GENERALE ALBERTO BRIGANTI UN PIONIERE DELL’AVIAZIONE

 

 

 

 

a cura di Fabio Mariotti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Alvaro Gragnoli

 

Le Frecce Tricolori per i 100 anni del Generale

31 agosto 1996. Il rombo dei motori degli MB339 della P.A.N., Pattuglia Acrobatica

Nazionale Frecce Tricolori, si fa sentire in tutta Umbertide facendo tremare i vetri

delle case. Costringe i cittadini ad alzare gli occhi al cielo per ammirare quegli aerei

così bassi, con il tricolore dipinto sotto le ali e sulla fusoliera, che in un attimo

spariscono alla vista. Ma dopo qualche minuto eccoli apparire di nuovo lasciando

una lunga scia di fumi bianchi, rossi e verdi, e agitando le ali in segno di saluto fino

a sparire in lontananza.

Entusiasmo e sorpresa si mescolano perché non tutti sanno che nell’aula del consiglio

comunale, con una semplice cerimonia, si stanno facendo gli auguri al generale

dell’Aeronautica Alberto Briganti. Ha appena compiuto cento anni e le Frecce Tricolori

sono venute a rendere omaggio al militare e all’uomo che così tanta importanza ha avuto

nella storia dell’aviazione nazionale. Ma anche la Banda dell’Aeronautica ha voluto essere

presente in questa irripetibile occasione e, in serata, ha tenuto un seguitissimo concerto al

Teatro del Parco Ranieri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La nascita ad Umbertide nel 1896

Se Umbertide ha dato piloti di valore, alcuni dei quali pluridecorati (1), e se tanti giovani continuano ad arruolarsi in aviazione, lo si deve anche alla storia di Briganti. Che curiosamente comincia come marinaio. Nato a Umbertide il 22 dicembre 1896, rimane orfano della madre all’età di due anni e viene cresciuto dalla nonna, che riesce a farlo studiare fino alla licenza di scuola media parificata.

Forse avremmo avuto un maestro o un ragioniere in più, e un generale in meno se, durante le vacanze dell’anno della licenza media, non fossero tornati in città due umbertidesi che lo spingeranno alla scelta della vita. Uno è il capitano di lungo corso Armando Bettoni, che lo

entusiasmerà con i racconti sulla sua vita di marinaio, e l'altro è il conte Balilla Grilli, direttore del collegio a indirizzo marinaro “Vittorio Emanuele” di Livorno, che lo invita a iscriversi nella sua scuola. E il giovane Alberto parte per Livorno, dove nel 1915 conseguirà il diploma nautico e, agli inizi del 1916, non essendo ancora stata richiamata alle armi la leva del 1896, si imbarca sul piroscafo “Assiria”. Inizia a navigare fra i vari porti del Tirreno, ma appena viene bandito il corso per allievi ufficiali di complemento presso l’Accademia Navale, presenta domanda e si classifica undicesimo su 120 partecipanti.

 

Dalla Marina all’Aviazione

È nel corso degli esami che l’ammiraglio comandante la scuola comunica loro che la Marina ha bisogno di aviatori e li invita a fare domanda. In sedici decidono in questo senso e così il giovane Alberto che, commento suo, “ero andato all’Istituto Nautico senza aver visto il mare e senza sapere nuotare, andai in aviazione senza aver mai visto un aeroplano da vicino”(2), viene inviato

alla Scuola di Volo di Taranto, dove segue il corso tenuto dal ten. di vascello Mario Calderara, brevetto n.1 di pilota italiano e allievo di Wilbur Wright. Nel maggio 1917 consegue il brevetto di pilota di idrovolanti e viene assegnato alla sede di Venezia.

Siamo in piena guerra e sono quotidiane le azioni di bombardamento e di ricognizione effettuate ai comandi di un aereo L3 costruito dalla Macchi. Gli obbiettivi sono prevalentemente il porto di Pola, base della marina

austriaca, e la zona intorno al fiume Piave.

È nel corso di una di questa azioni che viene ferito

alla coscia riuscendo comunque a rientrare alla base

pur con l’aereo crivellato di colpi.

Nella Grande Guerra viene decorato con due medaglie

di bronzo con le seguenti motivazioni:

“Ardito pilota di idrovolanti, dopo aver mitragliato

a bassa quota appostamenti di mitragliere nemiche,

benché ferito, visto scendere in palude il suo capo squadriglia,

si intratteneva sul posto finché assicuratosi che era stato

soccorso da altro idrovolante e, malgrado le sofferenze,

riportava poi l’apparecchio alla stazione di partenza

dimostrando grande forza d’animo.

