LA FRATTA DEL CINQUECENTO

 

 

 

 

 

  

 

 

 

Le regole di vita nella Fratta del '500

 

A cura di Fabio Mariotti

 

Oltre alle rughe e ai capelli bianchi, l’accumularsi dei compleanni di per sé restringe in proporzione la sensazione di profondità dei secoli; se poi ci si rende conto che le debolezze degli uomini di mezzo millennio fa sono sostanzialmente le stesse di oggi, le norme degli Statuti della Fratta del 1521 sembrano collocarsi appena dietro l’angolo lasciato alle nostre spalle.

Non c’è niente di nuovo alla luce del sole: paure, avidità, egoismi, in perenne antagonismo con le aspirazioni di sicurezza, di giustizia, di uguaglianza. E la disponibilità a chiudere un occhio a favore delle prime e a danno delle seconde: ogni epoca ha i suoi compromessi.

 

La prostituzione

Sebbene la fornicazione sia proibita per sua natura e per legge divina, tuttavia qualche volta si tollera il male minore per evitare quello maggiore.

Pertanto stabiliamo e ordiniamo che nel castello o nei borghi vicini, secondo il giudizio comune, sia individuata un’abitazione o un rifugio per le prostitute che, per un prezzo stabilito, si mettano al servizio e concedano il loro corpo al piacere dei giovani o di altri bisognosi.

Pertanto le prostitute debbono esercitare il loro servizio in questo posto loro assegnato oppure in luoghi remoti fuori dei borghi, lontani dalle zone di conversazione delle donne, alla protezione di capanne e di stuoie in modo da non poter essere viste.

Pertanto stabiliamo ed ordiniamo di condannare a 20 soldi le prostitute che forniscano il proprio servizio per strada, in piazza, all’osteria o in altri luoghi pubblici: può essere dato credito a qualsiasi accusatore, assistito da un testimone degno di fede, ricevendo in tal caso un terzo della pena.

 

L’adulterio

Stabiliamo ed ordiniamo che venga punito chiunque tenti di violentare qualsiasi donna, ricca o povera, conosciuta o sconosciuta; la pena è di 20 lire se la femmina è di buona famiglia e reputazione; viene ridotta a 10 lire se è chiacchierata.

Invece chiunque commetta effettivamente adulterio con donne maritate contro la loro volontà vine punito con 25 lire, per ogni donna e per ogni volta.

Nel caso in cui la violazione viene compiuta – contro la loro volontà – con donne zitelle, vergini, non maritate, suore o bizzocche, alla pena di 25 lire si aggiunge quella stabilita dagli Statuti di Perugia: la pena viene dimezzata se la femmina è consenziente

 

Il tradimento

Se un uomo sposato intrattenesse rapporti carnali con una femmina in dispregio della sua donna e, analogamente, se una donna sposata con facesse con un uomo, in dispregio e contro la volontà del suo marito, l’uomo o la donna sarà punito o punita con 10 lire, chiunque sia che contravviene a tali regole.

In questi casi costituisce prova legittima e sufficiente la testimonianza dei vicini.

 

Le sommosse

Se qualcuno nel castello o nei borghi incitasse o promuovesse un tumulto o una rissa in modo da turbare la quiete del castello, coinvolgendo fino a 20 persone oppure provocando un omicidio o un pestaggio, sarà sottoposto alla pena di 10 lire, ferma restando la successiva condanna da parte del podestà di Perugia.

Chi provocasse turbative in consiglio o in assemblea generale, o tramasse e cospirasse, sarà punito con 10 lire che dovrà pagare immediatamente senza processo prima di abbandonare il palazzo.

Chi provocasse una protesta o un tumulto tale da provocare uno scandalo, sarà punito con 40 soldi.

Il podestà dovrà svolgere indagini per individuare tali malefatte, almeno una volta al mese; in caso di negligenza il podestà dovrà pagare unba multa di 100 soldi.

 

I nottambuli

Stabiliamo ed ordiniamo che nessuno debba girovagare per il castello e nei dintorni dopo il terzo suono del campanone del Comune che deve essere suonato dal campanaro la sera non appena l’orologio del castello scocca un’ora dopo il buio; fra i rintocchi deve passare il tempo per recitare un miserere.

Una pena di 5 soldi viene applicata al campanaro per ogni volta che non svolge il suo compito; una pena di 10 soldi viene comminata a chiunque venga sorpreso in giro di notte senza lumi.

Viene esentato dalla pena chi ha lumi o tizzoni, accesi prima di uscir di casa; inoltre vengono esentati i medici o i farmacisti, i fornari che vanno a comandare il pane, chi porta o ritira il pane dal forno, chi va a cercare l’ostetrica ed anche chi dimostra che il lume si è spento per il vento o comunque contro la sua volontà, oppure chi vigila sui fuochi che talvolta i vicini accendo per strada o coloro che la sera stanno al fresco intorno a casa.

 

Le locande

Nessun oste o albergatore può alloggiare alcuno sbandato o ribelle o condannato dalla Santa Chiesa o dalla città di Perugia; non potrà consentire giochi d’azzardo prestando carte, dadi o tavoliere.

L’oste dovrà effettuare la mescita con misure giuste e bollate. Intendiamo proibire agli albergatori di alloggiare più di 10 uomini senza l’autorizzazione del podestà; in tempi sospettosi non si potrà ospitare nessun uomo o donna senza tale autorizzazione, sotto pena di 20 soldi.

Ordiniamo che nessun albergatore alloggi un ospite armato, se prima non abbia deposto le armi o si rifiuti di farlo; sono esentati i soldati e gli ufficiali della Santa Chiesa e della città di Perugia che venissero al castello per ordine dei comandanti dello stesso.

 

I fornai

Ordiniamo che i fornai del castello debbano cuocere bene e secondo legge il pane portato ai propri forni, usando competenza e premura.

Il compenso per la cottura è stabilito in 2 soldi per staio di pane; se tale compenso viene aumentato sarà comminata una pena di 10 soldi per ogni volta. Se, per un difetto di cottura, il pane venisse male, il padrone del pane sarà risarcito. Ogni forno deve essere dotato di un camino che esca fuori dal tetto, per evitare possibili incendi. I panettieri devono tener il pane in vendita riposto in canestri coperti con tovagliette bianche in modo che ai compratori venga appetito e non il voltastomaco.

A chi frodasse nella vendita, sarà sequestrato del pane che verrà assegnato, per amor di Dio, ai poveri dell’ospedale di Santa Croce del Borgo di Sotto.

 

I morti

Affinché le donne si comportino con la dovuta onestà, ordiniamo che nessuna femmina possa o debba uscire di casa per piangere disperatamente qualsiasi morto, dovunque si trovi, sotto la pena di 40 soldi.

E nessuna femmina può accompagnare il morto alla sepoltura, seguendolo piangente e scapigliata.

E nessuna persona, uomo o donna, deve disperarsi sulla tomba dopo che il morto è stato portato in chiesa e seppellito e nei tempi successivi.

A chiunque sarà in grado di provare tale accusa sarà destinato un terzo della pena, purché abbia un testimone degno di fede.

 

La corruzione

Per fare in modo che chi ha incarichi pubblici abbia le mani pulite, stabiliamo ed ordiniamo che nessun amministratore pubblico, nello svolgimento della sua funzione, cerchi di mettere in tasca qualsiasi quantità di denaro, o si comporti con frode o con malizia oppure tenti di barattare i benefici concessi o pretenda con la forza o riceva spontaneamente ricompense. Chi non rispetta queste regole avrà una pena pari al quadruplo di quanto ha frodato, barattato o guadagnato illecitamente. Chiunque si macchierà di questi reati non potrà mai più avere incarichi; i suoi reati dovranno essere segnalati alla pubblica opinione dal banditore in tutti i luoghi frequentati dal frodatore.

 

 

Gli accaparratori

E’ nostra volontà frenare l’avidità e l’avarizia di molte persone che studiano con tutto il loro ingegno per accumulare beni (con dispiacere di Dio e danno del prossimo, non sazi e soddisfatti della loro parte) accaparrando frumento ed altri viveri per poterli rivendere al momento in cui saranno aumentati di valore.

Per questo stabiliamo ed ordiniamo che nessuno ordisca o trami per comprare viveri in questo castello e nei suoi dintorni e, sottraendoli al comune utilizzo, causando carestie.

Per ciascuno stato accumulato sarà applicata una multa di 20 soldi. Chiunque consentirà di smascherare questi accaparratori, accusandoli, riceverà in premio la terza parte della somma.

 

La lebbra

Nel vecchio testamento c’è scritto che chi è infetto da lebbra deve stare segregato dagli altri.

Quindi stabiliamo ed ordiniamo che qualora qualcuno viene infettato dalla lebbra i difensori del castello devono informarlo o farlo informare, con modi caritatevoli e garbati, che è tenuto ad allontanarsi dal castello e dai suoi borghi andando a vivere separato da tutti o in un lebbrosario.

Se il lebbroso accetta l’invito, è meglio; se invece rifiuta di partire entro un’ora, si fa avvertire dal podestà che dovrà lasciare il castello entro 10 giorni sotto la pena di 5 lire; se dopo tale termine non è partito si rinnova l’invito a partire entro 5 giorni, sotto la pena di 10 lire; se dopo tale termine non è partito si concede un altro giorno, sotto la pena di 20 lire.

Se non obbedisce, dovrà sborsare 20 lire e sarà cacciato fuori della porta del castello, a furor di popolo.

 

La pudicizia

E’ evidente come in questi tempi moderni l’onestà sia tornata in cielo e la vergogna abbia abbandonato anche le vecchie: infatti si mostrano e si espongono le parti vergognose senza rispetto di alcuno, neanche delle vergini e delle donne sposate, e con maggior insistenza da parte di chi ne ha più abbondanza; e questo succede in diversi luoghi ma in particolare al Tevere, nelle zone frequentate da persone.

Per ovviare a questo sconcio stabiliamo ed ordiniamo che sia punito con 5 lire chi ardisca esporsi senza mutande o altra onesta copertura in acqua, nuotando a meno, al “pietriccio” o al “patollo” lungo il tratto di Tevere che va dal molino dei Calbi al greppo di Cristoforo.

E’ esentato dalla pena chi ha meno di 12 anni e chi si butti in acqua per salvare qualcuno che stia per affogare.

(Per facilitare la lettura le regole sono state riportate dal volgare nell'italiano corrente)

 

Fonti:

“Le regole di vita nella Fratta del ‘500” sono tratte dagli “Statuti della Fratta dei Figliuoli

di Uberto (Umbertide) del 1521” (B. Porrozzi, Ed. Pro Loco, Umbertide, 1980).

Sono state pubblicate nel Calendario storico del Comune di Umbertide – 1ª edizione – 1992.

 

Tutti i Calendari storici del Comune di Umbertide si possono trovare in formato Pdf

sui siti istituzionali: www.comune.umbertide.pg.it / www.umbertideturismo.it

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La Fratta di Cipriano Piccolpasso

 

A cura di Fabio Mariotti

 

Cipriano Piccolpasso nacque a Casteldurante (l'odierna Urbania) nel 1524. Iniziò a lavorare come architetto militare e fu maestro di fortificazioni; dal paese d'origine passò a Rimini, Ancona, Fano, Spoleto. Appassionato di ceramica, decise di tornare a Casteldurante dove si distinse come creatore di maioliche d'arte e decoratore tra i più raffinati del settore. Qui aprì una fabbrica che ben presto divenne famosa e che formò numerosi lavoranti divenuti poi celebri. Autore di diverse opere di vario genere, deve la sua fama di scrittore soprattutto al trattato “Li tre libri de l'arte del vasaio” (1548) nel quale illustra i segreti di bottega del far ceramica. Qui vengono spiegate dettagliatamente le fasi della produzione dei manufatti ceramici (trattamento delle argille, foggiatura, cottura, smaltatura, decorazione...), le differenti tecniche costruttive, gli strumenti utilizzati, nonché le diverse dosi degli impasti e dei colori.

Il manoscritto è inoltre arricchito da tavole autografe che riportano con dovizia di particolari le tipologie decorative durantine diffuse in quel periodo (trofei, grottesche, cerquate, ...) e da disegni che illustrano varie fasi della lavorazione e gli strumenti fondamentali del ceramista. Il trattato, rimasto sempre in Casteldurante prima e in Urbania poi, divenne famoso a partire dal 1758, quando fu citato dal Passeri nel suo libro sulla storia della maiolica di Pesaro e dintorni. Tra il 1857 e il 1879 fu pubblicato almeno tre volte e il 10 gennaio 1861 fu acquistato per conto del South Kesington Museum (oggi Victoria and Albert Museum) di Londra dove si trova tuttora. Il Piccolpasso morì a Casteldurante il 21 novembre 1579 e fu sepolto nella locale chiesa di San Francesco.

Cipriano Piccolpasso fu per un certo periodo di tempo vice provveditore delle fortezze di Perugia. In tale veste venne inviato, nel 1565, a visitare lo stato delle fortezze dei castelli dipendenti da quella città per constatarne la potenzialità militare e poi riferirne. In questa occasione fu anche alla Fratta, visitò le mura castellane e la Rocca, realizzando due disegni, uno del perimetro delle mura ed una veduta dell'intero castello visto da sud. Piccolpasso proveniva dagli Appennini ed era quasi alla fine del viaggio, iniziato a Perugia il 12 aprile e terminato il 21 giugno 1565. Riportiamo le sue note di viaggio in cui ha annotato tutti i passaggi e le varie spese sostenute. Il tutto è relativo all'ultima settimana, nel quale periodo fu anche in Fratta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Piccolpasso riporta notizie sul perimetro di Fratta

"La Fratta di Perugia gira canne 138", intendendo con ciò che il perimetro delle mura castellane, misurato con la canna usata in Perugia (da 5 metri), era di circa settecento metri. Per fare questa misurazione egli ricorreva a uno strumento chiamato "il Bossolo" e spiega anche il modo in cui si usava e gli inconvenienti che possono capitare se non lo si sa adoperare.

Ci da inoltre notizie sulle distanze tra Fratta e le ville e città vicine

Confini della Fratta di Perugia: Tramontana a ponente

Città di Castello lontano miglia X, per confini miglio I;

Montone lontano miglia III, per confine miglio 1/2;

Montalto lontano miglia I, per confini miglia 1/2;

Monte Migiano lontano miglia 2 - 1/2, per confini miglia 1;

Monte Castello lontano miglia 3. Ponente a Mezzogiorno Preggio lontano miglia XII;

Castel Rigone lontano Miglia XIII. Mezzogiorno a Levante

Perugia lontano miglia XII; Assisi lontano miglia XX. Levante a Tramontana Gubbio lontana miglia XII; La Serra e Civitella lontani miglia II.

 

Piccolpasso poi prosegue dandoci le notizie su Fratta e sui suoi abitanti. La descrizione che egli fa del paese e della sua gente, raffrontata con quella di altre città - anche a noi vicine - è tra le più belle in assoluto. L'impressione estremamente favorevole che riportò di questo paese affacciato sul Tevere ("a guisa di lago chiarissimo"), con la sua campagna così ben coltivata, con gli abilissimi artigiani al lavoro nelle botteghe ci fa pensare con curiosità alle immagini che egli vide in questa tarda primavera del 1565 e alla vita dei nostri antenati di quattro secoli e mezzo fa. E, orgogliosi dei frattegiani del Cinquecento, siamo grati a Cipriano Piccolpasso che ne ha saputo descrivere così bene le caratteristiche fondamentali.

