Arrivi

Chi è arrivato... o è nato praticamente ad Umbertide, ecco alcune delle nostre storie:

 
 
 

Dritan 

(a cura di Francesco Deplanu)

Dritan arrivò in Italia a 19 anni, nel marzo 1991; in quella stessa data ripartì l’immigrazione albanese in Italia. Oggi nella nostra Umbertide più di 500 cittadini sono di prima generazione albanese o già nati italiani, popolazione riconducibile a questa ondata emigratoria. Non fu la prima nei secoli: “Piana degli Albanesi” in Sicilia, diverse cittadine del Pollino in Calabria, Campomarino in Molise sono alcune delle zone che si popolarono di albanesi fin dal medioevo; flussi migratori collegati anche con la crisi e poi la caduta dell’Impero Romano d’Oriente, oltre alla morte di Scanderbeg che segnò l'apice dell'indipendenza albanese dall'impero ottomano (qua la biografia dell'eroe identitario albanese in italiano, scaricabile in .pdfscritta da Fan S. Noli).

Queste comunità arbëreshe ci ricordano la vicinanza delle coste italiane ed albanesi e la storia che li riguardò.

“Skanderbeg and his warriors” in National Museum "Gjergj Kastrioti Skënderbeu"

 By Avi1111 dr. avishai teicher - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=34192184

Negli ultimi mesi del 1989 crollò, invece, il muro di Berlino. Per le “Democrazie popolari” dell’est Europa, diventati regimi dittatoriali, cominciò un periodo di instabilità che portò rapidamente all’implosione di tali sistemi politici. A Tirana nel febbraio del 1991 ci fu l’abbattimento della statua del dittatore Enver Hoxha e ci furono numerosi tumulti nel Paese. Subito dopo cominciò l’emigrazione in Italia. Dritan arrivò sulle coste della Puglia a Brindisi ai primi di marzo: due grosse navi mercantili albanesi, la “Tirana” e la “Liriya”, cariche di 6.500 persone arrivarono il 6 marzo nel porto, seguite da altre.

L’arrivo a Brindisi durò pochi giorni, le persone immigrate furono riportate velocemente in Albania. Ma l’impreparazione all’arrivo di un flusso di migliaia di persone lasciò le autorità e la popolazione di Brindisi da sole a gestire lo sbarco. Successivamente le persone sbarcate vennero rinchiuse nello stadio e rifornite in maniera caotica di pane ed acqua sotto il controllo dell’esercito. Racconta Dritan: “io ero tra gli ultimi che non eravamo voluti tornare (accettare il trasferimento in Albania proposto dalle autorità n.d.r.), ci hanno chiamato i “non arresi”, restammo anche senza mangiare, alla fine ci hanno portato a Modena per pochi giorni”. Nel frattempo in Albania la situazione sociale e politica di ciò che restava del regime Hoxa era sentita come insopportabile.

Da tempo non solo la vita materiale era difficoltosa ma il rispetto della libertà personale era stata fortemente limitata nel Paese: nel documentario “Anija” di Roland Sejko si descrive la situazione di partenza e si ricorda che già nel 1978 tre ragazzi albanesi erano stati condannati a morte per aver pensato di emigrare in Italia. Il governo italiano, intanto, scelse il rimpatrio forzato della maggior parte delle persone. Dritan ricorda che lo stesso giorno (una settimana circa dall’arrivo n.d.r) di un tumulto a Tirana contro l’Ambasciata italiana venne riportato indietro: “lo stesso giorno arriva un pullman, ci dicono che dobbiamo andare a Bologna per fare i documenti invece ci fanno salire in un aereo per l’Albania. Una volta scesi con i mezzi militari ci portavano in prigione, ma io e due cugini capiamo l'intenzione e appena ci capita l'occasione saltiamo dal mezzo e approfittiamo per non essere imprigionati”.

