LA FRATTA DEL CINQUECENTO

 

 

 

 

 

  

 

Le regole di vita nella Fratta del '500

 

A cura di Fabio Mariotti

 

Oltre alle rughe e ai capelli bianchi, l’accumularsi dei compleanni di per sé restringe in proporzione la sensazione di profondità dei secoli; se poi ci si rende conto che le debolezze degli uomini di mezzo millennio fa sono sostanzialmente le stesse di oggi, le norme degli Statuti della Fratta del 1521 sembrano collocarsi appena dietro l’angolo lasciato alle nostre spalle.

Non c’è niente di nuovo alla luce del sole: paure, avidità, egoismi, in perenne antagonismo con le aspirazioni di sicurezza, di giustizia, di uguaglianza. E la disponibilità a chiudere un occhio a favore delle prime e a danno delle seconde: ogni epoca ha i suoi compromessi.

 

 

La prostituzione

Sebbene la fornicazione sia proibita per sua natura e per legge divina, tuttavia qualche volta si tollera il male minore per evitare quello maggiore.

Pertanto stabiliamo e ordiniamo che nel castello o nei borghi vicini, secondo il giudizio comune, sia individuata un’abitazione o un rifugio per le prostitute che, per un prezzo stabilito, si mettano al servizio e concedano il loro corpo al piacere dei giovani o di altri bisognosi.

Pertanto le prostitute debbono esercitare il loro servizio in questo posto loro assegnato oppure in luoghi remoti fuori dei borghi, lontani dalle zone di conversazione delle donne, alla protezione di capanne e di stuoie in modo da non poter essere viste.

Pertanto stabiliamo ed ordiniamo di condannare a 20 soldi le prostitute che forniscano il proprio servizio per strada, in piazza, all’osteria o in altri luoghi pubblici: può essere dato credito a qualsiasi accusatore, assistito da un testimone degno di fede, ricevendo in tal caso un terzo della pena.

 

L’adulterio

Stabiliamo ed ordiniamo che venga punito chiunque tenti di violentare qualsiasi donna, ricca o povera, conosciuta o sconosciuta; la pena è di 20 lire se la femmina è di buona famiglia e reputazione; viene ridotta a 10 lire se è chiacchierata.

Invece chiunque commetta effettivamente adulterio con donne maritate contro la loro volontà vine punito con 25 lire, per ogni donna e per ogni volta.

Nel caso in cui la violazione viene compiuta – contro la loro volontà – con donne zitelle, vergini, non maritate, suore o bizzocche, alla pena di 25 lire si aggiunge quella stabilita dagli Statuti di Perugia: la pena viene dimezzata se la femmina è consenziente

 

Il tradimento

Se un uomo sposato intrattenesse rapporti carnali con una femmina in dispregio della sua donna e, analogamente, se una donna sposata con facesse con un uomo, in dispregio e contro la volontà del suo marito, l’uomo o la donna sarà punito o punita con 10 lire, chiunque sia che contravviene a tali regole.

In questi casi costituisce prova legittima e sufficiente la testimonianza dei vicini.

 

Le sommosse

Se qualcuno nel castello o nei borghi incitasse o promuovesse un tumulto o una rissa in modo da turbare la quiete del castello, coinvolgendo fino a 20 persone oppure provocando un omicidio o un pestaggio, sarà sottoposto alla pena di 10 lire, ferma restando la successiva condanna da parte del podestà di Perugia.

Chi provocasse turbative in consiglio o in assemblea generale, o tramasse e cospirasse, sarà punito con 10 lire che dovrà pagare immediatamente senza processo prima di abbandonare il palazzo.

Chi provocasse una protesta o un tumulto tale da provocare uno scandalo, sarà punito con 40 soldi.

Il podestà dovrà svolgere indagini per individuare tali malefatte, almeno una volta al mese; in caso di negligenza il podestà dovrà pagare unba multa di 100 soldi.

 

I nottambuli

Stabiliamo ed ordiniamo che nessuno debba girovagare per il castello e nei dintorni dopo il terzo suono del campanone del Comune che deve essere suonato dal campanaro la sera non appena l’orologio del castello scocca un’ora dopo il buio; fra i rintocchi deve passare il tempo per recitare un miserere.

Una pena di 5 soldi viene applicata al campanaro per ogni volta che non svolge il suo compito; una pena di 10 soldi viene comminata a chiunque venga sorpreso in giro di notte senza lumi.

Viene esentato dalla pena chi ha lumi o tizzoni, accesi prima di uscir di casa; inoltre vengono esentati i medici o i farmacisti, i fornari che vanno a comandare il pane, chi porta o ritira il pane dal forno, chi va a cercare l’ostetrica ed anche chi dimostra che il lume si è spento per il vento o comunque contro la sua volontà, oppure chi vigila sui fuochi che talvolta i vicini accendo per strada o coloro che la sera stanno al fresco intorno a casa.

 

Le locande

Nessun oste o albergatore può alloggiare alcuno sbandato o ribelle o condannato dalla Santa Chiesa o dalla città di Perugia; non potrà consentire giochi d’azzardo prestando carte, dadi o tavoliere.

L’oste dovrà effettuare la mescita con misure giuste e bollate. Intendiamo proibire agli albergatori di alloggiare più di 10 uomini senza l’autorizzazione del podestà; in tempi sospettosi non si potrà ospitare nessun uomo o donna senza tale autorizzazione, sotto pena di 20 soldi.

Ordiniamo che nessun albergatore alloggi un ospite armato, se prima non abbia deposto le armi o si rifiuti di farlo; sono esentati i soldati e gli ufficiali della Santa Chiesa e della città di Perugia che venissero al castello per ordine dei comandanti dello stesso.

 

I fornai

Ordiniamo che i fornai del castello debbano cuocere bene e secondo legge il pane portato ai propri forni, usando competenza e premura.

Il compenso per la cottura è stabilito in 2 soldi per staio di pane; se tale compenso viene aumentato sarà comminata una pena di 10 soldi per ogni volta. Se, per un difetto di cottura, il pane venisse male, il padrone del pane sarà risarcito. Ogni forno deve essere dotato di un camino che esca fuori dal tetto, per evitare possibili incendi. I panettieri devono tener il pane in vendita riposto in canestri coperti con tovagliette bianche in modo che ai compratori venga appetito e non il voltastomaco.

A chi frodasse nella vendita, sarà sequestrato del pane che verrà assegnato, per amor di Dio, ai poveri dell’ospedale di Santa Croce del Borgo di Sotto.

 

I morti

Affinché le donne si comportino con la dovuta onestà, ordiniamo che nessuna femmina possa o debba uscire di casa per piangere disperatamente qualsiasi morto, dovunque si trovi, sotto la pena di 40 soldi.

E nessuna femmina può accompagnare il morto alla sepoltura, seguendolo piangente e scapigliata.

E nessuna persona, uomo o donna, deve disperarsi sulla tomba dopo che il morto è stato portato in chiesa e seppellito e nei tempi successivi.

A chiunque sarà in grado di provare tale accusa sarà destinato un terzo della pena, purché abbia un testimone degno di fede.

 

La corruzione

Per fare in modo che chi ha incarichi pubblici abbia le mani pulite, stabiliamo ed ordiniamo che nessun amministratore pubblico, nello svolgimento della sua funzione, cerchi di mettere in tasca qualsiasi quantità di denaro, o si comporti con frode o con malizia oppure tenti di barattare i benefici concessi o pretenda con la forza o riceva spontaneamente ricompense. Chi non rispetta queste regole avrà una pena pari al quadruplo di quanto ha frodato, barattato o guadagnato illecitamente. Chiunque si macchierà di questi reati non potrà mai più avere incarichi; i suoi reati dovranno essere segnalati alla pubblica opinione dal banditore in tutti i luoghi frequentati dal frodatore.

