S. Salvatore: Il Ciborio (parte 2)

Il Ciborio dell'Abbazia di S. Salvatore di Montecorona

IL CIBORIO DELL’ABBAZIA DI MONTECORONA già di San Giuliano delle Pignatte

(A cura di Francesco Deplanu, dalle giornate di studio del 2009 dedicate all’Abbazia e indicate in fondo) 
 
Questo manufatto è uno dei pochissimi cibori altomedievali che sono giunti a noi integri. Il suo baldacchino è a pianta quadrata, ed è costituito da quattro lastre uguali per dimensioni, a due e due, poste su altrettanti sostegni con capitello monoblocco e copertura con coronamento a piramide ottagonale concluso da un pinnacolo. 

Da dove proviene il Ciborio
 
Il Ciborio venne spostato (o spostato di nuovo) negli anni ’50 del secolo scorso da “San Giuliano delle Pignatte” all’interno del Presbiterio della chiesa superiore dell’Abbazia di S.  Salvatore di Montecorona. Questa scelta si basa sulla sicura non adeguatezza della posizione del Ciborio nella piccola chiesa di San Giuliano delle pignatte, una foto degli anni ’50 lo mostra posizionato con un lato addossato alla parete in una chiara posizione che non rispetta la sua funzione. L’ipotesi prevalente è che si tratti di uno “smontaggio”, forse proprio dal luogo dove oggi sorge l’Abbazia che nei XIV (?) sec. subì un periodo di quasi abbandono. E’ probabile a questo punto che il manufatto venne spostato in quel periodo tenendo conto anche delle decorazioni della parete della piccola chiesetta.
 
Cominciamo con una “conclusione” prima di descrivere nei particolari questo tesoro dell’Abbazia di S. Salvatore, quella di Donatella Scortecci in “IL CIBORIO DELL’ABBAZIA DI MONTECORONA” nelle giornate studio del 2009: “le stimolanti riflessioni che ha proposto Nicolangelo D’Acunto su una possibile fondazione laica del monastero ad opera di élites nobiliari bene spiegherebbero la presenza di un manufatto di lusso, come il ciborio, un oggetto liturgico da esposizione, da ostentare. Forse un donativo del fondatore, un tesoro esposto come era pratica diffusa nell’altomedioevo da parte delle classi egemoni che attraverso quelli che sono stati definiti tesori terreni e tesori celesti si autorappresentavano ribadendo il proprio status alla comunità religiosa e laica, guadagnandosi, semmai, anche un posto in paradiso”.
 
Il Ciborio è un manufatto del periodo “carolingio”, realizzato nell’VIII sec. d. C.. Con questa identificazione la prof.ssa Scortecci ricorda come non è possibile per le realizzazioni scultoree del periodo catalogarle come “longobarde” o “bizantine”, o “barbariche”, perché si ha “l’evidenza di una varietà di linguaggi che concorrono alla definizione di un contesto unitario”. Per di più va considerato anche che si deve considerare la differenza tra committente e maestranze che realizzano poi i manufatti, con la loro provenienza etnica, sociale ed economica più complessa. Potremo, dunque, in sintesi, indicare la scultura come “altomedievale”.
 
Si tratta chiaramente di un arredo liturgico che possiamo definire “di lusso", e che è testimonianza di una committenza religiosa di alto prestigio, probabilmente anche economica.
 
Indicando la lastra frontale che guarda i fedeli come lastra “A”, si può vedere che è di un materiale diverso rispetto al resto del manufatto.
 
Anche per quanto riguarda il Ciborio di San Prospero di Perugia, sempre “altomedievale”, appare chiara la tendenza a standardizzare la produzione riservando alla sola lastra frontale, la decorazione più complessa e carica di simbolismi. Infatti le due facce laterali “B” e  “D” e la posteriore, indicata con “C”, sono anche analoghe nei motivi decorativi, con il corpo delle lastre presenta la medesima treccia a tre capi con bottoni che accompagna l’archivolto, e la stessa palma dalle lunghe foglie sfrangiate che campisce gli spazi di risulta. Solo le cornici del margine superiore presentano tre varianti comunque del consueto motivo a girali.
 
Nella lastra frontale si può vedere un “cantharos” dove si refrigeriano due grandi pavoni. Il pavone, uccello immortale, che si abbevera al cantharos è una iconografia che muove da l’antichità fino a tutto l’alto medioevo. Il suo utilizzo così esteso non rende possibile, però, risalire a committente o maestranze specifiche. Sicuramente qua non si ritrovano le forme armoniche  nella disposizione del disegno di quello del già citato Ciborio perugino; i volatili nel nostro ciborio sono più ingombranti e sembra prevalere una specie di “horrori vacui” con “volutine” a S, cerchietti con fiori quadrilobati e un breve intreccio di maglia, questo sopra la “treccia” che percorre l’arco.

