LO STEMMA DEL COMUNE DI UMBERTIDE

 

 

Riflessioni di Roberto Sciurpa

 

 

 

Lo stemma del comune di Umbertide risale al 1189 quando la Fratta venne assoggettata a Perugia e cambiò il suo originario blasone (il giglio). Il Guerrini lo descrive minuziosamente (1) e vale la pena di riportare la sua descrizione perché nel corso degli anni ha subito adattamenti non marginali e alcuni particolari interessanti sono addirittura scomparsi.

 

“... Questo venne composto dalla figura di un Ponte sopra acqua corrente e in campo rosso. Il ponte ha tre arcate e in mezzo alle loro luci esistono lettere iniziali F.O.V. che significano Fracta oppidum Uberti e che quindi per solenne voto di pubblica calamità si convertirono in Fracta oppidum Virginis. Sopra i tre piloni v'hanno tre Torri, cui in mezzo sovrasta la Vergine Patrona del Castello; e a diritta il Grifo, che indica la dipendenza da Perugia; a sinistra l'emblema della Camera Apostolica che significa l'alto dominio del Pontefice. E finalmente una Corona ornata recinge tutto attorno lo scudo dove si leggono queste parole: Defensores Populi et insignis Comunitatis Terrae Fractae”.

 

Il corsivo è del Guerrini che vuole evidenziare le caratteristiche essenziali del blasone.

Il dubbio interpretativo è legato alla lettera “V” che si trova nella luce dell'arcata e che per alcuni significa "Uberti" e per altri "Virginis" (secondo il Guerrini avrebbero ragione sia gli uni che gli altri). Come è facile intuire i due schieramenti, almeno in passato, erano condizionati dalla logica. delle appartenenze (clericali o anticlericali), ma oggi che è tramontata sia la ventata iconoclasta dell'Illuminismo, sia l'astioso risentimento antipapalino legato alle vicende risorgimentali, è possibile esprimere un giudizio sereno e distaccato sulla vicenda. Anzi, una riflessione approfondita potrebbe portare. almeno secondo il mio punto di vista, a ricostruire la verità anche su un altro particolare interessante legato alla storia locale, come dirò più avanti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma procediamo per ordine:

 

1. Nell'arco dì pochi decenni alla Fratta ci furono due avvenimenti importanti: l'apertura al culto della Chiesa di Santa Maria della Reggia e l'assedio toscano delle truppe del Granduca. Il primo (ultimi anni del XVI secolo) segnò una tappa fondamentale nella fede e nel costume della gente. Era stato finalmente ultimato il monumentale tempio che custodiva l'immagine miracolosa della Madonna, tanto cara alla pietà dei fedeli. Da quel momento, grazie anche alla visibilità maestosa della Sua casa, la Madonna divenne il punto di riferimento di tutto il popolo. I vecchi Patroni (S. Andrea e S. Erasmo) ancora venerati e amati, lentamente passarono in secondo piano perché l'antico castello si andava affidando sempre più al patrocinio della Vergine.

 

Nel novembre 1643, infatti, durante l'assedio delle truppe toscane, gli abitanti stravolti dalla paura si raccolsero nella chiesa di San Giovanni dentro le mura urbiche, per implorare dalla Madonna la salvezza. Non si trattava di vincere o di perdere una battaglia, ma di sopravvivere o morire tra le macerie e le fiamme di una fortezza che sarebbe stata sicuramente rasa al suolo, secondo il costume militare del tempo. Il popolo della Fratta, in quella circostanza, si affidò alla Vergine e non ai secolari patroni. Cadde tantissima acqua frammista a nevischio; il Tevere si ingrossò scoraggiando ogni tentativo di guado; l'assedio fu tolto senza sparare un colpo di cannone; i toscani se ne andarono e si parlò di “miracolo”, ingenerando la convinzione del prodigio concesso dalla Madonna ad un castello che così diventava oppidum Virginis. E l'immagine della Madonna inserita sopra la torre centrale dello stemma, oggi scomparsa con gli altri particolari di contorno, sembra rafforzare la convinzione che FOV significasse proprio Fracta oppidum Virginis almeno da questo periodo in avanti.