 

Riportiamo fedelmente e con orgoglio la sua relazione su Fratta, solo ponendola in una lingua più scorrevole di quella cinquecentesca da lui usata.

“La Fratta ha circa ottanta famiglie.

Questo è un luogo piccolo ma bello, dove è molto piacevole soggiornare ed ha una bella veduta.

Ha il Tevere dalla parte di ponente, come un lago chiarissimo (ricordiamo che la diga sotto il ponte innalzava notevolmente il livello dell’acqua), ma dannoso e di grande pericolo al luogo perché, se non si prendono provvedimenti, in poco tempo, come ha già iniziato a fare, si porterà via il luogo intero (evidentemente si agì in tempo se ciò non è avvenuto!).

Gli uomini di questo paese sono diligenti, solleciti e avveduti perché, lavorando incessantemente il loro piccolo territorio, lo fanno fruttare come un’estesa campagna e un luogo grandissimo.

Qui si lavora benissimo nel costruire archibugi e armi d’asta.

Le mura, pur antiche, sono di materiale solido e robustissimo, ma dappertutto, sopra di esse, ci sono case.

La Rocca è cinta di grosse mura e ha una torre alta circa cento piedi.

Non hanno bestiami né pascoli.

Qui non vi sono armi di alcuna sorta (1)”

 

Conto delle spese sostenute 

- Per una cena a Sassoferrato baiocchi 10

- A coloro che me aiutaro a mesurare baiocchi 30

- Per il cavallo per la Fratta con il garzone baiocchi 25

- Per desinare a Segello et rinfrescare il cavallo baiocchi 50

- Per una cena alla Fratta col garzone et col cavallo baiocchi 35

- Per il cavallo per Castello baiocchi 30

- Per desinare et cena a Castello baiocchi 20

- Per desinare et cena a Castello baiocchi 20

- A coloro che me aiutaro a mesurare li muri baiocchi 30

- Per il cavallo per la Fratta baiocchi 30

- Per desinare et cena alla Fratta baiocchi 30

- A coloro che me aiutaro a mesurare baiocchi 10

- Per il cavallo per Perugia baiocchi 30

- E Più fatto dare alla famiglia de messer Paulo,

dette messer Gherardo soldato de fortezza per le

fatighe di detto messer Paolo baiocchi 50

 

 

(1) Cipriano Piccolpasso – Le piante e i ritratti delle città e delle terre dell’Umbria sottoposte

al governo di Perugia - Ed. Passetto e Petrelli – Spoleto – 1963.

 

Testo pubblicato sul Calendario storico di Umbertide 2003 – Ed. Comune di Umbertide - 2003

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Pianta di Fratta di C. Piccolpasso (1565).
Sono chiaramente visibili le tre porte della città: la "Porta castellana" a ponente per C. di Castello; la "Porta senza nome" nell'odierna Piaggiola per Montone e lo Stato di Urbino; la "Porta Romana" a mezzogiorno per l'attuale piazza S. Francesco e Perugia.
Si può notare che la Fratta era allora completamente circondata dalle acque del Tevere e del torrente Reggia.
Copertina - Copia.jpg
Disegno della Fratta di C. Piccolpasso (1565)
Terza di copertina 2 - Copia.jpg
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In alto, veduta di Casteldurante (oggi Urbania) di C. Piccolpasso.
In basso, copertina del libro di C. Piccolpasso sull'arte del vasaio (1548)
 
 

Le attività economiche

 

 

 

 

 

a cura di Fabio Mariotti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I tessitori

C’era un'intensa attività artigianale in Fratta, che si svolgeva all'interno di molte case: il lavoro dei telai per tessere il panno (cotone, canapa, lino), dei reticellai e delle ricamatrici in genere, rivolto ai privati cittadini ed alle confraternite per le loro esigenze di biancheria in chiesa. Da alcuni documenti di queste associazioni laicali troviamo per la prima volta in Fratta un particolare modo di lavorazione dei tessuti, detto "alla moita" (poi usato fino a tutto il Settecento). Con questa espressione "lavorare alla moita" si intendeva che il prodotto finito andava per metà al proprietario della canapa, lino, cotone e per metà a chi aveva eseguito il lavoro, come ricompensa. II pagamento, naturalmente, si poteva fare anche in denaro, che era sempre preferito.

La canapa ed il lino, prodotti nelle campagne di Fratta in quantità soddisfacente ai bisogni della popolazione, si lavoravano nelle case in modo prettamente artigianale. La canapa (come pure il lino), detta anche "accia", veniva prima dipanata e poi "curata". La dipanatura consisteva in una prima, superficiale pettinatura con la quale si toglieva alla pianta la parte superiore chiamata "il capeccio" (portava fiori e semi), che non serviva alla tessitura. Con questa prima grossolana pettinatura veniva separata anche la parte più liscosa della pianta, usata poi per confezionare prodotti secondari (balle per il grano, bardelle per trasporto di pesi, ecc.).

II lino (come la canapa) si legava a mazzi da tredici libbre. Quello che aveva ancora il "capeccio" valeva meno rispetto a quello "scapecciato" in quanto aveva subìto la dipanatura. Dopo questa operazione il prodotto veniva messo a macerare in un pozzo d'acqua, quindi si procedeva ad una seconda pettinatura che dava la fibra migliore con la quale si fabbricava il tessuto per i panni più fini, di maggior pregio e richiesta (tovaglie, lenzuoli, biancheria in genere).

Nei registri delle confraternite e negli inventari trovati negli atti notarili dell'archivio comunale esiste traccia di un fatto abbastanza singolare: i sacconi adoperati negli ospedali come materassi erano confezionati con il lino, considerato pregiato. Al loro interno contenevano paglia e foglie secche, il materiale più economico che si potesse trovare. Questo dà un'idea della mentalità del tempo per cui non strideva affatto racchiudere nel lino il materiale più umile.

 

Il commercio delle falci

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Grande produzione di falci in Fratta, nel Cinquecento, sia comuni che servivano per mietere il grano ("ad secandum granum"), sia del tipo "necessarium, cioè usate per le messi in generale (segala, orzo, fieno). Grande produzione, quindi grande commercio organizzato da singole persone o gruppi che dall'aprile al giugno di ogni anno (ma anche negli altri mesi) si occupavano di questa attività. Le operazioni di acquisto dell'acciaio, di produzione, rifinitura, trasporto, vendita del prodotto finito erano improntate alla massima serietà e correttezza fra le parti, che ricorrevano sempre a un atto notarile. La copia del quale serviva pure da documento di trasporto durante il viaggio e veniva mostrato alle autorità dei luoghi attraversati che chiedevano informazioni sulla merce (era la bolla di accompagnamento di allora).

Agli inizi del Cinquecento il gruppo più qualificato nel commercio delle falci era formato da Pietro Paolo Tempesta insieme a Simone di Antonio detto "il Guercio", Sante di Antonio, Bernardino del fu Renzo, Paolo Bartoli, Bernardino di Iacopo Cortoni detto "Fallature" e Antonio del fu Mattiolo. Nell'aprile del 1511 comprano cinquemila falci, ordinando centinaia di pezzi a ciascuna bottega di fabbri ferrai. Tra gli altri, ai fratelli Giovan Battista, Michelangelo e Gabriele, figli di Francesco; Guerriero di Matteo Ridolfo Alberti, Vico di mastro Nicola, Giliotto di mastro Filippo e i suoi fratelli.

In ogni laboratorio operano due o tre persone e quando devono far fronte a ordinazioni di diverse migliaia di pezzi, si uniscono in società, aiutati dalla corporazione "dell'arte dei fabbri" che dà loro l'assistenza necessaria per l'acquisto della materia prima e per la vendita.

I compratori facevano gli ordini ad aprile o ai primi di maggio, la consegna avveniva tra il 20 e il 24 di questo mese. Roma e la Maremma erano le destinazioni principali, presenti in ogni contratto, ma anche la "Tuscia" (la Toscana sud) ed il castello di Sarteano (poco a sud di Chiusi).

I compratori pretendevano sempre che le falci fossero fatte a regola d'arte (troviamo sempre la frase "ad usum beni et legalis magistris fabrij ferrarij"). Erano legate a mazzi di cento pezzi ed il trasporto avveniva a mezzo di cavalli o di muli, a volte di proprietà degli stessi fabbri. Il pagamento, entro il mese di giugno, si perfezionava di solito in Fratta.

Come in tutti i contratti del tempo, si stabiliva una penale a carico della parte che non assolveva agli obblighi scritti. Un atto notarile del 25 aprile 1524 ne prevedeva una originale. Il fabbro Arcangelo Bavaglioni vende trecento falci per ventitré fiorini, compreso il trasporto. L'acquirente, Cecco del fu Carlo, si obbliga a saldarne il prezzo entro il mese di giugno con il patto che, in difetto, dovrebbe dare al fabbro Arcangelo, come penale, un appezzamento di terra al vocabolo "Pagini", fino alla concorrenza della somma dovuta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli archibugieri

Oltre ai fabbri, uniti in varie società e famosi in tutta l'Italia centrale, che producevano tra le altre cose migliaia di falci l'anno da vendere nelle campagne romane e della Maremma, esistevano anche fabbricanti di armi da fuoco. Si possono considerare fabbri specializzati, perché riuscivano in questo lavoro pur non avendo le odierne macchine per tornire i vari pezzi; facevano tutto a mano ed in modo estremamente preciso. Vari documenti contengono notizie sulla vendita in Fratta sia degli archibugi, armi lunghe, da spalla o da cavalletto, sia gli "scoppietti", cioè armi corte. Ci sono notizie anche sugli accessori: il "polverino" e la "flasca", che pensiamo fossero polvere da sparo e relativo contenitore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il 21 dicembre 1510 questi artigiani vendettero cinquecento archibugi, il cui valore era di due ducati d'oro ciascuno. Le armi dovevano essere consegnate entro il mese di marzo dell'anno successivo da parte degli archibugieri Giovanni Folcantoni, Bonaventura Pulicardi e Sebastiano Brelli, tutti di Fratta. Costoro, considerate le festività, dovevano quindi produrre cinque o sei archibugi al giorno il che, considerata la totale manualità del lavoro, è certamente una produttività notevole. Una così grande commissione inoltre fa capire come queste lavorazioni di "artiglierie" qualificassero l'attività di tali maestri d'arte a livello regionale. L'atto di vendita fu redatto dal notaio Paolo Martinelli nel castello di Civitella dei Miuletti [?], dove abitava Raniere dei Ranieri, nobile perugino. Compratori sono Pier Luigi dei Farnensi e ser Michele Pier Ventura, di Lugnano: si impegnano a pagare metà dell'importo, cioè cinquecento ducati, alla consegna (marzo 1511) ed altrettanti a metà agosto (garante del pagamento il nobiluomo Raniere dei Ranieri). Il compratore ser Michele di Pier Ventura dà una cauzione di cinquanta scudi d'oro da calcolarsi come anticipo.

I venditori si dicono in grado di consegnare entro la fine di gennaio un terzo dei cinquecento archibugi ed i restanti mese per mese, fino ad espletare la consegna nel mese di marzo.

In un documento del 12 marzo 1522 troviamo un "fidem facio" (faccio fede) concesso da Giovanni del fu Fioravanti, cittadino perugino abitante in Fratta, al fabbro Sebastiano di Gabriele. E' una garanzia che il primo offre al secondo, davanti al notaio Marino Sponta che redige l'atto, riguardo agli impegni che egli vorrà prendere da qualsiasi persona o associazione nel costruire archibugi, "scoppietti" e qualsiasi altra specie di "artiglierie". Sebastiano è quindi autorizzato a fare qualsiasi atto notarile, relativo al proprio lavoro, sotto la garanzia di Giovanni.

Un altro documento del 10 maggio 1586 riguarda la riparazione di un archibugio al quale era "crepata la cassa". Proprietario dell'arma è un tale del castro di Danciano (val di Pierle) e il fabbro aggiustatore è un certo mastro Angelo che ha bottega in Fratta. Pare che l'archibugio si fosse rotto nella "guerra de Siena" (1554-1555).

Anche Cipriano Piccolpasso, vice provveditore delle fortezze di Perugia, parla dei nostri archibugieri. Venne inviato nel 1565 a visitare lo stato delle fortezze di quella città e fu quindi anche a Fratta. Nella sua relazione scrive tra le altre cose: "... Qui si lavora benissimo di archebugi et armi

d'aste". Ma poi aggiunge: "... Quivi non son armi di nisciuna sorte". Segno che i nostri antenati fabbricavano solo per vendere e le armi non restavano in Fratta, a testimonianza della loro indole pacifica. O tiravamo il sasso e nascondevamo la mano?

I bottegai

Francesco di Cristofano

Era "Spetiale", cioè venditore di spezie ma anche di medicine, mandorle, orzo, torce per l'illuminazione, candele, "trementina", acqua ragia e spezie varie.

Queste botteghe, oltre che "spetierie", venivano chiamate anche "aromatarie", forse perché le merci in esse predominanti erano quei prodotti che arrivavano dal "nuovo mondo", scoperto da Cristoforo Colombo circa quarant'anni prima.

Francesco lo speziale ci ha lasciato parecchie scritture di contabilità fra il 1530 ed il 1533. Fabrizio

Anche lui era uno speziale, vissuto verso la ime del secolo. Ne troviamo registrazioni negli anni 1595 e 1596, quando vende cera, "facole" e spezierie per gli infermi di un ospedale di Fratta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bernardino Cibo

Aveva una bottega di generi alimentari. Ne abbiamo notizia negli anni 1515 e 1528. Bano de Cibo

Nel 1538 aveva una bottega, non meglio specificata. Apparteneva alla famiglia Cibo, una delle più importanti di Fratta.

 

Giòmolo

Nel 1539 vendeva "aguti" (cioè chiodi), cera, olio ed altro.

 

Perinelli

Nel 1590 aveva una "aromataria". Felice Manfredi

Gestiva una "aromataria" negli anni dal 1590 al 1595. La sua bottega era nella via Regale (l'odierna via Cibo).

 

Ruggero Burelli

Nel 1590 ha una "aromataria" e nel 1595 ne troviamo notizia in un documento nel notaio Curtio Martinelli. E' figlio di Tolomeo Burelli.

 

Orfeo Burelli

Nel 1590 ha una "apoteca", cioè una bottega. E' figlio di Francesco Burelli ed abita in una casa di sua proprietà.

 

Gasparino

Merciaio. Lo troviamo nel 1572

 

Inoltre, c'erano in Fratta altre botteghe: due macellerie e due forni.

 

Fiere e mercati

 

Nel Cinquecento, quando una villa o un castello del territorio perugino voleva istituire una fiera commerciale, doveva chiederne il permesso alle autorità di Perugia, quindi pagare una tassa annuale a questa città. La villa o il castello a sua volta recuperava il denaro da coloro che intervenivano alla fiera.

Fratta faceva eccezione. Fin dal Quattrocento era stata esonerata da questo obbligo da parte del Papa del tempo, per cui non tassava chi veniva alla sua fiera annuale, nei primi giorni di giugno. Era detta "libera fiera", portava una maggiore affluenza di mercanti, quindi maggior afflusso di ricchezza di cui beneficiavano tutti i cittadini.

La fiera annuale era quella di Sant'Erasmo e durava dal primo al quattro giugno.