 

 

Gli accaparratori

E’ nostra volontà frenare l’avidità e l’avarizia di molte persone che studiano con tutto il loro ingegno per accumulare beni (con dispiacere di Dio e danno del prossimo, non sazi e soddisfatti della loro parte) accaparrando frumento ed altri viveri per poterli rivendere al momento in cui saranno aumentati di valore.

Per questo stabiliamo ed ordiniamo che nessuno ordisca o trami per comprare viveri in questo castello e nei suoi dintorni e, sottraendoli al comune utilizzo, causando carestie.

Per ciascuno stato accumulato sarà applicata una multa di 20 soldi. Chiunque consentirà di smascherare questi accaparratori, accusandoli, riceverà in premio la terza parte della somma.

 

La lebbra

Nel vecchio testamento c’è scritto che chi è infetto da lebbra deve stare segregato dagli altri.

Quindi stabiliamo ed ordiniamo che qualora qualcuno viene infettato dalla lebbra i difensori del castello devono informarlo o farlo informare, con modi caritatevoli e garbati, che è tenuto ad allontanarsi dal castello e dai suoi borghi andando a vivere separato da tutti o in un lebbrosario.

Se il lebbroso accetta l’invito, è meglio; se invece rifiuta di partire entro un’ora, si fa avvertire dal podestà che dovrà lasciare il castello entro 10 giorni sotto la pena di 5 lire; se dopo tale termine non è partito si rinnova l’invito a partire entro 5 giorni, sotto la pena di 10 lire; se dopo tale termine non è partito si concede un altro giorno, sotto la pena di 20 lire.

Se non obbedisce, dovrà sborsare 20 lire e sarà cacciato fuori della porta del castello, a furor di popolo.

 

La pudicizia

E’ evidente come in questi tempi moderni l’onestà sia tornata in cielo e la vergogna abbia abbandonato anche le vecchie: infatti si mostrano e si espongono le parti vergognose senza rispetto di alcuno, neanche delle vergini e delle donne sposate, e con maggior insistenza da parte di chi ne ha più abbondanza; e questo suc cede in diversi luoghi ma in particolare al Tevere, nelle zone frequentate da persone.

Per ovviare a questo sconcio stabiliamo ed ordiniamo che sia punito con 5 lire chi ardisca esporsi senza mutande o altra onesta copertura in acqua, nuotando a meno, al “pietriccio” o al “patollo” lungo il tratto di Tevere che va dal molino dei Calbi al greppo di Cristoforo.

E’ esentato dalla pena chi ha meno di 12 anni e chi si butti in acqua per salvare qualcuno che stia per affogare.

(Per facilitare la lettura le regole sono state riportate dal volgare nell'italiano corrente)

 

Fonti:

“Le regole di vita nella Fratta del ‘500” sono tratte dagli “Statuti della Fratta dei Figliuoli

di Uberto (Umbertide) del 1521” (B. Porrozzi, Ed. Pro Loco, Umbertide, 1980).

Sono state pubblicate nel Calendario storico del Comune di Umbertide – 1ª edizione – 1992.

 

Tutti i Calendari storici del Comune di Umbertide si possono trovare in formato Pdf

sui siti istituzionali: www.comune.umbertide.pg.it / www.umbertideturismo.it

 

La Fratta di Cipriano Piccolpasso

 

A cura di Fabio Mariotti

 

Cipriano Piccolpasso nacque a Casteldurante (l'odierna Urbania) nel 1524. Iniziò a lavorare come architetto militare e fu maestro di fortificazioni; dal paese d'origine passò a Rimini, Ancona, Fano, Spoleto. Appassionato di ceramica, decise di tornare a Casteldurante dove si distinse come creatore di maioliche d'arte e decoratore tra i più raffinati del settore. Qui aprì una fabbrica che ben presto divenne famosa e che formò numerosi lavoranti divenuti poi celebri. Autore di diverse opere di vario genere, deve la sua fama di scrittore soprattutto al trattato “Li tre libri de l'arte del vasaio” (1548) nel quale illustra i segreti di bottega del far ceramica. Qui vengono spiegate dettagliatamente le fasi della produzione dei manufatti ceramici (trattamento delle argille, foggiatura, cottura, smaltatura, decorazione...), le differenti tecniche costruttive, gli strumenti utilizzati, nonché le diverse dosi degli impasti e dei colori.

Il manoscritto è inoltre arricchito da tavole autografe che riportano con dovizia di particolari le tipologie decorative durantine diffuse in quel periodo (trofei, grottesche, cerquate, ...) e da disegni che illustrano varie fasi della lavorazione e gli strumenti fondamentali del ceramista. Il trattato, rimasto sempre in Casteldurante prima e in Urbania poi, divenne famoso a partire dal 1758, quando fu citato dal Passeri nel suo libro sulla storia della maiolica di Pesaro e dintorni. Tra il 1857 e il 1879 fu pubblicato almeno tre volte e il 10 gennaio 1861 fu acquistato per conto del South Kesington Museum (oggi Victoria and Albert Museum) di Londra dove si trova tuttora. Il Piccolpasso morì a Casteldurante il 21 novembre 1579 e fu sepolto nella locale chiesa di San Francesco.

Cipriano Piccolpasso fu per un certo periodo di tempo vice provveditore delle fortezze di Perugia. In tale veste venne inviato, nel 1565, a visitare lo stato delle fortezze dei castelli dipendenti da quella città per constatarne la potenzialità militare e poi riferirne. In questa occasione fu anche alla Fratta, visitò le mura castellane e la Rocca, realizzando due disegni, uno del perimetro delle mura ed una veduta dell'intero castello visto da sud. Piccolpasso proveniva dagli Appennini ed era quasi alla fine del viaggio, iniziato a Perugia il 12 aprile e terminato il 21 giugno 1565. Riportiamo le sue note di viaggio in cui ha annotato tutti i passaggi e le varie spese sostenute. Il tutto è relativo all'ultima settimana, nel quale periodo fu anche in Fratta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Piccolpasso riporta notizie sul perimetro di Fratta

"La Fratta di Perugia gira canne 138", intendendo con ciò che il perimetro delle mura castellane, misurato con la canna usata in Perugia (da 5 metri), era di circa settecento metri. Per fare questa misurazione egli ricorreva a uno strumento chiamato "il Bossolo" e spiega anche il modo in cui si usava e gli inconvenienti che possono capitare se non lo si sa adoperare.

Ci da inoltre notizie sulle distanze tra Fratta e le ville e città vicine

Confini della Fratta di Perugia: Tramontana a ponente

Città di Castello lontano miglia X, per confini miglio I;

Montone lontano miglia III, per confine miglio 1/2;

Montalto lontano miglia I, per confini miglia 1/2;

Monte Migiano lontano miglia 2 - 1/2, per confini miglia 1;

Monte Castello lontano miglia 3. Ponente a Mezzogiorno Preggio lontano miglia XII;

Castel Rigone lontano Miglia XIII. Mezzogiorno a Levante

Perugia lontano miglia XII; Assisi lontano miglia XX. Levante a Tramontana Gubbio lontana miglia XII; La Serra e Civitella lontani miglia II.