Tornò ad agosto con la Vlora, una nave per il trasporto dello zucchero che venne dirottata verso l’Italia, fu riempita di persone all’inverosimile, si pensa 20.000. Questa volta Dritan rimase alcune settimane. L’arrivo di questo cargo e le condizioni delle persone emigrate sono ricordate in un altro documentario italiano “La dolce Nave”. Negli anni successivi Dritan ritornò ancora in Italia e si stabilì ad Umbertide. Da 25 anni lavora stabilmente nei settori di sviluppo più innovativi del centro-Italia, legati alla metalmeccanica che sono un fiore all’occhiello del sistema produttivo umbertidese. 

Appena riuscì a lavorare prese in affitto un appartamento per sposarsi con la ragazza amata che lo raggiunse; poi continuò a costruire la sua famiglia tra nuovi nati e l’arrivo dei propri genitori dall’Albania. Ora ha acquisito da tempo la cittadinanza italiana e ha stretto forti legami di amicizia e stima, anche se pensa sempre al luogo dove è nato. Destino simile per molti giovani albanesi che da allora si sono stabiliti ad Umbertide e hanno dato vita a quella che può essere definita una “colonia etnica” in terra di emigrazione, dove i primi che si sono integrati hanno fatto da sostegno economico e morale ai nuovi arrivi attraverso i canali famigliari.

Come Dritan la comunità albanese si è integrata con desiderio di affermarsi soprattutto nel lavoro: nel campo dell’edilizia, ad esempio, sono circa già 20 le società e “lavoratori autonomi” registrati e presenti ad Umbertide. La voglia di inserirsi con stabilità è testimoniata anche dal rapporto di genere della popolazione emigrata residente: quella albanese è l’unica etnia con un rapporto paritario tra "maschi" e "femmine", 280 a 281 nell’ultimo censimento. Volontà di stabilirsi ad Umbertide in maniera stabile confermata dal confronto con il censimento del dicembre 2005 che contò 394 residenti albanesi: allora i "maschi" erano 210, mentre le "femmine" erano solo 184.

Foto di Shijak nel 1964:

Dritan proveniva da Shijak, 11 km da Durazzo (Dures) e 31 km da Tirana. Nella voce inglese di Wikipedia si può leggere “reported population of around 12,853 people as of 2007. In reality the population is smaller as many people who claim residency in Shijak actually reside permanently elsewhere.”. L’emigrazione, insomma, continuò nella sua zona di origine e riguardò soprattutto i giovani. Questo è confermato anche dal fatto che la crescita demografica naturale della popolazione di Shijak è diminuita dal 2003 al 2007 di quasi il 60%.

Molti ragazzi albanesi arrivati a cominciare dagli anni ’90 ora sono adulti e vivono ad Umbertide con i loro figli... e ora qualcuno con i primi nipoti. Figli e nipoti che sono e saranno portatori di una doppia identità: umbertidesi e legati alla terra di origine dei loro padri. Ringraziamo Dritan per averci raccontato la sua storia e permesso di arricchirci.


 Kamel e Kalida

(a cura di Francesco Deplanu)

 

Tra coloro che hanno scelto Umbertide per abitare c’è Kamel che formò qui la sua famiglia. Molto giovane Kamel, nato ad Algeri, cercò di conoscere le modalità di vita di altri Paesi. Arrivò per la prima volta da noi nel 1991, ci si stabilì nel 1995 ma quest’anno, un mese fa circa, si è sentito costretto a lasciare Umbertide, oramai da cittadino italiano, per cercare una vita migliore a Manchester in Inghilterra.

 

Fig. 1: Algeri da Wikipedia.