Nel 1506 troviamo un "Breve" di papa Giulio II che riconferma l'esenzione dalle tasse ed aggiunge alla "libera fiera di Fratta" altri sei giorni ai quattro concessi nel 1444 ("detta fiera di S. Erasmo possa durare sino alli dieci di detto mese di giugno"). Nel 1532 la durata verrà portata a sette giorni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 1537 la magistratura perugina tolse tutti i mercati che si facevano nel suo contado; fece eccezione per Fratta e permise che qui continuassero a cadenza settimanale. Ciò fu confermato dal papa Paolo III il 4 novembre 1537. Dal 6 aprile 1541 l'esenzione dalle tasse concessa per la fiera venne estesa anche ai mercati settimanali. Il giorno era, come oggi, il mercoledì.

Nel 1542 l'esenzione viene riconfermata dal cardinale Sforza e nel 1547 dal cardinale Crispo, Legato apostolico per l'Umbria.

Un grandissimo numero di persone interveniva alla fiera dalle ville e castelli vicini. Arrivavano molte persone anche dalla Toscana, passando principalmente per la val di Pierle e la valle del Niccone.

Alla fiera si vendevano bestiame, prodotti dell'agricoltura, stoffe, piatti, vasi e oggetti in ceramica dei vasai di Fratta, attrezzi agricoli prodotti dai fabbri.

Due i luoghi di vendita: il prato del Comune (il "prato di sotto") alla fine del ponte sul Tevere e il mercatale di Sant'Erasmo, odierna piazza Marconi (il "prato di sopra"). Nel prato del Comune si svolgeva una grandissima fiera del bestiame. Nel mercatale di Sant'Erasmo si vendevano cereali e tutti gli altri generi commestibili, oltre che prodotti dell'artigianato.

La fiera dei primi di giugno è andata avanti fino alla metà degli anni Sessanta scorsi, mentre il nostro mercato settimanale del mercoledì ha più di sei secoli storia.

 

Disegni di Adriano Bottaccioli pubblicati nel Calendario di Umbertide 2003

Foto di Fabio Mariotti dall’Archivio fotografico storico del Comune di Umbertide

 

 

Fonti:

“Calendario di Umbertide 2003” – Ed. Comune di Umbertide – 2003

“Umbertide dalle origini al secolo XVI” - Roberto Sciurpa – Ed. Petruzzi Città di Castello – 2007

 

 

 

 

 

 

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Antico telaio. Disegno di Adriano Bottaccioli
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Falci antiche. Disegno di Adriano Bottaccioli
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Piazza S. Francesco (Anni '30). Nel '500 sede delle botteghe dei fabbri
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Armi antiche. Disegno di Adriano Bottaccioli
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Ambulanti in piazza Mazzini ai primi del '900
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Via Cavour e piazza Marconi (Anni '30). Nel '500 Mercatale di Sant'Erasmo
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Le cariche pubbliche

 

a cura di Fabio Mariotti

 

 

 

 

 

 

Il potestà

Autorità del governo di Perugia, detto anche commissario, era il rappresentante dello stato romano in seno alla comunità ed aveva alcuni poteri che non incidevano direttamente nell'amministrazione della cosa pubblica. Era sempre un forestiero, un "estero", come si diceva, cioè non cittadino dello stato romano. Gli era consentito di portare con sé il notaio, due famigli (dovevano avere la livrea), un cavallo e, logicamente, moglie e figli.

Oltre ai compiti di rappresentanza, che tenevano unita la comunità di Fratta a Perugia, sua "città dominante", gli era concesso di togliere dall'ordine del giorno delle riunioni consiliari tutto ciò che, a suo parere, poteva ledere gli interessi della città del Grifo e dello stato ecclesiastico. La durata della carica era variabile, in dipendenza dei motivi contingenti di Perugia.

 

Il cancelliere

Notaio del potestà, che seguiva negli spostamenti, rimaneva in carica per il tempo del suo "vicariato". Era addetto alla stesura, su propri libri, di tutto ciò che concerneva l'operato del potestà, sia nei confronti delle comunità ove risiedevano, sia nei rapporti con Perugia.

Il cancelliere (o giudice ordinario) teneva anche il volume dei "processi" che lui e il potestà celebravano nell'amministrazione della giustizia.

 

I difensori

Autorità di Fratta, erano i sommi rappresentanti della comunità, decidevano sul da fare per il positivo svolgimento della cosa pubblica ed il buon vivere della popolazione: assommavano i poteri dell'odierno sindaco e della giunta comunale. Portavano nelle riunioni consiliari gli argomenti da discutere e sui quali votare, con l'avallo del potestà.

I difensori erano quattro, rimanevano in carica per quattro mesi. Considerati "officiali" della comunità, erano scelti fra le persone "allibrate" del castello, cioè persone che avevano beni immobili registrati al "Catasto".

 

 

 

 

 

 

 

 

I tre sopra la guardia

Erano tre "officiali" che sovrintendevano all'apparato militare del castello, cioè alla sicurezza di tutti gli abitanti. Rimanevano in carica quattro mesi.

 

I quattro consiglieri

Persone incaricate di dare consigli ai difensori sugli argomenti da trattare in consiglio. Erano considerati anch'essi "officiali" della comunità e restavano in carica quattro mesi.

 

Il camorlengo

Era considerato 1'“officiale" avente il compito di tenere la contabilità della comunità. Pagava gli stipendi e le spese, riscuoteva le entrate e le varie rendite. La carica del camorlengo (o camerario) durava quattro mesi.

Queste erano le dodici persone più importanti per la vita della comunità, riassumendosi in loro il potere civile e militare. Solo esse facevano parte del consiglio segreto (o dei dodici).

 

Foto di Fabio Mariotti dall’Archivio fotografico storico del Comune di Umbertide

 

Fonti:

“Calendario di Umbertide 2003” – Ed. Comune di Umbertide – 2003

“Umbertide dalle origini al secolo XVI” - Roberto Sciurpa – Ed. Petruzzi Città di Castello – 2007

 

 

 

 

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Il palazzo comunale  negli anni '20
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Il sigillo dei Difensori di Fratta
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1905 - Piazza Umberto I (ora piazza Matteotti) - 1918

Artisti ed opere d'arte

 

a cura di Fabio Mariotti

Sono stati molti, ed alcuni di grande prestigio, gli artisti che hanno operato in Fratta in questo secolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Bernardino di Betto (Pinturicchio)

Nel 1502 i frati francescani osservanti di Santa Maria della Pietà ordinarono un lavoro al pittore perugino Bernardino di Betto, detto "il Pinturicchio" (1454-1513). La pittura fu eseguita sulla facciata principale della chiesa, sopra il portale d'ingresso, a forma di lunetta. E' detta la "Lunetta della maternità". Rappresenta la Madonna col Bambino in braccio e due angeli ai lati.

 

 

 

 

 

 

 

Sempre nel 1502 i frati francescani di Santa Maria commissionarono al Pinturicchio, allievo di Pietro Vannucci da Perugia, un quadro di grandi dimensioni che doveva rappresentare 1"'Incoronazione della Vergine". Il Pinturicchio eseguì mirabilmente l'opera. Il quadro fu trafugato dai soldati di Napoleone nel 1809 per essere trasportato in Francia. Ciò non avvenne e l'opera si fermò a Roma. Successivamente la curia romana propose ai frati francescani di Fratta l'acquisto del dipinto e questi lo vendettero al Vaticano per cinquecento scudi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Era il quadro preferito di papa Giovanni Paolo II sotto il quale riceveva spesso capi di stato ed ospiti illustri.

Al suo posto, nella chiesa di Santa Maria di Umbertide, è stata collocata una riproduzione fotografica di uguali dimensioni.

 

 

Luca Signorelli

Nei primi mesi del 1516 Luca Signorelli da Cortona venne in Fratta a dipingere la "Deposizione dalla croce". Il quadro gli era stato commissionato dalla confraternita di Santa Croce.

Il dipinto, su tavola, fu posto sulla parete dietro l'altare maggiore dell'originaria e piccola chiesa omonima. Solo nel 1612 verrà costruita da Pietro Lazzari di Sant'Angelo in Vado la mostra lignea tuttora esistente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Signorelli dipinse tre predelle sottostanti il quadro e, come si evince dalle registrazioni della confraternita, anche una "cima", cioè una "Pietà" a forma di lunetta che sovrastava il tutto. Di quest'ultima si è persa ogni traccia già dalla fine del Cinquecento.

Nero Alberti

L'11 gennaio 1523 i frati francescani conventuali di Fratta (avevano il convento nel Borgo Inferiore, attuale piazza San Francesco) ordinarono allo scultore Nero Alberti, di Borgo San Sepolcro, una statua di legno, alta quattro piedi, raffigurante Sant'Antonio da Padova, per la loro chiesa. Pagarono l'opera undici fiorini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli altri artisti

Nel 1556, il pittore Marino da Perugia eseguì una "Madonna in rilievo" con gli angeli attorno per la chiesa di Santa Croce. L'opera gli fu pagata venti fiorini, dodici soldi e otto denari.

Sempre la confraternita di Santa Croce, nel 1557 fece realizzare al pittore Vittorio da Montone degli affreschi raffiguranti Gesù Cristo e San Giuseppe per la "cappella nuova" della chiesa, che era stata da poco leggermente ampliata. Fu pagato con più di venti fiorini.

Dai registri della confraternita di San Bernardino veniamo infine a sapere che nel 1596 mastro Antonio fu incaricato dai confratelli di fare il disegno dell'altare maggiore della chiesa. Significa che durante i lavori di seconda ristrutturazione, avvenuti fra il 1554 e il 1555, l'altare maggiore non era ancora stato costruito, come non era stato ancora dipinto il grande quadro dell'"Ultima cena" sopra l'altare, eseguito nel 1602 da Muzio Flori.

 

 

 

Foto Fabio Mariotti

Fonti:

“Calendario di Umbertide 2003” – Ed. Comune di Umbertide – 2003

“Umbertide dalle origini al secolo XVI” - Roberto Sciurpa – Ed. Petruzzi Città di Castello – 2007

 

 
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La lunetta del Pinturicchio sulla facciata della chiesa di Santa Maria della Pietà
Il portale d'ingresso con la lunetta
Pinturicchio - L'incoronazione della Ver
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L'incoronazione della Vergine. A destra la riproduzione fotografica nella chiesa di Santa Maria
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Luca Signorelli - La deposizione dalla C
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La deposizione dalla croce di Luca Signorelli. A destra nella preziosa mostra lignea
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Il San Rocco di Nero Alberti nel Museo di Santa Croce
Muzio Flori - La cena degli Apostoli.tif
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Interno S. Bernardino
Chiesa di San Bernardino.
L'ultima cena di Muzio Flori
 
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Chiesa di San Francesco. Cancellate in ferro battuto realizzate dai fabbri di Fratta

Chiese, conventi e il miracolo della Madonna della Regghia

 

 

a cura di Fabio Mariotti

 

Le chiese

Nella Fratta del XVI secolo, con una popolazione inferiore a cinquecento abitanti, esistevano più di una dozzina di chiese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cappella di Santa Maria di Castelvecchio

In fondo alla Piaggiola, era conosciuta anche come chiesa di Santa Maria dei Meriti. Aveva un proprio ospedale al quale si era unito, nel 1411, l'ospedale di Santa Croce.

 

Santa Maria della Regghia

Di forma ottagonale, voluta in onore della Madonna del miracolo (1556), fu iniziata nel 1560 e ultimata a fine secolo (1598) con la cupola originaria poi sostituita nel 1612. Un'immagine della primitiva struttura è visibile nel dipinto di Bernardino Magi (1602), nella chiesa di San Bernardino.

 

Santa Maria della Pietà

Nel Borgo Superiore, o Castelvecchio, era officiata dai frati francescani di Santa Maria dell'Osservanza che abitavano l'annesso convento. Fu costruita nel 1481.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sant’Andrea

Nel Borgo Superiore, ne abbiamo notizia fin dall'anno 1146. Era situata sul luogo ove poi (1860-1870) fu costruito il vecchio ospedale di Umbertide.

 

Madonna del Carmelo

Sul primo pilone est del ponte sul Tevere, ingrandito e modificato, era stata edificata una piccola chiesa, databile verso il 1570, perché non appare nel disegno di Cipriano Piccolpasso del 1565. Era dedicata alla Madonna del Carmelo, la cui festa si celebrava il 15 di agosto.

 

Sant’Erasmo

E' situata nel "mercatale", lo spazio ove si tenevano i mercati (odierna piazza Marconi). Attualmente non è più visibile perché vi è stata costruita un'abitazione. Al piano terrà però si apprezza la struttura di un'antica cripta, risalente all'XI Secolo. La chiesa aveva molte proprietà immobiliari, compreso l'ospedale annesso. La prima notizia risale al 1145.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sant’Antonio

Esisteva fin dal 1374 ed era nel Borgo Superiore. Il 27 febbraio 1556 è visitata dal vicario vescovile don Giuseppe Sperelli che la trova "ben ornata ma umida". Infatti era fra la Piaggiola e l'odierna piazza Marconi, soggetta alle piene del Tevere.

 

Santa Croce

Non aveva le dimensioni odierne, che assunse dal 1632 al 1644. L'originaria chiesa era molto più piccola e più arretrata rispetto a quella che vediamo oggi. Ne abbiamo la prima notizia nel 1338. Apparteneva alla confraternita omonima.

 

Sant’Agostino

Vi era annesso un convento dell'ordine degli eremiti di Sant'Agostino. Fu costruita nel 1374 in fondo all'odierna via Leopoldo Grilli (adiacente alla pasticceria Migliorati), perciò veniva spesso inondata dal Tevere. I frati possedevano dei terreni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

San Francesco

Costruita a partire dal 1299, era nel Borgo Inferiore, accanto alla chiesetta di Santa Croce. Vi era annesso un convento di frati che a metà secolo aveva ricevuto vari lasciti. Nel 1530 mancava ancora la cappella di San Rocco, a sinistra della navata centrale.

 

San Bernardino

Anch'essa nel Borgo Inferiore, era della confraternita del Buon Gesù che possedeva, adiacente, il proprio ospedale. Nel 1550 iniziarono i lavori per l'ampliamento della chiesa (prima ristrutturazione). Nel 1558 la confraternita costruisce il campanile.

 

San Giovanni Battista

E' la prima chiesa contenuta all'interno delle mura castellane. La sua costruzione e quella del campanile risalgono al XII secolo.

Fu consacrata nel 1250. Ai primi del Cinquecento, i fratelli della confraternita di San Giuseppe o del Corpo di Cristo costruiscono una nuova cappella nello spazio a lato della chiesa, in un locale fino ad allora usato come stalla.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esistevano inoltre le chiesette della Madonna del Moro e della Madonna del Giglio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel territorio circostante c'erano infine San Bartolomeo a Camporeggiano, San Cristoforo a Civitella, Sant’Angelo e Stefano a Migianella, la chiesa e il monastero di Santa Caterina a Preggio, San Paterniano (odierna Pierantonio dove, all'inizio del secolo, c'era solo la casa e l'osteria di Pier Antonio), San Giovanni a Serra Partucci.

 

 

Conventi e confraternite

Monastero di Santa Maria

Ne abbiamo notizia già nel 1521, dagli Statuti della Fratta. E' un convento femminile,

situato probabilmente nello stesso luogo ove poi, nel 1604, ne fu costruito uno

delle suore in Castel Nuovo, dopo la Piaggiola, sulla sinistra, scendendo verso

l'odierna piazza Marconi.

