GUIDUCCINO DELLA FRATTA

Un amministratore frattegiano esperto

di lingua volgare e di poesia del Trecento

 

a cura di Fabio Mariotti

 

Conferenza tenuta ad Umbertide nel novembre 1974 dal Prof. Ignazio Baldelli

dell’Università La Sapienza di Roma su Guiduccino della Fratta

(Trascrizione dalla registrazione originale)

 

Da un manoscritto cartaceo nell’Archivio di Stato di Perugia, S. Maria Valdiponte

28.(1363-67) cc.125-132-1375-76 cc.166-182

 

Voglio premettere delle considerazioni di carattere generale. In questi ultimi anni la cultura italiana nei livelli più alti si è interessata fortemente agli aspetti regionali delle proprie componenti.

 

 

 

 

Un illustre studioso, Carlo Dionisotti, ha pubblicato recentemente un libro fondamentale sul rapporto tra geografia e cultura (N.d.r.: “Geografia e storia della letteratura italiana”). Non dico che tutto questo fosse ignoto fino a poco tempo fa, ma certamente era stato fortemente messo in ombra in quanto la cultura di ogni paese è fortemente relazionata con la realtà sociale e politica. Nel secolo passato tutte le forze della cultura e della realtà italiana tendevano all’unità; è naturale che in una tale prospettiva, gli aspetti regionali fossero fortemente messi in ombra e l'accento fosse posto su quello che univa gli italiani, verso gli aspetti comuni e quindi verso certe voci e su certi grandi movimenti che avevano significato l’unità linguistica e culturale italiana. Comunque è certo che soltanto negli ultimi decenni, dal 1930, in Italia si è rivolta l’attenzione sistematica alle componenti regionali dell’Italia, e ci si è accorti con interesse sempre maggiore di un'unità composita, formata da notevoli tradizioni regionali, di aspetti diversi, anche se spesso nella storia millenaria d'Italia questi aspetti diversi hanno cercato qualche volta un denominatore comune. Indubbiamente tutto ciò va messo in relazione con il miglior regionalismo italiano. Sappiamo che nella regioni italiane, anche come istituzione politica, vi sono dei periodi gravi: ad un certo momento potrebbe accadere che invece di una sola mafia potremmo avere tante piccole mafie e questa sarebbe una delle più grandi iatture per la realtà italiana. Ma molti uomini di cultura nutrono fiducia. Una prospettiva del genere - la nostra fiducia nelle regioni - si prospetta verso l’antico e dall’antico prende ragione per la società contemporanea. Fin dalle origini pre-romane esiste una realtà italiana composita; la letteratura e la cultura in volgare non nasce come unitaria ma nasce prima nelle grandi abbazie benedettine del centro-sud, poi nei comuni del centro-nord.

Se noi guardiamo con un minimo di attenzione alla cultura perugina o fiorentina del Duecento o del Trecento siamo davanti a manifestazioni assai diverse, talora contrastanti, sempre vivacissime.

Questa vivacità della cultura letteraria ed artistica delle nostre città e delle nostre regioni ci dà speranza per un futuro attivo, vivace e non provinciale delle regioni.

In una prospettiva del genere, quale è venuta maturando nella coscienza degli italiani, quale è la posizione dell'Umbria?

L'Umbria ha una sua fisionomia unitaria sia pure in questa unità più grande, in quella che gli spagnoli chiamano la patria piccola, in confronto con la patria grande, o la patria piccola in accordo con la patria grande.