L’utente che ha caricato in origine il file è stato Dolphin Jedi di Wikipedia in inglese.Dolphin Jedi - English Wikipedia (Testo originale: Trasferito da en.wikipedia su Commons.), CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=31689311

 Sua moglie Kalida, racconta che “Kamel era un giovane ragazzo di 20 anni, in gamba, pieno di sogni con tanta voglia di viaggiare e di scoprire ľaltra parte dell’orizzonte, essendo convito che ci sarebbe stato un futuro migliore che lo aspetta, malgrado che in Algeria fosse benestante, non c'era né guerra né crisi economica, ma stava cercando qualcosa di diverso, si lanciò così in un piccolo giro visitando tanti paese, Svizzera, Spagna, Libia, Austria, Ungheria, Marocco, e poi ľItalia. la prima volta che venne in Italia era nel 1991 ma solo con il visto turistico, e scattò qualcosa che al suo ritorno in Algeria lo fece pensare di ritornare li per viverci, ritornò un altra volta in Italia, ad Umbertide, ma per  cercare lavoro, non era tanto facile trovarlo quando non parli la lingua e quando c'è una grande diffidenza dalla gente verso tutto quello che é diverso. Kamel però non mollò e si diede da fare e fece  tutti  i mestiere possibili, muratore, giardiniere, lavorò nei campi di tabacco e col tempo nell'industria meccanica.”. Per 20 anni Kamel ha lavorato in diverse aziende di media grandezza umbertidesi del campo meccanico ma non è mai riuscito ad ottenere un contratto a tempo indeterminato.

 

Continua Kalida: “Per Kamel non fu non era sempre uno spasso, la vita si fece molto dura con quel giovane ragazzo, era sempre più difficile trovare case in affitto perché le persone non si fidavano, ma lui sognava una stabilità. Dopo tante sofferenze riusciva sempre a trovare una buona anima che gli concedeva il  beneficio del dubbio, così nel 1995 riuscì ad ottenere il suo primo permesso di soggiorno grazie ad contratto di lavoro stabile e una casa.”. Come molti emigranti dopo alcuni anni Kamel sentì il bisogno di sistemarsi, sposarsi e mettere famiglia. Sposerà Kalida, giovane acculturata che conosce già oltre all’ l’arabo la variante locale algerina, il berbero che è la lingua dei suoi genitori, l’inglese ed il francese. 

Fig. 2: Algeri.

 Il quartiere dove è nata Kalida.

Fig. 3-4: Cous Cous e Té all menta della tradizione algerina preparata da Kalida.

Kalida racconta: “nel 2004 io e lui ci sposiamo, io giovane laureata in finanza piena di progetti di vita. La mia partenza per ľItalia provocò in me una sensazione di grande entusiasmo e di grande tristezza, lasciavo la mia terra per un altra sconosciuta, lasciavo i miei cari ignorando quello che mi aspettava. Sono una donna che ha viaggiato tanto da piccola, Francia, Spagna, Portogallo, Tunisia, Uk, insomma, per me vivere in Italia sarebbe stato una lunga vacanza, ma non lo è stato per niente. Il mio arrivo ad Umbertide é stato un grande cambiamento nella mia vita, io ragazza nata ad Algeri capitale delľAlgeria ero abituata alla grande città mi ritrovo in una piccola cittadina, i ritmi di vita erano completamente diversi, ma questo non era il maggior problema. Così mi sono affrontata l'ostacolo della lingua, ma mi sono data per sfida di studiarla e ce l'ho fatta, prendendo poi con il massimo dei voti anche la licenza media. La cosa che mi fece il più soffrire, però, era lo sguardo della gente, era una cosa che mi uccideva sempre di più, non ero vista come una donna ma come una “marocchina” col velo! Devo dire che mi sono confrontata a tante situazioni molto sgradevoli, per fortuna che ero forte di carattere ed ho cercato sempre di  andare avanti, studiando, facendo sport, dopo la nascita dei miei 3 figli mi sono impegnata sempre di più nel loro percorso scolastico provando di partecipare a tutte le attività delle scuole; senza mai perdere di vista il mio sogno di lavorare ma presto ho capito che col mio velo non mi sarà mai data la possibilità di lavorare, ero come "un alieno”. Quell’accessorio  faceva tanto paura, infine mi sono arresa alla dura realtà, ero sempre lì a dover giustificarmi per quello  che ero, volevo gridare alto e forte a tutto il mondo che il velo mi copriva i capelli e non il cervello! Per 15 anni non ho potuto ottenere un  lavoro ad Umbertide, e per noi non era facile resistere con uno stipendio pagando tutto (affitto, bollette, spesa…) però ce ľabbiamo sempre fatta certo con grande sacrifici, il rapporto che ho avuto con Umbertide é stato sempre amore e odio, certo che non ho avuto solo cose non belle nella mia vita in questa città, anzi, mi ha regalato la possibilità di conoscere delle persone fantastiche che mi hanno accompagnato lungo il mio percorso di vita."