Se ne ha traccia anche nel 1555 e nel 1596. Subito dopo il convento c'era la porta

di Santa  Maria che si apriva sull'odierna piazza.

 

 

 

 

 

 

 

Fraternita dei disciplinati della chiesa di Santa Maria e ospedale di Sant‘Antonio

La prima notizia risale al 1405. Nel 1515, "sindaco e procuratore" della confraternita è Giovan Paolo del fu Cristoforo. Possiede un terreno al vocabolo "Seripole". La chiesa è quella di Santa Maria di Gastelvecchio, che il Pesci chiama "Pieve di Santa Maria". La confraternita ha anche l'ospedale di Sant'Antonio, che si unì a quello di Santa Maria nel lontano 1411.

 

Confraternita di Santa Croce

Ha origine dal 1330. Grande, storica, confraternita di Fratta, operò per diversi secoli fino a quello scorso. Era proprietaria di molti beni ed impegnata in una vasta attività religiosa e assistenziale. Incise profondamente nella realtà sociale del paese.

 

Frati cappuccini

Prima del 1580 abitavano, in affitto, in due stanze di proprietà della confraternita di San Bernardino. Prestavano la loro opera nei vari ospedali di Fratta. Nella seconda metà del Cinquecento la confraternita di Santa Croce li ospita nelle sue case, nell'odierna via Soli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cistercensi e Camaldolesi a Montecorona

L'abbazia di San Salvatore di Monte Acuto, posta a valle, vicino al Tevere (odierna Badia) viene costruita nel 1008 dai camaldolesi e da essi abitata fino al 1234. Possiedono anche la chiesetta di San Savino, a metà costa del monte Corona dove, nel 1190, muore il santo. Nel 1234 papa Gregorio IX le trasferì ai padri cistercensi, che vi dimorarono fino al 1524, anno in cui papa Clemente VII cedette il tutto di nuovo ai camaldolesi che lo tennero fino al 1860 circa.

Nel 1532 i camaldolesi costruirono il grande eremo posto in vetta al monte Corona, ove andarono ad abitare i loro eremiti.

 

Frati minori francescani osservanti di Santa Maria

Abitarono il convento di Santa Maria della Pietà fin dal 1481. Officiavano anche alla chiesa di Sant'Erasmo, provvedendo all'annesso ospedale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Eremiti di Sant’Agostino

Erano nel convento annesso all'omonima chiesa, in fondo alla Piaggiola, scendendo, sulla destra. Nel 1517 comprano una casa di proprietà della chiesa di Sant'Erasmo, posta nel terziere superiore di Fratta, nella piazzetta del Comune (odierna piazza della Rocca). Avevano dei terreni confinanti con il vocabolo "Le breccie", nel territorio di Fratta. Nel 1597 è priore fra Gabriele da Polgeto e possiedono un campo alla Petrella, in vocabolo "Campo della noce".

 

Confraternita del Buon Gesù

Possedeva la chiesa di San Bernardino e l'annesso ospedale. Nel 1587 fa un contratto con il pittore Mutio Flori, di Fratta, per un quadro da collocare sopra l'altare maggiore ("L'ultima cena", tuttora visibile) e nel 1588 costruisce il campanile della chiesa. La sede era nei locali adiacenti alla chiesa, perciò era chiamata anche confraternita di San Bernardino.

 

Confraternita di San Giuseppe o del Corpo di Cristo

La sede era nella chiesa di San Giovanni Battista, all'interno delle mura castellane.

 

Confraternita di Sant’Antonio o della Buona Morte

La sua chiesa era quella delle monache di Santa Maria Nuova. Nel 1750 sarà trasferita a Sant'Agostino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Convento di San Francesco

Era nel Borgo Inferiore, annesso alla chiesa. Vi abitavano i frati francescani conventuali, detti zoccolanti. Il 12 febbraio 1516 si raduna il capitolo generale dei frati. Custode e procuratore del convento è frate Angelo di Giovanni, professore in sacra teologia. Altri frati sono Giuliano, Cipriano di Bartolomeo, Pierfrancesco da Montalcino, Pacifico di Piergiovanni della Fratta, Francesco di Giovanni Ursini. Il convento possiede un podere al Rio.

 

 

Il miracolo della Madonna della Regghia

La vicenda suscitò l’esplosione di devozione che portò alla costruzione della grande e superba Madonna della Regghia, la Collegiata.

Siamo nell’anno 1556, il giorno 14 settembre. Alla Fratta esistono molte chiese, ma anche diverse “Maestà” (edicole con un’immagine sacra) e altrettante cappelle. Una di queste era posta sulla pubblica via, in terreno proprietà di Francesco Graziani, nobile di Perugia, a meno di venti metri dall’attuale chiesa della Collegiata (dov’è l’ex palazzina Zampa ora Casi). Lo si deduce da un’anomalia costruttiva    negli elementi che sorreggono l’architrave della porta ad ovest rispetto a quelli della porta nord. Le colonne in pietra sono poggiate su basamenti che hanno, ognuno, due lati obliqui rispetto al muro maestro, quasi vogliano indicare una direzione, strettamente legata al progetto.

Quante volte ci saremo passati davanti senza notarlo? Un collegamento ideale fra la cappella, già esistente, ed il nuovo grande edificio in costruzione; un insieme di affettuosità, devozione, gratitudine che il popolo sentiva verso quell'immagine dipinta all'interno. L'immagine della Madonna, da cui la "chiesa della Beata e Gloriosa Vergine Maria", nei pressi delle mura castellane di Fratta, chiamata dalla gente "Madonna della Regghia", dal nome del torrente che scorreva non lontano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mattina del 14 settembre, una bambina di sette anni, figlia di Orlandino Vibi, nata con una grave malformazione ad una gamba che non le permetteva di camminare senza sostegno, stava pregando davanti all'immagine, quando "dicesi che questa gli parlasse" e immediatamente "si trovò libera e sana e camminò francamente".

Fu il clamore destato dall'avvenimento a spingere il vescovo di Gubbio a compiere una visita pastorale a Fratta di due giorni, mercoledì 7 e giovedì 8 ottobre 1556, dandone incarico al suo vicario don Cesare Sperelli.

L'evento straordinario indusse la comunità civile e religiosa a costruire una grande chiesa in onore della Madonna, raffigurata sul piccolo altare di questa edicola. Cominciò una gara di elemosine e di lasciti, tanto che si dovette costruire un'apposita cassa di metallo. Si approntarono i piani di costruzione (autori del disegno originario furono Galeazzo Alessi e Giulio Danti); i Graziani di Perugia cedettero il terreno e nel 1560 iniziarono i lavori. Quando alla fine del secolo furono ultimati, il dipinto venne trasportato, assieme al blocco murario su cui era affrescato, nel tempio eretto per accoglierlo e posto dietro una teca di vetro sopra l'altare maggiore.

Ed oggi, dopo tanti anni, la sacra immagine della Madonna è ancora oggetto di uno speciale culto da parte degli umbertidesi.

 

Foto di Fabio Mariotti dall’Archivio fotografico storico del Comune di Umbertide e dall’Archivio di Giuseppe Severi

 

Fonti:

“Calendario di Umbertide 2003” – Ed. Comune di Umbertide – 2003

“Umbertide dalle origini al secolo XVI” - Roberto Sciurpa – Ed. Petruzzi Città di Castello – 2007

 

 

 

 

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S. Maria della Regghia (Collegiata) 100 anni fa
1900. S. Maria della Pietà
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Foto 44 - 1914. Disegno Chiesa di S.Eras
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Foto 39 - 1978. Chiesetta Madonna del Mo
Foto 36 - 1975. Interno Chiesetta Madonn
Foto 40 - 1976. Chiesetta Madonna del Gi
Foto 41 - 1976. Interni Chiesetta Madonn
1976. Chiesetta della Madonna del Giglio
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La Piaggiola oggi. Sulla destra l’edificio che

anticamente ospitava il Monastero di S. Maria

e in seguito quello di Castel Nuovo

Foto 25 - 1977. Convento di  S. Maria.jp
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Il convento di S. Maria nel 1977 ed oggi, dopo l'ultimo intervento di restauro
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              L'abbazia di San Salvatore a Montecorona                                                           Anni '80. Eremo di Montecorona
1978. Chiesetta della Madonna del Moro
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Anni '30. Chiesa e convento di San Francesco
Il chiostro di San Francesco
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L'immagine della Madonna
intorno alla quale è stato
costruito l'imponente tempio
La chiesetta del Carmelo in un quadro antico
La chiesa di Sant'Erasmo in un disegno del 1910
La Piaggiola. A sinistra sorgeva il convento di S. Agostino
1915. Le facciate di Santa Croce e San Francesco
1890. Il campanile di San Giovanni Battista
1910. La chiesa di San Bernardino
 

I Fanfani di Fratta

 

I Fanfani di Fratta, curiosamente spesso soprannominati il “Corto” e il “Migno”, sono stati presenti nel nostro territorio per circa 300 anni, poi improvvisamente di questo cognome non è rimasta più traccia ad Umbertide.

 

 

a cura di Fabio Mariotti

 

 

Notizie integralmente tratte dalle ricerche dello storico locale Renato Codovini negli archivi civili ed ecclesiastici dell’antica  Fratta da cui è stata documentata la presenza della famiglia Fanfani dalla metà del Cinquecento alla metà dell’Ottocento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le prime notizie sui Fanfani di Fratta risalgono al 1548. Si tratta inizialmente di una famiglia di contadini che lavoravano in un podere della Petrella, di proprietà della Confraternita di Santa Croce.

Nei documenti del tempo, civili ed ecclesiastici, vengono citati spesso con il soprannome di “Corto” ed anche di “Migno”, come se fossero persone di bassa statura.

Nel libro delle entrate e delle uscite della Confraternita di Santa Croce, anno 1548, si trova questa registrazione: “E più che tanti ha hauti al conto delli Fanfani per traginare le trave e i costali… (è un Fanfani che si presta a trasportare, con la treggia, alcune travi di legno che probabilmente servivano per la casa del podere della Petrella; per questo lavoro ebbe 28 baiocchi).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da documenti del notaio Angelo Tei del 1568 risulta che il “il corto dei Fanfani” (così genericamente identificato) era un tipo abbastanza litigioso, chiamato in causa da diverse persone alle quali ha arrecato danno. Da questi atti appare che il Fanfani, dovendo portare dei porci o delle pecore e capre da un luogo all’altro, invece di camminare lungo le varie strade poderali aveva l’abitudine, per far prima, di attraversare i campi degli altri, anche se seminati. Questo procurava un certo danno per il proprietario del terreno al quale non restava altro che citare in giudizio il “Corto” presso il Giudice di Fratta.

Da un atto civile del 1607 risulta invece che il Vescovo di Gubbio affitta un terreno posto lungo il Carpina a un certo Sante di Tommaso Fanfani che è in società con Gerolamo Pisanelli. Affitto per la durata di tre anni a 435 scudi l’anno da pagarsi la prima metà alla Festa di San Giovanni Battista e la seconda il 25 dicembre (una sorta di regalo di Natale).

Da un atto civile del 1662 veniamo a sapere che tal Giovanni Maria Fanfani è nominato dalla Comunità della Fratta a fare un conteggio sul rapporto fra la farina e la produzione di pane del Pubblico Forno. Il Fanfani in questione viene definito “Professore riconosciuto”. A titolo di cronaca, nel conteggio fatto risulta che la farina che esce dal molino è formata dalle seguenti parti: farina pura (51,05 %), sembola (33,34 %), farinello (6,24 %), Tritello (6,24 %), esca (3,12 %).

Da un atto ecclesiastico del 1676 risulta che Bartolomeo Fanfani è Priore della Confraternita di Santa Croce assieme a Francesco Burelli e Ippolito Petrogalli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 1761 Tommaso Fanfani fa domanda alla Chiesa di Santa Croce per essere nominato Spedaliere, richiesta tuttavia non accolta e l’incarico è assegnato, il 3 di maggio, ad un certo Giuseppe Padovani.

Da un atto civile del 1767 risulta invece che Alessandro Fanfani è donzello comunale, il cui compito consisteva nell’eseguire gli ordini degli altri impiegati: fare le pulizie del Palazzo, suonare la campana pubblica per le riunioni del Consiglio, per la scuola o per le feste. Per questo prende uno scudo di salario ogni quadrimestre, che era il salario più basso, pagato mensilmente con 25 baiocchi. Nel 1790 Alessandro Fanfani, a distanza di 23 anni, risulta ancora donzello comunale (anche allora le promozioni non erano alla portata di tutti. Forse “il nostro Fanfani” non aveva sufficienti “Santi in Paradiso” e una “Balena bianca”(1) alle spalle”).

Da un atto civile del 1808 sappiamo che il 6 settembre, durante la gara dello steccato (bovi contro cani) cadde l’impalcatura costruita in piazza San Francesco. In questa occasione fu interrogato sull’evento Sante Fanfani, un calzolaio di 54 anni.

L’ultima notizia ufficiale che abbiamo sui Fanfani di Fratta risale al 1841, quando Nicola Fanfani è Priore della Confraternita di Sant’Antonio da Padova. Da allora dei Fanfani non si hanno più notizie e questo cognome non è più presente ad Umbertide.

 

Forse i Fanfani si sono trasferiti nella vicina Toscana, magari a Pieve Santo Stefano, dimenticandosi delle loro antiche origini umbre. Il più famoso è stato certamente Amintore, esponente di spicco della Democrazia Cristiana dagli anni Cinquanta fino agli anni Ottanta (2).

 

Note:

1. “Balena bianca” era il soprannome della Democrazia Cristiana

 

2. Amintore Fanfani (Pieve Santo Stefano, 6 febbraio 1908 – Roma, 20 novembre 1999) è stato

un politico, economista, storico e accademico italiano. È stato tre volte presidente del Senato

e cinque volte presidente del Consiglio dei ministri fra il 1954 e il 1987 quando, all'età di 79 anni

e 6 mesi, divenne il più anziano Capo del Governo della Repubblica Italiana, due volte segretario

della Democrazia Cristiana e anche presidente del partito, Ministro degli affari esteri,

dell'interno e del bilancio e della programmazione economica.

 

 

- Le immagini dei documenti sono di Renato Codovini, tratte direttamente dall’articolo di Umbertide Cronache.

- La foto di Renato Codovini è di Fabio Mariotti

- La foto di Amintore Fanfani è tratta da Internet (Wikipedia)

 

Fonti:

“Storia di Umbertide – dal sec. VIII al sec. XIX” di Renato Codovini (manoscritto inedito)

Articolo di Fabio Mariotti pubblicato su “Umbertide Cronache” n.2 - 1995

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Lo storico Umbertidese Renato Codovini
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GLI STATUTI DELLA FRATERNITA DI SANTA CROCE

 

Dal libro “Statuti e ordini della Fraternita di Santa Croce in Fratta

(Umbertide) dal 1567 al 1741” – a cura di Bruno Porrozzi

 

Premessa

Allo stato attuale delle conoscenze non siamo in grado di affermare con sicurezza la data precisa di fondazione a Fratta di una confraternita laica di Santa Croce (o di altro nome), ma certamente non dovremmo essere tanto lontani dal vero se ne facciamo risalire le origini al tempo di San Pier Damiani (morto nel 1072), di San Francesco (1182-1226) promotore dei Penitenti, fondatore dei Frati minori.