 

Piccolpasso poi prosegue dandoci le notizie su Fratta e sui suoi abitanti. La descrizione che egli fa del paese e della sua gente, raffrontata con quella di altre città - anche a noi vicine - è tra le più belle in assoluto. L'impressione estremamente favorevole che riportò di questo paese affacciato sul Tevere ("a guisa di lago chiarissimo"), con la sua campagna così ben coltivata, con gli abilissimi artigiani al lavoro nelle botteghe ci fa pensare con curiosità alle immagini che egli vide in questa tarda primavera del 1565 e alla vita dei nostri antenati di quattro secoli e mezzo fa. E, orgogliosi dei frattegiani del Cinquecento, siamo grati a Cipriano Piccolpasso che ne ha saputo descrivere così bene le caratteristiche fondamentali.

 

Riportiamo fedelmente e con orgoglio la sua relazione su Fratta, solo ponendola in una lingua più scorrevole di quella cinquecentesca da lui usata.

“La Fratta ha circa ottanta famiglie.

Questo è un luogo piccolo ma bello, dove è molto piacevole soggiornare ed ha una bella veduta.

Ha il Tevere dalla parte di ponente, come un lago chiarissimo (ricordiamo che la diga sotto il ponte innalzava notevolmente il livello dell’acqua), ma dannoso e di grande pericolo al luogo perché, se non si prendono provvedimenti, in poco tempo, come ha già iniziato a fare, si porterà via il luogo intero (evidentemente si agì in tempo se ciò non è avvenuto!).

Gli uomini di questo paese sono diligenti, solleciti e avveduti perché, lavorando incessantemente il loro piccolo territorio, lo fanno fruttare come un’estesa campagna e un luogo grandissimo.

Qui si lavora benissimo nel costruire archibugi e armi d’asta.

Le mura, pur antiche, sono di materiale solido e robustissimo, ma dappertutto, sopra di esse, ci sono case.

La Rocca è cinta di grosse mura e ha una torre alta circa cento piedi.

Non hanno bestiami né pascoli.

Qui non vi sono armi di alcuna sorta (1)”

 

Conto delle spese sostenute 

- Per una cena a Sassoferrato baiocchi 10

- A coloro che me aiutaro a mesurare baiocchi 30

- Per il cavallo per la Fratta con il garzone baiocchi 25

- Per desinare a Segello et rinfrescare il cavallo baiocchi 50

- Per una cena alla Fratta col garzone et col cavallo baiocchi 35

- Per il cavallo per Castello baiocchi 30

- Per desinare et cena a Castello baiocchi 20

- Per desinare et cena a Castello baiocchi 20

- A coloro che me aiutaro a mesurare li muri baiocchi 30

- Per il cavallo per la Fratta baiocchi 30

- Per desinare et cena alla Fratta baiocchi 30

- A coloro che me aiutaro a mesurare baiocchi 10

- Per il cavallo per Perugia baiocchi 30

- E Più fatto dare alla famiglia de messer Paulo,

dette messer Gherardo soldato de fortezza per le

fatighe di detto messer Paolo baiocchi 50

 

 

(1) Cipriano Piccolpasso – Le piante e i ritratti delle città e delle terre dell’Umbria sottoposte

al governo di Perugia - Ed. Passetto e Petrelli – Spoleto – 1963.

 

Testo pubblicato sul Calendario storico di Umbertide 2003 – Ed. Comune di Umbertide - 2003

Pianta di Fratta di C. Piccolpasso (1565).
Sono chiaramente visibili le tre porte della città: la "Porta castellana" a ponente per C. di Castello; la "Porta senza nome" nell'odierna Piaggiola per Montone e lo Stato di Urbino; la "Porta Romana" a mezzogiorno per l'attuale piazza S. Francesco e Perugia.
Si può notare che la Fratta era allora completamente circondata dalle acque del Tevere e del torrente Reggia.
Disegno della Fratta di C. Piccolpasso (1565)
In alto, veduta di Casteldurante (oggi Urbania) di C. Piccolpasso.
In basso, copertina del libro di C. Piccolpasso sull'arte del vasaio (1548)
 
 

Le attività economiche

 

 

 

 

 

a cura di Fabio Mariotti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I tessitori

C’era un'intensa attività artigianale in Fratta, che si svolgeva all'interno di molte case: il lavoro dei telai per tessere il panno (cotone, canapa, lino), dei reticellai e delle ricamatrici in genere, rivolto ai privati cittadini ed alle confraternite per le loro esigenze di biancheria in chiesa. Da alcuni documenti di queste associazioni laicali troviamo per la prima volta in Fratta un particolare modo di lavorazione dei tessuti, detto "alla moita" (poi usato fino a tutto il Settecento). Con questa espressione "lavorare alla moita" si intendeva che il prodotto finito andava per metà al proprietario della canapa, lino, cotone e per metà a chi aveva eseguito il lavoro, come ricompensa. II pagamento, naturalmente, si poteva fare anche in denaro, che era sempre preferito.

La canapa ed il lino, prodotti nelle campagne di Fratta in quantità soddisfacente ai bisogni della popolazione, si lavoravano nelle case in modo prettamente artigianale. La canapa (come pure il lino), detta anche "accia", veniva prima dipanata e poi "curata". La dipanatura consisteva in una prima, superficiale pettinatura con la quale si toglieva alla pianta la parte superiore chiamata "il capeccio" (portava fiori e semi), che non serviva alla tessitura. Con questa prima grossolana pettinatura veniva separata anche la parte più liscosa della pianta, usata poi per confezionare prodotti secondari (balle per il grano, bardelle per trasporto di pesi, ecc.).

II lino (come la canapa) si legava a mazzi da tredici libbre. Quello che aveva ancora il "capeccio" valeva meno rispetto a quello "scapecciato" in quanto aveva subìto la dipanatura. Dopo questa operazione il prodotto veniva messo a macerare in un pozzo d'acqua, quindi si procedeva ad una seconda pettinatura che dava la fibra migliore con la quale si fabbricava il tessuto per i panni più fini, di maggior pregio e richiesta (tovaglie, lenzuoli, biancheria in genere).

Nei registri delle confraternite e negli inventari trovati negli atti notarili dell'archivio comunale esiste traccia di un fatto abbastanza singolare: i sacconi adoperati negli ospedali come materassi erano confezionati con il lino, considerato pregiato. Al loro interno contenevano paglia e foglie secche, il materiale più economico che si potesse trovare. Questo dà un'idea della mentalità del tempo per cui non strideva affatto racchiudere nel lino il materiale più umile.

 

Il commercio delle falci

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Grande produzione di falci in Fratta, nel Cinquecento, sia comuni che servivano per mietere il grano ("ad secandum granum"), sia del tipo "necessarium, cioè usate per le messi in generale (segala, orzo, fieno). Grande produzione, quindi grande commercio organizzato da singole persone o gruppi che dall'aprile al giugno di ogni anno (ma anche negli altri mesi) si occupavano di questa attività. Le operazioni di acquisto dell'acciaio, di produzione, rifinitura, trasporto, vendita del prodotto finito erano improntate alla massima serietà e correttezza fra le parti, che ricorrevano sempre a un atto notarile. La copia del quale serviva pure da documento di trasporto durante il viaggio e veniva mostrato alle autorità dei luoghi attraversati che chiedevano informazioni sulla merce (era la bolla di accompagnamento di allora).

Agli inizi del Cinquecento il gruppo più qualificato nel commercio delle falci era formato da Pietro Paolo Tempesta insieme a Simone di Antonio detto "il Guercio", Sante di Antonio, Bernardino del fu Renzo, Paolo Bartoli, Bernardino di Iacopo Cortoni detto "Fallature" e Antonio del fu Mattiolo. Nell'aprile del 1511 comprano cinquemila falci, ordinando centinaia di pezzi a ciascuna bottega di fabbri ferrai. Tra gli altri, ai fratelli Giovan Battista, Michelangelo e Gabriele, figli di Francesco; Guerriero di Matteo Ridolfo Alberti, Vico di mastro Nicola, Giliotto di mastro Filippo e i suoi fratelli.