"Grazie a queste persone ho potuto affrontare la nostalgia del mio Paese e della mia famiglia, io amo l‘Italia, i miei figli sono nati lì e loro hanno un amore incondizionato per Umbertide, con loro ho sempre parlato le 3 lingue, arabo, francese e italiano ma in maggioranza ľitaliano e tra di loro si parlano quasi sempre in italiano ma purtroppo per ragione economiche e sociali abbiamo dovuto lasciare questa terra, cercando un benessere economico e mentale altrove. Non é stata una scelta per niente facile ma nella vita bisogna  rischiare e quindi, per una seconda volta nella nostra vita, siamo stati costretti a lasciare terra e cari alla ricerca di un Paese che ci offre una possibilità di lavorare entrambi, senza nessun pregiudizio, il mio sogno era di essere giudicata per quello che ero e per le mie capacità  e non per quello che indossavo." 

Fig. 5: Il "Grattacielo" visto dalla Piazzetta.

Non avrei mai lasciato ľItalia se mi era stata data ľopportunità di lavorare.” Alla domanda di  quale Paese le mancasse più ora che è in Inghilterra Kalida risponde “l’Italia”, anche se dell’Algeria sottolinea “mi manca mia madre” e poi continua a raccontarci che “ci sono tante cose che mi mancano di Umbertide per primo le mie amiche e gli amici, i piccoli momenti piacevoli che condividevamo insieme come fare colazione, andare a fare shopping, stare seduta in Piazzetta vedere i bambini giocare insieme mangiando un buon gelato.”La Piazzetta, ovvero la piazza del "grattacielo” che ha sostituito come punto di aggregazione estivo i “giardini” delle generazioni precedenti, è stato il luogo principale dove bambini e ragazzi di diverse culture si sono incontrati soprattutto nel periodo estivo. Qui sono nati quei rapporti che hanno permesso di conoscersi più approfonditamente, cominciando dal mangiare assieme le pietanze più gustose e consolidare così le amicizie. 

Conclude Kalida “di Umbertide mi manca il sole e il buon cibo, fare un giro al mercato il mercoledì, fare una lunga camminata la sera dopo cena, qui a Manchester, invece, non mi sento al sicuro la sera.”.

Fig. 6-7-8 : Manchester in Inghilterraa.

Fonti:

- Testi scritti direttamente in italiana di Kalida S. 

- Foto di Kalida S. e Francesco Deplanu

Adil

La famiglia di Adil si trasferì ad Umbertide pochi mesi dopo che lui era nato da una città mineraria del Marocco centrale: Khouribga. Adil vive ed è vissuto sempre ad Umbertide.

Immagine dell'orologio della città natale dei genitori di Adil.

L’orologio di Khouribga: Energievision [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)]. 

Da Wikipedia: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:ساعة_خريبكة_l%27horloge_de_khouribga_1.jpg

( a cura di Adil B. A.)

 

 

“Dopo 2 anni di visite il dottore disse a mia mamma che non poteva aiutare mio fratello in alcun modo.I suoi problemi erano irreversibili, ma con un intervento chirurgico e dei farmaci specifici avrebbe potuto vivere qualche anno in più. 

 

<<Vi dovete trasferire in Europa, signora>>

 

E fu così che la mia famiglia si trasferì in Italia all'alba del 1982. Un evento casuale quanto drammatico cambiò il corso degli eventi, per sempre. 