La nostra patria piccola ha una sua fisionomia cu1turale e linguistica interessante in quella realtà più grande che è l'Italia? Noi siamo sicuri di sì, ma prima è necessaria un’altra considerazione. Proprio, a prima vista, qualcuno potrebbe considerare assurda la pretesa alla regione, al regionalismo in un momento in cui si parla dell’Europa. Invece ciò è in perfetto accordo. Nel momento in cui gli uomini si uniscono o tentano di unirsi in unità più grandi ognuno deve ricercare la forza, la sua identità nelle radici più immediate, regionali nel senso più vero della parola. In questa prospettiva ampia, motivata e composita del genere che ho detto, quale è la posizione dell'Umbria? Direi una posizione di estremo interesse in quanto la cultura umbra più antica, del Duecento e del Trecento, è caratterizzata da un tono fortemente popolare. Diversissimo certo dalla raffinatezza toscana, dal tono pedagogico, insegnativo, saggiamente ambrosiano della cultura lombarda, ma un tono popolare nel senso francescano della parola.

Adopero il termine “francescano" con perfetta coscienza.

Il movimento più rivoluzionario, più attivo dell'Umbria è il francescanesimo per quello che ha catalizzato intorno a sé di forze politiche, ideali e culturali.

In Umbria la manifestazione letteraria più interessante del Duecento e del Trecento è la “lauda”. Quella lauda di cui oggi siamo in grado di indicare vari centri di produzione attiva, di segno diverso. Ad una "lauda" di tipo più rivoluzionario, cristocentrica, quale si sviluppa a Todi e Assisi, si contrappone una "lauda” più ortodossamente media.

Perugia sposerà per molti decenni gli interessi della Chiesa nella sua azione di espansione di là dal Tevere, dove si creeranno tradizioni ghibelline, di ribellione alla Chiesa, di ribellione alla borghesia, di carattere popolare. Tutto questo produce una letteratura di tipo medio-popolare: la “lauda” che sceglie come schema metrico musicale la ballata compie una scelta significativa. Scegliere la ballata tra tutti i possibili schemi metrico-musicali che la cultura italiana ed europea offriva a quel tempo, significa scegliere il metro e la musica di tono più popolare.

Ricordando Perugia, accanto alla “lauda”, abbiamo la produzione di prosa di tipo giuridico-amministrativo (il grande statuto comunale di Perugia fu scritto probabilmente nel 1342 in volgare e si presenta in una lingua, in uno stile tutto attento alla realtà concreta della vita quotidiana); oppure un romanzo, il romanzo di Corciano e di Perugia che ci offre un ideale medio-popolare.

E’ abbastanza interessante studiare sul piano sociale e letterario documenti del genere. In questo periodo c'è uno sforzo per recuperare le tradizioni classiche, specialmente francesi, tradotte su un piano attivamente democratico e popolare.

Il difficile equilibrio dell’Umbria, e di Perugia in particolare, tenderà a concludersi piuttosto tragicamente nel 1370. Ritornando al tema, è di particolare interesse riferirci a quella cultura familiare caratteristica del tempo. Un “bastardello” di conti conservato nell'Archivio di Stato di Perugia ha tramandato la contabilità di un appaltatore di "gabelle”, certo Guiduccino della Fratta (La Fratta è stata ribattezzata, nel secolo scorso, Umbertide), che non va visto come un menestrello ingenuo e sprovveduto. Era uno che maneggiava somme di denaro non indifferenti, avendo in appalto i comuni di Montone, della Fratta, per una somma di 1000 fiorini, che, tradotti in lire, sono 60-80 milioni attuali. Era in grado di interessarsi, con i suoi soci, su un piano finanziario abbastanza cospicuo: la sua azione, ad un certo momento, andava dalla Fratta a Marsciano. Guiduccino, quindi, era una persona importante anche se non era a livello dei grandi banchieri del Trecento. Dalla sua contabilità vengono fuori pagamenti importanti anche se a noi, sul piano aneddotico, ci interessa più l’estrema cura con cui il nostro Guiduccino trattava la sua cavalcatura, quello che chiamava il suo ronzino, che gli consentiva spostamenti tra Montone, Romeggio, Fratta, Marsciano.... Eccone qualche esempio:

(“Quisste sonno ei d. ei quaglie io Guiducino ò esspese. En prima espese a di xxx de novembre quando io andaie ala Fracta per d. e per trare e mettere uno ferro del ronccino e en j fogliecta de vino e en la provenda ii s.”).