In ogni laboratorio operano due o tre persone e quando devono far fronte a ordinazioni di diverse migliaia di pezzi, si uniscono in società, aiutati dalla corporazione "dell'arte dei fabbri" che dà loro l'assistenza necessaria per l'acquisto della materia prima e per la vendita.

I compratori facevano gli ordini ad aprile o ai primi di maggio, la consegna avveniva tra il 20 e il 24 di questo mese. Roma e la Maremma erano le destinazioni principali, presenti in ogni contratto, ma anche la "Tuscia" (la Toscana sud) ed il castello di Sarteano (poco a sud di Chiusi).

I compratori pretendevano sempre che le falci fossero fatte a regola d'arte (troviamo sempre la frase "ad usum beni et legalis magistris fabrij ferrarij"). Erano legate a mazzi di cento pezzi ed il trasporto avveniva a mezzo di cavalli o di muli, a volte di proprietà degli stessi fabbri. Il pagamento, entro il mese di giugno, si perfezionava di solito in Fratta.

Come in tutti i contratti del tempo, si stabiliva una penale a carico della parte che non assolveva agli obblighi scritti. Un atto notarile del 25 aprile 1524 ne prevedeva una originale. Il fabbro Arcangelo Bavaglioni vende trecento falci per ventitré fiorini, compreso il trasporto. L'acquirente, Cecco del fu Carlo, si obbliga a saldarne il prezzo entro il mese di giugno con il patto che, in difetto, dovrebbe dare al fabbro Arcangelo, come penale, un appezzamento di terra al vocabolo "Pagini", fino alla concorrenza della somma dovuta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli archibugieri

Oltre ai fabbri, uniti in varie società e famosi in tutta l'Italia centrale, che producevano tra le altre cose migliaia di falci l'anno da vendere nelle campagne romane e della Maremma, esistevano anche fabbricanti di armi da fuoco. Si possono considerare fabbri specializzati, perché riuscivano in questo lavoro pur non avendo le odierne macchine per tornire i vari pezzi; facevano tutto a mano ed in modo estremamente preciso. Vari documenti contengono notizie sulla vendita in Fratta sia degli archibugi, armi lunghe, da spalla o da cavalletto, sia gli "scoppietti", cioè armi corte. Ci sono notizie anche sugli accessori: il "polverino" e la "flasca", che pensiamo fossero polvere da sparo e relativo contenitore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il 21 dicembre 1510 questi artigiani vendettero cinquecento archibugi, il cui valore era di due ducati d'oro ciascuno. Le armi dovevano essere consegnate entro il mese di marzo dell'anno successivo da parte degli archibugieri Giovanni Folcantoni, Bonaventura Pulicardi e Sebastiano Brelli, tutti di Fratta. Costoro, considerate le festività, dovevano quindi produrre cinque o sei archibugi al giorno il che, considerata la totale manualità del lavoro, è certamente una produttività notevole. Una così grande commissione inoltre fa capire come queste lavorazioni di "artiglierie" qualificassero l'attività di tali maestri d'arte a livello regionale. L'atto di vendita fu redatto dal notaio Paolo Martinelli nel castello di Civitella dei Miuletti [?], dove abitava Raniere dei Ranieri, nobile perugino. Compratori sono Pier Luigi dei Farnensi e ser Michele Pier Ventura, di Lugnano: si impegnano a pagare metà dell'importo, cioè cinquecento ducati, alla consegna (marzo 1511) ed altrettanti a metà agosto (garante del pagamento il nobiluomo Raniere dei Ranieri). Il compratore ser Michele di Pier Ventura dà una cauzione di cinquanta scudi d'oro da calcolarsi come anticipo.

I venditori si dicono in grado di consegnare entro la fine di gennaio un terzo dei cinquecento archibugi ed i restanti mese per mese, fino ad espletare la consegna nel mese di marzo.

In un documento del 12 marzo 1522 troviamo un "fidem facio" (faccio fede) concesso da Giovanni del fu Fioravanti, cittadino perugino abitante in Fratta, al fabbro Sebastiano di Gabriele. E' una garanzia che il primo offre al secondo, davanti al notaio Marino Sponta che redige l'atto, riguardo agli impegni che egli vorrà prendere da qualsiasi persona o associazione nel costruire archibugi, "scoppietti" e qualsiasi altra specie di "artiglierie". Sebastiano è quindi autorizzato a fare qualsiasi atto notarile, relativo al proprio lavoro, sotto la garanzia di Giovanni.

Un altro documento del 10 maggio 1586 riguarda la riparazione di un archibugio al quale era "crepata la cassa". Proprietario dell'arma è un tale del castro di Danciano (val di Pierle) e il fabbro aggiustatore è un certo mastro Angelo che ha bottega in Fratta. Pare che l'archibugio si fosse rotto nella "guerra de Siena" (1554-1555).

Anche Cipriano Piccolpasso, vice provveditore delle fortezze di Perugia, parla dei nostri archibugieri. Venne inviato nel 1565 a visitare lo stato delle fortezze di quella città e fu quindi anche a Fratta. Nella sua relazione scrive tra le altre cose: "... Qui si lavora benissimo di archebugi et armi

d'aste". Ma poi aggiunge: "... Quivi non son armi di nisciuna sorte". Segno che i nostri antenati fabbricavano solo per vendere e le armi non restavano in Fratta, a testimonianza della loro indole pacifica. O tiravamo il sasso e nascondevamo la mano?

I bottegai

Francesco di Cristofano

Era "Spetiale", cioè venditore di spezie ma anche di medicine, mandorle, orzo, torce per l'illuminazione, candele, "trementina", acqua ragia e spezie varie.

Queste botteghe, oltre che "spetierie", venivano chiamate anche "aromatarie", forse perché le merci in esse predominanti erano quei prodotti che arrivavano dal "nuovo mondo", scoperto da Cristoforo Colombo circa quarant'anni prima.

Francesco lo speziale ci ha lasciato parecchie scritture di contabilità fra il 1530 ed il 1533. Fabrizio

Anche lui era uno speziale, vissuto verso la ime del secolo. Ne troviamo registrazioni negli anni 1595 e 1596, quando vende cera, "facole" e spezierie per gli infermi di un ospedale di Fratta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bernardino Cibo

Aveva una bottega di generi alimentari. Ne abbiamo notizia negli anni 1515 e 1528. Bano de Cibo

Nel 1538 aveva una bottega, non meglio specificata. Apparteneva alla famiglia Cibo, una delle più importanti di Fratta.

 

Giòmolo

Nel 1539 vendeva "aguti" (cioè chiodi), cera, olio ed altro.

 

Perinelli

Nel 1590 aveva una "aromataria". Felice Manfredi

Gestiva una "aromataria" negli anni dal 1590 al 1595. La sua bottega era nella via Regale (l'odierna via Cibo).

 

Ruggero Burelli

Nel 1590 ha una "aromataria" e nel 1595 ne troviamo notizia in un documento nel notaio Curtio Martinelli. E' figlio di Tolomeo Burelli.

 

Orfeo Burelli

Nel 1590 ha una "apoteca", cioè una bottega. E' figlio di Francesco Burelli ed abita in una casa di sua proprietà.

 

Gasparino

Merciaio. Lo troviamo nel 1572

 

Inoltre, c'erano in Fratta altre botteghe: due macellerie e due forni.

 

Fiere e mercati

 

Nel Cinquecento, quando una villa o un castello del territorio perugino voleva istituire una fiera commerciale, doveva chiederne il permesso alle autorità di Perugia, quindi pagare una tassa annuale a questa città. La villa o il castello a sua volta recuperava il denaro da coloro che intervenivano alla fiera.