Basso Piave 16 dicembre 1917”.

 

"Pilota di idrovolanti eseguiva

numerosi bombardamenti […] in territorio nemico dimostrando

sempre zelo e in varie circostanze critiche,

coraggio e calma ammirabili.

Alto Adriatico luglio-dicembre 1918”(3).

La fine della guerra lo trova ad Ancona da dove viene trasferito, nel

maggio 1919, alla sede di Fiume. Là vive con D’Annunzio tutta la

drammatica storia di quella città.

 

Tornato alla vita civile fonda una compagnia aerea, che però ha vita breve e

travagliata. Si presenta allora al concorso bandito dalla Regia Marina per ufficiali

in S.P.E, lo supera brillantemente e viene imbarcato sulla corazzata “Vittorio

Emanuele” con il grado di tenente di vascello. Ma è evidente che il suo destino

non è rivolto al mare perché, quando a ottobre del 1923 viene fondata

l’Aeronautica come corpo indipendente, la decisione di cambiare l’uniforme

della Marina con quella dell’Aeronautica viene presa senza alcun ripensamento.

“Dovevo scegliere il mio destino. Avevo fatto cinque anni l’aviatore […] mi ero

infilato due volte in mare, ero stato ferito in aria, affrontato tempeste e sfiorato

tante volte la morte, ma mai avevo avuto un attimo di perplessità per

aver scelto di fare il pilota”. (A. Briganti.”Op.citata)

Conosce così Italo Balbo a cui era stato affidato l’incarico di organizzare la nuova Arma, diventa il suo istruttore per il brevetto di pilota sugli idrovolanti e nel 1927 è il suo aiutante di volo. In questa nuova veste organizza e partecipa a varie crociere aeree nel Mediterraneo e in Europa. Quella che lo vede più impegnato a livello organizzativo e alla quale avrebbe dovuto partecipare come pilota, è la

trasvolata atlantica sugli idrovolanti Savoia-Marchetti S.55A da Roma al Brasile, che rese celebre Balbo e l’aeronautica italiana in tutto il mondo. Ma giunge la nomina ad aiutante di campo del Re,alla quale non può dire di no e deve necessariamente rinunciare. Lascerà questo incarico nel 1933 per assumere il comando della base idrovolanti di Orbetello. In questa veste, quando un suo

sottoposto, il tenente pilota Roberto Federici gli chiede di essere testimone al suo matrimonio accetta ben volentieri. La sposa è una certa Claretta Petacci, che finirà tristemente la sua vita a fianco del Duce a Dongo. Nel 1936, a soli quaranta anni, viene promosso generale. Glielo comunica il duca Amedeo d’Aosta, comandante della prima divisione aerea L’Aquila. Da quel momento, sarebbe stato alle sue dipendenze, essendo riuscito “a strapparlo a Italo Balbo che lo voleva con lui”(4). Resterà con il duca per poco meno di due anni quando, dopo un breve periodo al ministero con l’incarico di capo reparto addestramento ed operazioni dello Stato Maggiore, viene destinato a Tripoli quale comandante dell’Aeronautica della Libia. Ritorna così alle dipendenze di Balbo, che in quel momento è il Governatore della colonia italiana. Nel 1938 è al suo fianco in Germania nell’incontro che avrà con Goering e Hitler, e con lui resterà in Libia fino alla fine di maggio 1940, quando viene destinato al comando della I Zona Aerea di Milano. Il 10 giugno anche l’Italia entra in guerra. Il 28 dello stesso mese Italo Balbo verrà abbattuto dalla nostra contraerea nei cieli di Tobruch(5). Si chiude così un ciclo della vita di Briganti che era stato denso di soddisfazioni e di interesse.

 

La guerra, la prigionia e la fuga

Nel marzo del 1943, dopo aver passato circa un anno quale comandante in capo dell’Aviazione della Marina (l’Italia stava preparando una portaerei, “L’Aquila”, che però fu danneggiata dai bombardamenti inglesi e il progetto fu abbandonato), è destinato al comando dell’Aeronautica  dell’Egeo con sede a Rodi. Qui si trova l’8 settembre e, quando i tedeschi invitano tutti i militari

italiani ad arruolarsi nel loro esercito, il gen. Briganti rifiuta e invia al comando tedesco una lettera della quale riportiamo un brano: “Oggi il Re d’Italia ha ordinato la sospensione delle ostilità verso le forze armate anglo-americane. Avendo prestato giuramento di fedeltà al Re i Reparti dell’Aeronautica dell’Egeo si sentono l’obbligo di ubbidire ai suoi ordini e perciò dichiarano, mio tramite, di astenersi da atti ostili sia contro gli anglo-americani che contro le truppe germaniche: non possono perciò arruolarsi in nessun esercito che non sia quello italiano”.