(“Item espese en lo trombadore quando io el menaie a fare bandire gli ordene dela dicta galbella del casstello de Montone e dela Fracta e de Romeggio xxxii s. e vi d.”).

(“Item espese a dì xxii del dicto mese en l’arbergo d’Armanucciuo dala Resena x f.).

(Item espese en vino per fare onore a cierte fractegiane che fommo ser Nicolò e io iiii s.”). (“Item pagaie a dì xviii de gienaio per la galbella de Montone vinte doie fiorine d’oro dei quaglie n’avve dodecie da Sepolino de Luca e diecie ne pagaie dei d. dele galbelle colte xxii fiorine d’oro”).

(“Item espese en asse, enn agute, elglie maiesstre che aconciaro gli usscia e le fenesstre e ‘l mangiadoio, e ‘n palglia per lo roncino, ei quaglie d. espese Vagnuolo tavernaoio, ei quaglie d. glie die ser Pietro xxvi ll. iiii d.”).

(“Item espese a di xxiii de marco en doie ferre nuove, en chiuove per lo roncino e grassccia per fare poltrilglia en glie pieie xxii s.”).

(“Item pagaie en tormentina , enn olio, en grasso de casstrone per fare l’onghuento per glie pie del roncino xv s.(1)”).

 

Nota

  1. leggere: d. (per denare); ll (per livere); f. (per fiorine); s. (per solde).

 

Come si può dedurre da certe particolarità la lingua usata è quella tipica del territorio che va da Perugia alla Fratta.

Nel sistema morfologico dell'antico perugino si nota la presenza del plurale neutro in “a”, mentre non esiste il plurale maschile in “i”; plurale maschile e femminile, invece, sono accomunati dalla finale in “e”.

Nei conti di Guiduccino si adopera il volgare e ciò costituisce una novità abbastanza notevole in quanto la maggior parte dei conti di questo genere, lungo tutto il secolo, sono ancora tenuti in latino. Ciò significa che Guiduccino - come tanti altri - aveva un senso forte del volgare del proprio paese, e quindi lo preferiva al latino. Guiduccino, comunque, conosceva il latino, come dimostra la trascrizione del "Adoro te devote”, sia pure in maniera un po’ approssimativa. La scelta del volgare è sempre una scelta positiva: il latino è la tradizione, ma gli uomini che hanno interesse per l’attività giornaliera, si rivolgono al volgare.

Il maggior studioso del Boccaccio ha fatto un’osservazione abbastanza interessante; la maggior parte dei codici che contengono il “Decameron" sono tutti passati per mano di banchieri italiani. Non bisogna pensare al "Decameron” come ci appare dal cinema, ma come libro dell’attività, il libro che attirava i banchieri ed il mondo pratico dell'Italia trecentesca. Guiduccino è un piccolo banchiere della zona e quindi ha un interesse molto forte per il volgare. Ma non è solo questo che Guiduccino ha lasciato nel suo libro di conti, nel suo “bastardello”: ha anche trascritto, se non composto, alcuni documenti poetici di notevole interesse. Permettetemi di aprire una parentesi. Molte volte alcuni documenti più antichi della poesia italiana ci sono stati tramandati attraverso strade piuttosto inconsuete. La letteratura in volgare è guardata con un certo disprezzo dai centri universitari e dagli uomini di più alta cultura e perciò non veniva preservata dal tempo con la stessa cura rivolta ai testi in latino. Il libro era un oggetto prezioso, di costo altissimo: pertanto potevano possederlo le grandi comunità ecclesiastiche, i principi, qualche notaio, le università. La pergamena veniva usata per i testi importanti (S. Agostino, testi di carattere giuridico) mentre un'opera in volgare scritta verso l'XI-XII secolo era riportata su qualche frammento di pergamena, ma nella maggior parte dei casi non veniva conservata nè preservata. Allora molti dei testi più interessanti delle origini della cultura e della letteratura italiana li ritroviamo, di volta in volta, piuttosto casualmente in certe mezze pagine lasciate bianche.