Fratta faceva eccezione. Fin dal Quattrocento era stata esonerata da questo obbligo da parte del Papa del tempo, per cui non tassava chi veniva alla sua fiera annuale, nei primi giorni di giugno. Era detta "libera fiera", portava una maggiore affluenza di mercanti, quindi maggior afflusso di ricchezza di cui beneficiavano tutti i cittadini.

La fiera annuale era quella di Sant'Erasmo e durava dal primo al quattro giugno.

Nel 1506 troviamo un "Breve" di papa Giulio II che riconferma l'esenzione dalle tasse ed aggiunge alla "libera fiera di Fratta" altri sei giorni ai quattro concessi nel 1444 ("detta fiera di S. Erasmo possa durare sino alli dieci di detto mese di giugno"). Nel 1532 la durata verrà portata a sette giorni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 1537 la magistratura perugina tolse tutti i mercati che si facevano nel suo contado; fece eccezione per Fratta e permise che qui continuassero a cadenza settimanale. Ciò fu confermato dal papa Paolo III il 4 novembre 1537. Dal 6 aprile 1541 l'esenzione dalle tasse concessa per la fiera venne estesa anche ai mercati settimanali. Il giorno era, come oggi, il mercoledì.

Nel 1542 l'esenzione viene riconfermata dal cardinale Sforza e nel 1547 dal cardinale Crispo, Legato apostolico per l'Umbria.

Un grandissimo numero di persone interveniva alla fiera dalle ville e castelli vicini. Arrivavano molte persone anche dalla Toscana, passando principalmente per la val di Pierle e la valle del Niccone.

Alla fiera si vendevano bestiame, prodotti dell'agricoltura, stoffe, piatti, vasi e oggetti in ceramica dei vasai di Fratta, attrezzi agricoli prodotti dai fabbri.

Due i luoghi di vendita: il prato del Comune (il "prato di sotto") alla fine del ponte sul Tevere e il mercatale di Sant'Erasmo, odierna piazza Marconi (il "prato di sopra"). Nel prato del Comune si svolgeva una grandissima fiera del bestiame. Nel mercatale di Sant'Erasmo si vendevano cereali e tutti gli altri generi commestibili, oltre che prodotti dell'artigianato.

La fiera dei primi di giugno è andata avanti fino alla metà degli anni Sessanta scorsi, mentre il nostro mercato settimanale del mercoledì ha più di sei secoli storia.

 

Disegni di Adriano Bottaccioli pubblicati nel Calendario di Umbertide 2003

Foto di Fabio Mariotti dall’Archivio fotografico storico del Comune di Umbertide

 

 

Fonti:

“Calendario di Umbertide 2003” – Ed. Comune di Umbertide – 2003

“Umbertide dalle origini al secolo XVI” - Roberto Sciurpa – Ed. Petruzzi Città di Castello – 2007

 

 

 

 

 

 

Antico telaio. Disegno di Adriano Bottaccioli
Falci antiche. Disegno di Adriano Bottaccioli
Piazza S. Francesco (Anni '30). Nel '500 sede delle botteghe dei fabbri
Armi antiche. Disegno di Adriano Bottaccioli
Ambulanti in piazza Mazzini ai primi del '900
Via Cavour e piazza Marconi (Anni '30). Nel '500 Mercatale di Sant'Erasmo
 

Le cariche pubbliche

 

a cura di Fabio Mariotti

 

 

 

 

 

 

Il potestà

Autorità del governo di Perugia, detto anche commissario, era il rappresentante dello stato romano in seno alla comunità ed aveva alcuni poteri che non incidevano direttamente nell'amministrazione della cosa pubblica. Era sempre un forestiero, un "estero", come si diceva, cioè non cittadino dello stato romano. Gli era consentito di portare con sé il notaio, due famigli (dovevano avere la livrea), un cavallo e, logicamente, moglie e figli.

Oltre ai compiti di rappresentanza, che tenevano unita la comunità di Fratta a Perugia, sua "città dominante", gli era concesso di togliere dall'ordine del giorno delle riunioni consiliari tutto ciò che, a suo parere, poteva ledere gli interessi della città del Grifo e dello stato ecclesiastico. La durata della carica era variabile, in dipendenza dei motivi contingenti di Perugia.

 

Il cancelliere

Notaio del potestà, che seguiva negli spostamenti, rimaneva in carica per il tempo del suo "vicariato". Era addetto alla stesura, su propri libri, di tutto ciò che concerneva l'operato del potestà, sia nei confronti delle comunità ove risiedevano, sia nei rapporti con Perugia.

Il cancelliere (o giudice ordinario) teneva anche il volume dei "processi" che lui e il potestà celebravano nell'amministrazione della giustizia.

 

I difensori

Autorità di Fratta, erano i sommi rappresentanti della comunità, decidevano sul da fare per il positivo svolgimento della cosa pubblica ed il buon vivere della popolazione: assommavano i poteri dell'odierno sindaco e della giunta comunale. Portavano nelle riunioni consiliari gli argomenti da discutere e sui quali votare, con l'avallo del potestà.

I difensori erano quattro, rimanevano in carica per quattro mesi. Considerati "officiali" della comunità, erano scelti fra le persone "allibrate" del castello, cioè persone che avevano beni immobili registrati al "Catasto".

 

 

 

 

 

 

 

 

I tre sopra la guardia

Erano tre "officiali" che sovrintendevano all'apparato militare del castello, cioè alla sicurezza di tutti gli abitanti. Rimanevano in carica quattro mesi.

 

I quattro consiglieri

Persone incaricate di dare consigli ai difensori sugli argomenti da trattare in consiglio. Erano considerati anch'essi "officiali" della comunità e restavano in carica quattro mesi.

 

Il camorlengo

Era considerato 1'“officiale" avente il compito di tenere la contabilità della comunità. Pagava gli stipendi e le spese, riscuoteva le entrate e le varie rendite. La carica del camorlengo (o camerario) durava quattro mesi.

Queste erano le dodici persone più importanti per la vita della comunità, riassumendosi in loro il potere civile e militare. Solo esse facevano parte del consiglio segreto (o dei dodici).

 

Foto di Fabio Mariotti dall’Archivio fotografico storico del Comune di Umbertide

 

Fonti:

“Calendario di Umbertide 2003” – Ed. Comune di Umbertide – 2003

“Umbertide dalle origini al secolo XVI” - Roberto Sciurpa – Ed. Petruzzi Città di Castello – 2007

 

 

 

 

Il palazzo comunale  negli anni '20
Il sigillo dei Difensori di Fratta
1905 - Piazza Umberto I (ora piazza Matteotti) - 1918

Artisti ed opere d'arte

 

a cura di Fabio Mariotti

Sono stati molti, ed alcuni di grande prestigio, gli artisti che hanno operato in Fratta in questo secolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Bernardino di Betto (Pinturicchio)

Nel 1502 i frati francescani osservanti di Santa Maria della Pietà ordinarono un lavoro al pittore perugino Bernardino di Betto, detto "il Pinturicchio" (1454-1513). La pittura fu eseguita sulla facciata principale della chiesa, sopra il portale d'ingresso, a forma di lunetta. E' detta la "Lunetta della maternità". Rappresenta la Madonna col Bambino in braccio e due angeli ai lati.