Dopo San Francesco, il pio laico Raniero (o Rainerio) Fasani, propagatore della disciplina pubblica nel territorio perugino e oltre, nel 1260 predicava la necessità di far penitenza, di espiare pubblicamente i peccati rievocando la passione di Cristo, partecipando alle sofferenze di Gesù flagellandosi a sangue.

Può essere verosimile che a Fratta, nella seconda metà del XIII secolo, fossero presenti gruppi di penitenti e disciplinati che, riuniti nelle parrocchie, praticavano esercizi penitenziali non quotidianamente, in maniera incruenta, indossando sempre (penitenti) o in certe circostanze (disciplinati) un abito speciale.

Con il passare del tempo, dopo il 1260, i confratelli, organizzati in fraternite locali, scelsero una divisa, una uniforme che, per lo più, consisteva in una tunica bianca, rossa o di altro colore, con o senza scapolare e mantello; tali divise venivano conservate, in genere, negli armadi della sede della confraternita ed indossate per andare in processione o durante le riunioni.

Le confraternite laiche, secondo quanto affermano il Mavarelli e altri studiosi, avrebbero avuto origine dall'ordinarsi e dal raccogliersi nelle parrocchie delle folle di disciplinati, dopo il 1258-1260, attenuato il primitivo entusiasmo che li aveva portati "fuori dei casali, dei presbiteri, dei tuguri, dei palazzi, per andare processionalmente per le strade e per le piazze e di paese in paese percuotendosi con fruste di cuoio (scope) fino a sangue, implorando con gemiti e lacrime la divina misericordia" (FRANCESCO MAVARELLI, Notizie storiche e laudi della Compagnia di disciplinati di S. Maria Nuova S. Croce nella Terra di Fratta (Umbertide), Stab. Tipografico Tiberino, 1899, pp. 6, 7).

Sul finire del XIII o all'inizio del XIV secolo doveva essere attiva a Fratta la Compagnia dei Flagellanti, come attesta un privilegio, concesso dal vescovo di Gubbio, Pietro di Rosso Gabrielli, che reca la data del 1337; il privilegio prevede la concessione di quaranta giorni di indulgenza a chi darà “aiuti per condurre a termine la fabbrica iniziata dell'ospedale” (Cfr. F. Mavarelli, Op. cit., pp. 6, 7). Per carenza di documentazione sicura, non si può dire che dalla Confraternita dei Flagellanti si passò a quella di Santa Maria Nuova e a quella di Santa Croce; di certo c'è che negli Statuti del 1567 che si presentano, si afferma che verso il 1360 “considerando alcuni huomini da bene della Fratta contado di Perugia, come nella detta Terra non si trovava una Compagnia che attendesse alle opere di charità, come nelli altri luoghi si trova, mossi et ispirati dallo Spirito Sancto, si risolvemo unitamente a fondare una sancta fraternita et compagnia sotto il nome prima di Santa Maria nova e di poi sotto il nome et invocazione della S.ma Croce di Cristo..”.

A Fratta, come in molti altri luoghi, le confraternite chiesero aiuto ai francescani o ai domenicani per aver in uso una sala per le riunioni e come sede sociale, un cappellano per celebrare i riti religiosi nella chiesa del convento e come assistente spirituale; è questo un momento importante per la vita delle confraternite, per l'istituzione che viene riconosciuta e le vengono accordate delle indulgenze. Numerosi sono gli esempi di confraternite che ebbero l'opportunità di possedere una propria sede, un oratorio, un centro amministrativo, un hospitalis per i pellegrini e poveri malati.

La Confraternita di Santa Croce a Fratta ebbe proprietà immobiliari. una chiesa, un ospedale e propri statuti che lasciavano “entro certi limiti” i confratelli liberi di “poter mutare, aggiugnere o dichiarare più et manco li sopradetti capitoli ogni volta che parerà o piacerà alla stessa Fraternita in tutto o per tutto”...; nel 1612 gli statuti del 1567 vengono “aggiornati”, per il buon governo della Compagnia, dal vescovo eugubino monsignor Andrea Sorbolongo e confermati poi dal successore monsignor Alessandro del Monte nel 1622, sempre in occasione della visita pastorale, con decreti del vescovo Sostegno Maria Cavalli nel 1730 e nel 1741.

L'indipendenza della confraternita laica dall'autorità religiosa era comunque sicuramente parziale, poiché soggetta al controllo del vescovo che emanava decreti ed esaminava lo statuto sociale con riserva di approvare o apportare modifiche, quasi sempre in occasione delle visite pastorali.

 

Introduzione

Il manoscritto originale si compone di due parti ben distinte: la prima di quattro pagine di carta con poche scritte esplicative (1-4), sedici pagine bianche, sempre su carta (5-20), due fogli bianchi (21-24) in pergamena, ventiquattro pagine scritte su pergamena con i più antichi (1567) capitoli degli statuti e ordinazioni della Confraternita (25-48); la seconda parte, su carta, di trentaquattro pagine scritte, con i capitoli degli statuti del 1612 e i successivi ordini (49-80). Concludono il manoscritto otto pagine bianche di carta. Il tutto, nel formato quindici per ventidue centimetri, rilegato in cuoio marrone scuro, redatto in un volgare quasi sempre sufficientemente chiaro e regolare. Le pagine in pergamena non risultano numerate, quelle su carta, dopo l'indice, sono numerate con cifre arabe da mano coeva. La legatura, assegnabile al XVII secolo, è formata da due fogli di cartone ricoperti in pelle, come si è detto, con quattro borchie (oggi scomparse) sulla prima e quarta di copertina.

 

 

A Fratta, nel tempo, operarono diverse confraternite; le più attive furono quelle di Santa Croce e di San Bernardino, ancor oggi presenti nella realtà umbertidese. Il lavoro di ricerca storica su queste confraternite e su altre rimane ancora tutto da fare, utilizzando la documentazione reperibile negli archivi pubblici e privati in notevole quantità.

La pubblicazione dei presenti statuti vuol essere un contributo, uno stimolo all'apertura di un nuovo "cantiere" per la ricerca storica locale, un cantiere interessante, sicuramente significativo se si tiene presente che le confraternite non furono solamente un centro di spiritualità, ma anche una struttura di notevole importanza sociale, politica, economica e culturale nella realtà di Fratta nei secoli XVI-XIX; qualcuno dovrebbe scriverne la storia. In fiduciosa attesa, con la speranza che venga raccolto l'invito, i consiglieri dell'Associazione Pro-loco hanno il piacere di offrire ai propri concittadini i rarissimi, forse unici, documenti che seguono in copia anastatica con "traduzione", ritenendo che leggerli significa, oltre tutto, cercare di capire la nostra storia, le nostre radici, le nostre tradizioni, le origini della solidarietà della quale oggi tanto si parla.

A1 termine del lavoro, oltre a chi ha contribuito alla stampa del volume, è doveroso esprimere un sentimento di gratitudine alla dottoressa Silvana Tomassoni, al signor Mario Gasperini, all'architetto Maurizio Pucci, tutti della Soprintendenza ai Beni A.A.A. S. di Perugia, al dottor Stefano Felicetti, archivista e ricercatore, per i preziosi suggerimenti.

 

Capitoli e regole della Compagnia della Croce

del castello della Fratta - diocesi di Gubbio - Contado di Perugia

 

Prologo

Tutta la vita cristiana e la sua perfezione non è altro che amare, con il cuore e con le opere, nostro Signore Dio, il prossimo nostro, come dicono il medesimo nostro Salvatore nel Vangelo: "Amerai il tuo Dio con tutto il cuore e con tutte le tue forze e il prossimo tuo come te stesso", e il suo diletto discepolo San Giovanni evangelista: "Quello che non ama suo fratello che vede, come può amare Dio che non vede"?

Pertanto, alcuni uomini dabbene della Fratta contado di Perugia, considerando come nella detta terra non si trovava una compagnia che si dedicasse alle opere di carità, come avviene in altri luoghi, mossi e ispirati dallo Spirito Santo, decisero concordemente di fondare una santa confraternita e compagnia con il nome, prima di Santa Maria nuova, poi sotto il nome e l'implorazione della Santissima Croce di Cristo, il quale sulla Croce ha dimostrato la maggior carità che mai si è dimostrata verso i poveri peccatori, affinché, anche loro, memori del sacrificio del Cristo, fossero incitati con cristiana carità a compiere le sette opere di misericordia a beneficio dei poveri, secondo le forze che Dio avrebbe concesso loro.

Tale confraternita è stata fondata anticamente nella terra di Fratta, duecento anni fa circa, niente di meno, e ai nostri giorni è "alquanto rifreddata", così, sentendosene la mancanza, come si verifica con le cose buone che hanno bisogno di essere riproposte e migliorate, i fratelli sopra citati, desiderando ricostituire la detta confraternita in forma migliore, dedicandola a Dio e alla sua gloriosa madre vergine Maria, riuniti in assemblea generale l'anno del Signore 1566, il giorno della presentazione della Madonna [21 novembre] all'unanimità deliberarono di mandare a Roma, come loro procuratore generale, Gabriello di Bastiano Angelini di Fratta, il quale avesse "piena authorità" di assumere informazioni sugli ordini, capitoli e statuti di qualche confraternita di Roma e di unire a questa la nostra confraternita, che ne imiterà ed osserverà le regole "perpetuamente" ad onore di Dio, della sua santissima Madre e ad aiuto dei poveri della Terra di Fratta.

Dunque, avendo il sopracitato Gabriello "ritrovato in Roma la Compagnia della charità" conforme allo spirito della confraternita di Fratta e considerato favorevolmente l'insieme degli ordini della Confraternita della Carità, tenuto conto del prestigio e delle raccomandazioni di questa ed in particolare del consiglio di molti uomini dabbene, specialmente del Reverendo Padre fra' Paulino da Lucca, maestro in sacra Teologia dell'ordine di San Domenico, unita la detta fraternita di Santa Croce alla Compagnia della carità, come risulta da atto pubblico, ne riportò i capitoli infrascritti che si devono osservare da tutti i fratelli "con obbligo non di peccato alcuno", ma di effettuare la penitenza che verrà loro imposta, oppure di essere cancellati dall'elenco dei confratelli. La Confraternita, infine, riunita in assemblea generale potrà deliberare ciò che sembrerà più opportuno e necessario, "secondo li tempi, purchè non si manchi della osservanza, et sustantia di detti capitoli" e, nel più breve tempo possibile, si proceda di bene in meglio, come speriamo, sorretti dalla misericordia di Dio.

E poiché prima siamo obbligati ad amare Dio e a cercare la salvezza della nostra anima, poi quella del prossimo, così, prima riporteremo i capitoli che affronteranno "il modo di vivere delli fratelli", poi i capitoli e il modo "circa 1'exercitare le sette opere di misericordia inverso delli proximi". Dunque, ricevano i fratelli questo santissimo dono di Dio, ringraziando sua Maestà [il Signore, il papa, o ...?] e, con grande fervore, si rinnovino al ben fare, come se oggi, di nuovo, fosse fondata questa Santissima Compagnia al nome della Santissima Croce di nostro Signore e della sua Santissima Madre, benedicendo sempre quelli "in saecula saeculorum, amen" [nei secoli dei secoli, così sia].

 

Capitolo primo

Del modo di associare i fratelli di questa Compagnia

Quando qualcuno chiederà di far parte della nostra fraternita, la proposta deve essere fatta dal Priore; l'associazione avverrà con voto segreto, con le palline bianche e nere, e dopo che il candidato avrà ottenuto i tre quarti dei voti, altrimenti non sia accettato. Un giorno di festa, poi, riunita tutta la Confraternita, il Priore dirà alcune parole sui presenti capitoli e, chiamato colui che vuole entrare a far parte della Confraternita, lo vestirà della veste della Compagnia, gli darà una candela in mano, mentre i confratelli canteranno l'inno "Veni creator spiritus" o qualche altra orazione; e così sarà inscritto tra i fratelli della Compagnia.

Non venga associato alcuno che sia di cattiva fama o che abbia compiuto qualche azione scandalosa o che giochi a carte o che abbia inimicizia o che conduca una vita disonesta o sia un cattivo cristiano. E se qualcuno della Compagnia cascasse in simili vizi o che fosse disobbediente al Priore o che non osservasse i capitoli o non prendesse parte alle processioni o all'ufficio, quando si dirà, dopo essere stato ammonito dal Priore a nome della Compagnia due o tre volte e non volendosi ravvedere, sia espulso immediatamente dalla Compagnia.

E affinché nessuno possa invocare ignoranza il Priore convochi una volta al mese tutti i fratelli e, in presenza di tutti, legga i presenti capitoli.

 

Capitolo secondo

Degli ufficiali della Compagnia

Tutti gli ufficiali della Compagnia si eleggeranno con le palline nere e bianche su nominativi di persone idonee proposti dal Priore; il primo candidato che raggiungerà i tre quarti dei voti verrà nominato ufficiale.

Per primo si eleggerà un Priore che resterà in carica per sempre, se, per gravi motivi di grande importanza, la Compagnia non delibererà di eleggerne un altro.

Ogni anno, il giorno di Santa Croce, si eleggerà un Sottopriore, il quale farà tanto quanto vorrà il Priore, verrà altresì eletto un Depositario, che, per inventario annoterà e renderà conto, ogni anno, di ogni cosa, né potrà dare né spendere, sia pure un quattrino, senza espressa autorizzazione del Priore; in caso contrario sarà controllato e pagherà del suo. Verranno poi eletti due Sagrestani, ovvero custodi della chiesa, che si dedicheranno a tutte le adunate, feste, processioni, secondo gli ordini del Priore. Infine, si eleggerà uno Spedaliere che stia nell'ospedale a ricevere i pellegrini; se non si comporterà bene il Priore potrà toglierlo dal posto e, con il consenso della Compagnia, metterne un altro.

Il Priore potrà distribuire ai poveri e ad altri bisognosi tutti i beni della Compagnia, tenendo però buon conto con il Depositario di ogni cosa, ma non potrà alienare niente, né assumere un cappellano perpetuo, né dare un salario senza l'autorizzazione della Compagnia. Il Priore potrà comandare tutti i fratelli, i quali gli saranno sempre obbedienti nelle cose possibili, ragionevoli e che riguardano l'osservanza dei capitoli e del vivere cristiano, dell'ufficio divino, e nei bisogni e uffici che lui ordinerà; non ci sia alcuno che ardisca ribellarsi e disubbidire, altrimenti sarà cacciato dal Priore dall'Associazione con il consenso della Fraternita.

 

Capitolo terzo

Dell'ufficio divino

La sera della vigilia di tutte le feste, i fratelli converranno alla loro chiesa a dire il Mattutino della Madonna, la mattina a dire Prima [al sorgere del sole], Terza, Sesta e Nona e, dopo pranzo, a dire Vespro e Compièta; quelli che non sapessero leggere diranno la Corona o il Santo Rosario della Madonna e quelli che, per qualche motivo legittimo, talvolta, non potranno essere presenti mandino o facciano scusa al Priore. Questo medesimo ufficio si dirà tutti i venerdì di Quaresima, e ciascuno dei fratelli sarà obbligato, oltre l'ufficio sopraddetto, a dire ogni giorno cinque Pater noster e cinque Ave Maria a riverenza della Santa Croce e della gloriosa Madre di Dio.