La conseguenza di questa lettera è l’arresto ed il trasferimento nel Lager 64/Z di Schokken in Polonia, dove giunge dopo un lungo trasferimento prima in aereo e poi in treno. Il Lager 64/Z è un campo destinato agli ufficiali superiori e la vita dei prigionieri si svolge in maniera accettabile se paragonata ad altri campi, pur se con moltissime privazioni. Più volte il comandante del campo

invita gli ufficiali ad arruolarsi nell’esercito della Repubblica di Salò, ma accettano solo il generale Biseo, che è stato pilota personale di Mussolini, e pochi altri.

Si arriva così al 20 gennaio 1945 quando, per sfuggire all’avanzata dell’esercito russo, i tedeschi iniziano il trasferimento dal campo. È una marcia durissima sulla neve ghiacciata, con la temperatura che scende anche a 20 gradi sotto zero, ma dopo cinque giorni di sofferenze, durante

una sosta nel paese di Rosko, nei pressi della città di Wielen, allora confine con la Germania, arriva l’occasione della fuga. È un contadino del luogo, un certo Domina, che la propone ai prigionieri cui sta distribuendo latte e pane, dicendo loro che li avrebbe aiutati. Che fare? Andare avanti e affrontare le SS che li considerano traditori o rischiare invece con i soldati sovietici? Il gen. Briganti, il gen. Francesco Arena e il ten. col. dell’aeronautica Carlo Unia decidono di provarci.

Aiutati dal contadino che li nasconde alla vista delle guardie, si infilano nel portone di una casa. La colonna dei prigionieri sfila davanti al loro nascondiglio e quando è ormai sparita in lontananza i tre fuggitivi, accompagnati dal polacco, si dirigono verso la sua abitazione. Qui vengono rifocillati e finalmente possono dormire al riparo e al caldo.

Tre giorni dopo la fuga, la sera del 28 gennaio, Domina e il ten. col. Unia sono usciti da un po’ per andare ad ascoltare una radio clandestina, quando la porta si spalanca violentemente e appaiono due soldati sovietici. La sorella di Domina cerca di spiegare che i due sono prigionieri italiani scappati dai tedeschi, ma i due sovietici, gridando “italianski, fascisti”, l’allontanano violentemente e

spingono fuori dalla porta Briganti e Arena minacciandoli con i fucili. Nel cortile, mentre uno di loro tiene il fucile puntato, l’altro li perquisisce e si appropria del poco che hanno. Il gen. Arena si rivolge a Briganti con le parole “qui ci ammazzano come cani”, alle quali Briganti risponde: “Caro Arena, credevamo di aver indovinato, invece abbiamo sbagliato”. Non sente lo sparo, ma solo un

colpo violentissimo alla testa che lo fa cadere per terra svenuto. Lo scoprirà solo molti giorni dopo ma, quando è a terra esanime, il soldato gli spara un secondo colpo che lo ferisce al collo. Quando si risveglia, cerca di capire cosa sia successo e si rende conto solo della ferita all’orecchio sinistro che ha lacerato parte del cuoio capelluto. Perde molto sangue e non riesce a tenersi in piedi, ma è vivo,

anche se il dolore alla testa è lancinante. Cerca con lo sguardo il gen. Arena e lo vede a due passi da lui riverso nel suo sangue. Non ha avuto la stessa fortuna(6). Con molta sofferenza si trascina verso casa, il colpo all’orecchio ha sconvolto il senso dell’equilibrio e solo con grande pena riesce ad entrare. Carponi si avvicina al letto e, seduto per terra, vi si appoggia stremato. Poco dopo sente uno

scalpiccio fuori della porta e pensa che siano Unia e Domina di ritorno. Li chiama, ma vede entrare i due soldati sovietici di poco prima. Allora si lascia scivolare per terra, la mano destra sotto la testa, sperando che lo credano morto. Non è così. Uno sparo e la pallottola colpisce il dito pollice sfiorando la testa. Chiude gli occhi pensando che questa volta non avrà la stessa fortuna e quando