 

 

 

 

 

 

 

Sempre nel 1502 i frati francescani di Santa Maria commissionarono al Pinturicchio, allievo di Pietro Vannucci da Perugia, un quadro di grandi dimensioni che doveva rappresentare 1"'Incoronazione della Vergine". Il Pinturicchio eseguì mirabilmente l'opera. Il quadro fu trafugato dai soldati di Napoleone nel 1809 per essere trasportato in Francia. Ciò non avvenne e l'opera si fermò a Roma. Successivamente la curia romana propose ai frati francescani di Fratta l'acquisto del dipinto e questi lo vendettero al Vaticano per cinquecento scudi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Era il quadro preferito di papa Giovanni Paolo II sotto il quale riceveva spesso capi di stato ed ospiti illustri.

Al suo posto, nella chiesa di Santa Maria di Umbertide, è stata collocata una riproduzione fotografica di uguali dimensioni.

 

 

Luca Signorelli

Nei primi mesi del 1516 Luca Signorelli da Cortona venne in Fratta a dipingere la "Deposizione dalla croce". Il quadro gli era stato commissionato dalla confraternita di Santa Croce.

Il dipinto, su tavola, fu posto sulla parete dietro l'altare maggiore dell'originaria e piccola chiesa omonima. Solo nel 1612 verrà costruita da Pietro Lazzari di Sant'Angelo in Vado la mostra lignea tuttora esistente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Signorelli dipinse tre predelle sottostanti il quadro e, come si evince dalle registrazioni della confraternita, anche una "cima", cioè una "Pietà" a forma di lunetta che sovrastava il tutto. Di quest'ultima si è persa ogni traccia già dalla fine del Cinquecento.

Nero Alberti

L'11 gennaio 1523 i frati francescani conventuali di Fratta (avevano il convento nel Borgo Inferiore, attuale piazza San Francesco) ordinarono allo scultore Nero Alberti, di Borgo San Sepolcro, una statua di legno, alta quattro piedi, raffigurante Sant'Antonio da Padova, per la loro chiesa. Pagarono l'opera undici fiorini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli altri artisti

Nel 1556, il pittore Marino da Perugia eseguì una "Madonna in rilievo" con gli angeli attorno per la chiesa di Santa Croce. L'opera gli fu pagata venti fiorini, dodici soldi e otto denari.

Sempre la confraternita di Santa Croce, nel 1557 fece realizzare al pittore Vittorio da Montone degli affreschi raffiguranti Gesù Cristo e San Giuseppe per la "cappella nuova" della chiesa, che era stata da poco leggermente ampliata. Fu pagato con più di venti fiorini.

Dai registri della confraternita di San Bernardino veniamo infine a sapere che nel 1596 mastro Antonio fu incaricato dai confratelli di fare il disegno dell'altare maggiore della chiesa. Significa che durante i lavori di seconda ristrutturazione, avvenuti fra il 1554 e il 1555, l'altare maggiore non era ancora stato costruito, come non era stato ancora dipinto il grande quadro dell'"Ultima cena" sopra l'altare, eseguito nel 1602 da Muzio Flori.

 

 

 

Foto Fabio Mariotti

Fonti:

“Calendario di Umbertide 2003” – Ed. Comune di Umbertide – 2003

“Umbertide dalle origini al secolo XVI” - Roberto Sciurpa – Ed. Petruzzi Città di Castello – 2007

 

 
La lunetta del Pinturicchio sulla facciata della chiesa di Santa Maria della Pietà
Il portale d'ingresso con la lunetta
L'incoronazione della Vergine. A destra la riproduzione fotografica nella chiesa di Santa Maria
La deposizione dalla croce di Luca Signorelli. A destra nella preziosa mostra lignea
Il San Rocco di Nero Alberti nel Museo di Santa Croce
Chiesa di San Bernardino.
L'ultima cena di Muzio Flori
 
Chiesa di San Francesco. Cancellate in ferro battuto realizzate dai fabbri di Fratta

Chiese, conventi e il miracolo della Madonna della Regghia

 

 

a cura di Fabio Mariotti

 

Le chiese

Nella Fratta del XVI secolo, con una popolazione inferiore a cinquecento abitanti, esistevano più di una dozzina di chiese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cappella di Santa Maria di Castelvecchio

In fondo alla Piaggiola, era conosciuta anche come chiesa di Santa Maria dei Meriti. Aveva un proprio ospedale al quale si era unito, nel 1411, l'ospedale di Santa Croce.

 

Santa Maria della Regghia

Di forma ottagonale, voluta in onore della Madonna del miracolo (1556), fu iniziata nel 1560 e ultimata a fine secolo (1598) con la cupola originaria poi sostituita nel 1612. Un'immagine della primitiva struttura è visibile nel dipinto di Bernardino Magi (1602), nella chiesa di San Bernardino.

 

Santa Maria della Pietà

Nel Borgo Superiore, o Castelvecchio, era officiata dai frati francescani di Santa Maria dell'Osservanza che abitavano l'annesso convento. Fu costruita nel 1481.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sant’Andrea

Nel Borgo Superiore, ne abbiamo notizia fin dall'anno 1146. Era situata sul luogo ove poi (1860-1870) fu costruito il vecchio ospedale di Umbertide.

 

Madonna del Carmelo

Sul primo pilone est del ponte sul Tevere, ingrandito e modificato, era stata edificata una piccola chiesa, databile verso il 1570, perché non appare nel disegno di Cipriano Piccolpasso del 1565. Era dedicata alla Madonna del Carmelo, la cui festa si celebrava il 15 di agosto.

 

Sant’Erasmo

E' situata nel "mercatale", lo spazio ove si tenevano i mercati (odierna piazza Marconi). Attualmente non è più visibile perché vi è stata costruita un'abitazione. Al piano terrà però si apprezza la struttura di un'antica cripta, risalente all'XI Secolo. La chiesa aveva molte proprietà immobiliari, compreso l'ospedale annesso. La prima notizia risale al 1145.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sant’Antonio

Esisteva fin dal 1374 ed era nel Borgo Superiore. Il 27 febbraio 1556 è visitata dal vicario vescovile don Giuseppe Sperelli che la trova "ben ornata ma umida". Infatti era fra la Piaggiola e l'odierna piazza Marconi, soggetta alle piene del Tevere.

 

Santa Croce

Non aveva le dimensioni odierne, che assunse dal 1632 al 1644. L'originaria chiesa era molto più piccola e più arretrata rispetto a quella che vediamo oggi. Ne abbiamo la prima notizia nel 1338. Apparteneva alla confraternita omonima.

 

Sant’Agostino

Vi era annesso un convento dell'ordine degli eremiti di Sant'Agostino. Fu costruita nel 1374 in fondo all'odierna via Leopoldo Grilli (adiacente alla pasticceria Migliorati), perciò veniva spesso inondata dal Tevere. I frati possedevano dei terreni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

San Francesco

Costruita a partire dal 1299, era nel Borgo Inferiore, accanto alla chiesetta di Santa Croce. Vi era annesso un convento di frati che a metà secolo aveva ricevuto vari lasciti. Nel 1530 mancava ancora la cappella di San Rocco, a sinistra della navata centrale.

 

San Bernardino

Anch'essa nel Borgo Inferiore, era della confraternita del Buon Gesù che possedeva, adiacente, il proprio ospedale. Nel 1550 iniziarono i lavori per l'ampliamento della chiesa (prima ristrutturazione). Nel 1558 la confraternita costruisce il campanile.

 

San Giovanni Battista

E' la prima chiesa contenuta all'interno delle mura castellane. La sua costruzione e quella del campanile risalgono al XII secolo.

