Gli Scalpellini di Niccone
e
i "ciaccabreccia" del Tevere

a cura di Francesco Deplanu

Questo è un inizio, una prospettiva di ricerca con poche notizie e fonti che ci proponiamo però di seguire: maestranze e lavori perduti nel nostro territorio legati alle caratteristiche fisiche e a quelle produttive che sono variate nel tempo.

 

Abbiamo notizie degli scalpellini di Niccone da Giovanni Bottaccioli che nel 1985 fissò i suoi ricordi sugli “scalpellini” della frazione da dove proveniva la sua famiglia all'interno del suo testo sulle vittime di Penetola. Tra le vittime della famiglia Forni c’era infatti Canzio e per la famiglia Nencioni fu ucciso anche Ferruccio: tutti e due scalpellini. A questo proposito Bottaccioli scrisse:  “Come ho già accennato, Canzio faceva parte di quella folta schiera di scalpellini di Niccone, per i quali è necessario dire alcune parole poiché la loro opera era richiesta e molto importante. Nella frazione di Niccone, infatti, era concentrata la maggior parte degli scalpellini del Comune e dei comuni limitrofi. Li elenco secondo i miei ricordi: Giuseppe Medici e il figlio Orlando (Guido), Menotti Nencioni, i fratelli Testerini (Dante, Primo, Secondo), Canzio Forni e Ferruccio Nencioni (vittime di Penetola), Magino Faloci, Antonio Nanni, Carlo Mattioni, Secondo Magrini e, unici viventi, Marino Baccellini e Duilio Truffelli; quest’ultimo è il rifacitore della fontana della Rocca, fatta ricostruire nel 1978 dall’Amministrazione comunale. La loro specialità era la lavorazione della pietra “arenaria” o serena che estraevano prevalentemente dalle cave dei “Giappichini” vicino a Molino Vitelli, “Fariale”, vicino a Mita e da Monte Acuto. Questo tipo di pietra veniva usata per la pavimentazione dei marciapiedi, per cunette, camini, colonne e stipiti dei portali, scale, davanzali per finestre. Alcune opere importanti di questi scalpellini sono la facciata della Chiesa parrocchiale di Niccone, le colonne esterne della chiesa Collegiata, il portone del palazzo comunale ed alcune cappelle dei vari cimiteri sparsi nel territorio.”. 

Giovanni aveva anche conservato degli strumenti della famiglia Medici, la famiglia di sua moglie Renata, amata compagna di tutta una vita: martello e scalpello risalenti alla fine dell’ottocento e lasciati da suo padre Orlando. E’ l’azione che si fa con lo strumento che diede vita al nome del loro mestiere: “scalpére” è infatti un termine latino che significa intagliare, incidere, ne derivò il termine “scalpello” e poi “scalpellino”. In base a quanto riferisce il nipote di Giovanni, Giampaolo Bottaccioli, lo scalpello veniva temprato “ad acqua" e non ad “olio”. Ovvero si induriva la punta con una serie di immersioni successive nell’acqua. Giampaolo ricorda anche il suono “acuto” caratterizzante fin dal mattino la frazione di Niccone quando era piccolo: il rumore intermittente degli scalpelli sulla pietra.

Sempre grazie alla famiglia Bottaccioli, grazie alla disponibilità di Giovanna, figlia di Giovanni e Renata, abbiamo anche potuto fotografare il martello del 1893, che era appartenuto a Giuseppe Medici e poi al figlio Orlando, detto Guido. Erano strumenti importanti, preparati proprio per la lavorazione delle pietre e venivano passati di padre in figlio. Il gesto di colpire lo scalpello per modellare l’arenaria gialla e quella più grigia, ovvero la pietra serena, ha piegato il metallo dandoci il senso della fatica, colpo dopo colpo, che permetteva le loro realizzazioni. Questo strumento era la “mazzotta” o “mazzuolo da scalpellino”: era composto da una testa in ferro non temperato con due bocche quadrangolari e un occhio centrale per l’innesto del manico di legno.