sente un contatto al petto ritiene sia la canna del fucile per l’ultimo colpo. Ma è la mano del soldato che gli strappa le mostrine della divisa e poi se ne va. La mattina dopo Domina, insieme al col. Unia, lo trova disteso sul letto, con il sangue che ha

attraversato il cuscino ed è colato sul pavimento. Gli presta le prime cure ma solo dopo una quindicina di giorni riprende parzialmente il senso dell’equilibrio e può essere trasportato all’ospedale di Scharnikow distante una ventina di chilometri. È qui che scopre che le ferite alla testa sono due che, però, si stanno fortunatamente rimarginando. La ferita al pollice si è invece infettata, il dito è molto dolorante e si è ingrossato a tal punto che deve essere inciso. Non ci sono strumenti chirurgici e viene utilizzato un temperino disinfettato alla fiamma di un accendino. In mancanza di medicinali, la ferita viene curata in maniera “artigianale”, con i metodi usati dai contadini del luogo; gli effetti sono comunque molto efficaci e guarirà perfettamente, mentre per recuperare l’equilibrio saranno necessari ancora diversi mesi.

Intanto la situazione si sta lentamente, sia pure caoticamente, normalizzando e i sovietici organizzano il raggruppamento degli ex-prigionieri dei tedeschi, italiani e alleati, per il rimpatrio.

La mancanza di mezzi, le linee interrotte e il caos che ne deriva renderanno lungo e difficile il viaggio di ritorno sia pure alleviato dalla disponibilità e dall’aiuto delle popolazioni dei vari paesi attraversati. I primi giorni di settembre 1945 Alberto Briganti è in Ucraina da dove riesce, finalmente, a proseguire con una certa regolarità attraverso mezza Europa e a giungere in Italia. Il 5 ottobre 1945 riabbraccia la famiglia. Le due ferite alla testa, ormai cicatrizzate, sono la muta testimonianza di quanto la fortuna lo abbia assistito.

 

Il dopoguerra

Finite le ostilità, si procede al riordino del ministero dell’Aeronautica. Capo di Stato Maggiore è nominato il gen. di squadra aerea Mario Ajmone-Cat, che vuole il gen. Briganti nella commissione incaricata dello studio del nuovo ordinamento. Per le leggi in materia, Briganti viene sottoposto al giudizio della commissione di 1° grado per l’epurazione del personale militare, con l’accusa di “aver svolto indubbia attività politica fascista partecipando alle squadre d’azione”. Ma viene prosciolto “per non aver dato manifestazioni di grave faziosità ed essendosi già da molti anni distaccato dall’ideologia fascista e astenuto da ulteriori e specifiche attività politiche”.

Ad agosto del 1946 viene nominato Capo di Stato Maggiore Aggiunto in sostituzione del gen. Ajmone-Cat, inviato a Parigi per le trattative di pace. In un intervento alla Camera, l’on. Cingolani, ministro dell’Aeronautica, per tacitare preoccupazioni che al vertice vi fossero generali con trascorsi fascisti e monarchici, dichiara: “Se questi ufficiali, che ieri sono stati monarchici in buona

fede, in buona fede oggi accettano di servire la Repubblica, ed è il caso del nuovo Capo di Stato Maggiore (Briganti, n.d.a.), non c’è nessuna ragione per non credere a quella fede e a quella parola”(7). Nei circa sei mesi che ricopre l’incarico, Briganti riesce a stabilire ottimi rapporti personali con gli alleati americani, che gli danno la possibilità di ricostituire un primo nucleo di aviazione militare

utilizzando aerei dismessi dagli alleati. Nel contempo ottiene l’autorizzazione a costituire una società di aviazione civile. Nasce così la L.A.I. (Linee Aeree Italiane) associata alla T.W.A. statunitense, subito seguita da un’altra società, l’Alitalia, associata alla British Airways.

Successivamente le due società si fonderanno in una sola, con il nome Alitalia.