Fu consacrata nel 1250. Ai primi del Cinquecento, i fratelli della confraternita di San Giuseppe o del Corpo di Cristo costruiscono una nuova cappella nello spazio a lato della chiesa, in un locale fino ad allora usato come stalla.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esistevano inoltre le chiesette della Madonna del Moro e della Madonna del Giglio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel territorio circostante c'erano infine San Bartolomeo a Camporeggiano, San Cristoforo a Civitella, Sant’Angelo e Stefano a Migianella, la chiesa e il monastero di Santa Caterina a Preggio, San Paterniano (odierna Pierantonio dove, all'inizio del secolo, c'era solo la casa e l'osteria di Pier Antonio), San Giovanni a Serra Partucci.

 

 

Conventi e confraternite

Monastero di Santa Maria

Ne abbiamo notizia già nel 1521, dagli Statuti della Fratta. E' un convento femminile,

situato probabilmente nello stesso luogo ove poi, nel 1604, ne fu costruito uno

delle suore in Castel Nuovo, dopo la Piaggiola, sulla sinistra, scendendo verso

l'odierna piazza Marconi.

Se ne ha traccia anche nel 1555 e nel 1596. Subito dopo il convento c'era la porta

di Santa  Maria che si apriva sull'odierna piazza.

 

 

 

 

 

 

 

Fraternita dei disciplinati della chiesa di Santa Maria e ospedale di Sant‘Antonio

La prima notizia risale al 1405. Nel 1515, "sindaco e procuratore" della confraternita è Giovan Paolo del fu Cristoforo. Possiede un terreno al vocabolo "Seripole". La chiesa è quella di Santa Maria di Gastelvecchio, che il Pesci chiama "Pieve di Santa Maria". La confraternita ha anche l'ospedale di Sant'Antonio, che si unì a quello di Santa Maria nel lontano 1411.

 

Confraternita di Santa Croce

Ha origine dal 1330. Grande, storica, confraternita di Fratta, operò per diversi secoli fino a quello scorso. Era proprietaria di molti beni ed impegnata in una vasta attività religiosa e assistenziale. Incise profondamente nella realtà sociale del paese.

 

Frati cappuccini

Prima del 1580 abitavano, in affitto, in due stanze di proprietà della confraternita di San Bernardino. Prestavano la loro opera nei vari ospedali di Fratta. Nella seconda metà del Cinquecento la confraternita di Santa Croce li ospita nelle sue case, nell'odierna via Soli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cistercensi e Camaldolesi a Montecorona

L'abbazia di San Salvatore di Monte Acuto, posta a valle, vicino al Tevere (odierna Badia) viene costruita nel 1008 dai camaldolesi e da essi abitata fino al 1234. Possiedono anche la chiesetta di San Savino, a metà costa del monte Corona dove, nel 1190, muore il santo. Nel 1234 papa Gregorio IX le trasferì ai padri cistercensi, che vi dimorarono fino al 1524, anno in cui papa Clemente VII cedette il tutto di nuovo ai camaldolesi che lo tennero fino al 1860 circa.

Nel 1532 i camaldolesi costruirono il grande eremo posto in vetta al monte Corona, ove andarono ad abitare i loro eremiti.

 

Frati minori francescani osservanti di Santa Maria

Abitarono il convento di Santa Maria della Pietà fin dal 1481. Officiavano anche alla chiesa di Sant'Erasmo, provvedendo all'annesso ospedale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Eremiti di Sant’Agostino

Erano nel convento annesso all'omonima chiesa, in fondo alla Piaggiola, scendendo, sulla destra. Nel 1517 comprano una casa di proprietà della chiesa di Sant'Erasmo, posta nel terziere superiore di Fratta, nella piazzetta del Comune (odierna piazza della Rocca). Avevano dei terreni confinanti con il vocabolo "Le breccie", nel territorio di Fratta. Nel 1597 è priore fra Gabriele da Polgeto e possiedono un campo alla Petrella, in vocabolo "Campo della noce".

 

Confraternita del Buon Gesù

Possedeva la chiesa di San Bernardino e l'annesso ospedale. Nel 1587 fa un contratto con il pittore Mutio Flori, di Fratta, per un quadro da collocare sopra l'altare maggiore ("L'ultima cena", tuttora visibile) e nel 1588 costruisce il campanile della chiesa. La sede era nei locali adiacenti alla chiesa, perciò era chiamata anche confraternita di San Bernardino.

 

Confraternita di San Giuseppe o del Corpo di Cristo

La sede era nella chiesa di San Giovanni Battista, all'interno delle mura castellane.

 

Confraternita di Sant’Antonio o della Buona Morte

La sua chiesa era quella delle monache di Santa Maria Nuova. Nel 1750 sarà trasferita a Sant'Agostino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Convento di San Francesco

Era nel Borgo Inferiore, annesso alla chiesa. Vi abitavano i frati francescani conventuali, detti zoccolanti. Il 12 febbraio 1516 si raduna il capitolo generale dei frati. Custode e procuratore del convento è frate Angelo di Giovanni, professore in sacra teologia. Altri frati sono Giuliano, Cipriano di Bartolomeo, Pierfrancesco da Montalcino, Pacifico di Piergiovanni della Fratta, Francesco di Giovanni Ursini. Il convento possiede un podere al Rio.

 

 

Il miracolo della Madonna della Regghia

La vicenda suscitò l’esplosione di devozione che portò alla costruzione della grande e superba Madonna della Regghia, la Collegiata.

Siamo nell’anno 1556, il giorno 14 settembre. Alla Fratta esistono molte chiese, ma anche diverse “Maestà” (edicole con un’immagine sacra) e altrettante cappelle. Una di queste era posta sulla pubblica via, in terreno proprietà di Francesco Graziani, nobile di Perugia, a meno di venti metri dall’attuale chiesa della Collegiata (dov’è l’ex palazzina Zampa ora Casi). Lo si deduce da un’anomalia costruttiva    negli elementi che sorreggono l’architrave della porta ad ovest rispetto a quelli della porta nord. Le colonne in pietra sono poggiate su basamenti che hanno, ognuno, due lati obliqui rispetto al muro maestro, quasi vogliano indicare una direzione, strettamente legata al progetto.

Quante volte ci saremo passati davanti senza notarlo? Un collegamento ideale fra la cappella, già esistente, ed il nuovo grande edificio in costruzione; un insieme di affettuosità, devozione, gratitudine che il popolo sentiva verso quell'immagine dipinta all'interno. L'immagine della Madonna, da cui la "chiesa della Beata e Gloriosa Vergine Maria", nei pressi delle mura castellane di Fratta, chiamata dalla gente "Madonna della Regghia", dal nome del torrente che scorreva non lontano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mattina del 14 settembre, una bambina di sette anni, figlia di Orlandino Vibi, nata con una grave malformazione ad una gamba che non le permetteva di camminare senza sostegno, stava pregando davanti all'immagine, quando "dicesi che questa gli parlasse" e immediatamente "si trovò libera e sana e camminò francamente".

Fu il clamore destato dall'avvenimento a spingere il vescovo di Gubbio a compiere una visita pastorale a Fratta di due giorni, mercoledì 7 e giovedì 8 ottobre 1556, dandone incarico al suo vicario don Cesare Sperelli.

L'evento straordinario indusse la comunità civile e religiosa a costruire una grande chiesa in onore della Madonna, raffigurata sul piccolo altare di questa edicola. Cominciò una gara di elemosine e di lasciti, tanto che si dovette costruire un'apposita cassa di metallo. Si approntarono i piani di costruzione (autori del disegno originario furono Galeazzo Alessi e Giulio Danti); i Graziani di Perugia cedettero il terreno e nel 1560 iniziarono i lavori. Quando alla fine del secolo furono ultimati, il dipinto venne trasportato, assieme al blocco murario su cui era affrescato, nel tempio eretto per accoglierlo e posto dietro una teca di vetro sopra l'altare maggiore.