ll lavoro dello scalpellino nelle nostre zone, probabilmente, non aveva la stessa distinzione esistente in altre parti d’Italia tra “cavatori” e “scalpellini” veri e propri, questo per via della tipologia di lavori possibili e le realizzazioni visibili in zona. I nostri "scalpellini" si muovevano tra i ruoli di uomini di fatica, maestranza per lavori strutturali, artigiani per la precisa realizzazione di architravi o altri semplici elementi decorativi e, all’occorrenza, dovevano rispondevano alle richieste di abilità e sensibilità quasi da artisti per la realizzazione di decorazioni più complesse. Sicuramente il “grosso” dell’attività era rivolto alla realizzazione di gradini, marciapiedi, pietre da rifinitura edilizia ecc…, ed era un lavoro faticoso: seduti a terra con il rischio continuo di essere colpiti da una scheggia negli occhi. Isotta Bottaccioli ricorda gli immediati e perentori avvisi di allontanarsi per questo motivo che ricevevano da bambini quando si avvicinavano troppo agli “scalpellini”. Angeletti Angelo, nel suo libro “Se a parlare sono rimaste soltanto le Pietre”, dove racconta la sua infanzia e la vita che si svolgeva a Montemigiano, riporta anche i giochi da bambino che facevano presso Niccone: “Io ogni tanto, interrompendo il gioco, mi mettevo a guardare gli scalpellini che, seduti per terra, battevano e battevano con strani martelli su grosse pietre e mi colpivano le loro mani e il loro viso impastato di polvere e sudore, ma soprattutto i loro occhi mi stupivano, perché mi ricordavano quelli dei conigli che allevava la nonna, così rossi che parevano carboni accesi.” (cit. p.41).

Le precise indicazioni di Giovanni Bottaccioli andrebbero confermate almeno da documenti di lavoro o indicazioni di pagamenti, se esistenti, soprattutto per quanto riguarda le colonne esterne di Santa Maria della Reggia. Ci resta l'esistente decorativo/architettonico e le fonti materiali. Per quanto riguarda la chiesa di Maria SS. del Carmine di Niccone, il lavoro degli ultimi "superstiti" di questa maestranza è anche visibile nell'elemento decorativo del portale della facciata, ora in realtà completamente coperta di edera. Ci sono pochissime notizie in rete ma in un sito della "chiesa cattolica" dedicato alla descrizione delle chiese nelle varie Diocesi si può leggere: "portale di ingresso composto da una apertura sormontata da un arco a tutto sesto circondata da una grande cornice modanata". Questo "portale d'ingresso" sembra a prima vista in "pietra serena" anche se nel sito non viene precisato... come lo sono sicuramente i gradoni di ingresso ed interni; viene indicata, invece, come ubicazione della chiesa addirittura "Lisciano Niccone" piuttosto che "Niccone". La chiesa, come riportato in una targa interna, venne consacrata nel 1947 dal Vescovo Cipriani e voluta da Don Pericle Tirimagni. Il cemento, materiale da costruzione che sostituì la pietra, fu utilizzato per strutturare "due grandi parallelepipedi in cemento sporgenti rispetto al piano che accoglie le aperture ed il portale. Questi avancorpi che occupano la facciata per tutta la sua altezza sono decorati da una serie di fasce orizzontali che si ripetono dalla base fino al culmine". Isotta Bottaccioli ha ben chiaro il ricordo di Orlando Medici, detto "Guido", che lavorava incessantemente per realizzare la "decorazione" esterna degli avancorpi.

La chiesa di Niccone, con la facciata ancora visibile negli anni '70-80 e come è oggi.

Foto 1: http://www.chieseitaliane.chiesacattolica.it/chieseitaliane/schedaca.jsp?sercd=37995