Ad ogni ricorrenza centenaria “il miracolo” è stato ricordato con grande solennità dalla pietà popolare. In questo avvenimento consiste il “solenne voto per pubblica calamità” di cui parla il Guerrini e che rende dubbioso Giulio Briziarelli tanto da chiedersi quale fosse stato l'evento miracoloso. (2)

 

2. Ritengo che Umbertide sia una delle poche città, se non l'unica, che ha lasciato gli antichi Protettori, ritenuti ovunque sacri e intoccabili perché legati alla fede e alle tradizioni di un popolo, per affidarsi alla tutela di un altro, sebbene di rango superiore quale la Vergine.

E a questo fatto si lega anche quel particolare di cui parlavo in premessa. Si tratta della tela collocata nella chiesa di San Bernardino. Di certo l'accreditamento ufficiale che vi vede riprodotta l'immagine di S. Antonio in adorazione, come viene indicato in alcune pubblicazioni fotografiche relative alla città e negli opuscoli turistici, è errato. La simbologia dell'iconografia sacra è una chiave di lettura importante e va tenuta nella massima considerazione. Il personaggio rappresentato è un martire perché l'angelo mostra una palma che è il simbolo del martirio (S. Antonio non è un martire). Il personaggio rappresentato, inoltre, è anche un vescovo, come dimostra la presenza della mitra e del pastorale. Gli abati sono equiparabili alla carica di vescovo, ma nelle opere pittoriche vengono rappresentati con il loro saio tipico e non con i paramenti solenni della carica vescovile. La presenza dell'angelo è emblematica. E' vero che nell'iconografia sacra la figura dell'angelo è molto diffusa, ma nel caso specifico si vuole che nella vita di S. Erasmo la leggenda parli del ruolo ricorrente di un angelo che accompagnò il santo vescovo in Siria, poi in Dalmazia, infine a Formia ed al martirio. Se alla leggenda si uniscono i soggetti riprodotti, l'Immacolata Concezione ed il castello di Fratta, si può ragionevolmente supporre che quel santo personaggio avesse a che fare con il piccolo borgo e che ne fosse addirittura il protettore che affidava i suoi protetti alla superiore tutela della Vergine. La tela, pertanto, potrebbe rappresentare il “miracolo” del 1643 e “La consegna" della città alla Madonna da parte di Sant'Erasmo. La tradizione popolare (3) del resto, ha sempre indicato nel dipinto il ricordo del prodigio. Se questa ipotesi fosse fondata, la tela dovrebbe risalire al 1644 circa e si potrebbe osservare che la cupola della chiesa di Santa Maria della Reggia all'epoca non c'era più. E' vero, ma si tratta dì un particolare secondario, a mio avviso, perché i lavori dì completamento della cupola, iniziati intorno al 1621, non erano ancora ultimati. Forse il tempio era ricoperto dai ponteggi in legno e la parte superiore della chiesa era incompleta, esteticamente poco interessante ed indefinita per cui si preferì riprodurla con le sue caratteristiche originali.

 

 

 

 

 

 

 

3. Nel corso del 1862, il Sindaco del tempo aveva nominato una commissione per studiare il cambio del nome della città. Un provvedimento in tal senso era suggerito da un dispaccio del Commissario governativo su richiesta del Ministero dell'Interno per evitare confusioni causate dai numerosi toponimi recanti il nome di Fratta". La commissione era composta dal segretario comunale Dott. Ruggero Burelli, dall'ingegnere capo del Comune Genesio Perugini, che stava ultimando la storia della Fratta lasciata incompleta dallo zio canonico Antonio Guerrini morto nel 1845, e dal consigliere avvocato Costantino Magi Spinetti.