 

Mio fratello è vissuto fino al 3 marzo del 2000 ed ha trovato dei medici fantastici, infermiere che ancora oggi mi salutano e raccontano di quando mi tenevano in braccio, persone che si sono preoccupate della sua e della nostra salute.

 

 

Vivo ad Umbertide da quando ho coscienza di me, quando i miei si sono trasferiti avevo 3 mesi, perciò non ho vissuto il cambiamento, l'emigrazione. Solo pensare di lasciare casa mia, quale che ne sia il motivo, mi mette grande tristezza.

 

Ho vissuto 2 culture, quella in casa e quella fuori, a scuola, al campo, alle Garibaldi con gli amici.

Ho sempre avuto la possibilità di scegliere il mio pensiero e l'ho sempre formato con più chiavi di lettura. Sapevo come era di qua, vedevo come era di là ed è stata una fortuna per cui non potrò mai ringraziare abbastanza. 

A scuola ero l'unico, non in classe, ma in tutta la scuola a venire da un altro paese. Erano tempi senz'altro diversi ma quando si è bambini le diversità non esistono. Ho comunque imparato abbastanza presto che ero "altro da", solo che in alcuni ambiti ero un po' più diverso... dipendeva sempre dall'interlocutore. 

 

Questa è stata una lezione importante, come non tutti generalizzavano con me io non generalizzavo e non lo faccio tutt'ora con gli altri. Crescendo e uscendo dalla campana di vetro della scuola ho avuto qualche problema in più, ho dovuto fare i conti con alcuni aspetti della vita che mi hanno fatto soffrire ma senza dubbio anche crescere.

 

Mi sono ritrovato a non essere né carne né pesce. Troppo nero per qualcuno, troppo bianco per qualcun altro.

 

Ho attraversato un periodo in cui alla fine devi scegliere se fare la vittima e piangerti addosso oppure fare tesoro di ciò che ti succedeva e continuare comunque ad avere fiducia nell'umanità.

 

Fiducia che poi ripaga perché le qualità di una persona vanno oltre i pregiudizi.

 

Ho avuto opportunità di lavoro, ho conosciuto persone che inizialmente mi hanno guardato con dubbio e con le quali ho costruito amicizie trentennali. Amicizie trasversali, a prescindere dal credo politico, religioso, calcistico, o dall'estrazione sociale.

 

Ho avuto ed ho contrasti, soprattutto quando il tema della discussione è la religione, ma ho anche imparato a non metterla sempre sul piano personale. 

 

Ho imparato a misurarmi con gli altri serenamente a non "sentirmi nel mirino”. Ci sarà sempre chi la pensa diversamente a prescindere, è l'aspetto fondante di una società multirazziale.

 

In sostanza, mi sono dovuto trasferire per trovare casa mia.”.

Fonti:

- Testi scritti da Adil B. A.  

- Foto di Energievision [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)]. Da Wikipedia: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:ساعة_خريبكة_l%27horloge_de_khouribga_1.jpg

Tiziana

(a cura di Francesco Deplanu)

Tiziana arrivò dalla Colombia, un viaggio a ritroso attraverso l’oceano per arrivare in Italia. Tiziana ha occhi azzurri che vengono da lontano.

 

Barbara iniziò un lungo viaggio da Maratea verso la Colombia, dopo tre generazioni Tiziana approdò, in un viaggio inverso, nelle colline sopra Pierantonio. 

L’emigrazione allontana dal nucleo originario, rompe i ruoli e i rapporti di potere, permise e permette alle donne di affermarsi oltre gli schermi e i “destini” socialmente preparati. Nei viaggi oltre confine fortuna, capacità e, spesso, scelte d’amore rimescolano i luoghi e le possibilità. Barbara Iannini lasciò l’Italia e partì per raggiungere la Colombia. Scelse chi amare ed il suo destino lavorativo. Ebbe tre figli in una nuova terra “straniera”. Una di questi, Elisa, sposo Pierluigi un giovane emigrato in Colombia da Foligno. Tiziana, una loro figlia, ripercorse il viaggio della nonna a ritroso, da Bogotà verso Maratea, dove si innamorò e poi sposò un ragazzo del luogo. Oggi la sua è una grande famiglia con 4 figli che che nelle colline della nostra zona. A Pierantonio e ad Umbertide studiano ed hanno studiato i suoi figli.

