percorso stradale che procede per due vie che girano attorno agli abitati, congiungendosi in forma quasi circolare percorrendo la lunghezza del nucleo: una fiancheggia le mura sul lato occidentale, mentre l’altra a sud si articola tra le casette di pietra. Da queste due braccia principali se ne sviluppa un terzo, che attraversa il corpo centrale delle abitazioni e vi si congiunge sfociando in una piccola piazzetta verso la zona più meridionale di Santa Giuliana, dove è presente anche il pozzo, completato nel 1526.