Ognuno ancora, potendo, farà di tutto per udire la Messa ogni mattina, per andare alle prediche, per confessarsi una volta al mese, non mancando però mai di confessarsi oltre la Pasqua di resurrezione, alla Pasqua dello Spirito Santo, per Santa Croce di maggio, per la presentazione della Madonna e per il Natale. Tutti imparino, oltre il Pater noster e 1'Ave Maria, ancora il Credo, la Salve Regina e i dieci comandamenti; sarà compito del Priore far controllare simili cose pubblicamente in chiesa durante la festa, affinché chi non le sa le impari.

Dopo il giorno di Tutti i Santi si celebri un anniversario per i benefattori della Compagnia, e un altro ancora per i fratelli di detta Compagnia e per i morti sepolti nella loro chiesa.

Si faccia ancora la disciplina tutti i venerdì di Quaresima e nelle vigilie comandate. E nei tre giorni della settimana santa si facciano quelle cerimonie che sono riportate sul libro della Compagnia, come si fa negli altri luoghi.

Il giorno della Purificazione il Priore farà benedire le candele e, dopo pranzo ne darà una per uno ai fratelli della Compagnia; farà ancora celebrare solennemente tre feste l'anno con il solito ufficio e processione, alle quali feste converranno tutti i fratelli e cioè a Santa Croce di maggio e di settembre e alla Presentazione della Vergine Maria.

 

Capitolo quarto

Delle processioni

Ogni domenica e ogni venerdì di Quaresima tutti i fratelli andranno a processione devotamente e così i tre giorni di Pasqua di resurrezione e di Pasqua rosata, i tre giorni di Rogazione, il giorno dell'Ascensione, del Corpus Domini, San Bernardino, San Giuseppe, Santa Croce, Sant'Antonio, la Presentazione, la Visitazione e tutte le altre volte nelle quali la Compagnia sarà invitata; chi può si compri la cappa da per sé e a chi non può sia provvista dalla Compagnia e vada cantando o dicendo qualche cosa devota; nessuno ardisca parlare per la strada e chi non sa cantare dica la corona e faccia orazione per tutti. Così in chiesa, nel vestirsi e nello spogliarsi, non si faccia rumore, ma tutti in silenzio e con ordine stiano devotamente, e quando sono alla Messa non parlino, ma stiano in orazione, o leggano o dicano qualche devozione con i due ginocchi in terra e discosti dall'altare con riverenza, mostrando esser presenti al loro Signore. Il medesimo faranno in coro, quando si dirà l'ufficio. E nessuno se ne vada senza licenza del Priore o del Sottopriore.

 

Capitolo quinto

Dell'ufficio dello Spedaliere

Le sette opere di misericordia sono quelle delle quali, nel giorno del giudizio universale, dobbiamo rendere ragione davanti al tribunale di Dio, per le quali saremo premiati o condannati. Fra queste opere una delle principali è il dedicarsi agli ospedali e ricevere poveri forestieri. Perciò sarà compito dello Spedaliere, quando viene qualche povero secolare o religioso per alloggiare, riceverlo nell'ospedale e subito darne notizia al Priore o Sottopriore, affinché, con loro ordine, sia provvisto di quanto sarà di bisogno per una sera o più, secondo le necessità; e se verrà alcuno che è infermo sarà obbligo del Priore farlo portare o a Città di Castello o a Perugia negli ospedali grandi, secondo il beneplacito dell'infermo; e accadendo che qualcuno muoia nell'ospedale, si provveda ogni cosa circa lo spirituale e il temporale, in vita e in morte, come se fosse un fratello della nostra Compagnia, ricordandosi di fare al prossimo quello che vorremmo fosse fatto a noi stessi.

E poiché quello dello Spedaliere è il principale ufficio di questa Compagnia, pertanto, oltre gli altri ufficiali, si userà grandissima diligenza (come anticamente i nostri maggiori hanno fatto e fanno tutti gli ospedali bene ordinati negli altri luoghi) di eleggere ogni anno uno dei fratelli della Compagnia idoneo a questo incarico, da bene, capace, caritativo e sollecito, il quale abbia sempre un compagno coadiutore per tutte le necessità; se sarà necessario la Compagnia potrà deliberare di dare loro un salario giusto e ragionevole affinché non si manchi per alcun motivo a quest'opera tanto degna, la quale è il fondamento di questa nostra

Fraternita.

Lo Spedaliere, dunque, vigilerà che nell'ospedale non si giochi, non si faccia alcuna cosa disonesta né che sia in disonore di Dio in alcun modo e, se vi sono infermi, che siano somministrati loro tutti i sacramenti della chiesa, e che le donne stiano separate dagli uomini. Lo Spedaliere tenga netto e pulito l'ospedale, i letti provvisti e i poveri forestieri, sani o infermi, siano ricevuti con carità e trattati bene in tutte le cose loro necessarie, pensando che non riceve solamente un povero, ma Cristo Gesù e faccia a loro tutto quello che vorrebbe fosse fatto a sè quando si ritrovasse in simili bisogni.

 

Capitolo sesto

Del seppellire i morti

Quando ci sarà qualche povero che non ha chi lo seppellisca, il Priore provveda due o tre persone o più secondo il bisogno dei fratelli della Compagnia, le quali lo seppelliscano e facciano tutto quello che sarà necessario a simile opera pia; la confraternita lo porti alla sepoltura e così si faccia per tutti gli altri morti, uomini e donne poveri o ricchi che siano, non essendoci altri che si interessano a questa opera pia. Il Priore potrà dare ordini a quattro fratelli per volta al mese o, come a lui sembrerà più opportuno, a persone più adatte, caritative e sollecite in tale necessità. Il Priore provveda ancora a ricordare i turni di attività e faccia in maniera tale che nessuno muoia senza sacramenti e che nessuno sia abbandonato, né da vivo né da morto, finchè non sarà seppellito. Il Priore provvederà a far lavare i morti, a farli vestire, accompagnare, portare e seppellire; in tutte le cose si faccia quanto richiede la carità e l'abitudine dei buoni cristiani.

E tutto questo che si è detto si farà con più diligenza nei confronti dei fratelli della Confraternita quando saranno infermi e poi dopo la morte; verranno vestiti della veste della Fraternita e, con quella sola, senza altri ornamenti della bara, siano portati in chiesa e così sepolti. Tutti i fratelli, quando si seppellisce uno di loro, saranno presenti, leggendo tutti quei salmi o altre devozioni che sono nel libro della Compagnia.

I fratelli diranno per il morto, più presto che sia possibile, una volta la Corona, ovvero il Rosario della vergine Maria, mentre il Priore, il giorno medesimo ovvero il seguente se sarà possibile farà dire nella chiesa della Compagnia una messa per l'anima del fratello morto, alla quale messa tutti i confratelli della Compagnia sono tenuti ad essere presenti.

Il sagrestano darà in mano a tutti una candela per uno da accendere mentre si dice la messa fino alla fine.

 

Capitolo settimo

Del modo di distribuire le elemosine ai poveri

Poiché i beni di questa Compagnia sono stati lasciati dai nostri antichi per beneficio dei poveri e non per altro, così il Priore abbia cura che le entrate della Compagnia siano spese esclusivamente per i poveri e per i bisogni della chiesa e dell'ospedale, che non si facciano pranzi solenni né altri pranzi di alcun tipo in alcun luogo. Il Priore vigili affinché non si faccia alcuna elemosina a coloro che non sono poveri e che non hanno bisogno, ma solo a quei poveri che chiederanno l'elemosina, ai quali si dia tutto quello di cui necessitano "in sanità et in infirmità" come pane, vino, medicine, denari e simili e altre cose necessarie; e altrettanto ancora si farà per quelli che sono poveri vergognosi, i quali si vergognano di chiedere. Se poi qualcuno fosse in difficoltà economiche per maritare le sue figlie zitelle, sia aiutato secondo il bisogno e ad arbitrio del Priore. E nei tempi di carestia la Confraternita sia tenuta a distribuire una mina di grano ai poveri nella chiesa della Compagnia ogni venerdì, cominciando il primo venerdì di Quaresima fino al venerdì avanti San Pietro, cioè per circa quattro mesi.

Il Priore provveda affinché la Compagnia abbia questi libri: prima il libro che si chiama "Campione", nel quale verranno registrati tutti i beni della Compagnia, mobili e immobili, con le loro misure e confini, chi li tiene e in che modo; il secondo libro riporterà le entrate e le uscite "minutamente" di tutto quello che si spenderà durante l'anno, e ogni anno, dopo la festa di Santa Croce di maggio, si renda conto di ogni cosa in presenza dei sindaci in modo tale però che tali conti siano rivisti e saldati entro e non oltre il mese di maggio e si possa consegnare l'inventario al nuovo depositario. Il terzo libro conterrà tutti i contratti e le scritture importanti della Compagnia e tutti i ricordi di quelle cose che accadranno, meritevoli di essere conosciuti da quelli che verranno, massimamente i presenti capitoli e gli ufficiali che si eleggeranno di anno in anno, gli ordini e i decreti che si faranno dalla Compagnia nel tempo; tutti questi libri saranno conservati dal Priore e da nessun altro.

 

Capitolo ottavo

Del correttore, predicatore e cappellano della Compagnia

Poiché in tutte le buone opere i secolari hanno bisogno di essere indirizzati e aiutati dai sacerdoti e affinché la Confraternita possa essere governata meglio massimamente nel ben vivere, nel buon costume e nella osservanza dei presenti capitoli, il Priore, con il consenso della Compagnia eleggerà, secondo il costume delle altre compagnie, un sacerdote religioso osservante di buona vita e che voglia attendere, aiutare, consigliare e correggere i fratelli in tutte le cose necessarie al buono stato della Compagnia, al quale sacerdote il Priore con tutti i fratelli, renderà onore e obbedienza e riferirà tutte le iniziative importanti e necessarie; senza il suo consiglio non si ordinerà o cambierà alcuna cosa, in particolare nei confronti dell'osservanza dei seguenti capitoli. Se non sarà possibile avere un sacerdote residente alla Fratta, se ne eleggerà uno che stia a Perugia, ovvero a Città di Castello come meglio sembrerà, mettendolo al corrente delle necessità della Confraternita, invitandolo spesso a venire alla Fratta per insegnare, coordinare tutte quelle cose che saranno indispensabili per lo sviluppo della Fraternita.

Il Priore e la Compagnia siano obbligati ad eleggere ogni anno, per predicare tutto l'Avvento fino alla festa dell'Epifania, un religioso osservante dell'ordine di San Domenico o di San Francesco e spendere in simile opera quello che sarà necessario per il predicatore. Se il convento della Fratta non avrà tale predicatore, come non hanno adesso i frati di San Domenico e i frati dei cappuccini, la Compagnia dovrà provvedere l'alloggio il vitto e le altre cose necessarie.

Poiché però la Compagnia ha bisogno di continuo aiuto, di esortazioni, messe, confessioni, comunioni e altri simili esercizi cristiani, il Priore dovrà cercare diligentemente, trovare (se però sarà possibile) ed eleggere con consenso della Compagnia e con un salario conveniente, un sacerdote come cappellano della Fraternita e della chiesa, il quale sia uomo di buon esempio, adatto all'opera che dovrà svolgere, e che voglia abbracciare con tutto il cuore questa santa opera, a lode di Dio, utilità comune della Confraternita e di tutti gli uomini e donne della nostra terra.

Finis

 

Ed io, Alessandro Marocilli,

pubblico notaio, inscritto nell'archivio della

curia e segretario dell'Arciconfraternita della

Carità di Roma, tutti i sopraddetti capitoli letti

e visti, deputato per R. O. da parte

dell'Arciconfraternita nel segno della conferma

degli stessi capitoli secondo le lettere patenti

e la bolla di unione della suddetta Confraternita

della Fratta con la predetta Arciconfraternita

sotto la data e millesimo infrascritti ho

sottoscritto su ordine demandato

il giorno 18 del mese di febbraio 1567.

 

Così è, Alessandro Marocilli

Come sopra, etcetera.

Addì 9 di maggio 1567

Si dichiara per il presente capitolo come

i soprascritti capitoli non obbligano, sotto

pena di scomunica o di peccato o altra pena

o pregiudizio, i fratelli della Compagnia,

ma che loro sono liberi di poter mutare,

aggiungere o togliere i sopraddetti capitoli

ogni volta che sembrerà opportuno o piacerà

alla detta Fraternita in tutto e per tutto come

del resto è contenuto nella bolla dell'unione

fatta il 18 di febbraio 1567. E così io F. Paulino,

in presenza della Compagnia, dopo richiesta e

consenso di tutti, il giorno sopra scritto ho

dichiarato e capitolato per levare via ogni

scrupolo dalle menti delle persone.

 

Lode a Dio e alla Santissima Croce.

 
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GLI STATUTI DELLA FRATERNITA DI SANTA CROCE AGGIORNATI AL 1622

 

Statuti e ordini per il buon governo della Compagnia di Santa Croce della terra della Fratta fatti da Monsignor Rever.mo Andrea Sorbolongo, vescovo di Gubbio, nella visita dell'anno 1612 e confermati da Monsignor Rever.mo Dal Monte, suo degnissimo successore, Quem Deus etcetera.

 

Capitolo primo

Del numero degli ufficiali della Compagnia

Essendo necessario per il buon governo di questa Confraternita che vi siano ufficiali con le opere dei quali e col dividere tra loro gli incarichi venga ad essere amministrata e governata con buoni ordini, ordiniamo che ci siano gli infrascritti ufficiali e cioè due Priori, un Camerlengo ovvero Depositario, due Sindaci o Revisori, due Priori dell'ospedale, un Segretario e quattro Sacrestani da durare un anno nell'ufficio; dell'elezione e ufficio degli ufficiali si dirà nei seguenti capitoli.

 

Capitolo secondo

Della qualità degli ufficiali

Per eliminare alcuni inconvenienti che si possono verificare nelle elezioni degli ufficiali, si ordina che nella Confraternita ci sia un elenco pubblico dei fratelli della Compagnia, nel quale siano riportati e annotati solo quelli che dichiareranno di voler essere di detta Compagnia e vestire l'abito di questa e non di altre di detta terra, dal quale elenco di fratelli così descritti si prenderanno persone adatte per gli uffici della Compagnia, permettendo però che quelli che sono soliti vestire sacchi di altre Compagnie, ancorché siano da lungo tempo anche di questa, nella quale non siano soliti vestire, possano godere gli altri privilegi e grazie spirituali che godono gli altri Confratelli. Non può essere ufficiale chi è scomunicato e bollato di infamia pubblica o che non è comunicato a Pasqua. Similmente è inabile agli uffici chi fosse debitore o creditore o interessato con la Compagnia o che fosse in lite con essa per qualsivoglia causa. Non potranno essere ufficiali nel medesimo tempo padre e figlio, due fratelli, anche zio e nipote. Non possa essere Priore, Camerlengo, Sindaco chi non arriva a venti anni; prima che si effettui qualsiasi elezione, il Segretario legga il presente e il seguente capitolo.

