La vite maritata

La vite maritata di Sagraia (Preggio di Umbertide)

Archeologia del paesaggio agrario: la “vite maritata” nel territorio di Umbertide.

Nella zona collinare dove si trova la tomba etrusca di Sagraia, tra Preggio ed Umbertide, esistono ancora gli ultimi esempi di “vite maritata”.

La vite maritata ha una storia di circa 3000 anni; l’utilizzo della vite con l’acero campestre come tutore, spesso in serie all’interno dei campi coltivati a costituire l’“alberata”, caratterizzò il nostro paesaggio fin dopo la seconda guerra mondiale.

Da allora è scomparsa e con esso quel caratteristico paesaggio ordinato del nostro mondo rurale. La “vite maritata”, vite che cresce su un supporto vivo, ha una storia, dunque, che si è interrotta solo nel sec. XX, a fronte di una visione di sfruttamento economico del terreno più redditizia. Infatti ad Umbertide e nell’Umbria del nord non furono nemmeno l’arrivo delle malattie specifiche delle vigne del ‘900, come la “fillossera”, o quelle dei loro supporti, come per gli olmi del nord Italia, che riuscirono ad “estirpare” questo tipo di coltivazione. Molto probabilmente, infatti, la distanza tra le piante nella tipica cultura promiscua favorì anche la loro protezione dalle malattie o agenti infestanti.

A portare al loro espianto o alla sostituzione con vigneti di altro struttura, furono le necessità, già visibili ad inizio ‘900, di un miglioramento della produzione; necessità pian piano di un uso del terreno agricolo sempre più rivolto al mercato.

La fine della mezzadria, poi, comportò la definitiva perdita quasi del ricordo stesso della lunghissima presenza della “vite maritata”.

La coltura promiscua della vite nella storia

Questo tipo di coltivazione riguardava i territori anticamente abitati dagli etruschi o, più a nord dai celti, per questo questa modalità di coltura, e cultura, è detta anche “vite etrusca” o “vite etrusco-celtica”. La si trovava soprattutto in Toscana, Umbria, parte della Campania, Emilia, Veneto, ed in alcune parti d’Europa.

Nel tempo l’associazione della vite ad un supporto alberato venne nominata in maniera differente. In lingua etrusca veniva chiamato “àitason”, “arbustum” in latino, che poi si distinse in “arbustum italicum” per indicare la pianta isolata con la vite, uso agricolo successivamente definito da noi “alberata, e “arbustum gallicum” termine per designare una serie collegata di piante maritate, definita poi “piantata”.

I termini “alberata” e “piantata” sono entrati in voga, invece, alla metà del XVII sec. con Vincenzo Tanara nell’opera “Economia del cittadino in villa” del 1644.


Come si è detto gli ultimi grandi esemplari di “vite etrusca”, o “maritata” restano visibili nella collina sopra la tomba di Sagraia, ma se si guardano con attenzione le fotografie che ci sono arrivate del '900, si vede le campagna umbertidese con la dominante struttura ad “alberata”.

Ancora negli anni ’60, in altre fotografie, nella zona a nord di Umbertide, sotto l’attuale cimitero della città, si poteva benissimo vedere una distesa di aceri campestri, disposti ad “alberata” , caratterizzanti il paesaggio.

Video e testi: Francesco Deplanu

Articolo completo su: https://www.umbertidestoria.net/la-vite-marita-e-la-coltura-promisc

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