Foto 2: Francesco Deplanu

Isotta ricorda anche lo strumento con il quale “Guido” medici lavorava, “picchiava” o "picchiettava", per preparare le pietre decorative della facciata della chiesa di Niccone e i gradoni in pietra serena esterni e quelli che permettono di salire al Presbiterio. Un martello diverso da quello conservato e visibile sopra, con una placca dentellata sulla superficie. Un martello che Isotta riconosce tra quelli storici che venivano usati sicuramente in Toscana rintracciabili nel web: la “bocciarda". Questo strumento era detto anche "bocciardà" nelle cave di marmo di Bassano del Grappa. Riportiamo la definizione di un'azienda del "macigno toscano" che ha recuperato gli strumenti degli antichi "scalpellini": “Grosso martello avente l’estremità della bocca dotata di più punte piramidali l’una accanto all’altra, usato nella lavorazione delle pietre per renderle scabre (picchiatura). Detto anche martello da grana.”. La funzione della  "bocciarda" era quella di colpire la pietra  con la parte dentellata in modo che tutti i punti tocchino insieme. La superficie della pietra colpita così diventa punteggiata e si definisce a “buccia d’arancia”. Si può fare una stima di quante pietre che ornano la facciata hanno subito la "picchiatura" in base alle vecchie immagini della chiesa: le fasce ornamentali sono circa 60 per ogni "torre", ogni fascia ha tra 4 e 6 pietre per ogni lato (sono 3 lati), ciò porta ad un numero tra 700 e 1000 pietre lavorate probabilmente una per una dato che nell'immediato dopoguerra non si avevano a disposizione le moderne tecnologie. Si trattò sicuramente di un lavoro collettivo degli "scalpellini". 

Isotta sui gradoni della chiesa di Niccone negli anni '50. Si notano ancora bene le pietre decorative della facciata.

La "bocciarda" per "picchiettare" la pietra. Immagine dal web.

La "picchiatura" della pietra esposta nelle pietre decorative della facciata della chiesa di Niccone con il suo risultato a "buccia d'arancia".

Particolari di alcune pietre ornamentali della chiesa interne ed esterne, con segni del tempo e sfaldature assieme alla "picchiatura a grana fine" visibile nel gradone di entrata. Targa commemorativa della consacrazione (1947). Edificio a Niccone con aperture sulla facciata tutte ornate in pietra serena.

Per quanto riguarda l'origine del materiale più caratteristico utilizzato dagli "scalpellini di Niccone", ovvero le arenarie, abbiamo conferma di almeno due "fatti". Il primo è l'esistenza di un "microtoponimo" citato da Bottaccioli che è visibile nella  "tavoletta" dell'IGMI con rilievo del 1941, F. 120 I N.O.,  dove si possono evidenziare i segni di una linea di pendenza rappresentata da piccoli cunei, con probabile emersione di arenarie, presso "i Giappichini", nelle vicinanze di Molin de Vitelli. Il secondo è un riferimento storico ad una "cava" di pietra arenaria proprio vicino all'abitato di Niccone. Nel testo di  Bernardino Sperandio, “Delle pietre dell'Umbria da costruzione e ornamentali” viene riportato un documento tra gli “Inventari”  intitolato “Stato delle Miniere, Sorgenti Minerali, Cave, Officine esistenti nel Comune di Fratta, provincia di Perugia, circondario di Perugia”, ASCU anno 1861. Questo inventario indica le “Cave e Torbiere” di Fratta (citato nel testo "Umbertide" anche se in realtà il suo nome non era stato ancora cambiato). Nel documento vengono riportate varie tipi di pietre, tra queste vengono citate le “Pietre arenarie forti o pietra servono per uso […]” (la "pietraforte" in toscana è una arenaria molto solida) e la loro presenza viene indicata oltre che nella Parrocchia di Romeggio, anche un sito nella “parrocchia di M. Migiano in proprietà di soppresso Eremo di Montecorona”. Montemigiano sopra a Niccone.