C'è un codice di Graziano, un giurista medievale, in cui quando è finito un capitolo, si va a pagina nuova lasciando mezza pagina bianca. In questa mezza pagina ci si imbatte un uomo di cultura rivoluzionaria che ha il senso per il volgare e ci tramanda un testo scritto in quei secoli. Alcuni dei ritmi più antichi della poesia italiana - ritmo cassinese, ritmo laurenziano, ritmo marchigiano di S. Alessio - sono tramandati piuttosto casualmente in questa maniera. Altri documenti sono stati salvati, altrettanto casualmente, attraverso la "guardia" del codice, pezzo di grossa pergamena messo a protezione del codice stesso. Su queste “guardie” ci sono testi antichi assai importanti. Un notaio di Umbertide deve aver avuto sotto mano uno di questi codici perché ne ha fatto uno scempio: ci sono 7-8 "bastardelli" legati da pagine dello stesso codice dell'XI secolo. I modi con cui si tramanda questa antica letteratura in volgare sono casuali ad eccezionali. Io stesso ho avuto la fortuna di scoprire in America il testo toscano più antico esistente, redatto alla fine del secolo XI, nella "guardia” di un codice della biblioteca di Filadelfia.

C'è una disposizione giuridica del comune di Bologna che vieta ai notai di lasciare pagine bianche nei documenti per evitare manomissioni. Ed è proprio in queste pagine bianche che noi troviamo le cose più impensate nello studio dei codici antichi.

I notai di Bologna nel ‘200 erano uomini di cultura particolarmente raffinata in quanto le molte pagine rimaste bianche nella trascrizione dei documenti sono state da loro riempite con copie di testi in volgare estremamente interessanti. In questi memoriali bolognesi - data 1286 - c'è un sonetto di Dante che in quell’anno aveva poco più di 20 anni, ma era tanto famoso che un notaio per riempire una mezza pagina bianca trascriva il sonetto della Garisenda.

E, se era difficile che venissero salvati testi volgari di alto livello, questo era anche più difficile per testi di tono popolare, ritenuti trascurabili e perciò non trascritti. I notai bolognesi hanno trascritto, insieme a canzoni di Jacopo da Lentini, anche delle ballate popolaresche.

Abbiamo detto che Guiduccino era un uomo di buon gusto, anche lui aveva una o due pagine bianche nel suo "bastardello" e vi ha trascritto 4 ballate ed un paio di preghiere in latino. Le 4 ballate non sono altrimenti note e sono certamente tutte dello stesso autore perché unite da un elemento tematico: la fedeltà amorosa. Le ballate sono state redatte vicino ad Umbertide poiché vi sono degli elementi linguistici che certamente richiamano alla regione di cui parlavo prima; ed eccole:

I

“Averai tu mai pietà

donna crudel de me?

e tu saie che ‘l cur te de,

e già non mire el tempo che se n’va.

 

Se tu pensasse el tempo

quanto ell’è nobel cosa,

ancor non è per tempo

de dare al tuo servo posa?

e tu non se’ piatosa

e però me dul de te

che io t’ò portata fe

e tu en ver me sempre crudeltà.

 

Averaie tu maie pietà

 

Fuggie quanto tu saie

che io pur te seguirò,

ch’io t’amo più che maie,

e tu non vole sofrire,

dica chi vol dire,

e che io pur te seguirò

e non sperar però

che io t’abandone che ‘l mio cor se n’ va.

 

Averaie tu

 

II

 

Signior mio dolce, prendate merciede

de me che son sogietto a vosstra fede.

 

L’annema, el corpo e tutta mia persona

a voie donaie per l’amoroco esghuardo:

se contumacie foie, or me perdona,

che l’obedir a voie maie più non tardo,

ma quissto dardo che nnello mio cor sede

luie aial da me per l’amoroca fede.