Come è stato realizzato il Ciborio 
 
La struttura del Ciborio poggia su quattro colonne che formano un quadrilatero con capitelli monolitiche in pietra arenaria. Colonne e capitelli che sostengono quattro lastre lapidee variamente scolpite. 
Indicando la lastra frontale che guarda i fedeli come lastra “A”, si può vedere che è di un materiale diverso, pietra serena, di un colore blu-azzurra, come le colonne, rispetto alle laterali tutte invece di materiali diversi, sempre sedimentari, ovvero calcari micritici compatti, che possiamo indicare come tendenti ad un colore bianco.
Superiormente alle lastre frontali si eleva una piramide costituita da 11 lastre: otto lastre maggiori in pietra, di forma triangolare, oltre a tre più piccole utilizzate per chiudere i vuoti lasciati dal collocamento delle prime otto. Ciò è possibile notarlo solo dall’interno per via dell’intonaco “scialbo”, grigiastro, applicato  in precedenti interventi di restauro. Sulla parte sommitale è collocato un pinnacolo che può sembrare una campana anche se, sempre per via dello “scialbo” presente, è difficile vedere bene.
Queste indicazioni ci vengono da Laura Zamperoni  in “Materiali lapidei, tecnica esecutiva e stato di conservazione” presentato sempre durante le giornate del 2009 indicate nelle note. Questa distinzione è importante perché oltre al differente colore che può subito essere individuato, la natura lapidea differente ha comportato un diverso destino di conservazione: la pietra serena della facciata frontale si è rovinata in maniera maggiore rispetto alle parti “bianche” delle tre facciate “secondarie” (“B”, “C” e “D”) in calcare. Nel particolare la lastra “A” ha una granulometria abbastanza sottile e priva di impurità colorate di rilevante grandezza; le altre tre sono caratterizzate, invece, di alveoli di diametro estremamente ridotto ed omogeneo. Ciò che preoccupa, come detto prima, è la tenuta nel tempo dell’arenaria delle colonne e dei relativi capitelli. Arenaria (e pietra serena) che è esposta ad un fenomeno di erosione importante che la “polverizzano”. Erosione presente anche nella lastra frontale visibile ai fedeli ma fortunatamente in misura minore rispetto ai capitelli. Erosione che non riguarda le parti “bianche” in calcaree.
Queste considerazioni fanno dire a Zamperoni (… e a noi tutti) che “data anche l’eccezionalità del manufatto sarebbe auspicabile un intervento di restauro conservativo sia per migliorarne lo stato di alterazione e per bloccarne il degrado, sia per valorizzarne l’importanza storico-artistica…”.
 
Inoltre Zamperoni scrive, dopo aver studiano il manufatto nei particolari che si possono trarre “interessanti considerazioni  sulla tecnica lavorativa degli scalpellini. Gli attrezzi e il lavoro degli artigiani sono caratterizzati da un forte conservatorismo che ha contribuito a mantenere pressoché inalterati, fino XIX secolo, metodi di lavoro e strumenti, con una certa reticenza all’introduzione di elementi innovativi. Com’è noto, gli strumenti per lavorare la pietra appartengono essenzialmente a due grandi classi: percussivi ed abrasivi. Nel primo gruppo si inseriscono i vari martelli e gli strumenti da taglio (scalpelli e simili), nel secondo le seghe, i trapani, le lime e tutte le polveri usate per la lucidatura. Gli strumenti percussivi modellano la pietra colpendola e frantumandola, quelli abrasivi sfregandola. La maggior parte delle sculture lapidee altomedievali e medievali furono realizzate col procedimento del taglio diretto, senza fare uso dei modelli in materiale duttile: il disegno veniva tracciato direttamente sui piani del blocco (frontali e laterali) per poi essere inciso.”. Questo le permette di sostenere che per la realizzazione sono stati utilizzati scalpelli a bordo piatto ed affilato. Nello specifico sembra essere stato utilizzato uno scalpello detto “unghietto”: sottile ma robusto che permetteva di giungere ad intagli fini ma in profondità; ma anche un " gruppo degli scalpelli a bordo piatto ed affilato (da 3 mm fino ad 8 mm) capace di lisciare la superficie producendo effetti di ombreggiature che dipendono essenzialmente dall’angolo con cui lo strumento è stato tenuto sulla pietra e dall’intensità con cui è stato colpito”. Inoltre venne utilizzato anche lo scalpello piatto per le realizzazioni a basso rilievo; infine individua una serie di “bocciardature” negli intradosso degli archi ma anche  sui fusti delle colonne e i capitelli nelle parti non decorate, queste ultime probabilmente non coeve.  

Per approfondire “Scolpire la pietra nel XIX e XX sec…”
continua su: https://www.umbertidestoria.net/monumenti-e-musei
 
 
Fonti del presente testo: 
 
-Donatella Scortecci, “Il ciborio dell’abbazia di Montecorona”, con un contributo di Laura Zamperoni, “Il ciborio e il materiale scultoreo altomedievale. In “L’ABBAZIA DI SAN SALVATORE DI MONTE ACUTO - MONTECORONA NEI SECOLI XI-XVIII” -
Bollettino della Deputazione di storia patria per l’Umbria, CVIII (2011), fasc. I-II (pp. 165- 183).
Atti del Convegno (Abbazia di San Salvatore di Montecorona, 18-19 giugno 2009)
 a cura di Nicolangelo D’Acunto e Mirko Santanicchia
 
Foto: 
 
-Immagine del Ciborio posizionato a San Giuliano delle Pignatte di Mons. Renzo Piccioni Tignai edito in “Bollettino della Deputazione di storia patria per l’Umbria, CVIII (2011), fasc. I-II (pp. 165- 183).”
 
- Altre immagini e video: Francesco Deplanu.

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