Ed oggi, dopo tanti anni, la sacra immagine della Madonna è ancora oggetto di uno speciale culto da parte degli umbertidesi.

 

Foto di Fabio Mariotti dall’Archivio fotografico storico del Comune di Umbertide e dall’Archivio di Giuseppe Severi

 

Fonti:

“Calendario di Umbertide 2003” – Ed. Comune di Umbertide – 2003

“Umbertide dalle origini al secolo XVI” - Roberto Sciurpa – Ed. Petruzzi Città di Castello – 2007

 

 

 

 

S. Maria della Regghia (Collegiata) 100 anni fa
1900. S. Maria della Pietà
1976. Chiesetta della Madonna del Giglio

 

La Piaggiola oggi. Sulla destra l’edificio che

anticamente ospitava il Monastero di S. Maria

e in seguito quello di Castel Nuovo

Il convento di S. Maria nel 1977 ed oggi, dopo l'ultimo intervento di restauro
              L'abbazia di San Salvatore a Montecorona                                                           Anni '80. Eremo di Montecorona
1978. Chiesetta della Madonna del Moro
Anni '30. Chiesa e convento di San Francesco
Il chiostro di San Francesco
L'immagine della Madonna
intorno alla quale è stato
costruito l'imponente tempio
La chiesetta del Carmelo in un quadro antico
La chiesa di Sant'Erasmo in un disegno del 1910
La Piaggiola. A sinistra sorgeva il convento di S. Agostino
1915. Le facciate di Santa Croce e San Francesco
1890. Il campanile di San Giovanni Battista
1910. La chiesa di San Bernardino
 

I Fanfani di Fratta

 

I Fanfani di Fratta, curiosamente spesso soprannominati il “Corto” e il “Migno”, sono stati presenti nel nostro territorio per circa 300 anni, poi improvvisamente di questo cognome non è rimasta più traccia ad Umbertide.

 

 

a cura di Fabio Mariotti

 

 

Notizie integralmente tratte dalle ricerche dello storico locale Renato Codovini negli archivi civili ed ecclesiastici dell’antica  Fratta da cui è stata documentata la presenza della famiglia Fanfani dalla metà del Cinquecento alla metà dell’Ottocento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le prime notizie sui Fanfani di Fratta risalgono al 1548. Si tratta inizialmente di una famiglia di contadini che lavoravano in un podere della Petrella, di proprietà della Confraternita di Santa Croce.

Nei documenti del tempo, civili ed ecclesiastici, vengono citati spesso con il soprannome di “Corto” ed anche di “Migno”, come se fossero persone di bassa statura.

Nel libro delle entrate e delle uscite della Confraternita di Santa Croce, anno 1548, si trova questa registrazione: “E più che tanti ha hauti al conto delli Fanfani per traginare le trave e i costali… (è un Fanfani che si presta a trasportare, con la treggia, alcune travi di legno che probabilmente servivano per la casa del podere della Petrella; per questo lavoro ebbe 28 baiocchi).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da documenti del notaio Angelo Tei del 1568 risulta che il “il corto dei Fanfani” (così genericamente identificato) era un tipo abbastanza litigioso, chiamato in causa da diverse persone alle quali ha arrecato danno. Da questi atti appare che il Fanfani, dovendo portare dei porci o delle pecore e capre da un luogo all’altro, invece di camminare lungo le varie strade poderali aveva l’abitudine, per far prima, di attraversare i campi degli altri, anche se seminati. Questo procurava un certo danno per il proprietario del terreno al quale non restava altro che citare in giudizio il “Corto” presso il Giudice di Fratta.

Da un atto civile del 1607 risulta invece che il Vescovo di Gubbio affitta un terreno posto lungo il Carpina a un certo Sante di Tommaso Fanfani che è in società con Gerolamo Pisanelli. Affitto per la durata di tre anni a 435 scudi l’anno da pagarsi la prima metà alla Festa di San Giovanni Battista e la seconda il 25 dicembre (una sorta di regalo di Natale).

Da un atto civile del 1662 veniamo a sapere che tal Giovanni Maria Fanfani è nominato dalla Comunità della Fratta a fare un conteggio sul rapporto fra la farina e la produzione di pane del Pubblico Forno. Il Fanfani in questione viene definito “Professore riconosciuto”. A titolo di cronaca, nel conteggio fatto risulta che la farina che esce dal molino è formata dalle seguenti parti: farina pura (51,05 %), sembola (33,34 %), farinello (6,24 %), Tritello (6,24 %), esca (3,12 %).

Da un atto ecclesiastico del 1676 risulta che Bartolomeo Fanfani è Priore della Confraternita di Santa Croce assieme a Francesco Burelli e Ippolito Petrogalli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 1761 Tommaso Fanfani fa domanda alla Chiesa di Santa Croce per essere nominato Spedaliere, richiesta tuttavia non accolta e l’incarico è assegnato, il 3 di maggio, ad un certo Giuseppe Padovani.

Da un atto civile del 1767 risulta invece che Alessandro Fanfani è donzello comunale, il cui compito consisteva nell’eseguire gli ordini degli altri impiegati: fare le pulizie del Palazzo, suonare la campana pubblica per le riunioni del Consiglio, per la scuola o per le feste. Per questo prende uno scudo di salario ogni quadrimestre, che era il salario più basso, pagato mensilmente con 25 baiocchi. Nel 1790 Alessandro Fanfani, a distanza di 23 anni, risulta ancora donzello comunale (anche allora le promozioni non erano alla portata di tutti. Forse “il nostro Fanfani” non aveva sufficienti “Santi in Paradiso” e una “Balena bianca”(1) alle spalle”).

Da un atto civile del 1808 sappiamo che il 6 settembre, durante la gara dello steccato (bovi contro cani) cadde l’impalcatura costruita in piazza San Francesco. In questa occasione fu interrogato sull’evento Sante Fanfani, un calzolaio di 54 anni.

L’ultima notizia ufficiale che abbiamo sui Fanfani di Fratta risale al 1841, quando Nicola Fanfani è Priore della Confraternita di Sant’Antonio da Padova. Da allora dei Fanfani non si hanno più notizie e questo cognome non è più presente ad Umbertide.

 

Forse i Fanfani si sono trasferiti nella vicina Toscana, magari a Pieve Santo Stefano, dimenticandosi delle loro antiche origini umbre. Il più famoso è stato certamente Amintore, esponente di spicco della Democrazia Cristiana dagli anni Cinquanta fino agli anni Ottanta (2).

 

Note:

1. “Balena bianca” era il soprannome della Democrazia Cristiana

 

2. Amintore Fanfani (Pieve Santo Stefano, 6 febbraio 1908 – Roma, 20 novembre 1999) è stato

un politico, economista, storico e accademico italiano. È stato tre volte presidente del Senato

e cinque volte presidente del Consiglio dei ministri fra il 1954 e il 1987 quando, all'età di 79 anni

e 6 mesi, divenne il più anziano Capo del Governo della Repubblica Italiana, due volte segretario

della Democrazia Cristiana e anche presidente del partito, Ministro degli affari esteri,

dell'interno e del bilancio e della programmazione economica.

 

 

- Le immagini dei documenti sono di Renato Codovini, tratte direttamente dall’articolo di Umbertide Cronache.

- La foto di Renato Codovini è di Fabio Mariotti

- La foto di Amintore Fanfani è tratta da Internet (Wikipedia)

 

Fonti:

“Storia di Umbertide – dal sec. VIII al sec. XIX” di Renato Codovini (manoscritto inedito)

Articolo di Fabio Mariotti pubblicato su “Umbertide Cronache” n.2 - 1995

Lo storico Umbertidese Renato Codovini
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