 

Ei raggie dela lucie tua benengnia

m’an preso a ‘nnamorar del vosstro amore,

e per memoria dela fede dengnia

sempre contemplo nello ver colore:

a! gientil mio signiore, la vosstra fede

non la rompete a me comme altre crede.

 

Vaga ballata, vanne al signior mio

E diglie che a me sia fermo e cosstante,

e de suoie belglie occhie sghuardo pio

non faccia a mio despetto a nullo amante,

ma comme diamante tengha fede

a me che per suo amor morir me vede.

 

III

 

Perché con stretto amor io sia per te,

l’annema e ‘l cor sempre fo de te.

 

Non meretava, signior, tante ghuaie,

perché t’amava con ‘perta fe,

ma io non credo che tal fallo mai,

stella gientil, prociedesse da te,

ma sol colui che mai non ebbe fe

con suoie enganne tradì te e me.

 

Giovene e bella, non volglio che tu crede

che già me dolglia stando qui per te,

né ancho de morir per quilla fede

qual tu donasti senza errore a me:

donqua perfetto amor quale aggio a te

mantiene el cor alegro verso me.

 

Sì comme Arcita scese en carcierato

Che podeia sempre Ymilia vedere,

maie huomo al mondo ebbe tale stato

che par de quillo io no credesse avvere,

però se presso amore stesse a te

assaie conforto doneresste a me.

 

IV

 

Se saggio fosse stato en ver de me,

anchor possederesste la mia fe.

 

Tu senca fe dolciecca m’ae ‘ngannato,

me che t’amava più che altro amore,

con tuoie locenghe m’aie più che robato

quanto teneie le chiave del mio core:

caduto so nel basso sol per te,

né maie te recordasste più de me.

 

Ma tu non ghuarde che le tuoie enganne

sonno conosciute da chi uca techo,

sì che de fuor ciò che ai dentro spande:

paserà ‘l tempo che dicive mecho,

pensa per ciò che la tua mala fe

a molte gioverà nociendo a te.

 

Dolcie ballata va diciendo a tutte

che chiama altrui sia saggio ed altero

e non ghuarde al dolere con ladre mocti

de chi per robar altri è sì manero

tenga stretta la borscia el cor a sé

a ciò che non no ‘nganne falsa fe.

 

E’ evidente il tono elegante ma nello stesso tempo popolaresco delle ballate. E’ un’eleganza che si rivela nella sistematicità di certe rime tronche, elemento consueto nella composizione poetica. L'alto livello culturale si rivela in un particolare veramente stupefacente: la presenza di un’eco di un'opera del Boccaccio. Questo sonetto di cui vi sto parlando fu trascritto probabilmento a Umbertide, a Montelabate, o nel territorio tra essi compreso, da Guiduccino della Fratta intorno al 1363. Il Boccaccio è ancora vivo e qui c’è un richiamo non alla sua opera maggiore, il "Decameron", che aveva avuto già allora una notevole diffusione, ma al “Teseida”, opera giovanile in ottavo a scarsissima diffusione in Italia. Siamo di fronte ad una cultura di tipo locale e regionale, ma non provinciale. La regione però ha un suo senso attivo e culturale solo se è aperta alla realtà degli altri paesi e altre regioni. Nell’area di cui stiamo parlando c’è qualcuno che coltiva la poesia su un piano piuttosto originale, anche se non sia poesia eccelsa ed è ben attento alla realtà culturale dei centri più grandi, dei poeti più notevoli. Il riferimento al “Teseida” è quando dice: “Sìcomme Arcita scese encarcerato / che podeia sempre Ymilia veder”. Arcita e Palemone sono i due prigionieri tebani nelle carceri di Atene che si sono innamorati di Emilia. Non sto a raccontarvi il “Teseida” ma si tratta di una vicenda basata sull'amore di due prigionieri per una giovinotta che vedono aggirarsi ne1 giardino da una finestra della cella.