Negli anni 1948-1949 Briganti è segretario generale dell’Aeronautica e in questa veste si occupa della progettazione del nuovo aeroporto di Roma, resosi necessario perché quello di Ciampino, per l’aumentato traffico commerciale, sta diventando insufficiente. La scelta cade sulla zona di Fiumicino. Briganti presenta un progetto che, al Salone Aeronautico di Parigi del 1949, riscuote

l’ammirazione di tutti gli esperti; lo definiscono “l’aeroporto più razionale del mondo”. Ma nel 1951, quando è direttore generale dell’Aviazione Civile, non riesce ad opporsi ad una serie di modifiche che stravolgeranno completamente il progetto e che porteranno a quello che oggi è l’aeroporto “Leonardo da Vinci”. Briganti ricoprirà anche le cariche di presidente del consiglio superiore dell’Aeronautica Militare e di presidente del consiglio superiore delle FF.AA. Va in pensione nel 1954, per raggiunti limiti di età, con il grado di “generale di squadra aerea quattro stelle”. Al momento del congedo, l’allora Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, indirizza al generale questa lettera: Caro Generale, nel momento in cui Ella lascia il servizio permanente per raggiunti limiti di età, mi è gradito farle giungere l’espressione della gratitudine che il Paese e l’Arma Aerea Le devono per quanto Ella ha fatto per l’uno e per l’altra quale Ufficiale di Marina e poi di Aeronautica. Ardito pilota in pace e in guerra, Comandante di Grandi Unità aeree mobilitate, eroico difensore dell’isola di Rodi all’8 settembre 1943, riorganizzatore dell’Aeronautica italiana militare e civile quale Capo di Stato Maggiore e Segretario Generale dell’Aeronautica, Presidente del Consiglio Superiore delle Forze Armate; queste sono le brillanti tappe del Suo stato di servizio, che fanno di Lei un alto esempio di soldato, di organizzatore e di Capo. La fermezza e la fierezza d’animo dimostrate nel corso dell’internamento in Polonia, che ha lasciato nel Suo spirito e nel Suo corpo segni ancora oggi visibili, aggiungono una nota di valore morale che, insieme all’ardimento ed all’alto senso del dovere, La rendono per l’Aeronautica Militare e per il Paese ben degno di stima e ricordo. Si abbia, caro Generale, i miei voti augurali e molti cordiali saluti. Giovanni Gronchi. Roma 16 giugno 1955(8).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra le tante decorazioni italiane ed estere di cui il gen. Briganti è stato insignito, c'è l'altissima onorificenza di “ Cavaliere di gran Croce dell’Ordine Militare d’Italia”, con la seguente motivazione: “Ufficiale Generale di elevati qualità militari […] comandante dell’Aeronautica

dell’Egeo, all’atto dell’armistizio teneva contegno esemplare di uomo e di Comandante seguendo personalmente ed indicando ai dipendenti la via dell’onore e del dovere. Egeo 1943”(9).

 

Il monumento presso il cimitero di Umbertide

Briganti muore a Roma il 2 luglio 1997 e viene sepolto nel cimitero della “sua” Umbertide. La storia potrebbe finire qui, ma vogliamo raccontare un ultimo episodio, indicativo di quanto sia dura a morire una mentalità ancorata a un passato ormai lontano.

Nei primi anni del 2000, l’Associazione degli avieri di Umbertide, guidata dal colonnello

pilota Giuseppe Cozzari (medaglia d’argento e croce di guerra al valor militare), che

con il gen. Briganti ha collaborato nel dopoguerra, vorrebbe onorare con un monumento

il concittadino che tanto lustro ha dato alla città natale. Tutti gli associati, ma in particolare

il col. Cozzari e il maresciallo Muzio Venti, si adopereranno anima e corpo per raggiungere

l’obiettivo. L’incarico di progettarlo viene affidato ad Adriano Bottaccioli, pittore,

grafico, storico, molto apprezzato non solo a Umbertide. Il Lions locale appoggia l’iniziativa

fornendo tutto l’aiuto possibile, anche finanziario. Contribuiscono anche le fondazioni Cassa

di Risparmio di Perugia e di Città di Castello. L’amministrazione comunale, alla quale viene

richiesto uno spazio per la collocazione del monumento, tergiversa a lungo fino a dare il suo

deciso“no”. Le ragioni, anche se non espressamente dichiarate, sembrano evidenti: non si

può onorare chi ha avuto un passato fascista, sia pure subordinato a un alto senso dello

Stato, anche se ha acquisito notevoli meriti nelle attività cui è stato chiamato dalla

Repubblica Italiana. Si dimentica che negli anni ben più caldi dell’immediato dopoguerra,

con ben altro spirito, una amministrazione comunale dello stesso colore politico, aveva

addirittura organizzato il funerale – si è poi saputo che era finto perché il corpo non era

stato ancora ritrovato – per onorare il pilota Fausto Fornaci, caduto combattendo per la