 

Capitolo terzo

Del modo di eleggere gli insaccolatori e gli ufficiali

Per adattarsi all'uso inveterato di questa Compagnia di eleggere i suoi ufficiali per mezzo di insaccolatori, ordiniamo che nel secondo giorno di Pasqua di Resurrezione dell'anno che si dovrà rifare il sacco dei nuovi ufficiali, in una pubblica assemblea, i Priori, il Camerlengo e i Sindaci eleggeranno sei persone discrete tra i fratelli della Compagnia, dal quale numero si estrarranno tre persone, le quali dovranno rifare il sacco per tre anni; nel fare ciò si procederà in questa maniera: la domenica dell'ottava di Pasqua i tre insaccolatori si riuniranno segretamente in chiesa, ove, recitate le solite preghiere, fatto giuramento di operare con carità e senza tornaconto personale, eleggeranno i nuovi ufficiali o "a voce" o "per voti segreti"; se ci "fosse discrepanza", diversità di vedute, "si metterà la sorte". Il tutto dovrà essere verbalizzato dal Segretario, che parteciperà a tutte le operazioni "senza voto decisivo". Lo stesso Segretario, finita la votazione, rinchiuderà segretamente le schede degli ufficiali eletti per ciascun anno in tre palle di cera, sigillate in un'altra palla simile alle tre, ma più grande, inserendovi un foglio ove saranno annotati tutti gli ufficiali di ciascuno dei tre anni, affinché, verificandosi qualche inconveniente (frode, dubbio o altro) si possa immediatamente confrontare con quanto scritto sul foglio e superare ogni difficoltà o controversia. Si avverte che i tre elettori suddetti "sono privi di voce passiva", cioè non possono essere eletti "per li tre anni futuri" all'ufficio del priorato e camerlengato. Il segretario e i tre elettori dovranno tenere segreti i risultati elettorali [fino al tre di maggio, festa di Santa Croce].

Capitolo quarto

Del modo e tempo di dare l'ufficio ai nuovi ufficiali

Ogni anno, nel giorno della festa di Santa Croce al 3 di maggio, nella assemblea generale si estrarrà una palla dei nuovi ufficiali il cui contenuto verrà reso pubblico dal Segretario. Quelli che saranno eletti a qualche ufficio andranno avanti all'altare maggiore da dove, pregando Iddio che doni loro la grazia di amministrare bene il detto ufficio e, fatto un cenno dai Priori anziani, se ne ritorneranno; al tornare dei quali, tutti gli ufficiali vecchi si alzeranno in piedi e se ne andranno dal loro posto facendovi sedere i nuovi ufficiali e si consegneranno le chiavi, i libri e il sigillo. Poi il Priore presente più anziano esorterà i nuovi ufficiali a mantenere le opere pie che si fanno dalla Confraternita, pregandoli a conservarne i beni e le robe con ogni loro potere e scusandosi con gli ufficiali passati delle loro negligenze, domanderanno perdono a Dio. Poi si dirà il Te Deum e Deus innocentiae restitutor, e fatto ciò, non essendovi altro da dire, si stabiliranno le ore della giornata nelle quali consegnare le robe, riscontrare gli inventari e rendere i conti in conformità di quanto si dirà nel capitolo settimo.

 

Capitolo quinto

Dell'ufficio dei Priori

Vogliamo che i Priori siano capi e guida della Compagnia, ai quali ciascuno debba portare rispetto ed essere obbediente nelle cose che riguardano la Compagnia, siano governatori e amministratori di tutti i luoghi e delle robe della Compagnia, procurino che i beni e le robe di essa siano fedelmente amministrate e distribuite in conformità degli obblighi e delle antiche istituzioni della Compagnia affinchè non vengano defraudate le intenzioni e le disposizioni dei benefattori, provvedendo che gli stabili non si usurpino né si alienino.

I Priori, all'inizio del loro mandato, siano obbligati ad intervenire ai controlli degli inventari, che si faranno tra gli ufficiali vecchi e nuovi, e ad assistere con i Sindaci alla resa dei conti, avvertendo di non ingerirsi in cosa alcuna prima che siano stati resi i conti dagli ufficiali passati. Procurino, prima che finisca il loro ufficio, di far riscuotere tutti i crediti, pagare tutti i debiti, fare saldo con tutti per non lasciare confusione ai nuovi successori, forse con danno della Compagnia. I Priori siano obbligati, insieme con il Camerlengo, almeno una volta durante il loro ufficio a visitare tutti i beni stabili della Compagnia, faranno convocare tutte le assemblee sia generali sia segrete e assistervi. Provvedano poi affinché nei tempi dovuti siano soddisfatti tutti gli obblighi e carichi della Compagnia. Non possano di loro propria autorità spendere più di uno scudo in cose che non siano ordinarie e solite. Ordineranno tutti i mandati dei pagamenti e spese ordinarie e straordinarie, sottoscrivendoli e timbrandoli col sigillo della Compagnia. Uno di essi dovrà sottoscrivere le lettere missive che occorreranno durante il giorno, in questo modo (I Priori) e l'altro vi metterà il sigillo, il quale dovrà stare in mano di uno solo; il medesimo procedimento potrà essere osservato nel sottoscrivere i mandati. I Priori procurino che si mettano a libro dei ricordi tutte le memorie di atti pubblici e altre scritture pertinenti alla Compagnia, insomma facciano in modo che tutti gli ufficiali e i ministri compiano diligentemente i loro doveri. Terranno una chiave del granaio e della cantina e l'altra il Camerlengo, né la daranno ad alcuno senza andarvi e ritrovarsi presenti, non perché crediamo che il Camerlengo non sia fedele e sincero, ma per togliere via i sospetti e le mormorazioni; per la stessa ragione, fatta la raccolta e finita la vendemmia, si aggiungeranno nell'inventario fatto all'inizio dell'ufficio, tutto il grano, le altre robe raccolte e anche il mosto alla presenza dei Sindaci revisori. Non possano per alcuna via ricevere denari di entrate ordinarie e straordinarie e, finito il loro ufficio si sottopongano al controllo dei sindaci in conformità del capitolo settimo. Procurino di essere più amati che temuti dagli ufficiali e, soprattutto, essendo i primi dei luoghi e degli onori, siano i primi ad osservare i presenti capitoli e, con le opere e il loro esempio, siano specchi, esempio di bene operare per tutti gli altri.

 

Capitolo sesto

Dell'ufficio del Camerlengo o Depositario

Non ricercandosi minor diligenza nell'eleggere il Camerlengo della Compagnia di quella che si ricerca nel nominare i Priori, avendo egli in mano tutte le robe ed entrate dalle quali dipendono tutte le opere lodevoli che si fanno nella Compagnia, si avvertono gli insaccolatori di eleggere a tale ufficio persona idonea e non sospetta. Il Camerlengo, benché abbia facoltà di spendere per le piccole e consuete cose senza il consenso dei Priori, tuttavia non potrà pagare né spendere denari per qualsiasi causa da tre giulii in su senza il detto mandato, non dovendosi altrimenti ritenere buono dai Sindaci nel rendere i conti; alla fine di ciascun mese farà fare il riepilogo di tutte le spese minute occorse, e delle spese che farà per vigore di qualsiasi mandato, debba farne fare ricevuta a tergo. Userà diligenza nello scrivere nel suo registro, annotando e specificando il nome da chi sono date o prese le robe, il peso, la misura, il numero, il prezzo e il giorno. All'inizio del suo ufficio dovrà prendere in carico ogni cosa per inventario alla presenza dei Priori e dei Sindaci, aggiungendo nel registro, sempre alla presenza dei sopraddetti, il raccolto del grano, del mosto e delle altre cose. Dovrà tenere una chiave del grano, del vino e delle altre robe, mentre l'altra la terrà il Priore, il che si è ordinato solo per rimuovere i sospetti e le mormorazioni; non darà a nessuno la detta chiave senza ritrovarsi presente.

Il Camerlengo dovrà ugualmente tenere una chiave delle cassette delle elemosine e l'altra il Priore. Sarà suo dovere riscuotere tutti i lasciti, crediti e altri denari della Compagnia, avvertendo di non lasciare indietro alcun debito o credito per non lasciare confusione ai nuovi ufficiali, forse con danno della chiesa [sic]. In mano sua dovranno pervenire tutti i denari che non si dovranno spendere se non per sua mano; non farà distrazione delle robe ed entrate della Compagnia per convertirle in denari senza la partecipazione dei Priori; finito il tempo dell'incarico consegnerà i suoi libri e l'inventario ai nuovi Sindaci alla presenza dei vecchi e nuovi Priori e si renderanno i conti conformemente al seguente capitolo.

 

 

 

 

 

Capitolo settimo

Dell'ufficio dei Sindaci

Benché speriamo che ogni fratello, al quale toccherà qualche ufficio, debba fare il suo dovere diligentemente e con fedeltà, tuttavia, perché a ciascuno è noto quanto siano importanti il giudizio e l'esame degli ufficiali passati, affinché le opere di ognuno siano manifeste e la Compagnia sia servita concretamente, si ordina che i Sindaci che saranno votati nella palla dei nuovi ufficiali, con l'assistenza del vicario foraneo, debbano rendere i conti dell'amministrazione degli ufficiali passati che avranno maneggiato robe e denari della Compagnia; questo sia fatto rapidamente per sommi capi, vedendo solo la realtà del fatto; senza esprimere giudizi si faccia detto controllo entro il termine di dieci giorni, dando assicurazione scritta che verrà consegnata al Segretario affinché la legga in una assemblea generale; resa pubblica, verrà registrata dal Segretario nel registro dei decreti di detta Compagnia.

I Sindaci procurino che i nuovi ufficiali piglino l'ufficio col fare l'inventario, dove si specifichi la qualità e quantità delle cose o robe che a quelli si consegneranno e altre circostanze necessarie con la presenza loro, al quale inventario faranno aggiungere, come di sopra tutte le entrate che a suo tempo si ricaveranno dai beni stabili della Compagnia, come grano, vino e biade. Terranno una chiave dell'armario cioè il primo Sindaco una e l'altra il primo Priore. Conformemente a quanto si dirà nel capitolo XIIII, i Sindaci concorreranno ad eleggere gli insaccolatori, conformemente al capitolo XI, interverranno alla assemblea segreta.

Sarà cura particolare dei Sindaci "visitare" spesso i beni stabili della Compagnia e procurare che siano ben coltivati e, al possibile, bonificati.

 

Capitolo ottavo

Dei Priori dell'ospedale e loro ufficio

Sarà carico dei deputati a questo ufficio il sopraintendere al governo dell'ospedale dei poveri e all'ospizio dei padri cappuccini col provvedere quel tanto che farà di bisogno per il servizio di detto ospizio, e di tutte le spese faranno fare mandato, facendolo sottoscrivere come di sopra, da pagarsi per mano del depositario, avvertendo di non comprare robe alle osterie, con maggior spesa della Compagnia, perché non dovrà considerarsi buona l'alterazione dei prezzi. Avvertiranno ancora di non servirsi delle stanze fuori dell'uso convenevole e anche loro siano obbligati a fare tutti gli altri esercizi soliti, dichiarando che nei presenti statuti, facendosi menzione dei Priori, non s'intendono questi dell'ospedale, se non sono specificatamente nominati tali.

 

Capitolo nono

Del Segretario e suo ufficio

Affinché, tanto dei decreti e risoluzioni che si faranno nelle assemblee, quanto degli infrascritti statuti e di altre scritture pertinenti alla Compagnia, ci sia chi tenga conto del tutto, ordiniamo che ci sia un Segretario il quale dovrà sempre assistere a tutte le riunioni e annotare distintamente tutto quello che si tratterà. Scriverà ancora tutte le lettere missive che occorrono alla giornata, facendole sottoscrivere e sigillare e di quelle terrà copia. Terrà anche conto delle altre lettere che si riceveranno, "facendone filza" [ordinandole], per poterle a suo tempo porre nell'archivio. Noterà in un registro tutti i fratelli e sorelle della Compagnia per ordine alfabetico e se in alcune di dette riunioni il Segretario non fosse presente, qualche altro, su incarico dei Priori, scriverà in un foglio quello che occorrerà, da darsi poi in mano al Segretario affinchè lo riporti sul suo registro; interverrà al momento della resa dei conti e, occorrendo, scriverà gli inventari e altre scritture per la Compagnia.

 

Capitolo decimo

Dei Sagrestani e loro ufficio

Sarà cura dei sagrestani che la chiesa, l'altare, l'oratorio e tutte le altre robe della sagrestia siano sempre pulite e monde. I sagrestani dovranno assistere la domenica e tutte le feste, alle messe che si celebreranno nella chiesa della Compagnia; saranno diligenti nel far osservare gli obblighi che ha la Compagnia in quanto a messe, funerali e simili e, a questo effetto, dovranno tenere una tabella affissa nella sagrestia, sarà loro cura addobbare con decenza la chiesa nelle feste solite della Compagnia e, per tale effetto, riceveranno dal Camerlengo in denari quel tanto che dai Priori sarà giudicato sufficiente per la spesa di detto apparato, avvertendoli che andrà a loro conto ogni spesa superflua che facessero di loro iniziativa. I Priori avvertiranno ancora detti Sagrestani di non fare, nei giorni di festa "spese straordinarie e indecenti in mangiamenti e refezioni", non dovendole accettare per buone nei conti; se vorranno fare qualche cosa a loro proprie spese sia fatta ancora con ogni temperanza e senza scandalo. I sagrestani renderanno fedele conto ai Priori dei denari e delle elemosine che entrano nella sagrestia ed i Priori dovranno condiscendere ai giusti desideri loro quando facessero istanza, se di dette elemosine e avanzi fatti per loro intervento se ne facesse qualche ornamento per la chiesa o sagrestia durante il loro ufficio. Terranno ancora conto della cera che entrerà nella sagrestia per funerali e altre occasioni.

Riceveranno e renderanno per inventario alla presenza dei Priori le robe pertinenti alla sagrestia.

 

Capitolo undicesimo

Dell'assemblea segreta

Essendo necessario, per la speditezza degli affari della Compagnia, riunirsi spesse volte insieme, e perché sarebbe molto difficile, per ogni circostanza che durante la giornata si presenta, riunire tutti i fratelli, perciò si ordina che una volta al mese, e più o meno secondo che parrà ai Priori, si faccia una riunione segreta, alla quale dovranno intervenire i due Priori, il Camerlengo, i Sindaci, il Segretario e, possibilmente i due Priori vecchi dell'anno precedente, i quali tutti vogliamo che rappresentino la Congregazione [l'Assemblea] segreta, nella quale si possano trattare tutti gli argomenti necessari, proponendo i Priori e rispondendo successivamente gli altri puntualmente; se nel trattare vi sarà controversia, si metterà a votazione e non si potrà prendere decisione in detta riunione se non sono presenti almeno un Priore e cinque altri deputati. Non si possa discutere il problema o prendere una decisione finché non sarà uscito fuori quello (ancorché difficile) che avesse proposto qualche cosa tanto per interesse suo quanto dei suoi sino al terzo grado incluso. La stessa regola si osservi nell'assemblea generale. Detta assemblea segreta avrà facoltà di permettere qualche spesa insolita, però utile per la Compagnia, fino alla somma di tre scudi; alla medesima riunione segreta spetterà di nominare ufficiali nei luoghi che saranno restati vacanti per qualsivoglia accidente, i quali ufficiali saranno nello stesso grado, dignità e ordine che erano quelli insaccolati. Tutto quello che da detta assemblea segreta sarà decretato sia valido come se fosse fatto dall'assemblea generale, ad eccezione però dei casi riservati a detta assemblea generale.