Qui Guiduccino si riferisce alla seconda parte del romanzo quando Arcita, cui è stato concesso di allontanarsi da Atene, torna indietro, con grave pericolo per la sua vita, pur di rivedere Emilia. L'interessante di questi documenti è il toccare quasi con mano la cultura di un certo segno regionale, attivamente presente a quelle che sono 1e correnti dei centri più alti, per esempio del Boccaccio.

Tali ballate, di notevole fattura poetica, sono state certamente redatte nell’area di cui stiamo parlando. Quale è la prova di questo? La prova schiacciante ci è fornita dal tipo di rima, che conserva necessariamente l’aspetto originale.

Troviamo in rima “enganne” con “spande” (Ai versi 9 e 11 della ballata “Se saggio fosse stato en ver de me”). Sappiamo che la tecnica antica esigeva la rima perfetta, mentre in questo caso non si ha rima perfetta.

Se noi cerchiamo di ottenere una rima perfetta in queste due parole otteniamo “engenne”, “spanne”.

Sapete che in gran parte dell’Umbria “quando” si dice “quanno” (Foligno, per esempio). Quindi evidentemente il poeta di queste ballate ha scritto “enganne” in rima con “spanne”; il copista, poi, ha cambiato ”spanne” e ha rotto la rima. Si potrebbe pensare che le ballate siano state scritte nell’Umbria meridionale; non possiamo però riferirci alla situazione attuale, dobbiamo riferirci alla situazione trecentesca. Ora viene fuori che il gruppo consonantico "nd" era frequentemente reperibile in forma "nn" a Gubbio. Ciò vuol dire che questa forma si protendeva assai più a nord di quanto non sia nei dialetti odierni. In conclusione, possiamo dire che queste ballate sono state scritte in Umbria in un'area non lontana dalla patria di Guiduccino. La lingua delle ballate e dei conti di cui sopra coincide grosso modo con quella dei teatri perugini. Ci sono però due particolarità che richiamano sicuramente a Umbertide. Per dire “andammo” si usa la forma “gemmo” e non “gimmo”. "Gimmo" è la forma perugina; “gemmo” è la forma più settentrionale, quasi castellana (ed è la forma usata da Guiduccino della Fratta). Verso la zona di Pierantonio c'è ancor oggi una frontiera linguistica di estremo interesse: in quel punto passa uno dei confini linguistici più importanti non solo dell’Umbria, ma addirittura dell'Italia. Da questo punto di vista chi è "frattegiano" - come dire Guiduccino - adopera forme diversissime da quelle che si adoperano, per esempio, a Ponte Valleceppi, cioè la sonorizzazione della “s” intervocalica.

Nel sud d'Italia la “s” intervocalica è sempre sonora; a nord della linea di cui ho parlato prima si comincia a trovare la “s” intervocalica sonora.

Nel testo sopra riportato, in due o tre casi, al posto della “s” il nostro Guiduccino usa ‘una “c”, che nei testi antichi veniva letto come “z”, per esempio in precente, in chiecia, in piceglie (per “piselli”).

Questa forma è stata usata alludendo ad una “s” sonora: è un’ipotesi da me formulata al momento della scoperta dei testi, che confermo tutt'ora.

Anche questa terra - adopero “terra” col valore medievale del termine che vuol dire “terra murata”, “terra contornata di mura" - cioè Umbertide aveva questi interessi verso il volgare; interessi verso una possibilità letteraria con componenti regionali (presenza del volgare perugino) con alcune particolarità più locali (presenza di forme probabilmente "frattegiane") o con un'apertura notevole nei confronti della realtà e dei centri più grandi (2).

 

Nota

(2) Vedi Ignazio Baldelli “Ballate e preghiere in un libro dei conti del sec. XIV – in idem, Medioevo Volgare da Montecassino all’Umbria, Bari 1971, pp.371-383.

 

 

Il 29 gennaio 1980 il Consiglio comunale di Umbertide intitolò a Guiduccino della Fratta una via nella zona che anticamente era chiamata “Terziere inferiore” o di “Porta nuova” (l’attuale zona di piazza San Francesco e propaggini).

Il prof. Carlo Dionisotti
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