Tiziana al suo matrimonio in Italia

 Afferma Tiziana che “La gente umbra è gentile, cordiale, sincera e L’Umbria, sia in mio marito che in me, fino dal primo momento, ha sempre esercitato un certo fascino per il verde dei suoi boschi, per la storia di secoli che ha lasciato tracce in ogni sua città e per i suoi castelli che dominano dalle alture le strette vallate.”.

 

Ad ascoltare la storia famigliare di Tiziana si entra in una prospettiva di racconto al femminile, dove scelte di vita e di affetti caratterizzano il racconto “minore” dell’emigrazione. Perché Barbara, Elisa e Tiziana hanno fatto i conti non solo con la necessità di una affermazione economica o di formazione culturale, ma l’hanno fatto con il loro multiplo ruolo di madri, lavoratrici, sorelle. Hanno lavorato e vissuto curando la crescita di figli con identità doppia, sia all’“andata” che al “ritorno”.

Nel 1979 nella letteratura nord-americana uscì un’opera di una scrittrice italo-americana di terza generazione, “Umbertine” di Helen Barolini. La necessità di un racconto al femminile svelava per la prima volta l’aspetto “minore” della prospettiva femminile nel vivere in un nuovo mondo e fare i conti con la propria identità. I racconti di Tiziana hanno il medesimo tenore, si concludono però in maniera più complessa: l’identità in prospettiva femminile formatasi nel Paese di arrivo, si rompe e ricompone di nuovo nel “vecchio” Paese.

 

Barbara, detta Barbarina, negli anni ’30 del secolo passato, seguì i fratelli oltreoceano e lavorò nel loro negozio di porcellane, poi sposo Carlo Rovida e con lui iniziò una carriera di imprenditrice. Oggi il suo lavoro è più che visibile, la sua azienda fondata nel 1943, San Marcos, un’industria dolciaria con ristorante e panetteria, è un’eccellenza in Colombia. Il suo ruolo, tanto più difficile da raggiungere visto il suo “genere”, viene ricordato in una pagina dedicata nello stesso sito dell’azienda nella pagina dedicata a “La Festa della donna... con il titolo proprio in italiano, scritto da Valentina sorella di Tiziana.

Immagine di Barbara e testo da: https://www.sanmarcos1943.com/barbara-iannini/

Qua si può leggere : “El día de la mujer es muy importante para la panadería San Marcos: nuestra fundadora Barbara Iannini fue una poderosa y valiente mujer. Su labor como mujer de negocios fue todo un ejemplo para la comunidad italiana de Bogotá que siempre vio en ella una figura admirable, pero sobretodo, su presencia fue una gran inspiración para muchas de las empleadas más antiguas del establecimiento. Se casó a los 28 años de edad (tarde para la época) y gracias a su impulso logró que en su momento la panadería San Marcos fuera la principal productora de pan en la ciudad de Bogotá. Era muy cercana a muchas de las empleadas de la empresa que la recuerdan con cariño por haberlas aconsejado de manera correcta en muchos problemas domésticos: siempre las alentó en las dificultades y las incentivó a ser mujeres independientes en todo sentido.”.

Tiziana crebbe nella grande famiglia collegata alla comunità degli “italiani” di seconda generazione o a chi, successivamente, raggiunse dal nostro Paese la Colombia. Il nonno fondò tra gli altri la scuola “Leonardo da Vinci” a Bogotà, una scuola privata dove oltre allo spagnolo si studiava la lingua della propria tradizione; norma che riguardava in Colombia una moltitudine di linguaggi portati dal mix emigratorio e da quello autoctono. 