 

Capitolo dodicesimo

Della assemblea generale

Siccome nella Confraternita tutti i fratelli sono uguali, così la partecipazione ai suoi affari deve essere comune e, presentandosi problemi gravi, si devono risolvere e determinare con il consenso comune; perciò ordiniamo che, oltre la riunione segreta, si devono convocare e riunire tutti i fratelli, tutte quelle volte che ai Priori sembrerà accorgimento utile, in assemblea generale, la quale abbia facoltà di trattare, decidere e risolvere tutti i problemi occorrenti alla Compagnia, proponendo i Priori e rispondendo gli altri puntualmente, dichiarando (per evitare la confusione e il danno della Compagnia) che siano privi di voce attiva e passiva quelli che parleranno quando non tocca loro per ordine in detta assemblea senza avere ottenuto il permesso da uno dei due Priori; questa condizione privatamente duri solamente durante il consiglio o assemblea di quel giorno. Intesi i pareri dei diversi deputati, si metteranno ai voti quelli più "laudabili", e quello che sarà più favorevole rispetto ai voti ottenuti si intenderà approvato. Risolti i problemi e fatti i decreti si rendano pubblici dal segretario con voce intelliggibile; il medesimo si farà nelle riunioni segrete, alle quali assemblee non assisterà alcuno che non sia della Compagnia o che vesta di altre Compagnie e che si presenti armato. Prima che abbiano inizio le riunioni, sia generali sia segrete, si dovrà recitare "Veni Sante Spiritus", come nell'ufficio della Beata Vergine; finita la riunione si reciteranno le preghiere "Post congregatione" come nel medesimo luogo è notato.

 

Capitolo tredicesimo

Del modo di mettere i partiti [ai voti]

Tutte le votazioni che si andranno a proporre nelle assemblee si devono effettuare per voti segreti, in tutte le riunioni sia generali che segrete e non si intendano valide se i voti non sono più della metà dei fratelli presenti riuniti atti a dare il voto e se non sono i due terzi dei voti favorevoli, come è stato usato sempre in questa Compagnia. Dovendo predisporre per la votazione, si ponga il bossolo davanti ai Priori, dove ordinatamente ciascuno andrà a dare il suo voto; nessuno possa dare voto se non ha almeno quindici anni finiti. Si aprirà poi dal segretario il bossolo davanti a Priori, pubblicamente, e si pubblicheranno e mostreranno i voti a tutta l'assemblea.

 

Capitolo quattordicesimo

Del modo di accettare i fratelli

Per evitare l'associazione di uomini di cattiva fama e vita scandalosa, al che facilmente da principio si provvede e, successivamente, con difficoltà si rimedia, onde spesse volte succedono scandali e discordie, ordiniamo che, volendo qualcuno entrare a far parte della Compagnia, debba presentare un memoriale ai Priori, i quali, nella prima assemblea generale lo proporranno a votazione ed essendo accettato gli si darà avviso, affinché possa provvedere la veste, o sacco, che farà benedire da qualche sacerdote; sarà poi vestito dal proprio Priore con le solite cerimonie e ammonizioni e allora, non prima, sarà scritto dal segretario nel registro dei fratelli e posto nella tavola pubblica, avvertendolo che per l'avvenire non verranno ammessi nella Compagnia quelli che sono soliti vestire il sacco o la veste di altre compagnie dello stesso luogo.

 

Capitolo quindicesimo

Del modo di cancellare i fratelli

Occorrendo cancellare qualcuno dei fratelli della Compagnia per qualche giusta causa, questo tale si faccia chiamare davanti ai Priori per sentire se ha qualche legittima difesa; dopo che sarà ascoltato, o non comparendo, il segretario nell'assemblea generale, a nome dei Priori, esporrà la causa. L'assemblea giudicherà a voti segreti e, se il caso proposto meriterà tale punizione, il nome di questo tale si scriverà in un bollettino che verrà stracciato dal Priore; il segretario lo cancellerà nello stesso tempo dal registro e farà nota dei fratelli, in modo tale che se ne faccia perpetua memoria, senza possibilità di essere mai più riammesso.

 

Capitolo sedicesimo

Dell'archivio o armario

Per conservare i libri e le altre scritture pertinenti alla Compagnia, ove sarà anche l'inventario di detti registri, l'originale dell'inventario delle robe che si consegnano annualmente agli ufficiali, con il quale si confronteranno gli inventari particolari di qualsiasi ufficio, si ordina che vi sia un armario o cassa, dove si conservino tutti i registri, contratti, memorie e altre scritture riguardanti la Compagnia. Il primo Priore terrà una chiave di detto armario o cassa, l'altra la terrà il primo Sindaco.

 

Capitolo diciassettesimo

Che non si alienino i beni della Compagnia

Desiderando provvedere nei confronti di chi posponesse l'utilità della Compagnia al proprio particolare interesse, stabiliamo che i beni stabili non si possano locare per più di tre anni, e questo con il consenso dell'assemblea generale, né si possano locare a persone, le quali abbiano casa, possessi e altri beni vicini a quelli della Compagnia, affinché non siano usurpati in tutto o in parte e i confini non si sconvolgano. Similmente non si possa locare, vendere o alienare o in qualsiasi modo concedere beni stabili o altre cose ai Priori, al Camerlengo o ad altri ufficiali della Compagnia, né ai loro parenti durante il loro ufficio. Le alienazioni in vita, terze generazioni o perpetue non siano permesse se non quando riguardassero cose dannose, sterili e in caso di grandissima necessità e di evidente utilità della Compagnia, né questo si deliberi senza il consenso dell'assemblea generale, oltre all'approvazione che se ne dovrà ottenere da Monsignor Reverendissimo Vescovo, quando si effettuerà tale alienazione sia fatta a spese del compratore come quando occorresse il sì di qualunque genere.

 

Capitolo diciottesimo

Dei prestiti delle robe

Poiché prestare le robe della Compagnia è causa di smarrimenti, molte volte per negligenza, oppure di guasti per poca attenzione, con non poco danno di essa, ordiniamo che nessuno possa in qualsiasi modo prestare beni mobili di qualsiasi genere, di proprietà della Compagnia, senza un documento sottoscritto almeno da uno dei Priori, e prestandosi qualche cosa si faccia notare nel registro ciò che è stato prestato e a chi; e quando la riporterà si cancelli. In caso contrario, se le cose prestate perissero o si deteriorassero notevolmente siano a carico di chi le presta.

 

Capitolo diciannovesimo

Delle donne che entreranno nella Compagnia

Per dare possibilità alle donne che lo vorranno di entrare a far parte della Compagnia ordiniamo che i sagrestani e altri ufficiali che saranno "pro tempore" piglino in nota il nome di quella donna che vorrà entrare nella Compagnia e lo presentino ad uno dei Priori affinché se ne possa prendere debita informazione; dopo aver assunto informazioni e averle trovate idonee, almeno un Priore sottoscriverà quel bollettino, il quale sarà consegnato al segretario affinché lo trascriva nel libro grosso dei fratelli e sorelle della Compagnia delle quali ogni anno gli insaccolatori ne eleggeranno quattro, le quali, con il titolo di Priore, saranno capo e guida di tutte le altre sorelle della Compagnia.

 

Capitolo ventesimo

Delle qualità e costumi dei fratelli e sorelle della Compagnia

Per ammonire ed avvertire i fratelli e le sorelle di questa Compagnia di incamminarsi ed esercitarsi per la via delle virtù e dei buoni costumi, ci possiamo servire delle ammonizioni ed esortazioni che fa San Paolo nel capitolo quarto delle Epistole che scrive ai Filippesi, ove, dopo molte altre esortazioni vi aggiunge questa: "De cetero, fratres, quaecumque sunt vera, quae­cumque onesta, quaecumque sancta, quaecumque amabilia, quaecumque honestae famae, si qua virtus, si qua laus disciplinae, haec cogitate". [Del resto, fratelli, tutto ciò che è vero, tutto ciò che è onesto, tutto ciò che è santo, tutto quello che è amabile, tutto ciò che è rinomato, tutto ciò che è virtuoso e merita lode, sia oggetto del vostro pensiero]. Dovendo riportare da tutto ciò un frutto particolare, questo non sarà altro che quello che lo stesso San Paolo aggiunge: "Deus pacis erit vobiscum". [il Dio della pace sarà con voi]. Se questo riguarda tutti i cristiani, molto di più deve riguardare quelli che, oltre all'obbligo universale della legge cristiana, scegliendo quasi una vita più severa in questa Compagnia, si sono spontaneamente obbligati alle opere di pietà e devozione; per questo vogliamo, dunque, che i fratelli e le sorelle della Compagnia, prima di ogni altra cosa osservino tutti i comandamenti di Dio e della Chiesa, ascoltino ogni giorno la Messa o almeno visitino il Santissimo Sacramento, frequentino i Sacramenti della Confessione e della Comunione, se non una volta al mese, almeno nelle feste principali del Signore e della Madonna, e in particolare per la festa di Santa Croce di maggio e della Madonna di novembre, feste principali della Compagnia, nella propria chiesa tutti insieme. Si esercitino nelle opere di pietà e di misericordia con tutti e in particolare con quelli della Compagnia, soccorrendo i bisognosi, visitando gli infermi di essa, seppellendo i morti, per i quali dovranno far celebrare un ufficio tanto per i fratelli quanto per le sorelle della Compagnia dopo la morte di ciascuno, e fare una particolare orazione per essi. Abbiano qualche devozione particolare e siano riverenti e obbedienti ai superiori, siano solleciti alla frequenza della Compagnia nelle attività e processioni pubbliche, alle quali intervengano sempre con l'abito della Compagnia e con quella modestia pietà e devozione che sono dovute a tale abito, sempre con la faccia coperta e senza cappello in testa. Abbiano sempre davanti agli occhi l'onore e il timore di Dio, perché con tali mezzi verranno ad essere più disposti a conseguire le grazie, e privilegi e le indulgenze concessi a questa Compagnia in conformità di quanto è contenuto più espressamente nelle bolle dell'aggregazione, con l'avvertenza di non lasciare vestire il sacco né di intervenire ad alcune attività a quelli che non sono iscritti alla Compagnia, se non per necessità o convenienza e in questi casi con il permesso degli stessi Priori della Compagnia.

 

Tutti i sopraddetti singoli capitoli, intimati dal Mandatario dell'assemblea generale e quella riunita, furono letti ad alta ed intelliggibile voce da me cancelliere infrascritto, e di nuovo furono accettati ed approvati per voto segreto, nessuno intimamente contrario e il decreto dovrà essere osservato inviolabilmente, riservati il consenso e l'approvazione dell'Illustrissimo e Reverendissimo Signore Alessandro del Monte vescovo eugubino per grazia di Dio e della Sede Apostolica dal giorno 23 ottobre 1622.

 

In fede, scrissi e sottoscrissi di mia propria mano Paolo Cibo notaio e cancelliere

 

I capitoli sopraddetti confermati ed approvati dal vescovo eugubino.

 

Capitoli sopra le doti da vincolarsi per le zitelle

Per eliminare molti abusi e dare qualche forma al costituire, al distribuire le doti per elemosina alle zitelle e apportare maggior utile ai poveri, onore e decoro alla Compagnia, si stabilisce e determina che per l'avvenire l'assemblea generale pubblica possa vincolare e assegnare una dote o due al più l'anno, secondo che lo consentiranno le entrate e i bisogni della Compagnia, e non più; e ciascuna delle dette doti possa ammontare alla somma di venticinque fiorini e questi non superare.

Parimente si ordina e stabilisce che non si possano proporre per tale effetto se non zitelle povere onorate, di buoni costumi, residenti nella Terra di Fratta o nei suoi borghi, e che dei parenti di quelle almeno il padre sia nativo del detto luogo. Nello sborsare le dette doti se ne debba fare atto pubblico per mano del cancelliere della Compagnia, e si debbano dare con patto o condizione, purchè, per tutto il tempo che, e fino a quando avrà conservato una vita casta ed onesta; e anche con patto che, morendo la donna senza figlioli legittimi e naturali, la dote consegnatale debba ritornare ed essere restituita alla Compagnia nel modo migliore, senza la detrazione del terzo o di altro; e a questo effetto si farà mettere in beni stabili la detta dote, o dare sicurtà idonea di restituirla nei sopraddetti casi, non altrimenti.

Si determina ancora che le sopraddette doti non si possano assegnare se non nei giorni delle feste principali della Compagnia cioè nella festività di Santa Croce il 3 di maggio, e nella festività della Presentazione della Madonna il 21 di novembre, una però per ciascuna festa, nel caso che piacesse assegnarne una o due, come si è detto di sopra, e nell'assegnarle si leggeranno i memoriali di ciascuna zitella da proporre all'assemblea pubblica e per ciascuna si metterà la decisione a voto segreto e quella che avrà più voti favorevoli si intenderà assegnata, avendo avuto però più dei due terzi dei voti favorevoli, in modo conforme alle disposizioni della Compagnia; e se eventualmente due o più zitelle riportassero un numero uguale di voti, si scriveranno i nomi in due o più schede "conformi" e da quelle si estrarrà a sorte, intendendo per assegnata quella che verrà estratta, dichiarando che i sopraddetti capitoli, tutti e ciascuno di essi in tutto e per tutto si debbano osservare "inviolabilmente" e contravvenendovi, in tutto o in parte sia nullo e di nessuna importanza ogni atto e la dote si consideri non assegnata, né si debba rimborsare la somma a chi la pagasse.

Tutti i sopraddetti singoli capitoli, intimati dal Mandatario dell'assemblea generale, e quella riunita, furono letti ad alta ed intelliggibile voce da me cancelliere infrascritto, e furono accettati ed approvati con voto segreto, nessuno intimamente contrario, e il decreto dovrà essere inviolabilmente osservato, riservati il consenso e l'approvazione dell'illustrissimo e Reverendissimo Signore Alessandro del Monte, vescovo eugubino per grazia di Dio e della Sede Apostolica, dal giorno 23 ottobre 1622.

 

Paolo Cibo notaio e cancelliere

 

I Capitoli sopraddetti confermati ed approvati dal Vescovo eugubino

 

Decreto del 16 giugno 1730

Decreto dell'Illustrissimo e Reverendissimo Signore Sostegno Maria Cavalli vescovo eugubino, emanato il 16 giugno 1730 in occasione della Sacra visita a questa chiesa della venerabile Confraternita di Santa Croce, e trascritto tra gli altri decreti. Ordiniamo che in futuro nessun fratello eletto della medesima società possa prendere il sacco o la veste e indossarli se non per mano del Priore che amministra al momento, fatti salvi i riti e le cerimonie prescritte nei capitoli della Società e inoltre [ordiniamo] che nessun confratello possa essere accolto, eletto o ammesso oltre il numero di quaranta confratelli, altrimenti l'elezione o l'ammissione sia, in ambedue i casi, nulla immediatamente.

 

Pietro Nalducci segretario

 

Decreto del 6 giugno 1741

L'Illustrissimo e Reverendissimo Signore Sostegno Maria Cavalli vescovo eugubino, in occasione della sacra visita effettuata nella chiesa di Santa Croce di questa Terra di Fratta, essendo il suo animo mosso da giusta causa, derogando in quella parte del capitolo XIV ordinò che in futuro la Confraternita non accolga nuovi confratelli se non mediante il consiglio segreto. Così è il 6 giugno 1741.

 

Fratta, in occasione della sacra visita, come sopra Firmato S. M. Cavalli (aggiunta postuma)

 

C. Leandro de Bonfatti Cancelliere vescovile generale

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