Viene da pensare che non sia un caso che una così alta presenza di “scalpellini” si sia sviluppata presso Niccone. Il paese fa da “collegamento” con la strada che collega la Valle del Tevere e la Toscana dove la “pietra serena” era utilizzata anche come “pietra d’arte”. E' ancora famosa la pietra serena ("macigno") di Fiorenzuola, zona dove insistono le uniche cave oggi ancora economicamente attive. A Tuoro sul Trasimeno erano presenti nel passato delle cave di valore, se si rilegge il passo di Bottaccioli si nota che le cave di estrazione utilizzate dagli scalpellini di Niccone “procedono” verso il lago; zona con una simile composizione geologica superficiale. Procedendo da Molin de Vitelli e poi  verso “la Mita” si arriva al confine con il Granducato di Toscana, storicamente, e la Toscana oggi. A Tuoro questa attività è ricordata dalle sculture del “Campo del sole” a punta Navaccia.  E’ probabile che gli “scalpellini” della nostra zona abbiamo mutuato conoscenze e modalità di lavoro proprio dai vicini toscani piuttosto che dall’antica tradizione degli “scalpellini” dell’eugubino, dove era ed è la pietra calcarea la pietra d’arte e di costruzione. Pietra calcarea che ha bisogno di altro tipo di lavorazione e che ha una ben diversa resistenza agli agenti atmosferici. Ma qua non c'è assolutamente sicurezza visto ciò che si può trovare nel testo citato di Sperandio citato sopra. Nell’eugubino, in effetti, sono presenti due tipi specifici di arenaria il “corniolo” ed il “palombino”. Il primo è chiamato anche “macigno”. Il “Corniolo”, utilizzato soprattutto a partire dal XV secolo, si ipotizza provenisse dalla zona di Scheggia o da San Benedetto verso Pietralunga. Inoltre si cita che questa pietra quando veniva trovata era “accantonata nei campi, in piccoli massi di coloro grigio-verde fino ad assumere una tonalità giallo-ocra”. Azione di raccolta realizzata nei periodi invernali dai contadini fin dal medioevo. Chi conosce le colline che vanno da Niccone alla Toscana sa bene come è frequente trovare simili “massi”, che sono presenti solitamente nei nostri edifici rurali.  Il “Palombino”, arenaria di color giallo paglierino meno frequente e più compatta, veniva utilizzata invece nel XVII secolo e veniva estratta nella parte alta del Bottaccione.

La Collegiata, Santa Maria della Reggia, (particolari e foto del 1929)  con in evidenza le colonne esterne; la Fontana ricostruita nel 1978 ed il Portone del Palazzo Comunale, tutto in pietra serena.

La fontana che qualcuno oggi chiama delle “mille lire”, per via dell’ultimo restauro fatto con le ultime “lire” nel 2001, dopo il passaggio all’euro, ha una storia antica. I restauri precedenti risalgono, come ci dice Bottaccioli, al 1978 quando avvenne proprio un rifacimento da parte dello “scalpellino” Duilio Truffelli. Prima ancora del suo posizionamento sotto la Rocca era posizionata , come racconta il prof. Sciurpa, addossata all’antica chiesa di Sant’Erasmo. Qua, scrive Sciurpa,  <<il 29 settembre 1849 si decise di fare “i restauri occorrenti alla pubblica fonte per abbeverare i cavalli, posta nel Borgo Superiore lungo la via Montonese”>>. Come detto nel 1978 si ebbe un suo rifacimento da parte dell’Amministrazione Comunale. Oggi la fontana è stata spostata e ancora non riposizionata per i lavori di sistemazione della piazza antistante la Rocca.

Giampaolo Bottaccioli ricorda che esisteva ad Umbertide, oltre all’attività di lavorazione delle pietre più di valore, anche quella di lavorazione di semplici pietre e dei ciotoli del fiume Tevere, “pezzi” più piccoli utilizzati per diverse attività in base alla dimensione. Si ricordi che fino al dopoguerra anche la stessa strada che collegava Umbertide a Niccone era una strada fatta di “breccia”. Poco dopo la fine del ponte sul Tevere, in direzione di Niccone dove la strada ha un bivio per l’Abbazia di Montecorona era solito vedere uomini addetti a spaccare in parti più piccole le pietre del Tevere.

Il "ciaccabreccia" (o "acciaccabreccia") Pàrise al lavoro. Foto da Fabio Mariotti.

Erano i “ciaccabreccia” presenti probabilmente lungo il corso del fiume in più abitati. Trascriviamo una parte del testo “Il Tevere e Umbertide” a pg. 46 riferito al lavoro del “ciaccabreccia”:

 “Per i sassi e l pitrìccio entrava in azione il ciaccabreccia: tutt al giòrno co na mazzétta ciaccàva i sàssa e capàva i bòni per tirà su i muri, ’per tutto il giorno con una mazza tritava i sassi; metteva da parte quelli migliori destinati alle costruzioni”.

 

Oltre a questo nel testo di Maria Cecilia Moretti si può leggere anche una descrizione sempre nel linguaggio dialettale degli strumenti per spaccare le pietre: “A la Fràtta, ’a Umbertide', un vecchio ciaccaìno adoperava tre mazzétte: una più grossa per i sassi grossi, una mezzanòtta, ‘una media per i sassi mezzani’, ùna più migna p i sassi picini, ‘la più piccola per i sassi minuti"; quàn s e'ra stufato de da ta n sàsso grosso … cambiàa la mazze’tta e déa ta n sàsso picìno, ’quando era stanco di usare la mazzetta pesante cambiava mazzetta e tritava i sassi più piccoli'. Bussava sempre sullo stesso punto; a Pretola, il punto di caduta dei colpi era detto la cacatìna; man mano che diminuivano i sassi cresceva l montòn de brécia, ’il mucchio di breccia’.”