La relazione presentata al Sindaco si chiudeva suggerendo un ventaglio di quattro possibili nomi e caldeggiava quello di Umberta o Umbertide perché maggiormente legato al ricordo dei suoi presunti fondatori discendenti da Uberto Ranieri. "Fracta filiorum Uberti è sempre chiamata anche negli antichi statuti perugini”, faceva presente un passo della relazione. Degno di nota è il fatto che in essa non si afferma che Uberto o Umberto è anche il nome indicato dalla lettera “V” contenuta nello stemma (FOV) in modo da rafforzare l’indicazione suggerita a favore della scelta di Umberta o Umbertide da parte del Consiglio Comunale. Parrebbe evidente che nella convinzione dei tre commissari quella “V” non si riferiva ad alcuno dei Ranieri, ma stava ad indicare qualcosa di diverso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4. Nel latino del Lauri l'antica e corretta espressione degli statuti perugini “Fracta filiorum Uberti” diventa “Fracta insigne Ubertinorum oppidum”, con una contaminazione filologica stranissima. A tale proposito giova ricordare il giudizio tagliente che Luigi Bonazzi dà dell'autore citato: “Col Bonciario si tornò generalmente al vomito latino. Il condiscepolo, Baldassarre Ansidei, prefetto della biblioteca vaticana, e lo scolaro Giambattista Lauri, ambedue posti fra un secolo e l'altro, seguitarono a latineggiare con furore, specialmente il Lauri, sugli stessi temi del retore concittadino, l'uno fino al 1614, l'altro fino al 1629…” (4).

I discendenti di Uberto Ranieri sono chiamati dal Lauri “Umbertini” come se i figli di Pietro, Giovanni o Giacomo si potessero chiamare “Pietrini, Giovannini o Giacobini”. Una simile licenza è del tutto estranea alla lingua latina, come del resto a quella italiana, che al massimo avrebbe potuto tollerare Ranierorum e mai Ubertinorum. Ma i Latini e i latinisti hanno sempre premesso gens ai nomi gentilizi, quindi gens Claudia, gens Cornelia, gens Fabia, e, caso mai. "gens Raniera” sarebbe stata l'espressione corretta. Il giudizio del Bonazzi sul “latineggiare con furore” di Lauri sembra del tutto fondato. Appare molto strano, pertanto, che quella lettera “V” stia per “Uberti” perché ciò non corrisponde alla verità storica in quanto i fondatori furono i suoi figli (Ugo, Ingilberto e Benedetto) e ancor più strano che stia per “Ubertinorum” per incompatibilità filologica.

 

Mi associo a quanto afferma il Guerrini verso cui nutro rispetto e ammirazione per la serietà e lo scrupolo, estranei ad alcuni suoi critici, con cui ha trattato la storia della Terra di Fratta. Personalmente, però, sulla base delle considerazioni esposte nel n. 4, ho seri dubbi che quella 'Y' potesse significare "Uberti”, anche prima del 1643. Quella lettera potrebbe, infatti, riferirsi a Ugolino che cedette la Fratta a Perugia il 12 febbraio del 1189 oppure al molto più noto Ugo, re d'Italia, da cui i Ranieri discendevano. Pare strano che venga affidato alla storia il nome di Uberto che ebbe il solo il merito di aver messo al mondo chi riedificò il castello distrutto dai Goti. Uno dei figli di Uberto, elemento importante da non sottovalutare, si chiamava proprio Ugo come il più famoso antenato (il nonno).

 

Note:

 

(1) Cfr. Storia della Terra di Fratta ora Umbertide, Tipografia Tiberina, 1883, pag 174.

(2) Cfr. Umbertide e Umbertidesi nella storia, Unione Arti Grafiche, Città di Castello, 1959, pag.247.

(3) Testimonianza del Vescovo di Gubbio, monsignor Pietro Bottaccioli.

(4) Luigi Bonazzi, Storia di Perugia, Voi. 11, pag. 251, Unione Arti Grafiche, Città di Castello. 1960.

 

Fonti:

“UN UOMO LIBERO – Roberto Sciurpa, un appassionato impegno civile” - a cura di Federico Sciurpa

– Petruzzi editore, Città di Castello, giugno 2012

 

Roberto Sciurpa racconta la storia di
Umbertide agli alunni delle scuole
Il Comune di Umbertide
 
Ingrandimento dello stemma di Umbertide
posto alla destra del portone d'accesso
Autore ignoto. La Madonna e Sant'Erasmo.
Roberto Sciurpa e Petruzzi, nel 2007, durante la stampa
dell'ultimo volume della storia di Umbertide.
La copertina del libro che il figlio Federico ha dedicato al padre Roberto
Il regio decreto del 29.3.1863
che autorizza il cambio di nome
Il manifesto che comunica il cambio di nome
da Fratta ad Umbertide
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