Gli studi universitari però Tiziana li completò, già fidanzata con Antonio, a Milano in Ingegneria meccanica con indirizzo biomedico.

 

L’adeguarsi alla vita nella città si dimostrò però difficile. Non tanto per la differenza tra una lingua italiana studiata in Colombia rispetto a quella reale con cui si confrontò, ma per la limitazione nei rapporti umani: il distacco dal prossimo, un vivere frenetico improntato sulle attività da svolgere risultarono per Tiziana opposti alla maniera di vivere colombiana; un vivere pieno di allegria, di valore all’amicizia e aperta ai rapporti con gli altri. Questi aspetti legati ai rapporti umani ora Tiziana sente di averli ritrovati a cominciare dagli incontri che faceva con i bimbi piccoli e le altre mamme nella piazza di Pierantonio.

Ciò che differenzia sicuramente la struttura di vita in Colombia rispetto a quella italiana è la minor divisione sociale; divisione che in Colombia sembra invalicabile. La divisione tra ricchi e poveri, in un paese di estrema povertà, è netta, presente anche tra i giovani, alla quale si aggiunge una differenza tra coloro che discendono da un “ceppo” americano o spagnolo e le altre etnie. Tempo fa Tiziana ricordava come Bogotà possedeva “sei milioni di abitanti, dei quali quattro sono poveri e di questi un milione sono indigenti”. Tra i poveri chi ha una situazione ancora peggiore è il genere femminile, sottopagato e sfruttato.

Tiziana ricorda come i valori della sua famiglia siano sempre stati opposti a questa triplice divisione, economica etnica e di genere: “Fin da piccola mi sentivo vicina a chi veniva emarginato dai miei compagni per la sua condizione economica o per il colore della sua pelle”. Queste convinzioni sono dipese dall’educazione e dall’esempio della sua famiglia, soprattutto della nonna Barbara e della mamma Elisa: “Basta che vi racconti una delle tante cose meravigliose che hanno fatto mia mamma e mia nonna per rendere felici, almeno una giornata, delle bambine orfane ed abbandonate: in occasione della prima comunione di mia sorella ha organizzato la festa all’orfanotrofio gestito da suore italiane, che erano clienti del negozio. Ha chiamato anche un’animatore tra i più bravi che c’erano sulla piazza e questo ha lavorato tutto il pomeriggio non ha voluto essere pagato, ha offerto gratuitamente la sua opera perché aveva capito il fine a cui era dedicata la festa. Ho ancora davanti ai miei occhi gli sguardi incantati e gioiosi di quelle bambine che non avevano mai assistito a giochi del genere, non avevano conosciuto mai il calore di una famiglia e accarezzato mai il viso della loro mamma”.

Al centro, al matrimonio della nipote, Barbarina Iannini, circondata dalla sua famiglia.

Oggi ad Umbertide risiedono circa 80 persone provenienti dal Sudamerica. Chi lascia il proprio Paese porta con sé le sue abitudini, i suoni e le musiche, l’orgoglio per la propria cultura o religione e, come nel caso della nonna di Tiziana, le tradizioni culinarie. Da qualsiasi Paesi si parta ed in qualsiasi Paese si arrivi. L’identità non si perde ma si riadatta e muta, diventa doppia. Pierluigi, il padre di Tiziana rafforzò nella sua famiglia sia la “nostalgia” dell’Italia che l’uso della lingua portato avanti anche per il suo amore per la musica e l’opera italiana. Tutto ciò ha contribuito alla scelte di Tiziana che ha lasciato la Colombia, una grande città ed è venuta a vivere in un piccolo nucleo rurale delle nostre colline.

 

 

Fonti:

- Fonte orale

- Foto: archivio famigliare di Tiziana.

https://www.sanmarcos1943.com

-https://www.sanmarcos1943.com/barbara-iannini/

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"La storia non è altro che una costante interrogazione dei tempi passati in nome dei problemi, delle curiosità e persino delle inquietudini e delle angosce, del tempo presente che ci circondano e ci assediano"

 
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