Il lavoro di "ciaccabreccia" era sicuramente antico, ma si trovò a coesistere a lungo con la meccanizzazione che  iniziata ai primi del '900 era sicuramente presente nella raccolta e lavorazione della pietra del fiume come si vede in questa immagine del 1939. Questo documento ci mostra la coesistenza nel processo produttivo legato al materiale da costruzione tra il carretto trainato dagli asini, il lavoro manuale e la macchina in azione.

Concludiamo precisando sempre dal lavoro dei Sperandio una sintesi degli altri materiali rocciosi o da costruzione presenti nel nostro territorio. Per quanto riguarda le Cave e torbiere le “sostanze” indicate nel 1861 erano “marmo bianco”, “Marmo Rosso cupo o bianco”, “Marmo cenerino”, “Marmo Rosso venato bianco”, “Marmo bianco venato”, “Marmo nero”, “Cava di sabbia”, “Cava di Argilla”, “Cava di Pozzolana”, Cava per Macine” oltre alle “Pietre arenarie forti”. 

La “cava per macine” si trovava presso la Parrocchia di San Giuliano, ovvero nella zona di San Giuliano delle Pignatte, dalla cui chiesa proviene il ciborio dell'VIII sec. oggi spostato nell'Abbazia di Montecorona. Proprio la zona di Montecorona, lungo il torrente Nese vedeva caratterizzarsi per la presenza di “calcareniti”, ovvero “marmi”. Presso Monte Acuto emergevano le calcareniti di “marmo rosso cupo” e "sostanze" di “pozzolana”. Infine sabbia e argilla che si trovavano in zone nelle vicinanze del Tevere. 

FONTI:

FOTO:

-Francesco Deplanu e Fabio Mariotti (Archivio Comunale e personale). Foto della "bocciarda" dal web.

- Foto della Fontana successiva al restauro del 2002:

http://www.lorenzocoriophotography.altervista.org/landscapes/italia/umbria/dsc_1066-1000px.jpg.html

 

FONTI ORALI

 - Bottaccioli Isotta, Bottaccioli Giampaolo e Bottaccioli Giovanna.

TESTI

 

- Giovanni Bottaccioli: “Penetola, non tutti i morti muoiono” – Comune di Umbertide, 1985/2005. Visibile completamente e scaricabile nella versione in .pdf  preparata da "umbertidestoria" cliccando qua.

- “Il Tevere e Umbertide” (a cura di Sestilio Polimanti) di Maria Cecilia Moretti, Lorena Benedice Filippini e Fausto Minciarelli.    Testo estratto da Maria Cecilia Moretti, “Il Tevere, uno spazio costruito e interpretato" (1986); p. 46.

Roberto Sciurpa: Umbertide nel secolo XX 1900 - 1946 – Ed. GESP, Città di Castello, 2005 (p. 354).

- Bernardino Sperandio, Delle pietre dell'Umbria da costruzione e ornamentali., Perugia, Quattroemme, 2004 (p. 265, pp 288-289).

Angelo Angeletti: “Se a parlare sono rimaste solo le pietre”, Digital book S.r.l., Città di Castello, 2019 8p. 41).

LINKS

-http://www.chieseitaliane.chiesacattolica.it/chieseitaliane/schedaca.jsp?sercd=37995

 

- https://www.umbriatourism.it/it-IT/web/umbria/-/campo-del-sole

 

https://www.etimo.it/?term=scalpello

http://www.prolocotuorosultrasimeno.it/campo-del-sole/

-http://www.comune.firenzuola.fi.it/museo-della-pietra-serena

http://www.frosinipietre.it/gli-strumenti-dello-scalpellino-parte-4/

http://www.frosinipietre.it/gli-strumenti-dello-scalpellino-parte-5/

-https://www.bassanodelgrappaedintorni.it/pove-le-rocce-le-cavce-gli-scalpellini/

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