Repubblica Sociale Italiana. Intanto passano gli anni, muoiono il col. Cozzari e il maresciallo Venti

e la situazione di stallo sembra non si possa sbloccare. Finalmente, nel 2008, viene proposto un compromesso: il monumento potrà avere la sua collocazione all’interno del cimitero cittadino. Se, come dice il Foscolo, “a egregie cose il forte animo accendono l’urne dei forti”, non è certo questo il luogo ideale, lontano dagli sguardi di chiunque. Ma non sono concesse alternative. La soluzione viene accettata, obtorto collo, e il monumento viene posizionato nella zona del nuovo cimitero. Mirabile esempio ai nostri cari defunti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NOTE:

1. come Fausto Fornaci (Pagine Altotiberine n.50), il Gen. E.M.Pucci (2 medaglie d’argento e Croce di Guerra al V.M., il Gen. A.Contini (3 medaglie d’argento al V.M). In totale, nelle due guerre, furono 18 medaglie d’argento al V.M.; 4 croci di guerra; 6 medaglie di bronzo, numerosi encomi. (Luciana Ranieri Honorati. “Gli umbri nella storia del volo” ‐ Perugia 1984 ‐ Stampa Tipografica S.Paolo di Tivoli.)

2. A. Briganti, “Oltre le nubi il sereno” Nuovo Studio Tecna‐Roma‐ 2° ed. Sett.1994

3. Luciana Ranieri Honorati “Gli umbri nella storia del volo‐ Perugia 1984‐

4. Il Duca Amedeo d’Aosta così definì le qualità militari e professionali di Briganti: “Il complesso delle sue doti morali, la sua cultura e la serenità di carattere, gli rendono facile l’opera di educatore. I dipendenti sentono subito in lui una guida sicura e compiono il loro dovere con vivo entusiasmo. Abilissimo pilota, dimostra nella navigazione, di possedere qualità non comuni per sicurezza, perizia e profonda conoscenza di tutti i più moderni sistemi. Ottimo pilota da bombardamento con 20/20. Ottimo generale di Brigata aerea da bombardamento. Maggio 1937”. (Lucia R.Honorati. op. citata)

5. Il giorno dopo un aereo della RAF paracadutò sul campo italiano una corona di alloro con il seguente biglietto: “Le forze aeree britanniche esprimono il loro sincero compianto per la morte del Maresciallo Balbo, un grande condottiero e un valoroso aviatore che la sorte pose in campo avverso”. Oggi la salma di Italo Balbo riposa tra quelle dei trasvolatori atlantici in un settore del cimitero di Orbetello a loro riservato.

6. Verrà seppellito nel piccolo cimitero del paese e la tomba verrà sempre curata da alcuni abitanti, fino al rientro in Italia una quindicina di anni dopo. (A.Briganti. Op. citata)

7. A.Briganti. Op. citata

8. A.Briganti. Op. citata

9. Luciana Ranieri Honorati. (Op.citata)

 

Le foto, e le citazioni in corsivo del testo, sono tratte dal libro “Oltre le nubi il sereno” di A. Briganti, e da internet. Le foto delle cerimonie sono di Fabio Mariotti.

 

Fonti:

Alberto Briganti “Oltre le nubi il sereno” II° edizione‐settembre 1994 ‐ Nuovo Studio Tecna‐Roma

Luciana Ranieri Honorati. “Gli umbri nella storia del volo” ‐ Perugia 1984 ‐ Stampa Tipografica S.Paolo di Tivoli.

 

Il presente saggio è stato pubblicato nel nr. 53 - 2014 di Pagine Altotiberine edito da “Associazione Storica dell’Alta Valle del Tevere” a pag. 127

 

E’ stato pubblicato anche nel sito “umbertideturismo.it” - Comune di Umbertide

Le Frecce Tricolori sopra la Collegiata
La cerimonia religiosa in Collegiata
A destra, il Generale accompagnato dal Maresciallo Muzio Venti
L'aereo Macchi L3
1955. Il Generale con il sindaco Faloci dopo il congedo
La copertina del libro autobiografico
Il Ten. Col. Pilota dott. Giuseppe Cozzari
Il progetto del monumento di Adriano Bottaccioli 
 
Il monumento presso il cimitero di Umbertide (Foto di Alvaro Gragnoli)
Il monumento durante l'inaugurazione
La deposizione di una corona da parte delle autorità militari
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